A Gescia de S. Maria Maddalena d’Arrestra

La chiesa campestre di S.Maria Maddalena, sorgeva presso l’attuale località du Muinetto all’ingresso di Cogoleto in sponda sinistra del torrente Arrestra.

Era edificata nei pressi dove ora passa la linea ferroviaria.

Le prime notizie della chiesa sono del 1312, indicata negli scritti come ospedale

Era un edificio di architettura bizantina, non aveva campanile, le mura in pietra intonacate, con il soffitto a volta in mattoni, non aveva l’abside.

Gli abitanti della zona, erano molto devoti a S.Maria Maddalena e in questa chiesa, ogni anno il 22 luglio partecipavano alla processione.

La zona du Muinettu, servita dal beo da Ciusa du Bambuggiu, annoverava diversi opifici, tra cui una fonderia molto vicina alla chiesa.

Il parroco nel 1835 si lamento’ che in quell’opificio si lavorava anche la domenica, contravvenendo ai dettami cristiani del giorno di riposo, recando disturbo durante lo svolgimento delle funzioni religiose domenicali.

Il direttore da Ferrea, aveva la risposta già pronta, il metallo che doveva produrre era strategico per il regio esercito, adoperato per la fabbricazione dei proiettili.

Si accordarono per far ascoltare la messa agli operai in fabbrica, non effettuando lavorazioni rumorose durante l’esecuzione della funzione religiosa.

Ma le esigenze della Patria, ebbero il sopravvento e la chiesa venne demolita nel 1850, perché si doveva ingrandire quel strategico stabilimento per la produzione di materiale bellico

Nel 1874 fu ritrovata persa in un vigneto della zona una pregiata lastra in marmo.

La metà di un pregevole manufatto in marmo bianco, con incisioni di discreta fattura.

Raffiguranti, una croce che doveva essere unita ad un altra croce, nella parte mancante, con un nastro inciso, che ricorda la fettuccia con cui erano legate le corone di alloro trionfaĺi degli imperatori romani.

A destra nella foto è rappresentata la corona trionfale di Cristo.

Questa lastra di marmo era un Pluteo, molto probabilmente faceva parte dell’altare della chiesa di S.Maria Maddalena.

Oggi è esposta nella palazzo comunale di Cogoleto.

La lastra di epoca bizantina, faceva parte probabilmente del bottino delle razzie, perpetrate nei secoli X e XI in Grecia ad opera dei veneziani e dei genovesi e arrivato a Cogolitus trasportato via mare.

Complesse indagini sul tipo di marmo del Pluteo di Cogoleto, effettuate tramite microscopio ottico polarizzatore analisi geochimica ecc. ha permesso di stabilire con assoluta certezza la provenienza del marmo da una cava di Saraylar nell’isola di Marmara.

Il direttore emerito Dott.ssa Alessandra Frondoni, ricorda gli scavi effettuati presso la chiesa di San Duno’ a Vase dove furono rinvenute le testimonianze del Castrum Bizantino.

A questo punto non è da escludere che il Pluteo, fosse una produzione locale, ligure, inciso sul marmo proveniente dall’isola di Marmara.

La Dott.ssa Frondoni conclude un’ampia, interessante e documentata analisi del Pluteo della chiesa di S. Maria Maddalena dell’Arestra, con una considerazione storica.

“Il Comune di Cogoleto può a buon diritto fregiarsi di conservare una delle rarissime sculture databili al periodo bizantino esistente nella nostra regione quando Genova e la Liguria erano veramente l’ultimo baluardo dell’impero bizantino ad di fuori di Ravenna”

La chiesa di S.Maria Maddalena, dava il nome a un ponte di epoca medievale

Il Ponte della Maddalena, che con il suo bell’arco spostava la viabilità in sponda destra dell’Arrestra.

Di quel ponte oggi sono visibili, anche se fagocitate dalla vegetazione, le basi sulle sponde dell’Arrestra.

Sotto la verticale del soprastante viadotto autostradale.

Fu distrutto durante la seconda Guerra Mondiale

La viabilità medievale, oltrepassato il torrente Arrestra saliva verso il monastero Vallombrosiano di S.Giacomo in Latronorio.

Oggi di questa strada in salita restano ancora alcune testimonianze.

Poi del sedime di quell’antichissima viabilità, se ne perdono definitivamente le tracce.

Il percorso della strada medievale, che arrivava a Varagine, non è documentato da scritti o ricordato dal passaparola generazionale.

La traccia del percorso presunto, si basa su delle osservazioni effettuate in campo e da verosimili, opinabili, considerazioni.

In una recente consultazione di un antica carta topografica, si intuisce seguendo un tratteggio, quale poteva essere il percorso della strada, che oltrepassava lo Spurtigio’ e arrivava all’altro monastero quello di S.Maria in Latronorio per poi proseguire verso l’abitato di Varagine.

La strada verosimilmente scendeva verso l’alveo du Spurtigiò, nell’unico punto dove ancora oggi è presente una propaggine che degrada verso l’alveo del fiume.

U Spurtigio’ era probabilmente superato con un ponte in legno.

Questa zona, fu anche sede, durante la Seconda Guerra Mondiale, di una postazione di artiglieria descritta in un mio articolo ” I Canuin du Spurtigio'”

https://quellisciudateiru.com/…/29/i-canuin-du-spurtigio/

Superato il ponte e dopo una discreta salita la strada, proveniente dalla Maddalena, si raccordava ad un’altra viabilità dimenticata, quella che parallela all’7 Aniun, raggiungeva la località da Custo’.

