S.Antonio e a Fea de Bestie all’Arpiscella.

Il racconto di una fiera del bestiame, di molti anni fa descrive un mondo che non esiste più, era quello, oggi impropriamente tirato in ballo, del chilometro zero.

Un tempo era tutto a Km0!

Generazioni di gente volenterosa, capace e costante, otteneva dalla terra e dai boschi del nostro entroterra, il proprio e l’altrui sostentamento.

Cun u Feru a seghè in ti prè.

Taià e rubelle a legna.

Cuii e castagne e mette a secchè in tu seccou

Vita grama au sciattu du su e sutta l’aigua.

A ranchè e patate

A cuii coi, coinavuin, fascioi duin.

A cavè cun na sappa burchi

A camallè e belaine.

A immascee e fo cabanin de pree.

De da mangè ai fanci

Oggi chi si addentra nel nostro entroterra troverà numerose testimonianze, specie quelle in pietra, rimaste per ricordarci l’immenso lavoro e le quotidiane fatiche perpetrate per secoli, da chi ci ha preceduto in questo parte di mondo.

Sono con Mauro Buschiazzo ex collega nella Centrale di Vado Ligure, oggi l’unico allevatore di bovini dell’Alpicella.

Ritorniamo un po’ indietro nel tempo, com’era a Fea de Bestie negli anni 50/60?

Ciassa dell’Arpiscella la sera del 17 gennaio

Festeggiato il santo patrono, San Antonio Abate, ora l’attesa della comunità dell’Arpiscella era tutta per il giorno successivo, quella della grande Fea de Bestie.

Erano centinaia i bovini, provenienti da ogni dove.

Rumor di zoccoli, muggiti, vociare di gente e quarche Giastemma, “Tantu u preve u l’ha facciu Santantoniu e dorme ancun!”

C’era chi si ritrovava per la prima volta dopo un anno, allora erano strette di mano e pacche sulle spalle

“Cumme ti stai, to muie’e i to fanci? E quante bestie t’oi?”

Allevatori, contadini, boscaioli convenuti in Ciassa già nelle prime ore del mattino, per prendere i posti migliori e iniziare a contrattare il prezzo di acquisto o di vendita di un animale.

Chi aveva na bella Vacca Toella, un’animale da tiro o un bel manzo buono per fare un bue, lo portava in piazza, anche solo per farlo vedere e farsi apprezzare come allevatore.

Qualche anno prima, la piu richiesta era a Cabanina, l’unica razza bovina ligure, le cui vacche facevano poco latte, ma erano buone bestie pe Rubbelo’.

Poi arrivo’ la vacca bianca piemontese, poderoso animale anche lui adatto al tiro.

Una coppia di buoi di razza piemontese era in grado di tirare carri con grandi carichi, come la legna da ardere, fin a Vraze.

Vacche e buoi convenuti all’Alpicella da S. Antonio Abate, protettore degli animali per la tradizionale benedizione di buon auspicio per l’anno da poco iniziato.

In piazza all’Arpiscella, erano presenti anche commercianti di bovini, avvisati dal passaparola o da intermediari quando erano adocchiate delle belle bestie da acquistare.

Non mancava chi si Rattellava per un torto subito l’anno precedente o per una parola non rispettata, vecchi rancori venivano a galla.

Anche le mucche avevano le loro antipatie e non di rado tentavano di darsi delle cornate, prontamente allontanate dai loro conducenti.

Alcuni Banchetti da Dusi rimasti dal giorno della festa del santo, riducevano la capienza della piazza.

Serviva altro spazio anche per la cerimonia di benedizione e allora le mucche, degli ultimi arrivati erano tutte allineate lungo la strada dalla piazza fino a Turazza, al bivio Ceresa/Faje e a scendere versu u Runcu ad arrivare al cimitero e oltre !

Negli anni 50/60 erano almeno duecento gli animali, tutti bovini radunati in Ciassa per a Festa de Bestie.

La conta totale dei capi di bestiame compresi quelli rimasti nelle stalle all’Alpicella, era di circa mille esemplari!

Al termine della messa, la statua del santo patrono era portata in piazza e il Parroco o chi per esso, benediceva gli animali lì convenuti.

Questo gesto sacro era valido per tutti, anche per quelli che non avevano trovato posto in ta Ciassa dell’Arpiscella.

Benedetto del sale, contenuto in te un Cavagnin.

Confezionato in sacchetti, il sale era per i proprietari degli animali, che lasciavano un’offerta per la chiesa.

Dato poi in pasto ai bovini.

Negli anni a seguire fecero la loro comparsa in piazza, per ricevere la benedizione divina, e il sale consacrato, altre razze di animali, cavalli, asini ecc.

Oggi praticamente solo cani e gatti.

L’atto finale di una compravendita, dopo la stretta di mano che suggellava l’accordo raggiunto con la somma pattuita, era un gottu de vin, spillato da una bottiglia di produzione propria, che era stata portata in saccoccia con tanto di gotti.

Oppure una bevuta al bancone de n’Ostaia.

L’Ostaia du Dardaja e le altre tre, che erano presenti nella borgata dell’Alpicella, facevano buoni affari nelle giornate della fiera.

Ai loro tavoli si poteva gustare la Zeaia.

Chi portava il nome del santo protettore era molto nominato in quei due giorni di festa:

“ Tognu paga un po da beive !”

Ma poi offrivano da bere anche Giuguanni, Battesta, Tugnin…..

Mauro riporta un botta e risposta sentito pronunciare in piazza da Tugnin bunanima.

Cumme te le facciu Santantonio?

Ben

Quante votte te resio’?

Perché?

Se nu te resiò tre otte Santantoniu nu ti l’è facciu!

Visto il periodo dell’anno se le condizioni meteo, erano proibitive, allora a Fea de Bestie era annulata.

Si partecipava comunque alla messa lasciando un offerta per il sale benedetto da portare alle vacche rimaste nella stalla.

Il cinema parrocchiale era molto affolato, se la temperatura, in Ciassa era particolarmente rigida.

Ancora qualche anno poi niente più proiezioni, a seguito della diffusione degli apparecchi televisivi.

Al termine della giornata in Ciassa all’Arpiscella, rimanevano gli abituè i Ciucchetuin quelli che erano sempre “Carichi”

Zuvni e belle Fie si davano appuntamento pe ande’ a bale’ ai Marmi.

Un fisarmonicista suonava musica per ballo liscio.

C’era un grande caminetto che riscaldava il locale.

Nelle Ostaie si giocava a carte ed era normale bere una bottiglia di vino a testa durante il gioco.

Ma poi vigeva il detto “Te paghè na butia ti, aua perché nu devu paghene una anche mi”

C’era chi aveva u Vin Cattivu, l’ubriacatura violenta e cercava di mordere chi gli capitava a tiro!

A volte volavano quattru pugni.

Ma il giorno dopo si ricordava solo che era stata una Bella Festa!

Non si portava rancore e si ritornava amici come prima.

Alcuni dati, possono far comprendere l’entità dell’allevamento bovino nel nostro entroterra, nei primi decenni del secondo dopoguerra.

Ogni giorno il latte munto la sera e al mattino presto, era messo in ti Biduin du Laite e affidato a dui Lacieri o Leitò.

