A Gescia de S.Benardu

Al numero de Crose de Vase è da aggiungere a Munto’ che dai Biagini sale alle Lenche’

Nell’unico tratto de Ciappin Cianellu, che dava un pò di respiro a chi portava sulle spalle ossute na Corba o un Figgio’ Piccin, gente volenterosa e di fede eressero una primitiva Capella dedicata a S.Bernardo.

Un luogo di devozione a metà del percorso di questa Crosa, dedicato ad un monaco Cistercense.

Pe posà un po e ossa e di’ na preghiera

Questo luogo di culto divenne Oratorio e nel 1626, fu celebrata la prima messa.

Oggi altra gente volenterosa e di fede, accudisce la chiesa e mantiene viva la devozione di questa comunità

Nella chiesa di S. Bernardo domenica 20 agosto sarà festeggiato il Santo Patrono.

Pubblico questo scritto di Angela Arecco dove racconta la storia della chiesa.

Chi sale a Castagnabuona, scorge tra gli ulivi la cappella campestre dedicata a San Bernardo.

Nel 1626 venne concessa dalla Curia la licenza di poter celebrare messa nell’Oratorio campestre del Santo Bernardo della Villa di Castagnabuona da Varazze.

Si ignora in quale anno sia stata eretta, alcuni lavori di ampliamento furono svolti tra il 1872 e 1875 mentre nel 1972 – 1973, venne rifatto il piccolo campanile a vela sul quale fu collocata la nuova campana, la precedente era stata colpita da un fulmine

Al suo interno, semplice ma grazioso, si conserva un coro ligneo posto sopra il portone principale.

Sopra l’altare un quadro raffigurante il titolare San Bernardo, tiene incatenato il demonio ai suoi piedi.

Ai lati sono San Rocco e Sant’Antonio da Padova.

Gli abitanti di Castagnabuona e località Favari, conoscono bene la storia della chiesa, soprattutto gli anziani

Il ricordo è ancora vivo quando la signora Tonina, ormai deceduta da qualche anno, raccontava dello zio Bernardo, arrivato dalla Francia, bravissimo falegname che con grande maestria costruì il soppalco in legno di pioppo, posizionato sopra il portale di ingresso.

L’autore del crocifisso ligneo che si trova nella parete di destra fu l’artista Crescenzio, lo fece in onore della chiesetta di San Bernardo, come il piccolo Crocifisso, donato da Minetto Antonio di Castagnabuona.

Dietro all’altare una piccola Madonnina ad olio su tela da me dipinta molti anni orsono.

Alla festa venivano i Priori di Castagnabuona a cantare le lodi

Il paraventaro aiutato dalle persone del luogo, allestiva la chiesa per la festa

Le persone arrivavano anche dalla frazione di Cantalupo, attraversando il sentiero del Rianello ormai perso tra la vegetazione e le frane.

Siaule’ e Ravanetti!

Arrivando al torrente si era al cospetto di un’ antico fiabesco mulino

Chissà che fine avrà fatto, oggi sarà solo un ammasso di pietre.

Capolavori del passato perduti!

Anche i più piccoli potevano partecipare alla festa di S.Bernardo, una lunga corda scendeva dal campanile fino a terra, bambini e ragazzi facevano a turno per suonare la campanella

Nel mese di maggio, ogni sera si recitava il Rosario, davanti al quadro della Madonna di Lourdes.

Dopo una giornata di lavoro, tutti si radunavano per questo ringraziamento.

Alla festa arrivavano anche gli abitanti di San Nazario risalendo l’antico sentiero pedonale.

A Gioia coi pistacchi, le arachidi, ghirlande e collane di nocciole, tanti sciroppini colorati in pittoresche bottigliette di vetro, Gustin col suo gelato da mattina a sera, mantenuto fresco con il ghiaccio in un apposito barile, Tugnin vendeva vino e a Pateca.

La festa di S.Bernardo si svolgeva nel castagneto sottostante, reso accessibile per il merendino, dai mezzadri appartenenti alla famiglia Granone della località Mela.

La mattina era celebrata la messa, il pomeriggio il Vespro.

Una allegra fisarmonica rallegrava la festa e la gente ballava nella prima fascia sotto la la strada.

Angela Arecco

è nata a Varazze, dove vive e lavora, ha iniziato la sua attività artistica come ceramista ad Albissola, con il tempo ha coltivato la passione per la pittura, attraverso lo studio della storia dell’arte, all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, ha sperimentato vari stili, dal figurativo all’informale, ha conosciuto le tecniche incisorie, sotto la guida dei professor Nicola Ottria.

Ad oggi fa parte dell’Associazione Incisori Liguri

Attiva nelle mostre e concorsi in Italia e all’estero, riceve buoni consensi, sia pubblici che dalla critica.

In un pomeriggio di agosto, io, Antonella e Gianballetta, abbiamo visitato la chiesa di S.Bernardo

Ringraziamo Angela Arecco, il marito Dino Parodi e Caterina Rossi, per aver reso possibile la visita alla chiesa di S.Bernardo.

Un grazie per il loro impegno a mantenere viva, in una località, nella Villa di Castagnabuona, di struggente bellezza, la festività di S.Bernardo.

Un luogo del cuore e di devozione costruito dai nostri vecchi.

Antonella Ratto

La piccola chiesa di San Bernardo è un gioiello incastonato in un paesaggio altrettanto bello.

È commovente come alcune persone se ne prendano cura e cerchino di mantenere viva una tradizione.

Ancora una sorpresa che le nostre frazioni custodiscono.

Ringrazio ,chi insieme a me, ha potuto godere di un pomeriggio ricco di nuove scoperte e in particolar modo la signora Arecco che ha reso speciale la nostra visita.

U Zettu

Chi sa osservare le cose, chi meno distratto dalle bellezze naturali e umane….osserva dove posa i piedi nudi, in alcune spiagge del nostro arenile, non può non accorgersi di una stranezza contenuta nella rena.

Da dove provengono tutte quelle belle pietroline color mattone?

Che bambini curiosi cercano, rovistando nella sabbia, facendo a gara a chi ne trova di più?

Erano i Tocchi de Muin…. contenuti nei calcinacci u Zettu che molti anni fa, chi lo produceva, nella sua attività lavorativa di edificazione/demolizione, se ne liberava, riciclato come fondo per strade sterrate, oppure più sbrigativamente, versato in un fiume o nel mare.

Ogni cosa che finisce nell’ eterno moto delle onde o nella corrente di un fiume è lavorato, sminuzzato e arrotondato.

Poi il mare restituisce sempre quello che l’uomo vuol nascondere.

Il Zettu così alleggerito è rigurgitato dalle onde sulla riva, da dove quel pezzo di mattone era stato gettato qualche anno prima.

Nel dopoguerra c’era bisogno di case.

Di ricostruire quelle distrutte dalla guerra e alloggi da offrire ad un’immigrazione, in prevalenza proveniente dalle regioni meridionali, ma anche dal nostro entroterra.

Più del 50%dei palazzi del centro urbano, sono stati edificati nel secondo dopoguerra, con il boom edilizio degli anni 60.

Non c’era nessun divieto di discarica e in mare finiva di tutto, versato, disperso nel moto ondoso.

Utilizzando come trampolino di scarico i moli di S.Caterina, molo del Teiro e la Punta Aspera dove c’era una gigantesca discarica di inerti, terra da scavo e calcinacci.

