A Pria da Peste

Le cose non capitano mai per caso.

Sabato 20 gennaio ero a fare delle foto della Cappella di S Bastian a Villa Datu di Casanova.

Ho notato che su un lato esterno del muro perimetrale, sporge una pietra, su cui è incisa una croce.

Mi sono incuriosito, ma non riuscivo a darmi una risposta.

Poi la vita ci sorprende sempre con strane, curiose e sorprendenti coincidenze.

Il giorno dopo domenica sera ricevo una telefonata.

È Benedetto Piccardo e mi dice se voglio conoscere la storia da Pria da Peste murata nella cappella di S.Bastian!

Sorrido e gli parlo di quell’incredibile coincidenza!

Il passato ci svela storie inaspettate, osservando anche le piccole cose o dettagli a volte ritenuti insignificanti o all’apparenza, di poco conto.

Vedendo quella piccola pietra a vista nella parete laterale della cappella di S.Bastian a Villa Datu de Casanova mi sono chiesto.

Perché non è stata anche lei inglobata nella malta?

La sua forma poi sembra un piccolo Bricco.

E quella croce simile a quelle incise dai primi cristiani sulle pietre del Beigua?

La sua storia, tramandata dai nostri vecchi e che mi è stata raccontata da Giacomo Porta e Benedetto Piccardo è legata ad un’antichissimo atto di devozione di chi prima di noi abitava il nostro entroterra

Quella pietra fu infissa dagli abitanti dell’Alpicella, nella vecchia chiesa di S.Bastian a Villa Dato di Casanova.

Chi scampo’ all’epidemia di peste del 1630, volle ringraziare il santo e per avere la sua protezione, incastono’ una pietra, a Pria da Peste, nel muro da Vegia Gescia de S.Bastian.

La forma irregolare di questo pezzo di roccia e la croce fa pensare che fosse una pietra incisa del Monte Beigua

La vecchia chiesa di S.Bastian fu demolita a seguito della costruzione ultimata nel 1750 dell’attuale chiesa parrocchiale di Casanova, dedicata alla Natività di Maria.

L’attuale cappella di S.Sebastiano fu costruita nei pressi della primordiale chiesa e quella pietra per rispetto della volontà degli abitanti dell’Alpicella, fu incastonata nella parete della cappella, rivolta verso la strada, un antichissima Mulaioa in direzione dell’entroterra.

La peste che colpi l’Alpicella nel 1630, ebbe un’esito drammatico, basta vedere il censimento del 1650, dove mancava all’appello un intera generazione, quella delle persone più anziane.

Le cronache del Verzellino riportate da Benedetto Tino Delfino, in uno dei suoi Quaderni di Storia Locale, ci svelano altri particolari, come lo scavo di due fosse comuni per seppellire i cadaveri.

Il reverendo GB Gavarone contagiato dalla peste, morì sull’altare, mentre era intento a dar la comunione ai fedeli.

Le ostie furono ritirate e la pisside chiusa a chiave in un tabernacolo.

Dopo 41 anni, nel 1671 quelle particole furono trovate intatte e si disse che era stata S.Caterina a conservarle in quel lasso di tempo.

Il rettore della chiesa di S.Antonio Bartolomeo De Factio, decise di distribuirle ai fedeli.

Fu in quell’occasione che la comunità dell’Alpicella, fece voto per avere l’intercessione della Santa contro la peste.

Oggi questa piccola pietra incastonata nel muro della cappella di S.Bastian ci riporta indietro nei secoli e ci fa pensare ad un duplice gesto di generosità.

Gli abitanti di Villa Dato che avevano contribuito alla costruzione della chiesa e poi della cappella, hanno mantenuto fede alla volontà di chi aveva chiesto la protezione a S.Bastian.

Ringrazio Giacomo Porta e Benedetto Piccardo e G.B Ratto, per avermi raccontato la storia di quella piccola pietra, a Pria da Peste.

Le Cose Belle

Ci sono cose belle, che però non ci appartengono.

Sono quelle persone che ci sono state vicine in un certo momento della nostra vita.

Insieme abbiamo condiviso il nostro tempo terreno, qualche mese o qualche anno.

Hanno attraversato la nostra strada e ci hanno lasciato le cose migliori i più bei ricordi.

Un’ amico d’infanzia come un fratello con cui passare il tempo a fantasticare per boschi o nel fiume.

Nei lunghi pomeriggi di una calda ‘estate.

E così anche un amico di giovani scorribande.

Serate a inseguire i nostri tormenti di cuore.

Notti con le ore piccole finite con il fumo di una sigaretta stonando una canzone.

Altri volti altre città.

Eccomi con la divisa a far la guardia al massimo monumento d’Italia.

Due piccole figure nel bianco monumento.

Insieme a me quel ragazzo lucano Chissà ora se si ricorderà di quella sera e di quel che purtroppo successe.

Poi la vita si fa seria.

Ma quanto ridere però insieme a quel collega.

Lui si alzava alle cinque del mattino per arrivare in Centrale.

Un giorno mi disse, cambio lavoro.

Mi dispiace solo di una cosa, non vedere più un amico come te.

E poi chissà perché gli anni volano e ora è bello pensare a quei voci volti sorrisi risate.

E salutare ogni giorno Roby quel mio “compagno di banco”e di tante risate come fosse un’altro giorno un giorno come tanti.

Un Bambino Fortunato

Sono stato un bambino fortunato.

Avevo una scatola di soldatini e una montagnola di terra

Un cumulo di sabbia e le macchinine d’alluminio.

Dove giocavo tutto il giorno.

E quando pioveva

O tirava il vento che arrivava alle mie ossa con poca carne

Non stavo dietro a un vetro

C’erano i ricci della falegnameria

Ci saltavo dentro

Prima regola chiudere gli occhi

Poi sputare quelle briciole di legno.

Una mattina d’inverno arrivarono facce nuove.

Erano tre amici per perdersi nei boschi

O per giocare in un fiume.

Che poi d’estate asciugava del tutto.