I trasportatori, che con i loro camion arrivavano in Ciassa all’Alpicella.

Solo per quanto riguarda Arpiscella, ogni giorno erano circa tremila i litri di latte consegnato alla Centrale del latte di Varazze.

Altro latte arrivava dalle frazioni in primis dalle Faje e Casanova

Ovviamente una parte della produzione era destinato per uso proprio.

Chiedo a Mauro che cosa è successo in tutti questi anni che ha di fatto azzerato il numero di capi bovini in tutto il nostro entroterra.

Negli anni 70 all’Alpicella erano ancora una decina gli allevatori di bovini per carne da macello.

Ai prati di Polzemola, Pozemmua, unica zona prativa dove era possibile l’uso dell’imballatore da fieno, efficace macchina agricola utilizzata nelle nostre campagne a partire dagli anni 50, si producevano ancora circa duecentomila ballotti di fieno del peso di circa 15 kg cad.

Sembra una quantità enorme ma solo per lo Scivernu, lo svernamento di una vacca, serviva 15/20 q.li di fieno.

Fu forse la chiusura del macello comunale in tu Pasciu, negli anni 80 a determinare l’inizio della fine dell’allevamento bovino nel nostro entroterra.

Ma quella fu una concausa di una progressiva decimazione degli allevamenti bovini, iniziata con lo spopolamento del nostro entroterra.

Collassati poi con i bassi prezzi imposti dalla grande distribuzione.

Chi oggi alleva dei bovini, come per tante altre cose è solo mosso dalla passione, per questo tipo di attività, e lo fa senza badare ai costi benefici.

Mauro mi racconta della vacca Valencia, buona bestia pe rubellò.

Lui da bambino la metteva sotto la lesa e si faceva portare da Ciampanù verso Pratorotondo, la vacca conosceva la strada e non c’era bisogno di guidarla.

C’era anche suo nonno per Seigò l’erba o far della legna.

Valencia era lasciata libera e lei brucava tutto il giorno.

Al ritorno sua nonna, le andava incontro per mungerla prima che perdesse per strada u Laite.

La Valencia animale docile da lavoro e da latte era come tutte le vacche, molto importante nell’economia famigliare. Oggi Valencia è sempre ricordata nei racconti di quegli anni.

Ringrazio Mauro Buschiazzo per aver portato a conoscenza aspetti sconosciuti di un’attività, quello dell’allevamento bovino, un tempo fonte di lavoro, sostentamento e ricchezza del nostro entroterra.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

foto Archivio Storico Varagine

Samarcanda

La polvere che sollevava la moto, lungo la strada per Samarcanda, si alzava con grandi volute, verso un cielo blu cobalto

Davanti a lui, ancora distanti, le luci tremolanti di una città

Non si era fermato neanche per pisciare.

Era stato un imprudente ad affrontare quel viaggio da solo.

E ora sentiva venir meno le forze.

Ancora guardò se vedeva dietro di lui quei fari.

Erano moto, almeno una decina.

Lui aveva rallentato, curioso di vedere chi fossero

Ma quando vide le loro sciabole sguainate, diede gas al motore.

Le rocce, tra le quali serpeggiava la pista, lasciarono il posto ad una pianura brulla, coltivata a cotone.

Una distesa infinita, dove uomini e donne, erano ancora curvi su quei fazzoletti di terra, al tramonto di quella giornata interminabile.

Un occhio alle buche della strada e uno ai suoi inseguitori.

Ancora polvere e quel sole all’orizzonte che accecava.

E loro sempre più vicini.

Sembrava una strada che portava verso il nulla, chissà se arrivava a Samarcanda, ma era la sua unica salvezza.

Si voltò ancora, erano sempre più vicini.

Il loro aspetto era terrificante!

Percepiva quei fiati puzzolenti sul collo.

Le loro grida eccitate da quell’inseguimento.

Accelerò nell’ultimo tentativo, di mettere ancora qualche metro tra lui e l’orda degli inseguitori.

Sentiva le vibrazioni e quel rombo cupo, del boxer Bmw spinto al massimo

Successe all’improvviso, una buca non vista gli fu fatale.

Tutto quel mondo intorno a lui prese a girare vorticosamente.

In un turbine sempre più veloce.

Le moto degli inseguitori gli furono addosso, iniziarono a girare in tondo.

Polvere, puzzo di benzina e di gomma bruciata.

Mancanza d’aria, tosse.

Urla e risa di quei predoni.

La lama di una sciabola lo solleticava sotto al naso, prima di un mortale colpo alla gola

Vide quella nera signora e si spaventò.

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola

Bianche le torri che infine toccò

Ma c’era sulla porta quella nera signora

Stanco di fuggire la sua testa chinò

Riemerse dalle lenzuola arruffate, annaspando alla cieca.

Alla radio Vecchioni cantava.

Il gatto sulla faccia con quei lunghi peli, che gli entravano nelle narici.

Dell’orda di motociclisti armati di sciabole…neppure l’ombra.

Francesco Baggetti

Suor Felice e Pinuccio

Guardando le foto, da bambino di Giuseppe Cerruti, conosciuto a Vase come Pinu u Ranghettu (quandu u l’ea Figgiò Pinuccio o Ranghetin) nessuno può supporre, quale diabolica creatura si stava celando sotto quell’abito da Pierrot.

Quelle foto sono messe in posa a uso fotografo, uguali per tutti noi bambini degli anni 60.

Ma quei bambini non eravamo noi!

“Signora, porti Pinuccio all’Asilo, troverà i suoi amichetti, insegneremo tante belle cose al suo bel bambino e quando uscirà poi potrà ritornare a giocare nei Caruggi”

Disse una giovane, bella e brava suor Felice, nel tentativo di portare all’Asilo Infantile, quelle anime dannate, gatti da caruggi e de Teiru, Seotti e Serveghi che si aggiravano sporchi pin de Cruste, sempre a tacco’ lite cun tutti!

Figgio’ du Diau, sensa Segnù !

“Suor Felice nu possu mandove Pinuccio, perché u l’è un Seottu de Figgiò, Servegu cume i Gatti e anche de ciù”

“Ma tanti amici di Pinuccio vengono da noi all’Asilo, provi qualche giorno e vedrà che diventerà un bravo bambino e non la farà più disperare!”

“Va ben pruvemmu, perù mi ve l’ho ditu, che u l’è un Seottu de Figgiò e nu so cumme a va a fini…..”

Pino Cerruti mio collega negli anni in Centrale a Vado Ligure, mi racconta quei suoi primi e ultimi, tre giorni all’Asilo Guastavino.

Il primo giorno Pinuccio taccò bega con altri bambini, calci, sberle, botte da orbi!

La madre superiora capì all’istante, u Diau che s’ean misse in Ca!

Colpa di Suor Felice, visto che tanto fece per portare all’asilo quel bambino così Servego.

Per punizione fu nominata sua tutrice.

In pratica, doveva marcar stretto quel Seotto de Figgiò, per cercare di fargli rispettare le più elementari norme del viver civile.

Ma era come cercar di prendere un gatto in un bosco!

Il secondo giorno d’Asilo, Pinuccio sparì dalla vista….

Dove era andato?

Suor Felice lo cercò da ogni parte, nel salone e nelle aule, in tutto il pianterreno dell’Asilo, in cortile non c’era nessuno, dal cancello dell’entrata nemmeno.