Impossibile numerare quante discariche di inerti, ma anche di tutto quello che non serviva più, c’erano lungo l’asta del Teiro.

Discariche dove noi bambini ci arrampicavamo a cercar qualche tesoro che il solito specone aveva buttato via

Poi durante le piene autunnali, l’acqua ripuliva tutto e le sponde destra e sinistra del Teiro erano pronte per altri sversamenti

Altre discariche di inerti, erano e sono ancora effettuati, lungo quello che è il gioiello della nostra città, il Lungomare Europa.

Sotto gli archi dell’ex strada ferrata non c’è una pietra originale!

Ritornando sulla spiaggia antistante il centro urbano, queste pietroline rosse, sono la risulta degli scarti delle edificazioni del secondo dopoguerra, u Zettu di abitazioni costruite non come ora per nababbi, ma case fatte in economia anche brutti edifici, mal serviti da strade e parcheggi.

Palazzi edificati da una miriade di imprese edili che erano attive nella nostra città

Abitazioni costruite per gli adetti di un passato laborioso della nostra città, dove tanti nostri concittadini e immigrati, trovavano buoni stipendi dodici mesi all’anno, tanti lavoratori che con le loro famiglie riempivano palazzi e quartieri.

Ragazzini come ero io negli anni 60, riempivano le piazzette e le viuzze, senza sbocco di grida e di calci ad un pallone.

Ora siamo una città tutta votata al turismo e al commercio, con i divieti del gioco della palla e dove c’era un campo da calcio, prima un parcheggio di case su ruote e oggi solo uno spazio inutilizzato in attesa di cosa, non si sa.

Tutte le reazioni:

San Roccu

Festa di S.Rocco a Castagnabuona

https://m.facebook.com/groups/165467536866171/permalink/6455748474504681/

Tratto da www.castagnabuona.it

Castagnabuona aveva in antichità una modesta cappella dedicata a S. Rocco.

Nel 1577 gli abitanti della frazione manifestarono il loro disagio per la lontananza della parrocchia (S. Ambrogio); Mons. Ferrero disse loro di costruirsi la chiesa ed egli l’avrebbe eretta in parrocchia, sempre che si provvedesse alla dote necessaria per la cura. Non si fece niente.

Nel 1589, San Nazario veniva eretta in parrocchia. Non si pensò ad altro e la vecchia chiesuola funzionò come semplice cappella campestre.

Con questa denominazione viene citata nella autorizzazione vescovile data il 23 agosto 1624; al parroco è data la possibilità di potervi celebrare la Santa Messa per sei mesi “servatis in reliquis servandis”; nonché in altra data del 13 agosto 1626: “Si concede licenza di poter celebrare Messa nell’oratorio campestre di S. Rocco, nell’oratorio campestre di S. Bernardo di Castagnabuona di Varazze: vagli questa licenza finché Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo visiterà detti Oratori, sempre che in essi vi siano i dovuti requisiti alla forma del Sacro Concilio”. La dedicazione a S.Rocco della primitiva cappella potrebbe indicarne il pro sorgere agli inizi del secolo XVI, allorché la devozione al Santo andava diffondendosi in Liguria e a Genova. Anche a Varazze la festa di S.Rocco si celebrava fin dai tempi antichi; lo attestano gli statuti delle varie associazioni artigiane che la rendono obbligatoria per i loro iscritti: la processione votiva che si snoda ogni anno il 16 agosto, alla quale intervengono col clero le confraternite nonché l’Amministrazione comunale: la figura di S.Rocco tra i protettori di Varazze compare nell’affresco in cornu-evangeli della Collegiata di S.Ambrogio e nella tela in cornu-epistolae in San Nazario. Memoria esplicita della chiesetta di S.Rocco si ha nei registri parrocchiali per il 1657, anno della terribile pestilenza che desolò Genova e Riviera: nella frazione di Castagnabuona perirono, in soli 4 mesi, ben 125 persone fra cui 47 capifamiglia. Alcuni deceduti ex contagio furono sepolti “in cappella Sancti Rochi propre ianuam in parte dextra” (nella cappella di S.Rocco nella parte destra), mentre la maggior parte furono sepolti “in campo” (“nu campu” è la parte terminale del crinale posto a levante della attuale chiesa e posto a quota leggermente più alta di quella della chiesa e della attuale Via alla Croce, già nota come “nu posu”) Il comune nella sua seduta del 12 maggio aveva estratto a sorte sedici dei Membri del Consiglio, dei quali due alla volta dovessero portarsi ad abitare in Castagnabuona: l’uno nella casa dell’Illustrissimo Governatore alle “Tessarole” e l’altro in quella dei Guastavino presso S.Rocco. Inoltre l’ufficiale di Sanità de Fazio Antonio deputò a collega altro de Fazio Olivio e decretò che fossero provvisti i bisognosi di ogni cosa a spese del pubblico. Fondò, finalmente, un lazzaretto in legno e fece chiudere tutte le strade di comunicazione. Anche i benemeriti religiosi Cappuccini andarono a gara a sollievo dei malati; il P. Gio Bernardo della nobile famiglia Donati di Genova, nominò il P. Paolo Maria da Pontremoli assieme ai laici professi Fra Carlo Maria da Pontremoli e Fra Francesco Maria da Finale che si adoperarono per rendere servizio ai malati. I primi a pagare tributo per il morbo furono proprio i due pontremolesi che vennero sepolti in detta Villa (Castagnabuona) presso la cappella di S.Rocco. Restò a prestar servizio il laico Fra Maria da Finale che si ammalò del morbo ma riuscì a guarire e far ritorno al convento, una volta cessata l’epidemia. La devozione a S.Rocco non si limitò ai giorni del pericolo ma fu una devozione ricca di riconoscenza e ammirazione, tanto che nel VI centenario della morte del Santo gli si tributarono omaggi straordinari anche a Castagnabuona: canti, luci panegirici e musiche. Dopo molti anni la chiesa di S.Rocco si presentava fatiscente: nel 1963 dopo una intensa mobilitazione della popolazione di Castagnabuona si cominciarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa, da un progetto dell’ingegner Carlo Nocelli e sotto la direzione dell’ingegner Lorenzo Pizzorno. Grazie a generosi aiuti e prestazioni volontarie la costruzione procedette speditamente tanto che il 15 agosto 1964 poté essere benedetta dal Can. Giovanni Battista Baglietto, parroco di S.Nazario, e fu così aperta al culto. Il 16 agosto 1968 Mons. Giovanni Battista Parodi, Vescovo Diocesano, procedeva alla consacrazione dell’Altare Maggiore, presenti le autorità cittadine con a capo il Sindaco dott. Guastavino, numeroso clero e tanti fedeli. Purtroppo la zona ove è situata la chiesa è costituita da un terreno franoso che tende a scendere verso valle e questo movimento si manifesta in particolar a causa di infiltrazioni d’acqua. Nel 2004, per le conseguenti venature e la presenza di crepe nel pavimento, sui muri e sul soffitto, per questioni di sicurezza veniva chiusa (il quadro fessurativo denotava infatti una evidente instabilità della parte basamentale e delle fondazioni). Dopo alcune riunioni, la confraternita decise di effettuare i lavori necessari chiedendo aiuto agli abitanti. Grazie ad una manodopera molto efficiente di tanti volontari, il desiderio di riaprire la bella chiesina di campagna dopo tre anni di costante impegno si è avverato nel mese di maggio dell’anno 2007. La confraternita di S. Rocco e N.S. della Croce, che ha sede nella suddetta chiesa, conserva alcune opere da ammirare fra cui un “Cristo” tipico della tradizione ligure, molto bello, opera dello scultore savonese G.B. Rebagliati, del peso di 90 kg circa, due “Cristi” più piccoli opera del varazzino Agostino Vassallo, portati dai ragazzi ai quali viene tramandata questa nostra tradizione, la cassa lignea processionale di S. Rocco, donata per grazia ricevuta da Angelo Baglietto (U Battagin) per essere ritornato salvo dal secondo conflitto mondiale, una statua lignea di S. Teresa, un prezioso stendardo ricamato raffigurante da un lato S. Rocco e dall’altro la Madonna della Croce, un grande quadro ad olio del 1739 raffigurante i Santi protettori di Castagnabuona Rocco e Bernardo. Il giorno della festa di S.Rocco (16 agosto) dell’anno 2007 c’è stata l’inaugurazione della chiesa che, grazie alla fattiva e volontaria collaborazione di molti abitanti della frazione, è tornata agibile e disponibile per tutte le funzioni religiose che vi si svolgono.