Infestato da ogni tipo di insetto.

Le ortiche e i rovi a graffiarci le gambe nude.

Nel bosco le cicale si zittivano

Quando inseguivamo gli indiani

Le scivolate nell’erba nei prati.

Le ginocchia sempre sbucciate

In quel quadrato di terra, pietre e polvere.

Delimitato con i ricci di legno.

L’ombelico del nostro mondo

Dove ogni giorno e per tanto tempo e per qualche anno.

A inseguire un pallone.

Passala!, tira! goool!.

Via Montegrappa un confine immaginario tra bosco, fiume e case.

Di questo spicchio di terra conosco ogni cosa.

E ogni cosa mi appartiene.

Altre non ritorneranno

Come le persone che conoscevo e salutavo.

Anche da lontano

Che hanno finito di faticare in questo mondo.

Una stretta di mano come

facevano i grandi

E andarono via anche gli amici.

Compagni di infiniti giochi

In un’altra parte della città.

Dissero che sarebbero ritornati.

A giocare ancora con me

Ma non lo fecero mai

Smisi di aspettare

Tirai il pallone più lontano che potevo

Sara’ ancora lì

Arrivarono lunghi pomeriggi.

A non saper che cosa fare.

Sempre e solo lunghi giri con la bicicletta

Il vento acqua e il tempo cancellarono le righe di ricci

Di quel campo di terra, pietre e polvere.

Ma sono stato un bambino fortunato

Passala! Tira! Goool!

E Gesce de Sant’Ambrosciu

Prima dell’attuale chiesa, consacrata nel 1565, furono altre tre, le chiese dedicate a S.Ambrogio.

Le prime due erano sulla collina di Tasca, entrambe oggi incorporate nella cerchia delle vecchie mura.

La prima chiesa, fu edificata intorno all’anno mille, nel punto più alto, dominante, il centro urbano di Varagine e la bassa valle Teiro.

Non a caso fu scelto questo sito, perché secondo i dettami cristiani, un edificio dove è celebrata la gloria di Dio, deve essere: visibile da lontano, superiore in dimensioni a qualsiasi altra dimora realizzata dall’uomo, per incuotere il timore con la grandezza del Creatore.

A corollario di queste convinzioni, le chiese devono, dove possibile, essere edificate nel mezzo del creato

E quale miglior posto poteva esserci, di questa collina, sopraelevata dal borgo, ai confini dei boschi che con i lecci centenari scendevano da Cantalupo e con il fiume, che ne lambiva la base?

Questo edificio preesisteva prima della costruzione della cinta muraria e lo si evince, se si osservano i dettami costruttivi e i materiali impiegati, ben riconoscibili nella torre campanaria e nel muro laterale, che guarda la salita dei frati.

La parete laterale, della prima chiesa, aveva tre campate ad arco e una finestra ad arco tondo in mattoni, in alto e’ visibile una cornice intagliata e degli archetti in cotto.

Da studi effettuati questa chiesa misurava una ventina di metri, era ad una navata, con il tetto in legno, l’abside aveva l’orientamento verso est ed era affiancata dalla torre campanaria, in stile romanico genovese, dalle proporzioni armoniose, a due piani, in pietre e tufo.

Aveva quattro lesene per ogni piano, oggi chiuse da muri in pietra, contornate da archetti in cotto, con cornice, la torre terminava con una cella campanaria

E’ probabile l’ipotesi, a seguito degli scavi qui effettuati nel 1951, che questa prima chiesa dedicata al culto di S.Ambrogio, sia stata edificata, sopra una piccola cappella, esistente dal V secolo, forse questa era la quinta chiesa dedicata a S.Ambrogio?

Gli sbancamenti dei cumuli di terra, addossati alle mura sempre effettuati nel 1951, portarono alla luce molti reperti archeologici, all’interno della cinta muraria, tra cui una fonte battesimale in marmo e degli affreschi che raffigurano un vecchio pescatore.

Forse l’immagine di S.Pietro.

La seconda chiesa, sulla collina di Tasca, fu costruita nel XXII secolo, era la Ecclesia Sancti Ambrosii, la chiesa della Varagine medievale.

Dove furono rogati molti atti che riguardano l’inizio delle autonomie comunali.

Questo edificio di culto era a tre navate, la sua facciata originale e’ quella che si vede oggi, inglobata, nel muro merlato a occidente della cinta muraria.

Questo edificio è la prosecuzione di circa otto metri della prima chiesa.

Ventitrè pregevoli piattelli in ceramica, dipinta con vivaci colori, di fattura ispano moresca adornavano questa chiesa, trafugati o dispersi negli anni.

Della loro presenza sono rimasti gli incavi sui muri.

La porta principale, murata, presenta un arco acuto e aveva come architrave un pregevole monolito in pietra di tre metri di lunghezza, distrutto per un errato intervento di consolidamento.

Sostituito con l’attuale trave in cemento armato.

Una croce a traforo lo sovrasta

Le mura laterali innalzate sopra i resti della prima chiesa, avevano una finestra ad arco e lesene contornate di mattoni.

Anche il campanile fu sopraelevato.

Sulla preesistente torre campanaria.

Nella parte di levante quella interna alla cinta muraria, oggi inaccessibile, perché insistente su di una proprietà parrocchiale, esiste una singolare costruzione a due piani con colonne e capitelli.

Forse un oratorio o la sacrestia della seconda chiesa.

Nei pressi di questo edificio gli scavi, portarono alla luce una croce pettorale di Lorena in bronzo con incise le figure di Cristo e della Vergine.

Questo reperto testimonia secondo gli studiosi, la permanenza dei vescovi betlemiani a Varazze.

Un paio di considerazioni storiche, sono relative all’unicità di questo nostro monumento.

Una cerchia di mura merlate edificate sopra le sembianze di edificio sacro, era forse uno stratagemma, per rendere la nostra acropoli inviolabile ai nemici di fede cristiana?

Sarebbe stato scomunicato colui che ne avrebbe varcato la soglia, per portare la guerra nella nostra città?