Dove si era cacciato quellu Seotto!

Forse era salito ai piani superiori interdetti ai bambini dell’Asilo?

In effetti era salito ai piani superiori ma mica facendo gli scalini….

Quel giorno la teoria dell’evoluzione ebbe la sua conferma o perlomeno di sicuro quel bambino non fu creato al sesto giorno a immagine e somiglianza di Dio!

Solo chi discendeva con una lunga evoluzione dai primati all’uomo, poteva salire quella grande scala, arrampicandosi dalla parte esterna della ringhiera, quella che dava nel vuoto fino ad arrivare al terzo piano!

Suor Felice alzo lo sguardo e vide Pinuccio aggrappato alla ringhiera!

In preda al panico la povera suora, si catapultò su dalle scale!

Alzo’ l’abito monacale, fino alle ginocchia, per riuscire a salire di corsa tutti quegli scalini!

Terrorizzata riuscì ad afferrare quel bambino e a trascinarlo in sicurezza sulla scala.

Ma Pinuccio non avendo più via di scampo, reagì violentemente a modo suo, prendendo a morsi la suora!

Conficcò i denti in quel grande colletto bianco, fino a dare un morso al seno di suor Felice!

L’apoteosi avvenne il terzo giorno di Pinuccio all’Asilo.

Nel cortile, addossato al muro di confine dell’Asilo con la linea ferroviaria, c’era un pollaio con la conigliera per i fabbisogni di quella congrega di religiose.

Accudito con cura dalle suore, era usato anche a scopo didattico per i bambini.

Tirare il collo alle galline, non era lavoro da suora e allora all’uopo era chiamato una persona di fiducia.

C’era un pollaio….è la coniugazione verbale giusta.

Perché dopo il terzo giorno di Pinuccio all’Asilo di quell’allevamento di animali da cortile poco rimase!

Pinuccio nei giorni precedenti, aveva già adocchiato quei pennuti.

In un attimo di distrazione di suor Felice, Pinuccio entrò nel pollaio……

Sfogò il suo istinto da Gattu di Caruggi, tirando maldestramente il collo a due o tre galline!

Liberò i conigli aprendo le loro gabbie.

Le povere bestiole riacquistata la libertà si misero a correre per ogni dove.

Anche le galline spaventate da quel trambusto svolazzarono all’esterno con grande sbattito d’ali!

Ci volle parecchio tempo prima che quei conigli fossero ripresi dalle suore dell’Asilo.

Chiamate a gran voce a raccolta da suor Felice per catturare quelle bestiole.

Ma era impossibile rincorrere le galline che avevano superato la griglia di recinzione.

Chi passava di lì si prodigo’ per cercare di acchiappare quei pennuti volati fuori dall’Asilo.

Ciumme e galline pe tuttu u Burgu!

Pinuccio u Ranghettin non fu più riammesso all’Asilo Infantile Guastavino.

Noi bambini degli anni 60/70 eravamo dei piccoli selvaggi, cresciuti nei boschi in Teiro o nei caruggi.

Così abbiamo vissuto la nostra fanciullezza, liberi di scorrazzare, alle prese con infiniti giochi o passatempi che solo l’urlo di un mamma su un terrazzo interrompeva per il mangiare di mezzogiorno.

Di madrelingua Zeneise, fummo inseriti nella scuola dell’obbligo e a torto o collo imparammo i rudimenti di quella lingua a noi sconosciuta e anche il buon vivere da personcine civili.

Serbo ancora il ricordo di quelle interminabili ore a star seduto in mezzo a quei banchi di scuola.

Pinuccio così era chiamato da quelle brave suore.

Un vezzoso diminutivo nell’inutile tentativo di domare quellu Seotto de Figgio’.

Ritornato nei suoi caruggi, pe tutti u l’ea u Ranghetin!

A nulla servirono le due a volte anche tre benedizioni settimanali, che gli faceva impartire sua nonna nella chiesa di San Domenico.

Forse serviva un’esorcista!

Qualche anno dopo arrivò anche per lui il tempo della scuola dell’obbligo.

A fine anno era istituito il Premio Bontà.

Era Suor Felice, ora elevata al ruolo di consigliera di don Ramognino, che consegnava quel premio al bambino più buono…

La religiosa pronunciò il nome del vincitore di quel Premio Bontà……. Giuseppe Cerruti.

” Chi ?….Pinuccio ?”

Con gli occhi rivolti al cielo suor Felice ringrazio’ l’Onnipotente.

la Grande Nevicata del 1985

Come si fa a descrivere che cosa successe quel 13 gennaio 1985?

Ci fu un’insolito fenomeno sociale improvvisamente tornammo tutti bambini estasiati alla vista di incredibili scenari.

Anch’io prossimo trentenne mai avevo visto niente di simile.

Bella forza chi abita in un paese di mare manco sa che cos’è la neve!

Ma a detta di chi, come I miei genitori che di neve nella loro vita ne avevano spalata tanta, quella grande nevicata anche per loro era una cosa eccezionale !

Era irreale quel paesaggio smussato dalla coltre di neve che a Varazze raggiunse circa il mezzo metro di altezza!

E poi quel silenzio!

Tutto era attutito dal manto nevoso, come se il tempo si fosse fermato.

Poche le auto in circolazione.

Per poi fermarsi dove l’accumulo di neve era più consistente.

Solo la linea ferroviaria era in servizio con forti ritardi.

Poi con la gelata nei giorni successivi, si bloccarono alcuni scambi e il traffico ferroviario andò in tilt.

Integerrimi, muniti di Moon Boots scendemmo alla stazione di Vado Ligure io Angela Recagno e Giusto GB.

Dire che c’era un metro di neve addossato dal vento all’uscita della Stazione di Vado Ligure è per difetto!

Le scale erano scomparse e si avanzava con la neve ad altezza cintura.

Ma chi ce l’ha fatto fare!

Se c’era neve a Varazze figuriamoci a Vado!

Quel giorno fummo testimoni di uno spettacolo unico incredibile, difficile, in mancanza di foto da descrivere!

Ci provo.

Il combustibile liquido della Csntrale Vado Ligure per essere impiegato nella produzione di energia elettrica, doveva essere riscaldato da scambiatori di calore con vapore a perdere.

Che significa in esercizio, avere una colonna di vapore in scarico libero.

Quel vapore si trasformava in ghiaccio e decorava con milioni di stalattiti e cristalli, tutto quell’enorme bacino di contenimento dei serbatoi di combustibile.

Poi il vento aveva fatto egregiamente il suo lavoro, disegnando improbabili figure di ghiaccio.

Ai nostri occhi estasiati si svelavano ad ogni passo nuovi scenari impossibili da raccontare.

Figure contorte antropomorfe, tubazioni trasformata da una strega burlona in alberi fioriti!

Chissà se ci saranno delle foto di quell’incredibile enorme paesaggio da fiaba!

Di quella grande nevicata del 1985 conservo nella mente questo vivido ricordo.

Per il resto furono grandi disagi nelle città e nei posti di lavoro.

Per alcuni giorni fu a rischio il funzionamento della Centrale di Vado Ligure

Si organizzarono squadre di emergenza in turnazione per superare gli inconvenienti del gelo.