Tutte le reazioni:

L’Orco

Un’anziano, con qualche acciacco, capelli bianchi e claudicante, comprava ormai per abitudine alla domenica e una o due volte alla settimana, il quotidiano locale, ma solo per guardar la cronaca.

Nella speranza, di trovar qualcosa che avesse ancora un senso leggere

Abitante di una cittadina di persone rancorose e vecchie dentro!

Dove non succedeva mai niente, fra quella cinta di mura antiche e se succedeva qualcosa, nessuno più si indignava, protestava, tirava calci o meno che meno, scendeva in piazza a protestare.

Tutti omologati, appiattiti nel loro orticello, senza slanci emotivi e solidali.

Fatalisti e menefreghisti.

Ma tutti sapevano di tutti!

Quel giorno, dalla giornalaia c’erano troppe persone, si soffermo’ a guardar quelle riviste di pettegolezzi

Belle donne, che mettevano in mostra le loro curve, culi, seni, gambe, quello che una generosa natura le aveva fornito.

Ritorno’ indietro agli anni giovanili, cinquant’anni fa le donne erano più castigate, ma nulla è cambiato, il mondo gira e girava, sempre allo stesso modo.

Solo in un determinato giorno dell’anno, il popolo di quella cittadina si radunava eccitato e plaudente in piazza.

La festa della Santa Patrona

Quando si doveva scegliere la più bella da dare in pasto all’Orco!

Sembra una favola ma era proprio così, in quel paese stretto tra mare e monti.

Beninteso, l’Orco era anche bravo e aiutava tutti.

Però aveva messo quella condizione, ogni anno, nella ricorrenza della Santa Patrona, una giuria, tirata a sorte, decideva chi era la più bella, tra quelle che sfilavano dietro la cassa della Santa.

E a lui si doveva concedere per una notte.

Di bianco vestite, le pretendenti, avevano in testa un cerchietto, ognuna di color diverso.

Un sacrificio umano assenziente!

Le mamme delle pretendenti bigotte e benpensanti, ma capaci di ogni bassezza per favorire la loro figliola!

Alla più bella si aprivano le porte dello spettacolo e spiccava il volo per Cinecitta’

Delle precedenti vincitrici, nessuna era più ritornata in quel paese, stretto fra mare e monti.

I preti non dicevano niente, lasciavano fare.

E poi fatta la festa gabbatu lu Santu

C’era chi diceva che erano unti dall’Orco

Per rivedere quelle giovinette, la gente andava dal giornalaio.

Tutti sapevano di tutti!

Che fine avevano, le precedenti vincitrici ?

Ma quale Cinecitta!

Erano diventate ricche, con matrimoni da favola e divorzi dai lauti assegni, avevano nuovi fidanzati ogni mese.

Restavano invischiate nel ” giro che conta”

Convolavano in seconde/ terze nozze, con vecchi bavosi e avevano pellicce nuove, ad ogni scappatella.

C’era chi passando davanti a quei giornali, si faceva il segno della croce.

L’anziano guardando quelle riviste di moda, pensò, nulla è cambiato il mondo gira sempre allo stesso modo.

C’è sempre un potente, che dispone a suo piacimento di tutto quello che desidera

Ad una certa età non ci sono più cose da nascondere e raccontò tutto questo ad una esterrefatta giornalaia

– Non ne sapevo niente -disse lei- e com’è finita?

– E finita che l’Orco, diventato vecchio interruppe quell’usanza, aveva deciso di pentirsi per avere un posto in paradiso.

– Ma sta scherzando?

– No gli fu concesso anche quello, un posto su una nuvoletta in paradiso.

Questo disse il prete durante l’omelia funebre.

Andava assolto dai suoi peccati!-

-Perché erano state quelle giovinette, il demone si celava nei loro corpi!

Avevano turbato il sonno e tolto il senno a un uomo di fede!-

Pronunciò queste veementi parole, da quel pulpito in marmi policromi intarsiati, dono dell’Orco.

Al funerale, il più grande spettacolo mai visto, non c’era nessuna di quelle tante creature del diavolo

…..ingrate!

A Notte di Foghi

Per chi l’han truvou sutta un cou in te un paise de ma (Per chi è nato in un paese di mare)

La notte di Ferragosto era una notte speciale.

Era il boom dell’estate con i botti dei fuochi d’artificio, con una marea di persone, i bagnanti tanto noiosi, ma tanto preziosi.

E i nostri soldi quelli che servivano per ripar una strada e o rifare un muro?….spariti nei fumi pirotecnici!

Chi è nato in un paese di mare, piu’ di una notte come questa, l’ha trascorsa a contare le stelle in cielo, sdraiato sulla sabbia fredda, di una battigia.

Poi un tuffo nell’acqua nera come la notte con altra gente intorno, voci, volti, risate.

Ad aspettare i fuochi riflessi sopra un mare calmo

Alla fine, i tre botti finali con l’applauso di tante persone arrivate da chissadove.

E pe quelli che ean ne’ carne ne’ pesciu, ma nati in te un paise de ma, a l’ea na seianna da ricurda’ ( Per chi era adolescente e nato in un paese di mare era una serata da ricordare)

Poi la vita va, un’assenza di qualche anno e ritornare a Notte di Foghi con i bambini.

Passa il tempo, va veloce, ci si ritrova un giorno, a chiedere come erano i fuochi, che non ho visto perché non avevo voglia di bolgia e del dove parcheggio.

I nostri soldi sono stati spesi bene?

E gli ospiti hanno applaudito?

Poi la compagnia di un cane terrorizzato dagli scoppi, anche se in lontanza

Oramai niente più bagni, nell’acqua scura e neanche quelli sotto al sole.

Anche quest’anno non vedrò i fuochi.

Tante cose sono cambiate e oggi, nel 2023, che senso ha fare ancora uno spettacolo pirotecnico?

Bunn Ferragustu Vasin!

Ponte Morandi

14 Agosto 2018 h.11.36

Tutti noi potevamo essere sul ponte di “Brooklyn ” il ponte Morandi, il 14 agosto del 2018!