La viabilità sopra descritta, fu abbandonata, perché a metà del 1700, fu costruito un ponte, forse in muratura e legno, che valicava lo Spurtigio’ nei pressi della sua foce.

Da qui la strada proseguiva poi in salita, per arrivare al Castello d’Invrea.

Spunti storici e foto da :

Il Pluteo di Cogoleto Storia di un Marmo Bizantino

Documento Millenario di Cogoleto.

La Lapide di Gaetano Negri

Il 31 luglio 1902, avvenne un triste fatto di cronaca, sulla sponda di sinistra dell’Arzocco, verso la parte sommitale del fiume.

L’ex senatore Gaetano Negri in villeggiatura nella nostra città, perdeva la vita durante un’escursione, precipitando in un dirupo.

Mentre percorreva il sentiero che dal Cavetto sale in direzione da Cruscea de Vie.

In sua memoria, la famiglia pose una lapide, in prossimità dell’accaduto, dove scorre un ruscello, che scende dal bricco Dui Munti.

Questo luogo è chiamato la Lapide o impropriamente la sorgente di Negri.

Dell’antico sentiero da me percorso nel 2020, ben tracciato e a tratti sostenuto da poderosi muri, non rimaneva che un abbozzo, in mezzo alle crescite spontanee della vegetazione mediterranea, presente in questa zona con molteplici biodiversità.

Sono diverse le frane in movimento e alcune già colonizzate dalla vegetazione.

E’ un bel percorso praticamente sempre pianeggiante, eccettuato l’imboccatura, da me effettuata a “sensazione” 50 metri a destra della villa Turone.

Purtroppo non esistono indicazioni e/o segnavia, si sale e si costeggia la panoramicissima, ma cadente Ca de Toe poi il percorso prosegue, sempre facendosi largo in mezzo agli arbusti.

E’ un vero e proprio percorso botanico, dove la fa da padrone il mirto, i cui frutti, proprio in questo periodo raggiungono la maturità, richiamando lungo questo sentiero, alcuni raccoglitori di queste bacche.

Ad un bivio, bisogna scegliere il sentiero di sinistra, quello pianeggiante, l’altro percorso in salita è quello che arriva ai Brasci denominato a Munto’ de Crave.

Si prosegue sempre, fra arbusti e piante, ho censito, in base alle mie limitate conoscenze botaniche, almeno una decina di piante diverse, ginepro, mimosa, tasso, corbezzolo, carrubi, lentisco, erica, gli onnipresenti rovi e naturalmente lecci e pini presenti in verde o con i loro “totem” retaggi degli incendi degli anni 90.

A chi piace la natura “servega” qui è appagato!

Siamo al cospetto delle gole dell’Arzocco, in alto dalla parte opposta, la Costa di Casanova, dove si intravvedono i muri della via Bianca.

Ci vuole circa 20 minuti qualcosina di più, dalla Ca’ de Toe alla lapide di Negri, prestando sempre attenzione a dove si mettono i pedi!

Si arriva dopo una curva, al monumento, completamente occluso, alla vista, da un corbezzolo, che ha deciso di radicarsi proprio alla base della lapide.

Questo è il tassello finale, che sancisce, lo stato di totale abbandono, di questo antico percorso.

Un sentiero reso tristemente celebre da un fatto di cronaca e dalla famiglia di Negri, che ha voluto posare, in ricordo del famigliare, una lapide, oggi illeggibile a causa dalle muffe, forse nella speranza, non corrisposta, di una futura memoria.

Facile e inevitabile pensare a questo punto allo stato di abbandono del nostro entroterra e in particolare di strade e sentieri, bisognosi di continue manutenzioni.

Chi leggerà questo mio post magari conosce questa località, sarebbe necessario intervenire con sollecitudine, per il ripristino del percorso, cosa ancora fattibile, prima che scivoli completamente a valle.

Ma a chi può interessare, questo sconosciuto simbolo di storia locale?

Il sole sta tramontando e mi conviene ritornare prima che venga buio, anche i raccoglitori di mirto sono andati via.

Le ultime foto, sono per il canale scavato e murato a lato monte del sentiero che prelevava l’acqua da na Ciusa dell’Arzocco tramite un canale e la convogliava per irrigare I terrazzamenti da Ca de Toe.

Il Beo poi si diramava per arrivare con un canale nella Peschea dell’acqua Ferruginosa e con un’altro canale poi sostituito da un tubo che sovrapassava l’autostrada in te Peschee du Turiggia.

Un’altra testimonianza del lavoro e dell’ingegno delle passate generazioni, che sarebbe bello da conservare, valorizzare, prima che tutto venga inglobato dalla vegetazione o frani a valle.

Non manca un pò di rumenta ma roba vecchia, rottami di ferro, comunque meglio della plastica una presenza costante, nei nostri boschi e nei nostri fiumi.

Sconsiglio la percorrenza di questo sentiero!

Adatto solo ad escursionisti esperti, visto la presenza di alcuni passaggi impegnativi e comunque sempre con un buon paio di scarpe e mai da soli.

Gaetano Negri (Milano, 11 luglio 1838 – Varazze, 31 luglio 1902) è stato un militare, storico, critico letterario, geologo, politico e scrittore italiano. In precedenza al proprio impegno politico, Gaetano Negri si era distinto come ufficiale dell’esercito italiano nell’Italia meridionale, in particolare contro due bande di briganti nei territori di Montesarchio e Calitri, ricevendone due medaglie al valor militare. Quando intraprese l’avventura politica, entrò nelle schiere della Destra torica Fu deputato e senatore del Regno d’Italia, rispettivamente nella XIV e dalla XVII legislatura, nonché sindaco di Milano

Quellu Luu au Muntado’

Sarebbe bastato chiedere il parere ad una persona anziana e quella testa bianca, magari con una risposta molto colorita, avrebbe espresso il suo parere!