Un tour de force che riuscì a garantire la produzione di energia elettrica in un periodo critico per tutti.

Quella grande Centrale allora era ancora proprieta’ ENEL.

Un mondo che non esiste più.

  

L’Emilia Scauri

Pietro Rocca, consigliere comunale di Stella appassionato cultore di storia locale, era partito il 28 aprile del 1870 in treno diretto a Cogoleto.

Sulle tracce della strada romana una derivazione dell’Emilia Scauri, che impossibilitata a superare lo scoglio d’Invrea si inoltrava nell’ entroterra verso Hasta l’attuale Sciarborasca.

Per arrivare con tortuosi percorsi pe Bricchi e Rien a quella che era chiamata Ad Navalia progenitrice di Varagine.

Ma prima della discesa dell’attuale via Gianca , c’era una diramazione nella località oggi chiamata Beato Jacopo che proseguiva nella direttrice Pero, San Martino.

Scendeva nel Sciu da Teiru e in sponda destra raggiungeva e oltrepassava con un ponte il Maegua

U Vallunettu

Dopo l’irta stradina da Murta quella che risale dal Maequa, il Rocca arrivato alla vista della valle del Teiro e dell’abitato del Pero in una pausa per riprendere fiato, resto’ meravigliato da quella grande e bella chiesa da poco edificata.

Quelle mura bianche risaltavano in quella radura verde solcata dagli orti, non per nulla chiamata Cian da Giescia, peccato per quel campanile, perché era così basso…..?

In ogni sua tappa il Rocca era coadiuvato da gente del posto, che aveva non solo memoria delle antiche strade, ma conservava un patrimonio molto più importante, i toponimi.

Chissà che cosa avrà pensato del Vallonetto.

Il Vallo è notoriamente un’opera di controllo e di difesa dell’esercito romano.

La particolare conformazione di questa parte di territorio è una naturale, facile zona di valico.

Un’ ulteriore conferma che questa zona era posto di controllo e difesa, è l’altro toponimo i Castelletti.

Il nome dell’altura con pilone votivo, che domina a 360° u Cian da Giescia.

Raggiungibile oggi con qualche difficoltà da quattro Sente’!

Altri tre percorsi a solo uso pedonale attraversano u Vallunettu.

Il Rocca cita anche la presenza di due edifici chiaramente rimaneggiati nei secoli ma che potevano conservare il basamento di uno o due presidi militari eretti in questa zona.

Sempre alla ricerca delle tracce dell’antica strada romana con Francesco Canepa, partiamo dalla località Verne dau Nicciu du Pra du Lu.

Questo luogo era una Cruscea de Vie, con una mulattiera che risaliva dau Maiequa.

Un’altra, arrivava a questo incrocio risalendo dal Maiequa/Briollo.

La località famosa dove ancora negli anni 70 era attiva la discarica di Varazze.

Questa strada con un bel conservato Ciappin, potrebbe essere l’alternativa al percorso indicato dal Rocca.

Oltrepassato il Nicciu du Pra du Lu, desistiamo quasi subito nella nostra ricerca per la presenza di un grande intrigo di rovi!

Siamo attrezzati cun Marasso e Tesuie da Pua’ ma e impossibile avanzare in te questi Ruvei!

Da cosa nasce sempre cosa.

Facciamo un giro largo in questo bosco misto de Castagni e Rue.

Imbocchiamo una strada sterrata per taglio alberi e grazie all’assenza delle caduche foglie possiamo scorgere un’altro monumento in pietre nascosto alla vista.

nei nostri boschi

Questo edificio dalle dimensioni insolite presenta una vistosa variazione di d’uso, svelato dal tamponamento di tre grandi aperture.

Anche qua a Lelua a se ghe feta u Niu.

Un’altra attrativa poco distante è un ceppo centenario di castagno dal diametro di almeno tre metri!

A pochi passi c’è una spaccatura forse utilizzata come cava, stessa fenomenologia da Giescia dei Tanizzi.

Ci dirigiamo verso il Rian du Briollu dove alcune ciappe potevano essere un rudimentale lavatoio.

Proseguiamo in salita e arrivati a un pianoro, dove si trovano alcune pietre semi interrate ma dall’andamento lineare e antichissimi muri a secco di contenimento e di sostegno ad una strada.

La pendenza è costante.

In prossimità di altre pietre in linea, il bosco si infittisce con un’altro gomitolo di rovi.

Ci vorrebbe un tagliaerba.

Desistiamo.

Seguiamo in discesa questo tracciato e arriviamo in una zona terrazzata alla nostra sinistra dove fagocitata dalla vegetazione c ‘è un’altro monumento di pietre.

Una costruzione rurale forse di tipologia celtica rimaneggiata nei secoli.

Necessario l’uso de Tesuie pe Pua’ per far qualche foto.

Addentrarci oltre è quasi impossibile ma l’assenza del fogliame svela altre miagge e prie.

Si supera Buca Vegia un evidente valico scavato per attraversare una piccola altura.

Superiamo la Ca’ omonima de Buca Vegia per l’ultimo tratto in discesa verso il Pero.

Anche qui a far guardia con una bella vista sulla Valle del Teiro c’è un Secou decisamente depredato delle sue pietre.

La facciata presenta un pericoloso distacco, con una forte pendenza destinato a sicura rovina.

Terrecotte inglobate nei muri.

Riprendiamo il tragitto

La strada si snoda in discesa all’interno di un canalone.

Soliti Ruvei sempre al lavoro anche qui per occludere il passaggio.

Ma ecco un ciapin malamente conservato.

Testimonianza di duemila anni fa!

Fu questa la strada che percorse il Rocca in senso inverso in quei giorni di primavera del 1870.

Ancora pietre ad uso paracarri.

Siamo alla vista dell’ex chiesa dell’Annunziata dove continua l’opera di demolizione.

Il Rocca risalendo alla ricerca di questa antica viabilità si sarà soffermato a guardare lo splendore di quell’edificio di culto.

Come un’ ipotetico passsggio di testimone oggi noi uomini “moderni” siamo al contrario del Rocca testimoni di soli scempi e rovine.

Non abbiamo onorato il lascito di chi ci ha preceduto con il suo lavoro la sua fatica in questo angolo di mondo.

Con quella colpevole demolizione da Giescia du Pei che pesa come un macigno sulle nostre coscienze.

Il sole è tramontato.

Seguiamo ancora una bozza di strada che finisce dal muro del cimitero del Pero.

Dove proveniente dau Maegua arrivava la strada con il suo ciappin.

Un grazie a Francesco Canepa.

Ritorneremo ancora a cercare il punto di arrivo di quell’antica strada nella località di Verne.

Da quel Nicciu du Pra du Lu.

Chissà se il Rocca ha indagato l’altro Ciappin quello che arriva dau Maiegua/Briollu?

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Marinella la Guerra di Piero, Bocca di Rosa e tutte le altre

Questa giornata inizia con il ricordo di De Andre’ oggi, 25 anni fa.

I suoi brani, insieme a noi negli anni più belli della nostra vita.

Ricordi già lontani.

Una 500 blu, due amici, una notte e quella strada troppo lunga da fare con le luci accese.

D’inverno.

Il freddo addosso.

Che ti entra nelle ossa.