Quante volte lo abbiamo percorso!

È successo come per il crollo delle torri gemelle di New York, tutti ricordiamo dove e che cosa stessimo facendo.

Era una brutta giornata, pioveva e dal meteo avevamo saputo che quell’anno ci aspettava un Ferragosto con pioggia e nuvole.

Ero con Alessandro a Cogoleto, nella zona del Mulinetto in un’autorimessa a sostituire olio e filtri ad un autocarro.

Ad un certo punto, un tono di voce alterato, proveniente dal piazzale antistante attirò la mia attenzione.

Vidi un signore al telefono incurante della pioggia, con toni affannati, che continuava a ripetere al suo interlocutore, di chiamare, telefonare al nipote, e lo fece diverse volte in modo concitato.

Terminata la telefonata mi avvicinai e gli chiesi, scusandomi per l’intromissione in fatti che non mi riguardavano, che cosa fosse successo e lui mi disse ad alta voce ” U l’e’ vegnuu su u punte u punte de Brooklyn u punte a Zena!”

Cercai le immagini su Google, ma eravamo in una zona con scarsa copertura e solo dopo qualche secondo, che diventò un’eternità vidi le prime immagini di quel disastro!

Anche Alessandro stava guardando un video di quella tragedia.

Pensai a Veronica che era a Genova e a quell’ora senz’altro all’università.

Per tranquillizzarmi, le inviai un messaggio e dopo qualche minuto che mi sembrò infinito, mi rispose che era a lezione e aveva sentito del crollo.

Quella giornata del 14 agosto 2018 per me e per molti fu trascorsa davanti allo schermo della televisione con le immagini sconvolgenti di quella tragedia.

Pensai che qualche giorno prima con Alessandro si era parlato di andare nel paradiso degli uomini Bricoman a Genova Molassana!

Magari un giorno che era libero dal lavoro…il primo giorno di pioggia e che magari non c’era niente da fare…

E quell’ora le 11,36 per chi abita nel ponente ad Arenzano, Cogoleto o Varazze è l’ora giusta, dopo un acquisto, una visita o altro a Genova, per ritornare in tempo per il pranzo!

Tutti noi potevamo essere quel 14 agosto a quell’ora su quel ponte!

Oggi a distanza di qualche anno andrò ancora una volta sotto a quel nuovo ponte, erroneamente a mio parere, con fatalismo tutto italiano intitolato ad un santo e alla città di Genova.

Il crollo del Ponte Morandi è una vergogna d’Italia!

E si ritorna all’italico dilemma…colpa dello stato che non ha vigilato!

Io dico che i colpevoli sono tutti quelli che hanno tratto benefici lucrato con una gestione criminosa di Autostrade per l’Italia

Quindi dal Benetton a chi deteneva l’ultima azione.

Nei loro statuti queste grandi gruppi azionari, hanno l’etica che sparisce all’atto pratico quando lo stato si fida e non controlla.

Nessuno sapeva che i dividendi erano frutto delle mancate manutenzioni?

Non ci credo.

Era un rischio azionario che è crollato sopra 43 vittime.

Il paradosso di questa tragedia è quello che a conti fatti, è stata ad oggi un ottimo affare per gli azionisti.

Ma c’è un processo in corso e voglio credere nella giustizia.

Si dice che ogni volta che si spezza una vita il mondo si ferma e poi riparte in un’altra direzione.

E’ vero chissà come sarebbero state vissute quelle vite che si sono spente sotto a quel ponte.

Il mondo si è fermato quel 14 agosto.

Così doveva chiamarsi quel nuovo ponte.

Come voleva, inascoltato, il Comitato Vittime di Ponte Morandi.

Perché non si è voluto rispettare la volontà di chi è rimasto in questo mondo a piangere un figlio un parente un amico?

Chi può rispondere a questa domanda?

Ma si è preferito scomodare un santo per i credenti e poi il nome di una città per accontentare tutti gli altri.

Oggi nessuno lo chiama ponte S.Giorgio/ Genova per tutti è ancora Ponte Morandi.

Anche questo è un modo per ricordare quelle vittime.

Pe me sarà sempre Ponte 14 Agosto

Sotto al ponte 14 Agosto 2023

Tante troppe le cose, come ogni anno sotto al ponte.

Oggi 14 agosto, ma sempre nuove per me, anche se ogni anno sono qua.

Anch’io potevo volare da quel ponte, come tutti noi.

Oggi, con me Francesco Canepa, lui per la prima volta.

Anche quest’anno grande spiegamento delle forze dell’ordine, comandate a protezione delle autorità.

Qualcosa però è cambiato dall’anno scorso, alla vista solo un furgone con le attrezzature d’assetto antisommossa della Polizia.

Monito, di cattivo gusto per una cerimonia di commemorazione, erano le decine d’auto, dell’anno scorso, con la scritta Polizia Penitenziaria.

Chi dovevano arrestare?

Qualcheduno di un popolo stupido, assuefatto, stanco, fatalista e succube ma ancora con un pò di senso civico, qui convenuto a onorare delle vittime?

Oggi solo auto civetta, qualcheduna con il lampeggiante magnetico, dimenticato sopra il tettuccio.

Molti dieci,venti, quaranta, quelli con l’auricolare, agenti in borghese, qualcheduno palestrato con le giacche sformate dai bicipiti.

Donne poliziotte, con piccole ricetrasmittenti altre persone apparentemente del pubblico, con voluminosi, marsupi cosa contengono?

Al nostro arrivo incrocio lo sguardo di uno di loro, sta parlando a un microfono.

A chi sta segnalando la nostra presenza?

Forse in una sala operativa, magari allestita in quel palazzo, recentemente ristrutturato.

Francesco mi dice, che ci può essere un sistema di riconoscimento facciale

Lo stato è presente in forze, in un luogo di pace!

Di che cosa hanno paura gli uomini delle istituzioni?

Dei fantasmi?

Le prime foto d’obbligo sono dedicate a loro, quei giovani Carabinieri, uomini e donne in divisa da cerimonia, con i pennacchi.

Rappresentano lo Stato Italiano e sono il picchetto d’onore, a guardia delle corone di fiori del Presidente e del Parlamento.

Fra di loro, effettuano alcuni cambi di guardia, mentre la gente, giornalisti, invitati irrispettosi, neanche restano a debita distanza da quei simboli dello Stato.

Ridono e scherzano, parlano a voce alta, mentre loro i carabinieri, sudano, fermi e immobili con quella divisa nera e quel pennacchio sempre più simbolo di uno Stato debole con i forti e forte con i deboli.

In questo caso gli ultimi sono loro, i quattro Carabinieri costretti a cuocere al sole d’agosto

Effettuato il cambio, due donne Carabinieri, attraversano a passo di marcia il piazzale, ma poi raggiunta un’auto di servizio all’ombra, si accasciano sfinite sui sedili togliendosi per primo quell’ingombrante cappello.

Divise un tripudio di divise, nella Radura della Memoria.

La fanno da padrone quelle rosse dell’Associazione Carabinieri in assoluto le più numerose.

Tutti allineati e sugli attenti, all’arrivo delle autorità

Anche la Guardia di Finanza è presente in forze.