L’altro quesito è antecedente perché questo pregevole edificio di culto sia stato abbandonato ?

Erano notevoli i segni del travagliato passato della cinta muraria presenti, prima dei lavori di consolidamento dei muri di cinta, oggi quasi del tutto scomparsi.

Segni di violenti corpi di ariete e tentativi di aprire delle brecce nei muri.

Il Castrum Varaginis fu conquistato da Guifredotto Grassello di Genova nel 1203 e poi ancora saccheggiato nel 1227 dal facinoroso Simone di Stella e sottoposto a pesanti danneggiamenti, nel 1239 quando i savonesi assediarono queste mura dove si erano rifugiati i genovesi.

Ma nessun documento parla della sorte di queste due prime chiese di S.Ambrogio.

Un ipotesi è quella che la chiesa fu sconsacrata perché invasa da degli scomunicati.

Ricostruita al centro del borgo.

Questo è oggi la testimonianza storica più pregevole presente nella nostra città.

Un’interessante assieme di storia inglobata, tamponata nella cinta muraria.

Osservandone la struttura le pietre, i mattoni, le lesene, archi, cornici ecc. si possono vedere le trasformazioni che ho elencato in questo mio articolo che non vuole essere esaustivo, ma di stimolo a cercare in questo nostro monumento i segni delle vicissitudini e dell’importanza che ebbe per secoli questo luogo di culto sulla collina di Tasca.

Deludono quelle porte murate e l’impossibilita di un libero acceso all’area interna chiamata ” l’orto du parrucu”, perché proprietà privata.

Periodicamente sono organizzate grazie alle associazioni culturali delle visite guidate dove è possibile ammirare il cuore della cristianità di Varazze.

Ma resta il divieto di una libera fruizione, la cinta muraria non risulta essere pericolante, perché non e resa pubblica la parte interna del più importante monumento storico della nostra città?

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Non ti Scordar di Me

Faceva la bibliotecaria.

Le piaceva, i libri erano da sempre la sua passione, ma quella biblioteca era particolare. Custodiva una grande collezione di botanica.

Volumi rarissimi alcuni, riposti con cura nelle antiche librerie di noce, tutte intarsiate.

Tutto iniziò, quando insieme ad una folata di vento, entrò una giovane donna.

Capelli a caschetto neri, occhi grandi e profondi.

Si avvicinò al bancone e con voce sommessa, le disse il titolo di un libro.

Non ricordava di averlo mai sentito, che strano.

Guardò sul computer.

Era nello scaffale che lei chiamava dei libri dimenticati.

La ragazza fece un sospiro e poi prese a leggerlo, con avidità, a volte sorridendo, a volte con sguardo cupo.

Le era parso che una lacrima fosse scesa sul suo bel volto.

Quella giovane donna, tornò, tutti i giorni per settimane.

Lei la aspettava, tirava fuori il libro da sotto al bancone, lei lo prendeva con un timido sorriso e leggeva, per ore.

Un giorno le si sedette accanto e le chiese cosa avesse quel libro di così interessante.

Doveva forse fare una tesi?

La ragazza la guardò e le chiese a bruciapelo:” Lei crede all’amore? Quello vero intendo”

“Quello che unisce due persone per l’eternità, quello che dura anche dopo la morte” .

“Quello che ti fa incontrare anche nelle prossime vite, in qualunque luogo si possa rinascere?”

Lei la guardò perplessa, non sapeva cosa rispondere, da lei l’amore non era mai arrivato.

Amava i libri e basta.

Quel vecchio libro, era un erbario, dove erano annotati in bella grafia, i nomi delle piante, nomi in latino e di come erano chiamate in volgare, se erano officinali, aromatiche o ornamentali

Bellissimi i disegni e nella pagina in alto a destra, un francobollo di tela, era impregnato dell’essenza delle piante

Il lettore, poteva avere così, anche il profumo, l’odore, ricavato da ogni singola specie botanica

In una delle pagine iniziali, una scritta in latino dava le istruzioni d’uso, come rinnovare le essenze e faceva riferimento ad un secondo volume, che per ogni specie ne indicava le proprietà le ricette e l’uso lecito o proibito.

Quando si sfogliava, le pagine di quel libro, rilasciavano ancora evanescenti profumi.

Alcune pagine erano più consunte da chi prima di loro aveva sfogliato quell’erbario.

La ragazza, chiamò la bibliotecaria e le fece leggere una scritta a lapis, sbiadita su una pagina del libro, che recitava “Possa questo profumo riportare a me il mio mai dimenticato amore”

La pianta disegnata sul fronte di quel foglio con quei delicati fiori celesti era un “Non ti scordar di me”

“Sono io che ho scritto queste parole”

” E lui ritornò?” chiese la bibliotecaria.

Ma poi ebbe un sussulto!

“Ma come sarebbe l’ha scritta lei? Questo libro ha più di cent’anni e appartiene alla biblioteca da almeno sessanta”

Ma non ebbe risposta, una folata di vento entro’ dalla porta, chi l’aveva aperta?

Si voltò, ma quella giovane donna

capelli a caschetto neri, occhi grandi e profondi non c’era più.

Un biglietto sul tavolo …..”Ognuno di noi ha un perduto amore , forse non in questa vita, ma in una passata. Cercalo, perché lui ti stà aspettando”

Rimase allibita e sconvolta.

Alzò lo sguardo da quel biglietto. Incontrò due occhi azzurri che la guardavano con gentilezza.

“Mi scusi, sto cercando un antico erbario, mi può aiutare?”

Nell’aria il profumo dei Non ti Scordar di Me.

Francesco Baggetti

Orti de Vase

Nelle vecchie foto del centro di Varazze si possono notare grandi zone destinate ad uso coltivo.

Nel 700 alcune grandi famiglie genovesi, avevano dei possedimenti terrieri, nella nostra città.

Non come asservimento di ville al mare.

Ma come produzione, vendita e approvvigionamento per consumo personale e commerciale di ortaggi e frutta, favorita nella maturazione, dal clemente clima invernale della nostra città.