Ma nessuno ascolta più i vecchi.

Hanno quella cosa noiosa, che si chiama memoria.

Se ne poteva fare a meno del ritorno del lupo nei nostri boschi.

Ora non teme più la presenza dell’uomo.

E si sta avvicinano alle abitazioni.

Qualcuno gli darà del cibo.

Ritornerà a cercare un uomo per aver qualcosa da mettere nella pancia.

E un lupo affamato in un modo o nell’altro l’avrà

Ritorniamo indietro di qualche secolo.

Il Muntadò è quel bricco che sovrasta la Costa di Casanova, uno dei luoghi della nostra città più ricchi di storia.

Alle sue pendici è nato e sorge la chiesa del Beato Jacopo.

Qui la via Bianca l’ex via romana, con un’ampia curva scavata nei metagabbri e ofioliti del Muntadò, scende di quota, prima della vertiginosa ininterrotta discesa verso il centro citta.

Sulla vetta, i residui di una postazione antiaerea della seconda guerra mondiale.

E il solito misterioso Muggiu de Prie, uno dei tanti presenti sui Bricchi che circondano Varazze.

Il Muntadò, Cruscea de Vie.

In antichità, questa altura era un naturale punto di osservazione e una porta di accesso alla vallata del Teiro.

Dove erano i primi insediamenti umani, residenziali e manifatturieri.

E’ probabile, che sul Muntadò nel periodo tardo romano/ medievale vi fosse un presidio armato, in contatto visivo con un altro fortilizio quello del Bricco della Forca da e Prie de Lima.

Altro punto nevralgico del sistema difensivo della Valle Teiro.

Il Muntadò naturale punto di osservazione per uomini e animali…..

Dove un giorno era appostato, nascosto alla vista un lupo solitario.

Da qualche ora quel temibile carnivoro, stava osservando quel gregge di pecore.

Aveva individuato la sua possibile preda, era quella più indifesa e senz’altro meno veloce a scappare…una bambina.

Era una di quelle bambine e bambini, che già a 6/7anni, facevano parte, dell’economia delle famiglie contadine.

Essere mandati a pascolar delle pecore, era senza dubbio, il lavoro meno ingrato che poteva capitare.

Mario Damele, ha riportato alla luce, un triste fatto accaduto proprio sul Muntadò conservato nell’Archivio di Stato di Savona.

I Lupi a Casanova di Mario Damele

Un triste Venerdì 22 Febbraio 1650 si sentirono echeggiare per tutta Casanova alta, a Montedolo le urla disperate di Maria Damele, una ragazzina di tredici anni, che mentre stava pascolando le pecore dei suoi familiari insieme a sua cugina Franceschetta Damele di dieci anni, furono assalite da un lupo, che addentò alla

gola la detta Franceschetta, trascinandola verso il bosco.

Maria chiamò disperatamente aiuto e la sentì lo zio Luca

Guastavino, che accorse subito ma non riuscì a spaventare il lupo che non mollava la preda.

Intervennero anche il padre di Maria, Andrea Damele e il cugino Giovanni Damele, padre di Franceschetta.

il lupo scappò e lasciò la povera Franceschetta, che però era morta.

Maria Damele figlia di Andrea fu Luca raccontò cosa era successo:

“”Essendo ieri qui in luogo detto Montedò che guardavo delle pecore di compagnia di Franceschetta figlia di Giovanni Damele fu Pietro di Lazzarino ci disse che andassimo a vedere così dall’alto se il lupo avesse preso delle pecore, montassimo sopra un monticello e subito vedemmo il detto lupo.

Io dissi alla detta Franceschetta andiamo via che il lupo viene alla nostra volta.

Ci posimo in fuga ma il lupo corse e prese detta Franceschetta per i denti e se la pose sotto la pancia e la morse subito nella gola e l’ammazzo.

Io mi posi a gridare e chiamai il barba Luca dicendole che ci aiuti. Il detto barba Luca corse e ce la fece lasciare, ma il lupo prima di lasciare detta figlia la trascinò due o tre volte e non la voleva mai lasciare.

Il racconto di Luca Guastavino fu Tomaso (anni 50) zio di Maria:

“”Ieri essendo in una villa detta Montadò di Casanova sentii gridare una figlietta di Andrea Damele che mi disse barba Luca il lupo ha preso Chica volendo dire detta Franceschetta, corsi subito ad aiutare detta figlietta e vidi che il lupo aveva detta Franceschetta sotto la pancia che l’addentava. Le gridai per fargliela lasciare e se non vi venivano delle altre persone non gliela potevo far lasciare.

Questo non è un racconto fantasioso, una storiella ! E’ la trascrizione di un atto ufficiale, registrato sui registri e filze della curia criminale di Varazze (equivalente all’attuale tribunale penale). Atti conservati all’archivio di stato di Savona.

Con questo racconto ho voluto ricordare Mario Damele, chissà che cosa avrebbe detto sull’argomento lupi, questo nostro compianto grande concittadino, una grave perdita per la nostra comunita.

Non finiremo mai di ringraziarlo per le sue opere, ricerche, scritti che ci ha lasciato da cui traspare tutta la sua appartenenza e amore per la nostra terra.

Dovevamo prenderci un caffè, avevo tante cose da chiederti.

Ciao Mario

Un Tunnel senza Uscita.