Tante Pubbliche Assistenze e la Protezione Civile, pochi i Vigili del Fuoco

Una famosa deputata si avventa sul primo microfono che vede

Si sta aspettando il vice premier eccolo che arriva abbronzato e serio.

Alcune donne, danno voce al pensiero di molti, ma troppo lontane per essere ascoltate.

Inizia la commemorazione, con le parole dell’Immam di Genova e poi del Cardinale.

Davanti al gonfalone della Città di Genova

E’ il turno degli amministratori e poi del politico di spicco, solite cose con il doppio inciampo della data, il 14 settembre pronunciata due volte, durante il suo banale discorso, al posto della data odierna.

Sarebbe sufficiente la loro presenza, a che serve ascoltare le stesse balle ogni anno?

Forse pensano che le abbiamo dimenticate?

Certamente si

Ma tutto è perdonato e una torma di giornalisti, circonda politici e amministratori per annotare le solite cose ovvie, banali.

Egle Possetti è un monumento, ma il suo discorso ha perso qualcosa dall’anno scorso, quando aveva sferzato le autorità convenute e parlato di uno stato asfittico, di contratti stipulati da degli stupidi, i palazzi, dove da troppo tempo non sono spalancate le finestre, per far entrare aria nuova, quella della trasparenza.

Grazie a lei l’Associazione Parenti delle Vittime del Ponte Morandi è sempre presente, vigile e attenta ai risvolti del processo.

Che si sta avviando alla prescrizione per alcuni reati.

Il settore dei Parenti delle Vittime, quest’anno presenta alcune sedie vuote

Inopportuni, a mio parere, quei balletti.

Sono le 11.36 c’è un minuto di silenzio, da lontano arriva il suono delle campane, non si percepisce il suono delle sirene delle navi, anche se al TG3 dicono che lo hanno fatto.

Poi il lacerante e fastidioso suono delle sirene di un’autoambulanza.

Ma la cosa da brivido nella schiena e quando ritornato il silenzio, nella Radura della Memoria, passa un treno nella vicina linea ferroviaria e lancia nell’aria il suo fischio.

Il treno… anche quelle… quante stragi di poveri cristi, senza mandanti e colpevoli!

Stringo la mano ad Egle e lasciamo l’Ombra del Ponte.

Cerchiamo un paio di bicchieri d’acqua, che diventano quattro bicchieri di spuma, in una SMS di via Certosa, con un condizionatore a palla.

Un immenso Fantozzi, ci guarda, dipinto su un palazzo.

Aveva ragione lui.

Altre foto della Commemorazione.

13 Agosto 1935

il 13 Agosto nel 1935 nella Valle d’Orba Acqua, Fango, Disperazione, Lacrime, Silenzi.

Oltrepassata l’amena piana, della Badia di Tiglieto, in direzione di Olbicella, ci si ferma al Belvedere, ad ammirare le suggestive anse dell’Orba.

C’e’ qualcosa di strano e di violento nel sottostante alveo del fiume

In questo punto, l’acqua ha scavato un profondo canyon e scorre su un fondo roccioso.

Una tabella a bordo strada ci ricorda del taglio del Ruta, effettuato nel 1782, un enorme sbancamento, per eliminare un naturale restringimento dell’alveo dell’Orba.

La piana della Badia era soggetta alle esondazioni del fiume, ma la zona funzionava anche da golena limitando il rischio idrogeologico a valle.

13 Agosto 1935

Era arrivata quella pioggia, tanto desiderata, lampi e tuoni, annunciarono l’inizio di un violento nubifragio che stazionò per tutto il giorno sull’alta Val d’Orba.

Erano le 6 del mattino di quel martedì 13 agosto

In otto ore caddero 550 millimetri d’acqua!

In pratica per ogni Km/q 15 metri cubi al secondo, per otto ore!

Nell’abitato delle Rocche, alle ore 13.30 le donne avevano finito di riassettare la cucina, dopo il pranzo.

Gli uomini erano tutti a casa e scuotevano la testa, la giornata di lavoro nei campi era persa, però quell’acqua ci voleva.

Da troppo tempo non pioveva.

Giovanna era una bambina di 10 anni, dalla finestra volse lo sguardo verso la sottostante borgata di Battagliosi e vide distintamente, le persone sopra i tetti delle loro case.

L’invaso di Ortiglieto stava tracimando dagli sbarramenti e il livello del fiume crescevaa vista d’occhio.

Si erano messi in salvo dalla piena dell’Orba.

Rivolta ai suoi famigliari Giovanna, esclamò

– L’acqua è arrivata dalla casa di Maria!-

Ma qualcosa di tremendo stava per accadere.

Arrivò da lontano un rumore sordo

Giovanna vide distintamente una sorta di grande nebbia avanzare velocemente.

Ma quando passò laggiù nel fondovalle, con un rumore assordante, vide che in quella nebbia c’erano degli alberi che stavano galleggiando, portati via da un gigantesca onda di fango.

Un’altra testimonianza, sempre datata il 13 agosto del 1935, fa capire quanto era immensa, quella massa d’acqua che travolse lo sbarramento di Sella Zerbino.

La Diga di Compensazione,

ponti e case.

Impianti di produzione elettrica

Nella grande abitazione dove alloggiava il custode della diga di Monte Zerbino, con la sua famiglia, si soffocava dall’umidità di quella pioggia d’agosto.

Finestre e porte, iniziarono a sbattere a causa di una improvvisa folata di vento.

Era quell’enorme massa d’acqua, che rovinando verso valle, risucchiava aria dalle zone circostanti.

Molte le foto, notizie storiche e testimonianze presenti, nella pubblicazione “ 13 Agosto 1935 il Giorno della Diga” una documentazione unica, edita dall’Accademia Urbense di Ovada nel 2005 per commemorare i 70 anni dalla tragedia

Furono 111 le vittime e alcuni dispersi.

Non ci furono condanne per questa tragedia.

Il processo svoltosi a Torino il 28 maggio 1938 sentenziò, l’assenza di colpe attribuibili alla proprietà, le Officine Elettriche Genovesi, una società del gruppo Edison.

Fu solo colpa di madre natura e di quell’evento, uno ogni mille anni

In una relazione conclusiva le vittime furono così definite:

Tappe dolorose del progresso!

Eravamo in epoca fascista e il partito riceveva libere o forzate donazioni dagli industriali.

Vittorio Emanuele III si recò in visita alle zone colpite dall’onda di piena, in borghese come un turista, d’altronde erano morti perlopiù i soliti contadini e boscaioli e le loro famiglie.

Povera gente analfabeta e di buon comando sacrificabili in guerra e nelle tragedie e le loro famiglie avvezze a vita grama e ai funerali.

Fu un condono all’italiana la causa di tutto

La diga di Sella Zerbino era stata rialzata dalla O.E.G, ben oltre il suo progetto originario.

L’abuso fu sanato con Regio Decreto nel 1927 con l’obbligo, mai rispettato da parte della OEG, di fornire uno studio geologico del tipo di roccia, dove questo sbarramento era ancorato.

La capienza dell’invaso di Ortiglieto decuplicò il suo volume.

Ma il basamento e le pareti in quel punto erano costituite da rocce fessurate.

Alcune falle furono tamponate con iniezioni di calcestruzzo.

La natura diede sfoggio della sua immane potenza, ma l’evento eccezionale, divenne tragedia per colpa del profitto privato.