Diffusero l’appellativo u Besagnin, l’ortolano che deriva dal fiume Bisagno, dove lungo le sue sponde erano coltivati gli orti.

Varazze è protetta dal suo arco di monti dal vento di tramontana.

I venti di Libeccio e Scioccu …ed eventuali ladruncoli erano invece, ostacolati, dall’altezza delle mura che recintavano gli appezzamenti di questi terreni.

La famiglia Doria, aveva diviso gli orti della Caminata con la famiglia Camogli.

I marchesi di Torriglia, disponevano della coltivazione a fasce che scendeva dau Cavetto, sul Posu, dal Carega’, in Niquatrin e i terreni in piano du Sua’ e da Moa.

Il marchese Centurione, era quello che aveva la maggior estensione di terreni e vantava nei suoi beni, le rinomate località, Vignetta, Cian du Tunnu, u Sarsciu, e i Cen d’Invrea.

Magnifici terreni vista mare, protetti a breve distanza dau Briccu da Guardia, ideali per la produzione di agrumi e primizie ortofrutticole.

I Vallombrosiani realizzarono il megalitico Beo de San Giacomo descritto al link che segue

https://quellisciudateiru.wordpress.com/…/u-beo-de-s…

Le foto d’archivio delle prime alture della nostra città svelano un immenso patrimonio di terrazzamenti oggi celati dalla vegetazione.

Chilometri di muretti a secco di antichissima datazione.

Terra strappata ad un’acclive territorio e sorretta da muri in pietra, che ancora oggi nonostante lo stato di abbandono, preserva il primo entroterra dalle frane.

In questi terrazzamenti erano prevalentemente coltivate le granaglie, visto la difficoltà dell’approviggionamento idrico.

Il problema dell’irrigazione degli orti “cittadini” era invece risolto, per gli orti della Caminata, dall’approvvigionamento d’acqua dal Teiro, tramite il Beo du Pasciu che in località Muinetti si biforcava e raggiungeva la Caminata.

Il Beo sottopassava l’alveo del Teiro e irrigava gli orti da Lumellina.

Questa zona di ponente era irrigata anche tramite una grande Peschea alimentata dal Rian de Muian-a

Nei periodi di siccità da una Scigogna che prelevava l’acqua da u Pussu de Salumun in località Erbuetti.

Gli orti du Burghettu e de San Naso’ prima del taglio della vecchia ferrovia erano irrigati dalle Peschee e dai Surchi che prelevavano l’acqua in località Boschetto dau Rianellu

Gli anziani ricordano la grande zona terrazzata e coltivata a ortaggi di Biagini.

Ritorniamo nella zona di levante della città

U Beo dell’Arsoccu irrigava gli orti da Ca de Toe, quelli di Niquatrin e le fasce, dei marchesi di Torriglia.

Gli orti e frutteti della zona du Suo’ e da Moa, erano irrigati da Diga dell’Equa Ferruginusa e dau rian da Moa.

Ma quando nel periodo estivo, l’apporto d’acqua si riduceva, allora erano utilizzati alcuni pozzi.

Per uso potabile, c’ erano alcune sorgenti, che saranno oggetto di un mio prossimo articolo, vorrei solo citare la famosa sorgente della bella Marinin moglie di Cilea che con un Surcu irrigava la zona da Moa

E’ citata una rigogliosa sorgente, che sgorgava nei pressi del convento di S.Domenico, raccolta in un pozzo ora occultato dalla sede stradale di via Luigi Bruzzone.

I Centurioni erano quelli che avevano realizzato le opere più imponenti, per irrigare le loro coltivazioni, au Muagiun, sono ancora visibili i resti dell’opera idraulica, demolita per far passare la strada du Desertu

Un canale che convogliava, le acque provenienti dal rio Gambin, nell’alveo del torrente Aniun, per poi essere riprese con una Ciusa, più a valle, e convogliate ai Cen d’Invrea.

Il Beo di questa Ciusa aveva una discreta portata, perché , doveva fornire forza motrice ad un frantoio ad acqua presso il castello d’Invrea

U Surcu proseguiva fino ad irrigare i terreni da Ca Lunga, che era edificata tra i due rami autostradali ai Cen d’Invrea

U Beo de Gambin in Leicanà tramite un Surcu, alimentava l’invaso dell’Equa Ferruginusa.

I terreni da Vignetta, Cian du Tunnu e du Sciarsu, erano irrigati, tramite il convogliamento delle acque meteoriche, effettuato con la costruzione di alcune canalizzazioni lungo le pendici du Briccu da Guardia e l’utilizzo di una sorgente, i Funtanin.

L’acqua era poi raccolta in grandi Peschee, ancora visibili.

Stupisce ancora una volta il lavoro l’ingegno e le enormi fatiche di chi ha realizzato queste opere idrauliche senza l’apporto di nessuna macchina solo con la forza umana e animale.

Un aneddoto storico, è relativo alla controversia, legata ad un pozzo, già presente in epoca medievale, appartenente alla famiglia Torriglia.

Nei primi anni duemila a seguito di alcuni lavori effettuati in via Bruzzone, sono ricomparsi i resti di questo pozzo.

Che ho fotografato ma le foto chissà dove le ho archiviate.

I resti erano a circa un paio di metri, al disotto del piano stradale, con alcune grosse lastre in pietra come copertura.

Nel 700 questo pozzo e parte dei possedimenti del marchese di Torriglia furono posti in vendita.

Una sorgente nei pressi di un centro abitato, era di indubbio valore e i frati domenicani, visto la vicinanza di questo posto alla loro chiesa e convento, fecero di tutto per entrarne in possesso.

Fino al punto di scomunicare l’intera famiglia dei Camogli, rea di aver acquistato questo pozzo dai Torriglia e di essersi rifiutata di rivenderlo ai frati di S. Domenico.

La scomunica durò trent’anni, non si ha notizia del destino di questo pozzo, che finì per essere interrato a fine 800, quando proprio accanto al convento domenicano, fu costruita la linea ferroviaria.