Dover badare ai fossi e alla neve.

– Attento che c’è il ghiaccio!-

Oltre i bricchi.

Per che cosa poi?

Tanto lei non ci sarà.

A trovarla poi in mezzo a tutte quelle facce, sempre le stesse di ogni sabato sera!

In quel dancing nei prati di Acqui.

Quanta gente!

Ma da dove sarà arrivata!

-Taci che stasera faremo 100 km e manco un giro di pista!-

E si rideva di nulla, di belinate.

C’era voglia di divertirsi negli anni 70.

La gente cantava e faceva casino all’uscita dei locali.

Ma mica perché era ciucca, era così un po’ dappertutto.

Molto diverso da oggi che vogliono farci ridere.

Distrarre, per non farci pensare

E non è la stessa cosa!

A mezzanotte avevamo già fatto tutto.

Ballato, scherzato, bevuto.

E c’era la fila dal guardaroba, anche perché tanti come noi avevano ancora un’ora d’auto.

Le ragazze imbaccucate nei cappotti, con la finta pelliccia.

E noi ometti?

Ma scherzi!

Giubotto alla Fonzie senza sciarpa e neanche il berrettino.

Mica come i maschi di oggi!

Con la sciarpetta al collo

Però il freddo alla schiena quello, belin se me lo ricordo!

E si allungava il passo per arrivare dalla scatoletta.

-Ma dove l’abbiamo messa?-

-Così lontana?-

-Eccola!-

Quel macinino partiva sempre!

Bella forza ero io il meccanico!

Melazzo poi Cartosio.

La direzione era quella giusta.

Si apriva un poco il deflettore per far uscire il fumo delle Marlboro.

-Ricordati del ghiaccio che sabato scorso siamo finiti nel prato.-

-Ma se mi sono fermato prima del fosso!-

Ecco in mezzo a questa campagna ci stava bene una bella;

“Dormi sepolto in un campo di grano”.

prima della Pesca l’immancabile:

“Marinella che sei volata in cielo sopra una stella”

seguita da:

“Vecchio professore che cosa vai a cercare in quel portone”

e quel brano che diceva:

“Aveva un solco intorno al viso”

Capito con che razza di roba siamo cresciuti?

Quattro canzoni stonate ed eravamo già a Sassello!

Città d’origine.

L’ auto che era davanti, aveva messo la freccia, era arrivata.

Ora da soli verso i Zuvi.

Qui la neve era più alta della scatoletta

Al Giovo però niente cantate.

Qui non si scherzava più

Rallentavo la scatoletta con la doppietta, senza frenare.

A San Giustina era fatta!

Meglio dell’altra volta quando abbiamo tolto le catene.

dal Salto.

-Andiamo dritti pe Arbisoa allunghiamo.Ma facciamo mille curve in meno!-

A Steia finiva la neve.

Arbisoa le prime auto

-Facciamo un puttantour a Savona?-

-Ma è tardi fa freddo.-

-Va be’ andiamo.-

E allora ancora una cantata:

“La chiamavano Bocca di Rosa metteva l’amore sopra ogni cosa”

Ma non c’era nessuno, anche loro, tutte a dormire.

Giriamo dalla Toretta lasciamo Savona.

Il rombo della Mille Miglia, la marmitta after market, che faceva tanto figo, nelle gallerie.

Il mare di Roglio una cosa nera immobile.

Ma siamo arrivati.

Varazze manco un cane.

Ancora una Marlboro l’ultima, fermi sotto casa.

-Sabato andiamo a Spigno?-

Marinella, Piero, Bocca di Rosa e tutte le altre

Questa giornata inizia con il ricordo di De Andre’ oggi, 25 anni fa.

I suoi brani, insieme a noi negli anni più belli della nostra vita.

Ricordi già lontani.

Una 500 blu, due amici, una notte e quella strada troppo lunga da fare con le luci accese.

D’inverno.

Il freddo addosso.

Che ti entra nelle ossa.

Dover badare ai fossi e alla neve.

– Attento che c’è il ghiaccio!-

Oltre i bricchi.

Per che cosa poi?

Tanto lei non ci sarà.

A trovarla poi in mezzo a tutte quelle facce, sempre le stesse di ogni sabato sera!

In quel dancing nei prati di Acqui.

Quanta gente!

Ma da dove sarà arrivata!

-Taci che stasera faremo 100 km e manco un giro di pista!-

E si rideva di nulla, di belinate.

C’era voglia di divertirsi negli anni 70.

La gente cantava e faceva casino all’uscita dei locali.

Ma mica perché era ciucca, era così un po’ dappertutto.

Molto diverso da oggi che vogliono farci ridere.

Distrarre, per non farci pensare

E non è la stessa cosa!

A mezzanotte avevamo già fatto tutto.

Ballato, scherzato, bevuto.

E c’era la fila dal guardaroba, anche perché tanti come noi avevano ancora un’ora d’auto.

Le ragazze imbaccucate nei cappotti, con la finta pelliccia.

E noi ometti?

Ma scherzi!

Giubotto alla Fonzie senza sciarpa e neanche il berrettino.

Mica come i maschi di oggi!

Con la sciarpetta al collo

Però il freddo alla schiena quello, belin se me lo ricordo!

E si allungava il passo per arrivare dalla scatoletta.

-Ma dove l’abbiamo messa?-

-Così lontana?-

-Eccola!-

Quel macinino partiva sempre!

Bella forza ero io il meccanico!

Melazzo poi Cartosio.

La direzione era quella giusta.

Si apriva un poco il deflettore per far uscire il fumo delle Marlboro.

-Ricordati del ghiaccio che sabato scorso siamo finiti nel prato.-

-Ma se mi sono fermato prima del fosso!-

Ecco in mezzo a questa campagna ci stava bene una bella;

“Dormi sepolto in un campo di grano”.

prima della Pesca l’immancabile:

“Marinella che sei volata in cielo sopra una stella”

seguita da:

“Vecchio professore che cosa vai a cercare in quel portone”

e quel brano che diceva:

“Aveva un solco intorno al viso”

Capito con che razza di roba siamo cresciuti?

Quattro canzoni stonate ed eravamo già a Sassello!

Città d’origine.

L’ auto che era davanti, aveva messo la freccia, era arrivata.

Ora da soli verso i Zuvi.

Qui la neve era più alta della scatoletta

Al Giovo però niente cantate.

Qui non si scherzava più

Rallentavo la scatoletta con la doppietta, senza frenare.

A San Giustina era fatta!

Meglio dell’altra volta quando abbiamo tolto le catene.

dal Salto.

-Andiamo dritti pe Arbisoa allunghiamo.Ma facciamo mille curve in meno!-

A Steia finiva la neve.

Arbisoa le prime auto

-Facciamo un puttantour a Savona?-

-Ma è tardi fa freddo.-

-Va be’ andiamo.-

E allora ancora una cantata:

“La chiamavano Bocca di Rosa metteva l’amore sopra ogni cosa”

Ma non c’era nessuno, anche loro, tutte a dormire.

Giriamo dalla Toretta lasciamo Savona.

Il rombo della Mille Miglia, la marmitta after market, che faceva tanto figo, nelle gallerie.

Il mare di Roglio una cosa nera immobile.

Ma siamo arrivati.

Varazze manco un cane.