La priorità, per la produzione di energia elettrica nella Centrale di Molare e in quella dei Frati di Ovada, era di mantenere sempre alto il livello dell’invaso.

La mattina di quel 13 agosto fu dato ordine alla diga principale, quella di Monte Zerbino di scaricare.

Ma nel tentativo di abbassare il livello dell’acqua, alcuni dispositivi non funzionarono, si bloccarono per il fango e i vegetali.

L’acqua superò il culmine delle due dighe per oltre due metri.

La diga di Sella Zerbino cedette di schianto.

30 milioni di metri cubi d’acqua, con un fronte d’acqua di quaranta metri di altezza, travolse e distrusse ogni cosa, esseri viventi, vegetali e manufatti a Molare e Ovada.

Dopo qualche giorno l’onda di piena, confluita nel Po raggiunse a Piacenza l’altezza di tre metri.

A una settimana dal disastro l’onda arrivò nell’Adriatico.

Restano le testimonianze dei sopravvisuti, raccolte nel libro “13 Agosto 1935”

Racconti di povera gente travolta dalla piena nel tentativi di mettere in salvo misere cose, salvataggi fortuiti, si moriva o si restava miracolosamente vivi per questione di pochi centimetri, fughe disordinate per mettersi in salvo sopra un bricco, un bambino corse a piedi nudi a fermare un treno che stava per transitare sopra un ponte che non c’era più, un meccanico legato con una fune fatta di lenzuola portò in salvo venti persone, stessa modalità di soccorso utilizzata da un brigadiere dei Carabinieri che portò in salvo una decina di persone alcune famiglie che avevano trovato rifugio in un sottotetto furono travolte dai tronchi, poi fango, buio, disperazione, tante lacrime, silenzi.

Ringrazio Alessandro Calzolaro che mi ha inviato questo link di “Mirabiglia il podcast delle storie straordinarie” dove la voce narrante, racconta la storia della Diga Abbandonata

Bisogna conoscere bene la Storia, ma poi serve visitare i luoghi di queste grandi tragedie dove e’ rimasto un dolore per sempre.

In un giorno d’agosto sono con Francesco nell’alveo dell’Orba nei pressi di Monte Zerbino.

Francesco conosce bene la zona per motivi lavorativi, gestiva in remoto dalla Centrale Termoelettrica di Vado Ligure, la piccola diga di Ortiglieto.

Oggi il grande bacino imbrifero dell’Alta val d’Orba in caso di forti piogge convoglia rapidamente, in pochi minuti una enorme quantità d’acqua e fa tracimare la diga di Ortiglieto.

Questo impianto di modesta potenza costruito successivamente alla tragedia è attualmente in servizio.

Lo sbarramento è stato costruito per essere oltrepassato dalle onde di piena dell’Orba senza subire danni.

Dal giorno di quella tragedia il fiume ha cambiato il suo naturale corso

Molto suggestivo arrivare allo sbarramento di Monte Zerbino.

Avvicinandosi alla diga, all’interno di un bosco si vede improvvisamente, oltre la cima degli alberi svettare il castello di guardiadiga e di manovra della valvola di fondo.

Poi ecco tutta la maestosità della diga di Monte Zerbino, con i dodici sifoni che si adescarono quel 13 agosto 1935, ma non furono sufficenti ad evitare il tracimare della diga.

Vista dall’alto invece impressiona l’altezza di questo gigante perso nel verde

Foto d’epoca ritraggono questa colossale opera in cemento armato, sparire quasi a confronto del gigantesco invaso di Ortiglieto

Fra un paio d’anni saranno cento anni da quando fu ultimata questa grande opera.

Massiccia, imponente è lì a ricordarci, anche le altre grandi tragedie d’Italia.

Dove gente comune, poveri cristi, non hanno avuto la giustizia degli uomini.

E domani si commemora un’altra strage, ma quella è un’altra storia, un’altra Vergogna d’Italia

Le foto in b/n sono tratte dal libro edito da Accademia Urbense da”13 agosto 1935 il giorno della Diga”

Una documentazione storica meritoria per mantenere viva la memoria di quella triste tragedia che ha colpito le comunità della Val d’Orba.

Foto durante la costruzione delle dighe e impianti di produzione idroelettrici

Foto di persone e scene di vita nella Val d’Orba

Un’Auto, la Diga e un Libro

Servono un paio di moto, un’amico, Francesco, una giornata d’agosto e 150 km, per fare un giro dove Storia, Arte, Cultura e Territorio si fondono e possono regalarci emozioni, riflessioni e scoprire cose incredibili a poca distanza da noi nella Valle dell’Orba.

Cultura, Arte e Storia a Acquabona da Ermanno Afer, dove si scoprono, al cospetto di una stupenda pineta, le sue grandi passioni, l’amore per le cose belle e quelle del passato, da lui con una meritoria ricerca salvaguardate dall’oblio e da sicura perdita.

Ermanno ci racconta per ogni oggetto, provenienza e curiosità.

Auto, moto, oggetti da lui personalmente restaurati nella sua attigua officina.

Si è come immersi in una favola!

In un crescendo di emozioni! Bellissime auto e moto d’epoca, un’incredibile raccolta di abbigliamento utilizzata per i suoi film/documentari, poi ancora la sorpresa di una grande esposizione di oggetti di ogni tipo.

E l’apoteosi finale, con un veicolo di struggente bellezza come la Giulietta Spider!

Un museo a cielo aperto da visitare in questo mese di agosto.

A questo link alcune informazioni

Ci congediamo da Ermanno proponendoci come comparse nel prossimo film già in cantiere!

Storia e riflessioni ad Olbicella davanti al monumento ai Partigiani, qui il 10 ottobre 1944 “Aria” un ragazzo di 16 anni fu costretto ad assistere all’impiccagione di 7 partigiani, suoi compagni nella Guerra di Liberazione.

Storia e riflessioni anche davanti a tutte le altre targhe in marmo che incontriamo strada facendo e ci ricordano i tanti giovani contadini e boscaioli, prelevati a forza da questi paesi a cui fu messa una divisa e dato un fucile.

Un tributo di sangue, carne da cannone per soddisfare nelle due Guerre Mondiali i regnanti e un dittatore.

La Grande Storia e passata nella Valle dell’Orba, sottoforma di una mortale ondata di piena a seguito del cedimento di una diga. Crollata il 13 agosto del 1935 che fece 111 morti. Una tragedia come tante altre dimenticate ma che ritorna dall’oblio all’improvviso!

Emerge e come in una visione, si staglia alta 40 metri sopra l’alveo dell’Orba nascosta, schiva, protetta dalla vegetazione

E’ la diga di Monte Zerbino lei è rimasta intatta da quell’estate del 1935 ma testimone di quel disastro ed e rimasta lì silente, ma capace di raccontare tante cose.

Dall’alveo l’unico modo per raggiungere la parte alta dello sbarramento è una salita quasi in verticale fatta aggrappandosi alla vegetazione.

Arrivare al culmine della diga è una gran emozione e per me anche vertigini, camminare sopra questo immenso manufatto, sotto di noi un lago verde di alberi di alto fusto e grandi depositi di ghiaia.

Un monumento dell’ingegno e della laboriosità umana, reso inutile da sbagliati calcoli e dalla concomitanza di tragici eventi.