Un’altro aneddoto è relativo al marchese Pietro Torriglia, ultimo discendente, nel 1908 muore in Varazze, senza eredi diretti e con il proprio testamento, lascia l’intero patrimonio al Comune di Chiavari.

Con l’obbligo di impiegarlo a beneficio di un ricovero di mendicità nella villa di Preli, proprietà della famiglia Torriglia.

Ci furono delle controversie parentali, ma poi con atto ufficiale, erogato dal segretario comunale alla presenza del sindaco di Chiavari è inaugurata la struttura e l’organizzazione affidata alle Suore Gianelline.

La costruzione dei due rami autostradali e della nuova ferrovia, hanno tagliato/deviato molte vene d’acqua da sempre utilizzare per uso irriguo e potabile.

Un’aspetto marginale ma per questo non meno importanti erano gli orti estivi coltivati lungo i corsi d’acqua.

foto Archivio Fotografico Varagine

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

A Pria de Donne

A partire dal 4°secolo DC, il cristianesimo si espanse in tutta Europa.

Questa religione monoteistica, incontrò non poche resistenze per convertire chi viveva in aperta campagna o nei boschi e per farlo, distrusse ogni simbolo che ricordasse le antiche devozioni, legate al culto delle forze della natura o degli dei della foresta e dell’Olimpo.

Furono molte le testimonianze, della vecchia religione e di altri culti, andate perse o inglobate nei manufatti cristiani

La nuova religione, fece scempio o distrusse importanti vestigia storiche.

Sul colle di S. Donato, l’attuale chiesa, fu edificata sopra un preesistente tempio pagano.

Chi arriva alla cappella di S. Anna, su quella suggestiva rocca, davanti ad un incredibile panorama, non può comunque fare a meno di notare quei grandi massi.

Chi li ha portati fino lì?

E perché furono abbattuti?

E quell’anfratto fu forse un primitivo luogo di culto?

Al termine del percorso del Sentiero Megalitico, un grande menhir giace diruto, forse atterrato dalla furia dei primi cristiani.

Molte le croci sulle pietre incise del Beigua, ma a ben guardare erano figure a Ph, trasformate nel simbolo del cristianesimo.

L’appropriazione degli antichi luoghi di culto, fu sistematica ogni luogo sacro, dove erano eseguiti dei riti propiziatori o magici, fu fagocitato da cappelle e chiese

I nuovi simboli religiosi, inglobavano quelli più antichi, ma il luogo era sempre lo stesso, gli indigeni convertiti al cristianesimo, ritornavano in quei posti, come a perpetrare le antiche usanze.

Oggi chi arriva al cospetto dei Trei Nicci, non sa che quella singolare, enorme edicola votiva, è stata edificata dove i nostri antenati, esercitavano il culto della terra, testimoniata dalla presenza di tre cavità, ancora visibili in una roccia.

L’ex Nicciu du Bruscin, prima del crollo aveva a vista, una grande pietra fitta.

Alcuni Genius Loci, presenti sulle pendici del Beigua, sono stati risparmiati e sono li a ricordarci di antichissimi culti

E u Nicciu du Giancu, visibile a lato della strada, prima delle Muggine, perché fu costruito sopra quel masso inclinato?

Poteva esserci qualcosa di sacro, in quella pietra?

Forse perché era al cospetto del Monte Greppino?

Oppure era un posto di osservazione, con quella vista a perdita d’occhio?

Giuseppe Testa, meritevole ricercatore e ottimo divulgatore di storia locale, visto la foto dell’edicola, mi ha consigliato di effettuare un’accurato sopralluogo, a quel masso di fondazione e azzarda l’ipotesi che si tratti di una Pietra della Fertilità.

https://digilander.libero.it/ils…/megalitismoinliguria.htm

Questi luoghi di culto, sono tipici delle antiche religioni, ed erano presenti anche nella nostra regione.

Alcuni ancora visibili e censiti, molti scomparsi alla vista, fagocitati dalla vegetazione, distrutti o anche loro inglobati in altri manufatti.

Taciuti nei passaparola generazionali, perché quell’argomento era tabù

Le Pietre della Fertilità, erano luoghi sacri, le donne vi svolgevano dei riti propiziatori, per avere dalla madre terra o da un dio maschile, il dono della maternità.

Scivolavano su dei grandi massi inclinati, con le loro parti intime a contatto della pietra, per ricevere la sua energia, che le rendeva fertili per procreare.

Ma in quella posizione, su quella roccia, andavano anche per partorire.

Qui erano effettuate le cerimonie d ‘iniziazione, per giovani donne,

Il menarca era utilizzato come si era soliti fare, per altri sacrifici di sangue.

Chissà se il masso di base du Niccio du Giancu, era una Pietra della Fertilità.

Arrivare al cospetto di questo suggestivo manufatto, presenta qualche difficoltà è evidente un possibile crollo del pilone, pericolosamente e fortemente inclinato.

A ben guardare, sulla superficie della pietra è possibile scorgere una coppella, dove convergono due incisioni.

Altre incisioni, si possono celare sotto lo strato di muschi e licheni, che riveste tutta la pietra.

Tra non molto, di questa edicola non resterà che un mucchio di pietre e sarà come tanti altri, già presenti nel nostro entroterra.

Resterà solo questa pietra, restituita alla natura in un luogo dove prima della costruzione della strada, c’era un”estesa zona di pascolo.

Dove un antico popolo, che adorava le forze e le forme della natura, non aveva ancora alzato gli occhi al cielo per cercare risposte e avere speranze.

Nota.

Anche le feste pagane furono riciclate e divennero festività cristiane

Allego il link inviato da Antonio Ratto

https://www.abeautifulmind.it/…/religione-le-feste…

La Giornata della Memoria

Per la Giornata della Memoria non servono grandi cerimonie.

Basterebbe ricordare i nomi di quei nostri concittadini, che anche nella nostra città sono stati traditi imprigionati, deportati.

Caricati a forza sopra un carro bestiame, in quella stazioncina delle Colonie Bergamasche.