Dedicato a un amico che non ho più

Dovevi combattere con uno spietato nemico che era dentro di te, quella esagerata timidezza, che ti procurava insicurezza e sensi di colpa.

Sentivi arrivare la vampata che

avrebbe arrossato le tue guance

Sapevi cosa fare.

Chiuderti nel cesso

Non dovevi restare lì.

Non in mezzo a loro.

In quell’officina

Eri una preda troppo facile.

Troppo fragile per reagire.

In quel mondo di uomini

Doveva passare ancora tanto tempo, prima che tu riuscissi a farti scivolare le cose addosso.

E chissà se mai saresti riuscito a non arrossire più ogni volta che qualcuno ti rivolgeva la parola.

L’ infinita età dei giochi era terminata.

Ora era l’adolescenza, l’età di mezzo, quando non si è nè carne nè pesce.

L’età balorda.

Finito l’avviamento subito a imparare un mestiere

In casa erano grida e botte ogni giorno, non c’era dialogo tra due generazioni così diverse.

I figli con strane idee per la testa erano da prendere a calci in culo.

Solo i nonni ti prestavano delle attenzioni, ma quelli vivevano lontani e da loro si andava solo nelle feste comandate

Il sesso era tabù in casa nulla trapelava del segreto dei segreti.

Il concepimento.

Per queste cose c’era sempre un amico o un cugino più furbo a svelar il segreto della vita.

Da un giorno all’altro ora non più ingenui ragazzini.

E le donne non più solo mamme, sorelle o nonne.

Lei era già madre di due bambini.

Vi aveva visti crescere in quella zona della città, dove le case lasciavano il posto al verde dei boschi.

Sapeva perché i vostri sguardi erano cambiati.

Sguardi fugaci alle sue forme femminili

Sapeva di essere al centro delle vostre fantasie

Si divertiva a vedervi nascosti nel boschetto.

Sapeva cosa facevate mentre lei era sul terrazzo

La vostra perduta ingenuità, fu l’ultimo tuo ricordo, di quell’età spensierata.

Subito dopo, quei tuoi quattro amici, andarono nella grande città.

Eri da solo ad affrontare quell’età balorda.

In quella periferia polverosa e deserta.

Oggi si è soliti dire che erano bei tempi quelli della nostra gioventù.

Ma non era proprio così.

Non si dava peso al disagio giovanile.

E a quella tua esagerata timidezza.

Si rispondeva con il “Si farà furbo!”

Anche la tua famiglia cedette alle lusinghe della città

La c’era tutto, lavoro e divertimento.

Ma tanta solitudine se arrivi dalla campagna e poi puzzi di officina.

Se anche l’aspetto fisico dice che sei timido

Con quella faccia da bambino impaurito, rossa ad ogni sguardo.

Si divertivano con te, anche con scherzi pesanti

Rafforzava l’ego dei tuoi carnefici.

Tu ogni volta a cercare di uscire da quel tunnel.

Era facile evitare di fare il militare bastava corrompere una persona.

Il cugino furbo lo fece e si vantava.

Tu no eri un soldatino d’Italia negli anni 70.

“Occhi di bosco soldato del regno profilo francese” cantava De André

Eri una preda facile, troppo fragile.

Per chi abuso’ di te in quell’anno con le stellette

Per chi sapeva come far nuovi clienti.

Per queste cose c’era sempre uno a dire che provare non costava nulla.

Conoscesti così quel paradiso artificiale.

E poi non eri il solo a farti, in quell’esercito di leva.

Fini’ quell’anno con le stellette.

Ti dissero; “Ma il militare non ti è servito a niente!”

Arrivò quella vampata ad arrossire le tue guance.

“Sei sempre il solito bambino”

Così si condanna un uomo per sempre.

I buchi te li faceva uno come te.

In quelle braccia nere di quella merda.

Ma era bello sognare a occhi aperti

Stavi bene con te stesso.

Era sempre lo stesso volo pindarico ad ogni dose, con gli infiniti giochi e quella perduta ingenuità.

La vita altre cose belle, non ti avrebbe dato.

Tanti come te, giovanissimi non ci sono più.

Entrati in un tunnel senza uscita.

Francesco Baggetti

If You Leave Me Now

Dedicato a quelli che da ragazzi, hanno avuto un amore segreto.

Oggi chi arriva nel parco di Villa Croce, ex Boschetto, trova un bell’ambiente in mezzo al verde con giochini per bambini, panchine, servizi igienici e un chiosco bar, sempre chiuso.

Ma negli anni 70 il Boschetto era un’altra cosa.

Un rinomato locale da ballo, molto suggestivo con il palco per l’orchestra o il dj e la pista dove si poteva piroettare o fare il ballo del mattone.

Quanti incontri e appuntamenti, con le luci soffuse, sotto quei pini e quella centenaria quercia.

Questa è una delle tante storie del Boschetto, che nessuno ha mai raccontato.

Gli anni della gioventù sembrano sempre i migliori, ma non si tiene conto delle pene d’amore, che l’adolescenza porta con sé.

Lei aveva 17 anni.

Andava a ballare al Boschetto con la compagnia che tutte le estati si formava composta da

varazzini e foresti, tutti ragazzi con la voglia di divertirsi.

Molti a quell’età, avevano segreti amori, quelli che mai ebbero voce, ma che per qualcuno, furono per sempre

Lei aveva occhi solo per quel ragazzo, un pò più grande, riccioli neri e occhi, che quando, di sfuggita, la guardavano, le facevano venire i brividi.