Cultura a Ovada dove in serata la città accoglie il visitatore con il verde delle sue strade e la gente seduta nei bar e ritrovi del suo centro storico

Siamo alla ricerca di un libro ma troviamo chiusa una prima libreria.

Una signora gentilmente ci fornisce le indicazioni per altri luoghi di vendita, dove trovare il libro “13 Agosto 1935 il Giorno della Diga”

Speranze perdute perché non hanno il libro, anzi ci dicono che proprio non esiste piu!

Poi ecco la vita! Nel suo intreccio di situazioni cose da cui ne nascono altre, che ci stupiscono e far pensare! Dopo aver svoltato a caso in una stradina, per riprendere le nostre moto, incontramo una seconda volta quella signora, di cui non conosco il nome e di cui dimenticherò il volto, ma che vogliamo ringraziare sperando che gli arrivi questo nostro tributo.

Lei ci vede per prima e chiede se abbiamo trovato il libro, ne ha una copia e potrebbe darla in visione oppure…. “Provate dall’ Accademia Urbense è qua vicino può darsi che qualche copia ci sia”

Entriamo nell’archivio dell’ Accademia Urbense di Ovada” è ora di chiusura, in questo tempio di libri stampe quadri e libri un’altra persona gentile trova una copia e poi rovistando fra montagne di libri, eccone una seconda!

Paghiamo volentieri il dovuto per questo importantissimo documento storico corredato di centinaia di foto e descrizioni.

Salutiamo e nel congedarsi questa persona così gentile, si scusa per la sua sordità senile.

Il Territorio è quello incredibile dell’ entroterra della nostra Liguria e del Basso Piemonte, capace di regalarci ad ogni curva scenari nuovi, i grandi spazi della campagna dell’Ovadese con le sue strade finalmente diritte e alberate.

I sempre incredibili panorami visti da Bric Berton, con la luce radente del tramonto

Finisce qua il racconto di questa giornata, con il ritorno a luci accese delle nostre moto.

A casa verso le 22.30 mi chiama Francesco per condividere ancora qualcosa di questa nostra

bella giornata, mi fa notare alcune cose sul nostro libro “13 Agosto 1935” foto e descrizioni di questa interessante pubblicazione.

C’è ancora in po’ di tempo per sfogliare qualche pagina del libro.

Spengo la luce è finita una bellissima giornata

La Base di Pian dei Corsi

parte prima

Sono rimasti solo gli edifici della base militare statunitense 046, che faceva parte della grande rete per radiocomunicazioni 486L Medcom, un grande collegamento radio tra il Mediterraneo e il nord Europa.

La costruzione della base è ufficialmente datata al 1962

Ma almeno due anni prima, erano già presenti i reticolati e dei prefabbricati a Pian dei Corsi.

Fu chiusa nel 1992, quando nuove tecnologie digitali e satellitari, resero obsoleti questi impianti.

Quando era caduto il Muro di Berlino e si pensava ad un possibile mondo in pace.

Oggi invece siamo sull’orlo di una terza guerra mondiale l’ultima che combatterà il genere umano.

Pian dei Corsi effettuava il collegamento radio tra la base americana di Coltano, a sua volta collegata alla base militare di Camp Darby in provincia di Pisa, con la base di Feldberg in Germania.

Stranamente nello schema della rete, la base era chiamata 046 Savona, un’ anomalia perché le altri basi americane, avevano il nome del comuni dove erano installate

A Pian dei Corsi, confinano i comuni di Calice e Finale Ligure.

Sono con Francesco Canepa ,lasciamo l’auto a lato del grande piazzale in cemento, la base di atterraggio per elicotteri.

Foto aeree dell’epoca evidenziavano due strade che dipartivano da questo piazzale, in direzione del bosco, oggi completamente fagocitate dalla vegetazione.

Oggi è posto di manovra dei trasporti bici, per chi arrivando a Pian dei Corsi si tuffa in una vertiginosa spettacolare discesa verso il mare.

Due cubi di cemento, posizionati dall’entrata inpediscino l’accesso agli autoveicoli.

Con Francesco oltrepassiamo il grande cancello scorrevole.

Bloccato aperto da quando la base dei Pian dei Corsi è di libera visita.

Il primo impatto è un dilemma, possono piacere o no i graffiti?

Belli o decisamente solo scarabocchi, hanno colonizzato i muri interni ed esterni della base.

Ho già espresso il mio personale parere in un’altro articolo.

I graffiti nel contesto di questa base americana, si possono considerare come il ritorno della libertà, in un luogo di misteri e di chissà quali indicibili segreti

Ma molti sono i scarabocchi senza senso e quelli sono da biasimare, perché hanno nascosto alla vista alcuni simboli e scritte originali.

La mancanza degli infissi nell’edificio adibito a caserma, la luce di un giorno d’estate, illumina le vestigia cadenti, di quello che era un potente presidio di controllo e di trasmissione dati.

A sinistra svetta la cabina elettrica di servizio alla base.

Delle tre enormi pale eoliche solo una è in servizio.

La prima costruzione che si incontra è quella del posto di guardia dei carabinieri, staccata dal resto della base.

La presenza dello Stato Italiano, legittimava, solo visivamente, una sovranità territoriale a Pian dei Corsi.

In realtà l’Italia e il suo territorio era ed è succube e prona agli interessi d’oltreoceano

La base era comunque protetta da un limite invalicabile, composto da una doppia recinzione alta tre metri con reticolato sommitale

Nei primi anni erano i cani pastori tedeschi, che facevano buona guardia, poi fu installato un sistema di sensori acustici che avvisava di un’eventuale intrusione nel perimetro circostante la recinzione

Coperture in bitume proteggono i grandi serbatoi interrati per il gasolio dei gruppi elettrogeni

Nel primo edificio al piano terra era presente una panoramica palestra, servizi igienici una cambusa, locali di servizio, mensa e cucina.

Al piano superiore gli alloggi dei militari e altri servizi igienici.

A spanne questa base poteva contenere un centinaio di militari.

Normalmente la guarnigione presente era composta da una trentina di effettivi.

Si diceva fosse una caserma punitiva dove erano inviati chi aveva commesso qualche reato.

Un grande piazzale, divide altre due costruzioni a sinistra, tramite due grandi saracinesche si aveva l’accesso ad una autofficina comunicante, con un grande locale dove erano posizionati cinque gruppi elettrogeni, che alimentavano la base e le sue apparecchiature.

Qui chi era addetto alla sorveglianza, alloggiava in una stanzetta insonorizzata

Io e Francesco dopo una vita lavorativa spesa all’interno degli impianti di produzione di una Centrale Termoelettrica, siamo in grado di riconoscere dai dettagli o da particolari ancora presenti, i macchinari che erano posizionati in questa base.

Tale capacità è anche chiamata deformazione professionale!

I muri laterali di questo edificio sono stati parzialmente abbattuti per estrarre, forse trafugare i motori e gli alternatori dei gruppi elettrogeni.

Oltre ai macchinari anche gli impianti costruiti in acciaio rame o in altri metalli, sono stati sistematicamente saccheggiati nulla è rimasto anche le ringhiere sono state segate e trafugate!

Il restante edificio dirimpettaio al locale dei generatori, ospitava le apparecchiature per le radiotrasmissioni.