Che almeno per un giorno doveva essere il nostro luogo della memoria!

Non esiste altro posto nella nostra città, dove poter celebrare compiutamente la Giornata della Memoria!

Sarebbe stato un bel gesto per la nostra comunità.

Peccato non averlo mai fatto.

Ma chi erano i deportati di Varazze nei campi di lavoro/sterminio in Germania?

Grazie alla lodevole ricerca di Piera Bernardis è stato possibile, per alcuni dei nostri concittadini, mai più ritornati ai loro cari, dai campi di lavoro/sterminio in Germania, ricostruire le date e la destinazione della loro prigionia, negli ultimi giorni delle loro giovani vite.

Furono 53 quelli che dalla nostra città, furono inviati nei campi di lavoro/sterminio in Germania.

Tutti prelevati a forza interrogati e torturati, denunciati alle autorità nazifasciste da altri nostri concittadini, spregevoli delatori, molto attivi nella nostra città

L’ elenco dei deportati trucidati nei campi di lavoro, presente in questo articolo è in continua modifica, anche grazie al gradito e indispensabile apporto di altre notizie che possono arrivare da parenti e conoscenti di queste vittime.

Piera Bernardis.

In questa Giornata della Memoria, voglio pubblicare alcuni dati delle mie ricerche, iniziate per una promessa fatta da bambina a mia nonna materna Maria, che non mi sarei mai dimenticata del suo figliolo primogenito, all’epoca dei fatti19enne, mio zio Agostino che non ho conosciuto ma di cui lei mi parlò sempre tanto con il dolore e la speranza di vederlo ritornare…

E da lì mi sono imbattuta e ho raccolto dati e date da libri e siti ufficiali e istituzionali, oltre a stralci di racconti tramandati dagli anziani a miei conoscenti, che ringrazio perché hanno voluto aiutarmi nel portare un contributo di verità e memoria anche per alcuni degli altri che compaiono nella lapide dei Caduti nel Cimitero di Varazze

Con grande rispetto e riconoscenza mi accingo a presentarvi cosa so di loro, sperando che da qui altre persone vogliano aggiungere qualche notizia, dato in più su questa mia incompleta ricerca

BERNARDIS AGOSTINO di Pietro, nato il 12 dicembre 1925 a Varazze, ferroviere.

Arrestato il 4 luglio 1944 a Varazze e trasportato nelle carceri giudiziarie di Savona fino al 24 luglio1944, data in cui fu trasferito a Genova a disposizione del comando tedesco S.S.

Internato nel Campo di concentramento e smistamento di Bolzano Gries. Deportato da Bolzano con destinazione Flossenbürg il 5 settembre 1944. Arrivato il 7 settembre 1944. Trasferito a Hersbruck (sottocampo di Flossenbürg) il 30 settembre 1944. Morto a HERSBRUCK il 2 dicembre 1944

CALEFFI DARIO di Umberto, nato il 9 marzo 1915 a Luzzara (Reggio Emilia). Caporal Maggiore Del 90° Reggimento di Fanteria. Deceduto il 24 dicembre 1944. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero comunale di Namborn (Saarland). Esumato e traslato a Francoforte sul Meno / Friedhof Westhausen / Cimitero militare italiano d’onore (Germania).

CANALE LIVIO di Stefano, nato a Pogli d’Ortovero (SV) il 20 Febbraio1893. Deportato da Bolzano il 5/9/1944 a Flossenbürg. Deceduto a Gusen (lager composto da tre dei sottocampi di Mauthausen) il 25/1/1945. Si tramanda il racconto della sua cattura, effettuata dai nazifascisti, avvenuta nei pressi della cava di Puntabella, perché visto strappare manifesti di propaganda del Regime.

CERRUTI ARMANDO nato a Varazze il 19 luglio 1925. Deportato da Bolzano il 5/9/1944 a Flossenbürg. Deceduto a Hersbruck l’8/3/1945.

CRAVIOTTO GIROLAMO, nato il 9 agosto 1912 a Varazze. Deceduto presso l’ospedale di Peine (Bassa Sassonia) il 24 gennaio 1944. Causa della morte: Polmonite. Inumato in prima sepoltura nel cimitero di Bülten (Bassa Sassonia). Esumato e traslato ad Amburgo / Hauptfriedhof Öjendorf / Cimitero militare italiano d’onore (Germania).

ISETTA GIOVANNI, nato il 28 agosto 1918 a Varazze. Deceduto il 20 giugno 1944. Sepolto a Francoforte sul Meno / Friedhof Westhausen / Cimitero militare italiano d’onore (Germania).

ISETTA MICHELE, nato il 6 giugno 1913 a Varazze. Deceduto a Ingolsheim (Alsazia) il 4 dicembre 1944. Sepolto a Francoforte sul Meno / Friedhof Westhausen / Cimitero militare italiano d’onore (Germania).

KOFFLER LODOVICO, nato il 26 gennaio 1891 a Torino, deportato nel Lager di Bolzano e morto in Germania il 28 novembre 1944, risulta essere sepolto nel Cimitero comunale di Brescia, presumibilmente rimpatriato

PIGOZZI LUIGI di Giovan Battista, nato il 4 agosto 1921 a Varazze. Marinaio (Marina Militare – Reparto Lero). Fronte russo. Fatto prigioniero dai russi. Deceduto il 31 gennaio 1945 presso il Campo di prigionia 38 di Reni (Ucraina, confine con Romania) Sepolto a Reni (fossa comune)

LEGHISSA LUCIO, nato a Varazze il 31 marzo1922, figlio unico di famiglia ebrea diventata cristiana, frequentava l’Istituto San Giorgio di Sestri Ponente e lì partecipava agli scioperi della primavera del ’44 invisi dal Regime nazifascista che il 16 giugno 1944 organizzó una grande retata dove, per una casualità, cadde anche Lucio che insieme ad altri, fu caricato sulle famigerate tradotte che deportavano in Germania dove nel 1945 morì a Mülheim, sottocampo di Dachau. Le sue spoglie, tumulate alla base del Monumento ai Caduti nel Cimitero di Varazze, sono le uniche, fra quelle dei nostri concittadini deportati, ritornate al paese natìo.