L’estate passò così, lei a sperare che lui la invitasse a ballare i lenti.

Ma quel ragazzo con i riccioli neri, ballava con tutte, tranne lei.

Una canzone in particolare la faceva sognare e si immaginava tra le sue braccia, mentre le note di “If you leave me now”dei Chicago, inondavano il bellissimo parco del Boschetto.

Passo’ quell’estate e tante altre, che lasciarono nel cuore ricordi di gioventù, come quel suo segreto amore.

Lei dopo l’università era andata a lavorare all’estero, in Svizzera, la sua professione di oculista le permise una vita agiata.

Ma ora con i primi capelli bianchi, era forte la nostalgia di casa.

Quella dei genitori era di fronte al mare di Varazze.

In una sala allesti’ il suo studio e lì riceveva i suoi pazienti.

La vita è strana!

Con un tuffo al cuore un giorno, aprendo la porta dello studio, si trovò di fronte a quel ragazzo, diventato uomo.

Il suo segreto amore.

Che cosa buffa!

Lei gli racconto’ di quelle lontane estati

Lui si mise a ridere di questi suoi ricordi e subito si vanto’ delle sue conquiste femminili al Boschetto e visto che erano persone adulte, aggiunse dei particolari piccanti.

Chiacchierarono un pò e lei si lasciò andare, gli disse di quella canzone che aveva molto amato, ma che nessuno le aveva mai fatto ballare.

Lui, da uomo navigato, colse l’occasione e la invitò ad una festa in spiaggia.

Il dj, ad un suo cenno, doveva mettere quella canzone.

Ma non fu quello che si aspettava.

Il ballo era la scusa per esplicite richieste…..

L’idea romantica che si era costruita, crollò improvvisa, come un cristallo in mille pezzi.

Lui se ne andò, in malo modo, lasciandola lì, con una sensazione di disagio e delusione, che la faceva tremare di rabbia

Arrabbiata con se stessa per l’assurda idea di poter rivivere un sogno di ragazzina .

“Che Stupida!”

Si disse, hai 50 anni, non 17!

Si sedette in riva al mare, cercando di ritrovare la calma.

“Ciao dottoressa, ti ricordi di me?”

Lei si voltò con fare aggressivo, verso quell’uomo che si era avvicinato.

Lo guardò .

Lui sorrideva.

Riconobbe quel ragazzo che in quelle estati la accompagnava timidamente a casa.

“Tanto abito qui vicino” diceva.

Lei gli sorrise, lui prese una sdraio e le si sedette accanto.

La luna alta, nel cielo rifletteva un nastro d’argento sul mare.

Fu la prima di molte belle serate insieme.

Ballavano If you leave me now ad ogni anniversario.

Francesco Baggetti

foto Archivio Storico Varagine

U Spettenun

Luigi è una di quelle persone che hai sempre voglia di vedere, perché ha sempre un sorriso per tutti e in ogni circostanza.

Anche se per lui, negli anni 80, non deve essere stato tanto facile, tutti i giorni partire presto la mattina, dalla sua Imperia, per essere alle otto in officina a Vado Ligure.

Una mosca bianca in mezzo a noi, con quel suo essere sempre gentile e il suo aspetto ben curato.

Ricordo il soprannome che gli diedi “Spettenun” per via di quei capelli biondi a spazzola e sempre a posto.

Era uno spasso lavorar con lui e a volte anche in ambienti non proprio idonei, riusciva a essere di buon umore.

E rendeva lieve una giornata lavorativa.

A volte, eravamo a lavorare in un locale interrato, dove c’era una vasca di raccolta acqua marina, un’ambiente caldo umido, con vapori, nebbie e il rumore assordante delle pompe in servizio continuo.

Ad un certo punto, lui andava come in trance e con occhi sbarrati, captava, attraverso quei vapori, la presenza di un essere ostile!

Conoscevo il gioco, restavo fermo immobile, per non essere visto da quell’essere malvagio.

Anche se per nostra fortuna, quell’essere fantastico, vivendo in mezzo a quell’acqua torbida, per forza di cose, doveva avere la vista offuscata!

Luigi partiva all’attacco!

Brandendo quello che capitava, un vecchio tubo da ponteggi o un pezzo di tavola, fendendo l’aria con queste improvvisate armi, ricacciava l’ipotetico essere malvagio, negli inferi di quella vasca, dall’acqua torbida da dove fuoriuscivano quei vapori!

Anch’io partecipavo a queste messe in scena e così ogni qualvolta si andava a lavorare in quel posto, partivamo già con qualche oggetto contundente, per far fronte ad un eventuale attacco di quell’essere malvagio.

A vent’anni si rideva di queste cose!

Recentemente un mio ex collega mi ha confessato, che anche lui, aveva paura, quando doveva andare a lavorare in quel posto (e non era a conoscenza di quell’essere malvagio!)

Ma Luigi non poteva continuare in eterno a lottare contro gli esseri degli inferi!

Aveva altri progetti per la sua vita.

Terminata la giornata di lavoro in Centrale, frequentava un corso serale di informatica a Genova.

Era la sua passione eravamo ai primordi dell’era del computer.

Insieme ad altri soci, aprì un negozio di articoli di elettronica.

Fece alcune domande di trasferimento, senza esito e dopo qualche anno, partecipò e vinse un concorso per un posto vacante a Imperia.

Ora finalmente poteva lavorare vicino casa.

Basta levatacce per essere alle 8 a Vado Ligure!

Ci invitò per la sua cena di addio a quel suo posto di lavoro in officina

Capii veramente che cosa avevo perso per sempre, il giorno dopo il suo trasferimento.