Ancora una Marlboro l’ultima, fermi sotto casa.

-Sabato andiamo a Spigno?-

Due amici.

Due Amici

“Ti devi parlo’ cun Baci”

Così mi fu detto e così feci.

Mi aspettava fuori dalla sua casa ad Alpicella, in una bella mattina di maggio.

Annotai qualcosa su un pezzo di carta, ma poi, il suo raccontare si snodò in tante altre storie, che divenne impossibile stargli dietro.

Rimasi ad ascoltare.

Parlava di un mondo che non esiste più, ma il racconto che più mi incuriosì fu quella di due ragazzi, che si ritrovarono a fare la Storia, senza neanche saperlo.

Erano due amici

Cresciuti troppo in fretta, si erano ritrovati insieme a ragionare e a far da uomini anche se non avevano vent’anni…in due.

Passavano le giornate ad impilar pietre, per rendere coltivabili quei poveri terreni nei pressi du Rian da Sera. Insieme a loro i prigionieri austriaci.

Un lavoro duro, per un tozzo di pane e nulla più, poveri cristi mandati a far di quell’enorme morena, tanti cubi di pietra

Conoscevano una ad una, le pietre di quei cumuli, oggi ancora lì a perpetrare ai posteri quell’immane lavoro.

Pelle e ossa, con le pance sempre vuote diventarono amici e complici

di scorribande, a rubar, per fame, frutta nella bella stagione.

Agili e abili rubagalline e conigli.

La facevano sempre franca.

Terminarono i rombi della Prima Guerra.

Erano gli anni della scelta, decidere se restare a ricostruire una nazione messa in ginocchio dal conflitto o emigrare come fecero in molti.

In California, dove già si era consolidata una comunità italiana.

Il lavoro oltreoceano, non mancava, ma la vita era molto dura e le notti la’ in America, lunghe da far passare.

E tutta quella ricchezza, ostentata a disprezzo della loro onesta povertà.

Il primo furto fu molto semplice, tanti soldi e nessun rischio.

Forse i proprietari manco si erano accorti di quei dollari che mancavano.

Come quando andavano a rubar galline e conigli, mai esagerare.

Li beccarono una notte, il solito spione li aveva venduti per quattro soldi

Invece dei dollari trovarono le colt spianate, degli agenti federali.

Finirono a s.Quintino.

Da quel luogo brutale ne uscirono, arruolati nella divisione Buffalo.

Avevano bisogno di guide, che conoscessero il territorio ostico della Liguria e che sapessero interagire con la popolazione, conoscendo il dialetto dei nostri bricchi.

Il patto era chiaro, al loro ritorno negli States a fine ferma, la pena anche se ridotta, la dovevano comunque scontare.

Arrivati al comando alleato di base a La Spezia, furono messi al corrente di una missione segreta.

Sbarcati da un sottomarino al largo di Varazze, dovevano percorrere la via del sale, verso la Guardia, arrivare sulle alture e aspettare ordini.

I tedeschi stavano preparando la via di fuga.

Dovevano intercettare un carico d’oro, che avrebbe preso la via dei bricchi, perché sulla normale viabilità, sarebbe stato facile da intercettare

Il tragitto più breve per raggiungere l’Oltre Giovo è quello di Fo Lungo.

Dovevano intercettare e facilmente impadronirsi di quel carico d’oro.

A qualsiasi costo.

Ma non ci fu bisogno di sparare un solo colpo.

Videro arrivare da lontano il mulo con quelle due casse sul basto.

Quella povera bestia, abituata a fare quel tragitto, avanzava lungo la mulattiera, senza bisogno del conducente

Il loro istinto di ladruncoli ebbe il sopravvento.

Come a rubar galline e i conigli, mai esagerare.

Prelevare un poco di quell’oro, quel tanto che nessuno se ne potesse accorgere.

Aprirono le casse, ma niente oro, quelle casse erano state svuotate e riempite di pietre!

E ora che fare chi avrebbe creduto alla loro storia?

Due avanzi di galera come potevano essere credibili?

A questo punto, era meglio fuggire, disertare e non tornare mai più in America

I parenti all’Alpicella li avrebbero aiutati.

Ma successe qualcosa che li fece desistere da quella decisione.

– Hai visto quelle pietre che erano nella cassa ?-

– Si ho pensato la stessa cosa-

– Sono quelle pietre che io e te conosciamo bene-

– Ma tu pensi che?-

– C’è solo un modo per saperlo-

Il racconto finisce qui, i due amici ritornarono in America.

A seguito della vittoria contro l’Asse, ci fu un’amnistia e i due amici, non tornarono più in carcere.

Non sappiamo se mai riuscirono a trovare quel tesoro, fra quelle centinaia di cumuli di pietra dau Rian da Sera

C’è chi dice che sia ancora là in chissà quale cubo di pietra.

Francesco Baggetti

Quel vento al Muntado’

C’è un’energia, che resta nei luoghi abbandonati, dimenticati, frequentati, in un tempo anche lontano, dagli esseri umani

Capita, a volte di visitare un rudere, una strada antica, un bosco centenario ed avere strane sensazioni.

Si percepisce ancora qualcosa di quell’umanità, in un rudere, un campo incolto o lungo una strada, ancora con le sue belle ciappe de pria.

O le rocce, dove l’uomo si arrampicava, per essere più vicino al cielo a pregare per avere la benevolenza degli dei e poi di un solo Dio.

Il Muntadò, nome che probabilmente deriva dall’unione di due parole munta e duu (salita e dolore) è uno di quei luoghi.

Lì convergono tre lembi di terra come fossero linee di forza.

Su questo monte si svolgevano i riti dell’antica religione.

Il Muntadò si erge maestoso sulla valle Teiro.

Un magnifico posto di osservazione con un suggestivo panorama.

La sua cima fu devastata dalla costruzione una postazione antiaerea.

Le fattezze del Muntadò sono tipiche di un’antichissimo vulcano.

Sulle sue pendici si trovano dei minerali provenienti dal centro della terra.

Il Muntadò è l’ultimo bricco che lascia il sole al tramonto.

——————-

Aveva fatto molto caldo, in quell’estate di tanti anni fa e ora anche l’autunno regalava belle giornate gradevoli

La brezza serale a fine settembre era frescolina, ma questo non impediva a e belle figge e zuenotti, di risalire la via Gianca e poi arrivati al Beato Jacopo, deviare furtivamente sul Muntadò.

“U se ghe sente “, dicevano i vecchi per far desistere i giovani ad appartarsi lassù

Ma quando si è giovani si sa per sfida o per il fascino del proibito, si è soliti non rispettare i divieti.

Anche i due giovani della nostra storia, tenendosi per mano, sfidavano i fantasmi che vivevano lassù.

Perché rinunciare a quello spettacolo della nautura?

Il tramonto aveva colorato di rosso il cielo alla loro destra, mentre dalla parte opposta, avanzavano cupe le ombre della notte.

Un mare ancora blu era disteso davanti al loro.

E laggiù si potevano già contare i primi lumi de Vase accesi.

Restavano in silenzio, abbracciati, con gli occhi chiusi.

Respiravano l’energia di quel luogo e dei loro vent’anni

Stavano per ore abbracciati, di fronte a quello struggente panorama, seduti su quella pietra a farsi promesse d’amore per la vita.