SALVIATI G.B nato nel 1912- deceduto il 21.12.1943 nel ReserveLazarett Zeithain (campo distaccato dello Stalag IV di Mühlberg) sepolto nel Cimitero di NEUBURXDORF (e nn Nueburscoorf come scritto nella lapide )

CERRUTI PIETRO G.B.

(che compare nelle pietre d’inciampo ma non nella lapide al Cimitero) nato nel 1921- deceduto il 2.04.1945 nel Distretto di Altenburg dove, durante la seconda guerra mondiale, si trovavano 139 sottocampi di BUCHENWALD e sepolto nel Cimitero Comunale di Daasdorf am Berg/Thür

DELFINO ANTONIO 1908 1944 OBERSUE

ISETTA GIOVANNI 1918 1944 DORTMUND

ACCINELLI ANTONIO nato il 24 marzo 1923 arrestato con il fratello Bartolomeo e i fratelli Piombo in località Costa di Casanova il 22 luglio del 1944 detenuto a Savona dal 25 luglio al 5 agosto poi deportato dal campo di concentramento di Bolzano in Germania a DACHAU muore il 29 gennaio del 1944 a DACHAU

ACCINELLI BARTOLOMEO nato il 14 dicembre 1924 arrestato e deportato nelle stesse date del fratello Antonio e i fratelli Piombo muore qualche mese dopo, il 14 marzo 1945 a DACHAU

PIOMBO ANGELO nato nel1924 arrestato con il fratello Mario insieme ai fratelli Accinelli, in località Costa di Casanova il 22 luglio del 1944 morto il 17 marzo 1945 a DACHAU

PIOMBO MARIO nato nel1920 arrestato e deportato nelle stesse date del fratello Angelo insieme ai fratelli Accinelli, muore il 17 gennaio 1945 a DACHAU

Una targa in marmo posta sulla facciata della chiesa di S.Caterina della Ruota ricorda i fratelli Accinelli e Piombo nel link la loro storia.

https://quellisciudateiru.com/…/i-fratelli-accinelli-e…/

La targa in marmo dei fratelli Accinelli e Piombo è l’unica vera Pietra di Inciampo presente nella nostra città.

Chi arriva al cospetto di quei quattro nomi si ferma ad ascoltare la loro storia.

Le Targhe in Piazza Nello Bovani, non sono Pietre di Inciampo.

Le “Pietre di Inciampo” in Piazza Bovani è un lavoro mal fatto.

Con la posa di quelle targhe è stato stravolto il criterio delle Pietre d’Inciampo.

Non si doveva mettere tutti questi nostri sfortunati concittadini sopra una unica pietra!

Con i loro nomi la loro memoria calpestata da distratti passanti!

http://www.pietredinciampo.eu/progetto/

Commento di Piera Bernardis

Buona Giornata della Memoria a tutti; anche se penso che un giorno solo per fermarsi a ricordare e riflettere non basti, parlarne, scriverne, tenere vivo il ricordo di chi, sacrificando la propria spesso giovane vita per liberarci dall’oppressore, fa in modo che non cadano nell’oblio, nell’incuranza, nel menefreghismo che ahimè è una delle caratteristiche più deleterie in questa nostra società

Da parte mia, continuo e continuerò le ricerche in modo da portare alla luce più notizie possibili sulle persone i cui nomi compaiono sulla lapide al Cimitero (ma non solo quelli) e le cui foto stanno purtroppo sbiadendo e non c’è più nessuno che le possa sostituire

Rinnovo l’appello a chi ha storie da raccontare, notizie, ricordi, considerazioni, proposte; tutto può essere importante per “Non dimenticare”

Commento di Antonella Ratto

Un doveroso ringraziamento a Piera Bernardis , per la caparbietà con la quale ha portato avanti la sua ricerca e un grazie a Giuan Marti per le sue pubblicazioni.

È fondamentale che i giovani conoscano la tragedia della deportazione. Ma non è possibile solo con le poche parole di un giorno. Bisogna portarli nei luoghi terribili dove tutto è successo . È l’emozione violenta, che ti mette davanti la tragedia che si tocca con mano. È il racconto disperato di chi ne è uscito vivo e gli occhi con il terrore ancora dentro.

Le parole passano. Siamo invasi dalle parole e ne siamo talmente soverchiati che non le ascoltiamo nemmeno. Il turbamento quello resta, fa pensare e ci fa anche guardare dentro di noi. Almeno per un pò.

E Partie de Balun

La scomparsa di un grande campione Gigi Riva e l’articolo pubblicato ieri del Genoa Real Parasio, mi riporta con i ricordi a quel campetto dau Simiteu Vegiu, dove eravamo anche noi quattro ragazzini, a rincorrere un pallone.

Ho il grosso rammarico di non aver nessuna foto, insieme a miei amici, compagni del periodo più bello.

La nostra squadra si chiamava Folgore, scegliemmo questo nome per averlo letto su Intrepido o Monello, i giornalini di noi ragazzini negli anni 60

Io, Antonio e Angelo Fazio con Massimo Caneva, si andava anche in “trasferta” a giocare dalle case Fanfani, dove in un quadrato d’asfalto, si affrontavano gli avversari, Roberto Sava, i fratelli Zani e Alberto Petroni.

Queste due squadre diedero vita ad una formazione per affrontare i nemici di sempre, quelli du Pasciu per una volta non con la fionda, ma nel loro bel campetto dei Busci.

Vincenzo Berio, Mario Paviani, Roberto Botta e i fratelli Fazzari.

Ne uscivamo quasi sempre perdenti.

Impossibile contrastare le giocate di Vincenzo Berio, grande talento, veloce nel controllo palla e con un tiro potente.

Il racconto che segue è tratto dal mio racconto Olio di Oliva e Cotone

Sotto alla strada dau Simiteu Vegiu c’era il “campo” testimone suo malgrado di interminabili partite.