Non c’era più il suo sorriso ad aspettarmi in officina.

Mi regalò una penna, la conservo ancora, forse una sorta di presagio per quello che sto scrivendo.

Venne qualche volta in visita in officina e si scherzava come ai “vecchi tempi”.

Ma poi come a volte accade nella vita, ci si perde.

Conservo però di Luigi quei bei ricordi degli anni insieme in Centrale.

Ci siamo rivisti un paio di anni c’è voluto poco per capire che per fortuna siamo rimasti abbelinati come tanti anni fa !

Ciao “ Spettenun”

Mi sembra superfluo nella foto indicare chi è Luigi.

Gli altri: alle mie spalle il compianto Enrico, alla sua sinistra Gianni, davanti Marco, Pino e alle sue spalle Franco.

L’ Albero della Luce

Che ci fa una pianta di Betulla in un castagneto?

Molto interessante il simbolismo e l’utilizzo antico di questa pianta, a Biula nel dialetto del nostro entroterra.

Significativa della cultura celtica.

Il cristianesimo spazzo’ via

tutti i riti pagani.

Ma ancora oggi si possono trovare esemplari di betulla sul Monte Beigua, bello il bosco di quest’albero sull’Avze’

Di quelle piante presenti nei castagneti erano utilizzati i rami, per scopare il terreno, dove erano raccolte le castagne, vera e propria fonte di sopravvivenza dei nostri avi.

La Betulla, tra leggenda e realtà tratto da Piemonte Parchi ” L ’Albero della Luce”

Secondo le popolazioni dell’Europa neolitica, un rapporto profondo legava la pianta alla Grande Madre.

Questa associazione marcata della pianta con la luna e con la Dea, cioè col mondo femminile, spiega perché essa era collegata a luoghi arcani e misteriosi che i Celti chiamavo Sidhe, i cui messaggeri erano non a caso creature fatate e femminili.

Dalla linfa essi ricavavano anche una bevanda da ingerire in primavera, che si riteneva capace di rendere fertili le donne.

Per questa era considerata anche una pianta dell’amore; giacigli fatti con rami di giunco e di betulla erano tra i preferiti dagli amanti in numerose leggende celtiche e come pegno d’amore spesso veniva donata una ghirlanda di betulla.

Piantata vicino alla casa di una fanciulla le garantiva la felicità e un ottimo matrimonio.

Albero preposto al mese che cominciava col solstizio d’inverno, era anche associato alla festa di Imbolc, una delle principali del mondo celtico, corrispondente al nostro primo febbraio, vigilia della Candelora, festa di purificazione e rinascita che prelude alla primavera.

Numerose credenze popolari poi, avvolgono la betulla di un alone di mistero: ad esempio si riteneva che coi suoi rami le streghe costruissero scope volanti, mentre per la grande luminosità della sua fiamma il legno si usava per scopi rituali.

In Italia, per curare il rachitismo infantile, si raccoglievano nella notte di San Giovanni alcune foglie di betulla, si facevano seccare nel forno e si infilavano ancora calde nel letto del bambino.

Il simbolismo purificatorio si ritrovava un po’ ovunque. Nell’antica Roma i fasci intorno all’ascia che reggevano i littori davanti ai magistrati erano composti da rami di betulla.

Questi rappresentavano le punizioni che potevano essere inflitte ai colpevoli ed avevano anche la funzione di purificare l’aria dinanzi ai magistrati.

Anche nel Medioevo era considerato un albero di luce, simbolo di saggezza e di purificazione, tanto che lo scettro dei maestri di scuola era composto da rami di betulla intrecciati e in tutta Europa furono usati anche per calmare gli esagitati e frustare i delinquenti e gli alienati, allo scopo generale di scacciare gli “spiriti cattivi”.

In uso esterno il decotto delle foglie o della corteccia è indicato come disinfettante e in caso di malattie della pelle.

Un tempo la corteccia veniva usata per l’estrazione del tannino, per scrivere, per fabbricare imbarcazioni e calzature, per rendere impermeabili le case, ma anche per abbassare le febbri e combattere l’influenza.

Il carbone della stessa era persino utilizzato come antidoto nei casi di avvelenamento da parte di alcune specie fungine, come l’Amanita muscaria.

Notissimo l’uso della sua linfa, detta ‘acqua o sangue di betulla’, dalle ottime proprietà depurative e diuretiche, favorisce l’eliminazione dell’urea e dell’acido urico senza irritare i reni.

Essa viene raccolta in primavera mediante incisioni sul fusto e bevuta al mattino a digiuno.

A livello popolare si riteneva ammorbidisse i legamenti, agevolando la guarigione dell’artrosi.

Secondo la visione sciamanica tali proprietà sono giustificabili in diverso modo: l’incontro interiore con un simile alleato del mondo vegetale aiuterebbe a ripristinare il collegamento tra la dimensione terrena e quella spirituale, eliminando gli ostacoli a tale ascesa come le emozioni non ancora elaborate, trattenute nell’organismo sotto forma di liquidi in eccesso.

Interpretazione questa, che permette di comprendere in un’accezione più ampia il titolo di “portatrice di Luce” di questa bella signora della foreste.

Un Dolore che ritorna

Ci sono cose terribili, di cui si sente parlare e si vedono alla tv.

Immagini di distruzione a volte di morte.

Non si pensa mai che possano accadere a noi o ai nostri famigliari.

Poi capita che da un cielo nero come la pece si scateni un finimondo d’acqua!

Il mondo che ci circonda diventa liquido cerca di entrare da ogni fessura. Strade che diventano fiumi.