E quante volte ritornarono ancora, loro due, in vetta a quel colle a lasciar ogni volta una pietra.

Era il loro pegno d’amore

Prima che la follia della guerra portasse la distruzione su questo bricco, gli anziani ricordavano quel mucchio di pietre sulla cima del Muntado’

Poi la vita va, ci disperde in tanti rivoli, per poi farci arrivare tutti in un grande mare blu.

In un giorno di vento, sparse le ceneri di lui, lassù, sul Muntadò.

Lì ritornava, anche quando le gambe faticavano a salire.

Si sedeva su quella pietra, con il piede cercava dove avevano seppellito il loro segreto.

Aspettava.

Sempre prima o poi arrivava quel vento leggero

– Ciao-

Diceva lei, con un filo di voce.

Francesco Baggetti

Accadde un’Estate

Con quest’ultimo racconto del 2023, voglio ringraziare tutti coloro che mi seguono e per le belle parole di apprezzamento. Stimoli per continuare a raccontare di Varazze, della nostra storia e di quei fatti di cui se ne perde memoria.

Le storie di Francesco Baggetti e gli altri articoli pubblicati nella pagina Giaun Marti

Li potete trovare anche nel blog quellisciudateiru.com

Buon 2024!

Accadde un’Estate.

In paese non si parlava d’altro.

Ma come era possibile?

Lui, lo scapolone d’oro, si sarebbe sposato?

Quello che si vantava dicendo ” basta donne!” facendo così intendere, che di cuori femminili, ne aveva infranti molti.

I maligni, che non mancano mai nelle pubbliche piazze, in ogni pur piccolo paese, avevano di che sparlare.

A cinquant’anni poteva comodamente scegliere tra quelle che da sempre trepidavano per accaparrarselo.

Ma allora perché aveva scelto lei come sposa?

In paese tutti sapevano chi era quella donna.

C’era chi conservava ancora una copia del giornale, con la sua foto.

Ci sono cose che molti ignorano, come quelli che guardano il dito e non vedono la luna

Lui intuiva, percepiva a naso quelle dicerie.

Ma che gli importava?

Tanto tra non molto sarebbe andato via, da quel covo di vipere

E già godeva al pensiero delle loro facce, quando avrebbe messo il cartello vendesi sul portone di casa.

Andava a vivere da lei.

Bella e strana la vita.

Mai prima d’ora, avrebbe accettato di abitare in un condominio e per giunta in un quartiere di Genova, congestionato dal traffico, dove trovare parcheggio era cosa ardua, se non

impossibile.

Ma…mai dire mai nella vita.

La loro storia iniziò come un amore estivo, nato in quello stupendo, suggestivo scenario dell’alta Val d’Orba, dove lei già da ragazzina passava l’estate.

Con l’arrivo della bella stagione, molte famiglie genovesi, andavano in villeggiatura nell’entroterra, al fresco dei boschi, per “cambiare aria” come si soleva dire.

La vacanza ideale per chi abitava in una grande città

Bambini e ragazzi di Genova e dintorni, si ritrovavano tutti insieme a giocare, fare il bagno nei laghetti o a passeggiare in quelle meravigliose faggete della Val d’Orba

Tutto ebbe inizio al tramonto di quel giorno d’estate, con l’odore pungente dell’erba tagliata.

I papaveri, fiordalisi e tutti gli altri fiori, coloravano i prati, lungo quella strada, che dal Passo del Faiallo, con stretti tornanti, discende il crinale, per arrivare a Urbe.

Aveva accettato un passaggio in auto ed era felice.

Finalmente quel ragazzo si era accorto di lei!

Ma non sapeva se fidarsi del tutto, era del posto, diverso dai suoi coetanei di città.

Lui era già un uomo, forte e coraggioso, capelli neri, quella pelle sempre abbronzata con la muscolatura ben accentuata, di chi era avvezzo a lavorare all’aperto… bello!

Lei lo vedeva così e ne era segretamente innamorata.

Si conoscevano da qualche anno, frequentavano gli stessi ritrovi serali.

La vecchia cinquecento era a suo agio, in quelle stradine tutte curve, del nostro entroterra e in discesa dava il massimo!

Gli piaceva guidare con la disinvoltura di chi conosce bene la strada, con lo scopo di destar ammirazione e far colpo sulla passeggera

Ma non fu così per lei, che nel cercar di nascondere il suo mal d’auto, ottenne l’effetto opposto.

Troppo tardi per fermare l’auto e aprire la portiera

Grande fu l’imbarazzo di lei, mentre lui si prodigava in mille scuse, ben sapendo che era tutta sua la colpa.

Il fatto divenne un aneddoto da raccontare e da riderci su insieme agli amici del bar.

Bellissime quelle estati!

Poi qualcosa accadde, una sera di mezza estate, raffrescata dal marino, lui le mise la sua maglia sulle spalle.

Nessuno mai, le aveva usato quella cortesia.

La luna era alta nel cielo, nei prati il canto dei grilli, lui le prese la mano, mentre l’accompagnava a casa, e quando furono arrivati, rimasero lì per un tempo infinito a guardarsi negli occhi a sussurar parole mai dette prima.

Divennero amanti appassionati

con le parole gridate al vento e i loro vent’anni

Inseparabili a far i bagni nella diga o in quella rotonda a ballare, lui la portava con sé a funghi e a caccia, le faceva imbracciare il fucile, le insegnò come prendere la mira e a non aver paura delle armi.

Il loro non fu uno dei tanti fugaci amori estivi, che se ne vanno, come quando arriva il vento d’autunno, a far volare le foglie secche.

A fine estate, con la sua famiglia lei ritornò a Genova.

Lui con quella scatoletta a quattroruote, ogni fine settimana, era in quella grande città per stare vicino alla sua amata.

Solo la chiusura del Passo Faiallo, in caso di forti nevicate, lo tratteneva dal rivederla.

E così fu, per due bellissimi anni.

Poi i rivoli delle loro vite, presero altre direzioni.

Ebbero entrambi altre storie e amori dimenticati.

Lui restò in quel paese della Val d’Orba, anche se la sua attività di allevatore di bestiame era nella grande pianura.

Lei fece un matrimonio importante, un dirigente della fabbrica dove lei lavorava, la prese in moglie.

Ma la bella vita finì presto, troppa la differenza di età e la gelosia di lui.

A casa erano botte insulti e privazioni.

Accadde un’estate

L’avvocato puntò tutto sulla legittima difesa, da quell’uomo violento

Ma dal caricatore di quella pistola, furono sparati tutti i colpi.

La sentenza fu pesante 20 anni.

Lui era presente quel giorno in tribunale.

Era rimasto in disparte, in fondo a quel grande salone, vedeva da distante i suoi lunghi capelli, e lei piccola in mezzo a quegli uomini con la toga.

Ma poi successe qualcosa….

Ad un certo punto, come se avesse percepito la sua presenza, lei si voltò a cercarlo tra i molti presenti.

I loro sguardi si incontrarono.

La rivide quando lei, uscendo dall’aula, gli passò accanto, lui accennò un sorriso, lei gli rispose con un lampo dei suoi occhi.

Uscì dal carcere di Pontedecimo, un giorno d’estate.

Lui era lì ad aspettarla.