Dove neanche un filo d’erba riusciva più a crescere a causa delle nostre corse dietro al pallone.

Nuvole di polvere, consumando le suole di vecchie scarpe in disuso.

Il campo era in realtà un quadrato, delimitato con i riccioli di legno, prelevati dalla montagnola dove erano stati scaricati i residui di lavorazione della vicina falegnameria.

Avevamo costruito anche le due porte, con tre legni quasi diritti, fissati con lunghi chiodi.

La struttura era però instabile e guai a beccare la traversa con una pallonata!

Si rischiava di accoppare il portiere, il quale colto di sorpresa e senza possibilità di scampo, era colpito dalla caduta della traversa e di conseguenza dai due pali, che non essendo più collegati fra di loro, completavano l’opera rovinando sopra il poveretto!

Il pallone era sempre lo stesso, bucato, era inutile giocare con un pallone nuovo, gonfio, vista la vegetazione circostante, composta prevalentemente da rovi irti di spine.

Bastava un solo fuoricampo, e subito si udiva il sinistro sibilo dell’aria che fuoriusciva dai fori.

E la regola era: l’ultimo che aveva toccato la palla, doveva poi andare a recuperarla.

Quest’operazione, a volte si protraeva per diverso tempo, a seconda della potenza del tiro e della zona d’entrata.

Avventurarsi in quei grovigli di rovi, era un’impresa ardua e una volta individuata la sfera ci si aiutava con dei legni per recuperarla.

Si usciva strappati e sanguinanti da quell’inferno di spine, ma pronti a riprendere il gioco.

Mi regalarono un pallone di cuoio, fu un avvenimento eccezionale, una grossa novità!

Finalmente un pallone vero!

Questo aumentò l’impegno e l’agonismo nelle nostre partitelle.

E se per caso finiva in mezzo ai rovi, nessun sibilo sinistro!

Era giallo, ma ben presto perse il suo colore consumandosi per l’uso frequente, sopra quel nostro campetto di terra e sassi.

Disgraziatamente, dopo un lancio, terminato fuori campo, il pallone finì sotto le ruote di un’auto, esplodendo con un boato.

L’auto si fermò e il conducente che non gradiva i nostri schiamazzi, con aria soddisfatta ci restituì il pallone, o quel che rimaneva, simile oramai ad un berretto schiacciato, da cui, come una lingua rosa, fuoriusciva la camera d’aria.

Giurammo vendetta, e qualche giorno dopo, individuata la sua auto, armati di chiodi incidemmo due lunghe righe su entrambe le fiancate dell’auto e per finire, anche sul cofano.

Il pallone, invece, fu

riparato alla meglio, da uno zio di mio padre u barba Genio, che lavorava nella falegnameria.

Lo squarcio fu chiuso con un cordino, passante in mezzo a delle borchie in metallo.

Le borchie però con l’uso si assottigliarono e i bordi diventarono micidiali rasoi quando il pallone si stampava sulla pelle.

Neppure il buio della sera ci fermava, io e i miei amici giocavamo in notturna alla luce del lampione stradale.

Nessuno di noi possedeva un orologio, e le partite non seguivano nessuna unità di misura del tempo, ma erano regolate dal numero dei goal fatti.

Di solito la partita terminava al raggiungimento del 20° goal segnato.

Seguita poi dalla rivincita e dalla “bella”.

Alcune partite di “bella”, interminabili, finirono al raggiungimento del 40° goal!

Era il 1970 l’anno del mondiale di calcio in Messico.

Interminabili partite, emulando i nostri eroi oltre Oceano.

L’eroe di tutti era Gigi Riva e poi c’erano gli altri, la tifoseria era divisa dalla famosa “staffetta” Mazzola-Rivera.

Ricordo la finale vista a casa di Antonio e Angelo, esultammo al pareggio di Boninsegna nel primo tempo, uscendo sul terrazzo di casa, ma poi fu grande l’amarezza per il risultato finale.

Il nostro mondo era tutto lì, intorno al colle di San Donato, dove il fiume compie un’ampia curva, l’ultima, per poi riprendere la direzione giusta e scorrere verso il mare.

Ma nessuno poteva accompagnarci alla spiaggia e poi si diceva che prendere tutto quel sole, faceva male alla testa.

Con questa foto vorrei commemorare Gigi Riva che ci ha da poco lasciati, uno dei nostri eroi del pallone, di noi bambini degli anni 60.

Il Genoa Real Parasio

Ricevo e pubblico dal mio ex collega Antonio, Tonino Botta la storia del Genoa Real Parasio.

Fondata da un gruppo di ragazzi du Pasciu.

” Le maglie le acquistammo da Sabazia Sport Savona, in realtà poi ci accorgemmo che ci avevano rifilato le maglie del Cagliari.

Poco male erano pur sempre rossoblu’ come la nostra squadra del cuore il Genoa!

Al nome della squadra fu aggiunto Real, per imitazione della squadra madrilena, plurivincitrice in quel periodo, del titolo di Coppa dei Campioni.

Si giocava in un campetto in terra battuta dela’ de Teiru in ti Busci.

Una delle soventi piene del Teiro distrusse quel campetto riempiendolo di terra, pietre e masse vegetali.

Il campo da gioco fu poi ripristinato da noi ragazzi.

Si giocava anche in trasferta in Bolzino a Casanova e anche a Sassello.

L’allenatore era il sig.Badano di Albisola”.

Formazione

In piedi da sinistra a destra:

Arri Renato, Cartasegna Silvano, Giusto Gianni ( U Maingaghetta) Botta Carlo, Badano ( allenatore)

Accosciati: Arri Giacinto, portiere Podioli Arturo (U Galollu), Bonechi Franco ( U Tuscanin)

Riserve: Botta Antonio, Riolfo Andreino.

La foto è del 15 feb.1959

di proprietà di Botta Antonio.

Ringrazio Tonino per aver portato a conoscenza un’altra storia del Sciu da Teiru.

Grazie.