Acqua che diventa fango e travolge tutto, sfonda le porte sposta le auto.

C’è chi dice che dall’acqua bisogna scappare, lo si dice lo si pensa, ma poi tutti quelli come me, sono andati in mezzo all’acqua per veder di salvar qualcosa prima che sia troppo tardi.

E cosi è stato quel 4 ottobre del 2010.

Quando smise quella pioggia torrenziale, mi ritrovai con mio papà in mezzo alla corrente d’acqua in quel fiume di fango.

Bastava scivolare e non ci sarebbe stato scampo.

Quando l’acqua si disperse lasciò uno scenario disastroso.

Non so perché ma non ci furono vittime, forse la casualità, non il destino a cui io non credo!

Non ci fu tempo per disperarsi c’era solo da spalare velocemente prima che il fango diventasse terra.

I Vigili del Fuoco con una ruspa tirarono via l’ingente massa di terra e detriti che si era accumulata nel posto auto.

Poi niente nessuno altro aiuto ebbe la mia famiglia.

Devo comunque ringraziare ancora una volta, Piero Sala e Valentina Perego, con noi in quei giorni a spalar fango.

L’acqua in fondo a via Scavino, alta un metro aveva sfondato le porte del magazzino di mio papà, della cantina e messo fuori uso le nostre auto.

Sono passati tredici anni, niente è stato fatto per scongiurare un altro 4 Ottobre.

Solo alcune griglie sopra un tranquillo ruscelletto, ma facilmente otturabili da un’ondata di fango e detriti.

Il problema dell’esondazione a monte è rimasto.

A distanza di qualche mese rievocando quei giorni mio papà non riuscì a trattenere le lacrime, fu uno sfogo troppo a lungo trattenuto.

Per tutti quelli che hanno vissuto questo dramma, è rimasto un dolore che ritorna.

Mio papà ci ha lasciati nel 2016 e così nelle notti di temporale mi ritrovo da solo ad una finestra a guardar il fiume d’acqua che scende da via Scavino.

Altre e ben più gravi tragedie qualche anno dopo.

Ricevo e pubblico questo ricordo di Gian Luca Perata

Quella mattina del 24 novembre 2019 alle 11.23 ero con mio padre, Giuliano Perata, nella nostra casa di via Gino Pellegrini in Nucian.

L’abitazione era avvolta da una frana, nel dispiacere, nell’ansia di liberare dalla terra quel pezzo di vita suo, Papà ebbe un infarto, mori sul selciato.

Per ore vegliai da solo il suo corpo esanime, perché a stento pompieri e ambulanza riuscirono a superare il ponte della Ravinella.

Mauro e Ambra Buschiazzo, Andrea Siri (un Lurbin, nostro vicino di casa) furono gli unici assieme a due “poveri” volontari della protezione civile a stare sul posto e a provare a dare un aiuto in quei momenti terribili.

Oggi per ironia della sorte ho preso le chiavi di quella casa dall’impresa e da domani terminerò i lavori di ristrutturazione.

Grazie del ricordo che hai postato oggi, di cuore.

L’Alba, il Vento e un Profumo Leggero

Il vento quella mattina aveva cessato di soffiare poco prima dell’alba.

Il nero del cielo, verso est, stava assumendo tutte le sfumature dell’ indaco.

Aveva avuto una notte insonne.

Gli spifferi della vecchia casa, nella quale aveva sempre vissuto, si erano fatti sentire.

La tramontana si insinuava fischiando nel sottotetto, producendo vibrazioni che avrebbero fatto scappare chiunque non fosse abituato a quei suoni.

Si vesti velocemente e si avviò in quel luogo a lui caro.

La cappella dominava dall’alto, dove lo spettacolo dell’aurora si sarebbe compiuto.

Non è per tutti, un’alba sull’immensità del mare, ma solo per chi si sente piccolo difronte al creato.

Disse il suo nome aprendo leggermente le labbra:”chissà se verrà “, mentre ansimante percorreva il ripido sentiero.

Quante volte insieme avevano visto l’alba, molto più spettacolare dell’aurora, che poi, con lei, tutto era spettacolare.

Si sedevano sulla panchina, lei inclinava la testa sulla sua spalla e restavano lì, finché a est un grande incendio annunciava l’arrivo di un nuovo giorno.

E poi, ad occhi chiusi, aspettavano il calore del sole.

Arrivò alla cappella.

Si sedette su quella panca dai legni marci, che conservavano ancora i loro nomi incisi.

Ci sono storie che non si dimenticano.

“Così gira il mondo “, qualcuno diceva e per loro due, il mondo aveva ripreso a girare vorticosamente in tarda età.

Si ritrovavano sempre lì, su quella panchina, quando uno dei due aveva bisogno dell’altro.

Non serviva telefonare.

Lo sapevano.

A chi gli chiedeva come facessero a ritrovarsi lui rispondeva:” È il vento che mi parla di lei “.

Seduto su quella panchina, l’alba si era fatta aurora e tra poco quel sole pallido, sarebbe diventato una palla di fuoco, impossibile da guardare.

Gli animali notturni rientravano nelle loro tane.

Lontano l’ abbaiare di un cane. Gli uccelli, con le piume ancora arruffate intonavano il loro canto al nuovo giorno.

Sotto di loro i rumori di un’umanità in marcia per una giornata di lavoro.

Chiuse gli occhi.

I sensi si facevano più sottili: respirò l’odore dell’erba umida e delle ginestre.

Poi, all’improvviso, una leggera brezza, portò l’essenza di un profumo leggero.