Si era fermato, strada facendo a raccogliere papaveri e fiordalisi.

Lui le disse

” Sai dove andiamo?”

Lei annusò quei fiori, che sapevano di libertà di cose belle, già vissute, gli sorrise e disse

” Si! Però questa volta vai piano”

Francesco Baggetti

L’Oratorio

Eravamo dei piccoli Serveghi, io e i miei tre amici, dei Seotti, scavezzacolli, intenti sempre a combinar qualche malefatta.

Impolverati, sporchi e a volte sanguinanti, con le ginocchia perennemente scorticate.

Si rientrava a casa la sera per beccarci, ogni volta le urla e le botte dei nostri genitori.

Con la vana minaccia di non uscire più di casa!

Noi padroni del nostro territorio, che era tutto lì, dove il Teiro compie l’ultima curva, intorno al colle di S. Donato, fino alla sommità du Vigno’, e da Castagna

Di questi posti, conoscevamo ogni cosa, ad occhi chiusi.

Tutti i sentieri del bosco, i posti più inaccessibili dove costruire le capanette o giocare alla guerra

Le grotte i rifugi di guerra i Rian, l’acqua verdenera delle Peschee, i Bei, i Pisciuelli dove dissetarsi.

Sapevamo dove erano gli alberi da frutta, da depredare, Perseghe, Bricoccole e Scesce.

Avevamo anche un campetto da calcio, in terra battuta e pietre.

In quel quadrato di terra e pietre, delimitato dalla segatura, in quelle lunghe estati calde, si alzavano nuvole di polvere a rincorrere un pallone.

Interminabili partite, sotto un sole cocente a sbucciarsi le ginocchie e poi il Teiro, fonte di innumerevoli giochi e passatempi, come quello della caccia ai Mungagi le bisce d’acqua e le anguille, che rischiarono l’estinzione in quel periodo!

E poi violenti scontri, botte, distruzioni di manufatti e pietrate, contro la banda del Parasio, quando invadeva il nostro territorio.

Nel disperato tentativo di “civilizzarci” fummo iscritti all’Oratorio Salesiano, c’era Don Morelli, che ci sapeva fare con i tipi “difficili” come noi.

Qui potevamo dar sfogo alle nostre energie, giocando a pallone, su dei veri campi da calcio .

Legata con una catenella una spazzola per pulire le scarpe, e risparmiare le sgridate a casa.

Dopo la messa si faceva colazione al baretto e poi si formavano le squadre, con i due capitani che sceglievano i giocatori da schierare.

Spesso però, c’era abbondanza di materia prima, troppi giocatori e non si riusciva a entrare in una squadra.

La voglia di giocare era tanta e allora provai anche il ruolo di portiere, c’erano pochi pretendenti e si riusciva a giocare qualche partita.

Durante un incontro, però nel tentativo di deviare un bolide, indirizzato da Vincenzo Berio verso la rete, da me difesa, opposi la mano sinistra, e la pallonata me la piegò violentemente all’indietro.

Provai un dolore lancinante e fui costretto ad abbandonare il campo.

Il polso mi fu fasciato stretto, non era rotto, ma dopo una settimana il dolore persisteva e non riuscivo a recuperare l’uso della mano.

Fui accompagnato anche da “un guaritore” a Celle, che sistemava i nervi con un unguento miracoloso oleoso e profumato e con strane parole rituali.

Riacquistai l’uso dell’arto dopo circa un mese!

Non giocai più in porta.

In estate, l’Oratorio organizzava dei tornei, con tanto di sponsor, dei bagni marini o di qualche esercizio commerciale.

Io solitamente durante queste partite giocavo in difesa.

Con lo sponsor del Biscottificio Giordano, arrivammo a giocarci la finale.

Io dovevo marcare Rattone, il capocannoniere del torneo.

Fisicamente era una lotta impari, lui grande e grosso, io sempre il solito mingherlino.

Riuscii, comunque, a “marcarlo stretto” lui era forte, ma lento e io riuscivo ad anticipare, le sue giocate.

Ricordo i gesti di stizza, ogni volta che gli portavo via la palla.

La partita finì con un pareggio, e poi per colpa di un arbitraggio scandaloso perdemmo la bella.

L’Oratorio diventò la nostra seconda casa, io e due miei amici facemmo anche i chierichetti.

Ma non durò molto, eravamo costretti a star troppo tempo fermi e a rispettare tutta quella disciplina era un vero supplizio per noi.

Tutto si svolgeva secondo ritmi prestabiliti, la messa, la partita di pallone, poi il pomeriggio, la funzione pomeridiana con la benedizione e il film al teatro.

Con l’immancabile sacchetto di patatine e la bottiglia d’aranciata o di gazzosa.

La visione del film era gratuita, se sul tesserino c’erano il timbro della messa al mattino ed era stata perforata la tessera, con la stelletta della funzione pomeridiana.

A fine anno, si consegnavano i tesserini e si aveva diritto ad un premio in base alle presenze segnate sopra.

Ricordo, quando come primo premio, c’era in palio, una bicicletta.

Io avevo una vecchia bici con le “bacchette” e mi piaceva molto quella bici bella nuova.

Allora m’impegnai e riuscii ad avere, a fine anno, una tessera con tutti i bollini della messa al mattino e le perforazioni della funzione pomeridiana più il bonus da chierichetto!

Quella bici doveva essere mia!

Ma sfortunatamente, durante la cerimonia di premiazione delle tessere, nel cinema teatro dell’Oratorio, in mezzo al frastuono e alle urla di noi bambini, non udii il mio nome.

O non fu mai pronunciato.

E così il primo premio la bicicletta, quello che doveva spettare a me stranamente fu ritirato dal palco.

Non c’era più Don Morelli, misteriosamente allontanato qualche anno prima da Varazze.

Mi recai dal nuovo direttore, Don Redolfi insieme a mio papà, per chiedere spiegazioni dell’ingiustizia subita.

Ma per tutta risposta, il direttore mi disse, che il mio nome era stato pronunciato.

Avevo vinto il primo premio, quella bici!

Ma nessuno aveva risposto, perché, disse il direttore, io non ero presente durante la premiazione!

E quindi quella bicicletta era stata ritirata e consegnata ad un’altra persona!

Un pensionato che faceva dei lavoretti per l’Oratorio.

A niente servirono le mie proteste e la mia vera versione dei fatti, dove dichiaravo la mia presenza durante la premiazione.

Ma ero un bambino e quindi, secondo il direttore, non potevo essere sincero!

Poteva cercar dei testimoni, per avallare la mia presenza durante la premiazione ma non lo fece

Io ebbi un premio di consolazione, un porta penna con l’effige di Don Bosco!

Mai tradire un bambino!

Da quel giorno deluso iniziò il mio progressivo allontanamento dai riti religiosi.

Per anni, ogni volta che vedevo quella bicicletta mi ricordavo del torto subito.

Era lei anche quando gli fu cambiato il colore da bianco a giallo.

Questa fu senz’altro la mia prima grande delusione della mia vita.

Che ricordo ancora nonostante tutto il tempo che è passato.

Brutta cosa, tradire la fiducia di un bambino…..

Tratto dal mio racconto “Un bosco, un fiume e quattro amici”

Foto: Archivio Fotografico Varagine