Rimase con gli occhi chiusi, respirò profondamente, mentre lei si accoccolava tra le sue braccia.

Non ci furono parole.

Erano inutili.

Francesco Baggetti

L’ Amico Fragile

Ora che il più del tempo che mi fu dato per restare in questo mondo è passato, voglio lasciar qualcosa a chi senza ergersi a giudice, è ancora capace di ascoltare senza emettere sentenze.

Quella che vi voglio svelare è una storia, uguale a tante altre, sempre taciute, mai conosciute, perché c’era un giuramento da onorare,

degli affari da mandare avanti

e un onore da difendere

Giurai anch’io un giorno di tanti anni fa, stringendo la mano dura di un vecchio, che mai avrei proferito parola, di quanto sapevo.

Ma oggi invece sto per raccontarvi questa storia.

Prima che a vegiaia a ne pesta in tu murto’ ( De André)

Quanti anni sono passati cinquanta?

Forse di piu.

Ho pensato e penserò ancora se questa è la cosa giusta da fare

Ma troppo tempo ho passato a tormentarmi e a pensare a quella mia parola data e se era ancora giusto mantenerla.

Ti ho anche parlato un giorno, ma da quella foto in mezzo a una croce, tu che altro mi potevi dire?

E allora scriverò i fatti così come sono accaduti.

Erano gli anni del lavoro per tutti nella nostra città, a tutti piaceva divertirsi e arrivavano da ogni dove per ballare, nei locali alla moda e nelle balere di periferia.

La gente cantava davanti ad un negozio o dietro un banco del mercato.

Noi bambini eravamo vivi e curiosi, sempre a correre e a rincorrerci lungo il greto del fiume, posto di infiniti giochi e passatempi.

Quante cose abbiamo perso!

A spiaggia non si andava mica tanto e poi i vecchi dicevano che tutto quel sole faceva male alla testa, ma forse ci volevano lontano dal bagnasciuga, quando i Sciuri de Milan, arrivavano con le loro servette.

Fu in quel nostro giocare in riva al mare, frenetico e chiassoso, che ti vidi per la prima volta, con quel tuo bel sorriso.

Ma perché ci avevi cacciato in malo modo quel giorno?

Fu il Vecchio che mise alla prova il tuo essere uomo, spietato contro chi entrava in una proprietà privata.

Quell’infausto giorno, con fare arrogante tirasti quella pietra.

Il mio occhio destro fu perso per sempre, anche se la tua famiglia tanto si prodigò in cure e operazioni.

La vita è fatta di molte cose un mosaico di tessere ognuna con uno scopo ben preciso.

Negli anni a seguire diventai il tuo miglior amico, l’unico forse che potevi avere.

Ma eri una perla preziosa in un mondo già guasto.

Troppo gentile il tuo animo e bello il tuo sorriso.

Un amico fragile

Lavoravo in quella spiaggia un tempo di tutti, da oltre un secolo appartenente alla tua famiglia.

Tu eri il figlio del padrone, il Vecchio, così era chiamato, anche se era ancora un uomo forte e risoluto.

Mai avrebbe immaginato ne’ capito.

Il tuo appartarsi al buio con giovani pagati, per soddisfare le tue voglie.

I segni sulla sabbia di quelle lotte notturne.

Per certe cose c’era solo una soluzione.

L’internamento.

E l’Ospedale Psichiatrico era a poca distanza.

Meglio per la gente saperti pazzo, che con il vizietto.

Fui accusato di aver taciuto, e di essere come lui.

Ma tutti sapevano che non era vero.

Ma poi il Vecchio ci ripenso’ e mi accolse come un figlio

Ma lo fece per convenienza. Serviva perpetrare la concessione balneare di quella gallina dalle uova d’oro, che tanto profitto generava ogni anno

Fui adottato, ma dovevo giurare, che nessuno mai doveva sapere la vera storia di quel poveretto rinchiuso nel manicomio.

Ci fu un tempo dove era molto facile essere rinchiusi, senza il benché minimo indizio di pazzia.

I signorotti e gli arricchiti, come era il Vecchio, potevano ottenere l’internamento di persone non gradite o per questioni di eredità.

Pratica usata dal duce e molto utilizzata durante il periodo fascista.

Anche questo tutti devono sapere

La sala delle visite del manicomio, era molto luminosa, dai vetri si potevano vedere i campi appena concimati e alcuni ospiti di quella casa di cura, curvi con la zappa.

Era una città indipendente quell’Ospedale Psichiatrico.

Chi tra i ricoverati, era in grado e capace di fare qualcosa, poteva lavorare nella fattoria o a far dell’ altro.

Distoglieva i pensieri e sfogava il corpo.

Era un giorno di primavera, quando arrivai al manicomio, attesi un tempo infinito per vederti.

Ma era sempre così, ogni domenica, quando venivo a trovarti e insieme facevamo tutto il perimetro della recinzione.

Mi avevano avvisato che avevi fatto il matto.

Arrivò un furgone

Entrarono alcuni ricoverati, sulle prime non ti riconobbi.

Non eri tu!

Dov’era quel mio amico che mi sorrideva e salutava da lontano?

Niente di te era rimasto dentro quella divisa, che come un sacco conteneva solo ossa senza vita e occhi senza senso

Ma quanto male ti hanno fatto amico mio!

Quando il vecchio ando’ all’inferno, ti riportai a casa.

Stavi lì su una sdraio a guardare il mare e le sue onde a volte giravi lo sguardo a cercarmi, eri tornato tu e quel tuo bel sorriso.

Francesco Baggetti.