Le grandi canalizzazioni per il raffreddamento dei macchinari elettrici, alcune ancora presenti, sono significative del volume d’aria necessaria, per dissipare il grande calore generato dalle apparecchiature atte ad effettuare le trasmissioni radio emesse dalla base 046.

La condotta dell’aria serviva anche per arieggiare il locale delle batterie di accumulo.

In una stanza attigua il posizionamento dei neon ribassati rispetto al soffitto, fanno pensare ad una sala operativa di ascolto e di trasmissione dei messaggi radio.

Nell’etere erano divulgati messaggi in codice alfanumerico decriptati da un’apposita apparecchiatura.

Una duplicato su ruote del sistema elettrico, atto a decodificare e ad inviare i messaggi in codice, era conservato all’interno di questi locali

Per un’eventuale avaria del dispositivo in servizio.

Pronto comunque per essere trasportato via in caso di evacuazione della base.

Le foto dell’epoca evidenziano una grande parabola e almeno una decina di altre antenne di diversi tipi, alcune posizionate sopra un traliccio.

Di questi dispositivi restano le basi in cemento con i tiranti di fondamento saldamente infissi nei basamenti.

Non dovevano far vita grama i militari di stanza a Pian dei Corsi, avevano a disposizione aree di svago, una palestra e un campo di pallavolo.

In libera uscita con le auto di servizio, frequentavano i locali di Finale

Poteva mancare un barbecue?

C’è anche quello, inglobato nella vegetazione insieme ad una grande tavola in cemento.

Ma quale ruolo ha avuto questa enclave statunitense nei tanti misteri che hanno insanguinato la Repubblica Italiana.

Negli anni sono state molte le favole, le balle madornali raccontate anche dell’esistenza di rampe di lancio per missili naturalmente provvisti di testate nucleari.

Da testimonianze del personale civile che lavorava in questa base, è emersa l’esistenza di un bunker sotterraneo accesibile dall’edificio caserma, poi cementato.

Il motto del reparto di stanza in questa base era

We make things happening – Noi le cose le facciamo accadere.

Inquietante frase che ci riporta agli anni bui della nostra repubblica, quando il mondo era diviso in due blocchi e l’Italia coinvolta in fatti di sangue in tempo di pace apparente.

E’ utile ricordare che siamo il paese dei misteri, dell’Armadio della Vergogna delle stragi e dei segreti di stato dove spesso sono celati gli interessi dell’alleato americano, bugie, depistaggi, realtà che superano ogni fantasia.

La base 46 era in pieno servizio quando ci fu la Strage di Ustica e quella del Moby Prince.

Prima ancora la strategia della tensione con le bombe di Savona che ruolo ebbe questa base in quegli attentati ?

Il libro di Maccio’ ” Una storia di Paese” che parla delle bombe di Savona nel 1974/75 ci fa riflettere su alcune cose che vorrei elencare in un’altro articolo.

Poi arrivarono gli anni di Piombo culminati con l’uccisione di Moro.

Terminati con il rapimento del generale Dozier

Ringrazio Francesco Canepa per questa interessante giornata trascorsa a Pian dei Corsi.

I Caruggi

Anche questa mattina, ho sentito i Bagnanti, vecchia definizione oggi sostituita con Gentili Ospiti, pronunciar la parola budello…

Budello è, Pe Cuntu Me, qualcosa di viscerale, come volersi addentrare in luoghi oscuri, maleodoranti e pericolosi….

Caruggio sarà, un’altra parola persa, una delle tante che non pronunceremo più, budello lo ha già sostituito, utilizzato in post pubblicitari del tipo:

“Prestigiosi appartamenti a due passi dal mare e dal budello di Varazze!”

Allora se avere un budello da’ prestigio alla città, che budello sia!

Pou Belin du Zeneise, tanto più nessuno lo parla.

A chi possono interessare ancora le nostre tradizioni il nostro dialetto?

Tutto deve far business.

Oramai tutto quello che è Zeneise, viene ridicolizzato, sbeffeggiato come qualche giorno fa durante uno spettacolo in Ciassa du Ballun.

Con i soliti stereotipi i Liguri gente grezza e ignorante, inospitali e inadeguati ai tempi moderni.

Se per tempi moderni vuol dire riempire gli scogli di rumenta, pisciare e cagare dove capita, allora sono ben contento di essere ancora un uomo del novecento!

Dove c’era l’educazione e il rispetto delle persone anziane, di chi faceva un lavoro umile, dove ci si divertiva senza far tanto chiasso o spaccar qualcosa.

Non eravamo, succubi come lo siamo oggi del consumismo e delle mode e del divertimento sempre e comunque.

Abbiamo perso colpevolmente la nostra identità di un popolo che da una terra inospitale ha creato uno dei posti più belli d’Italia.

Il nostro dialetto era non solo un’espressione verbale, ma indicava mille modi di essere e di approccio alle cose, parole non traducibili in italiano, ma che rispecchiavano il nostro essere abitanti di una striscia di terra tra Bricchi e Ma.

Ora tutto è omologato perché nulla deve frenare divertimento e profitto.

E basta con sto Mugugno!

E così la focaccia, è la pizza bianca, il pesto si fa con le noci e si mette nei ravioli.

Una voluta ignoranza del popolo italiano emblematica di chi ha chiesto mangiando gli anelli di totani come possono nuotare quei strani animaletti fatti a cerchio!

Ignoranza ed ego sfogato su esercenti e camerieri e con chi è a contatto con il pubblico del mordi e fuggi, trattati come servi, una categoria di lavoratori dall’immensa pazienza vero fondamento dell’attività dell’accoglienza a cui la nostra città dovrebbe dedicare un monumento!

Ma il mancato rispetto, per chi fa lavori subalterni impera in tutto il Bel Paese e lo si vede dalle decisioni di questo governo.

Un’altro monumento andrebbe eretto anche nella nostra città per i suoi contribuenti per chi le tasse le ha sempre pagate, ma questo è un’altro argomento

Sempre parlando delle cose che stiamo perdendo noi Paisen de Vase contribuiamo alla sparizione del nostro dialetto, con uno stillicidio continuo, parliamo sempre più un zeneise accomodato: Fitu diventa prestu, l’Oege`/cuscin, , l’Articiocca/carciofu, Luasu/bransin, Chigommu/cetriolu, Basane/fove ecc.ecc.

Anch’io a questo non sono immune e i miei gosci/strafalcioni, ogni tanto li pronuncio.

Ma forse non tutto è perduto, le parole in dialetto, con cui sono nominate le vie e i caruggi del centro storico e i numerosissimi toponimi, del nostro entroterra, ognuno con la sua storia potrebbero essere un valore aggiunto.

Serve chi, magari solo a pochi dei nostri Gentili Ospiti, a quelli che vogliono conoscere qualcos’altro della nostra città, oltre il nome di un ristorante, di un bagno marino o…come nuotano i totani.

Pubblico il bel commento di Antonella Ratto al mio articolo “I Caruggi”

La ringrazio per questa sua riflessione, chi oggi arriva nella nostra città per una vacanza o anche solo per una fine settimana dovrebbe cercare e trovare le nostre specificità cose uniche della nostra terra.

Antonella Ratto:Fermarsi, guardare, ragionare e assaporare tutto quello che un territorio può offrire.

Un caruggio non è solo quello, è un mondo. L’architettura, la storia, gli aneddoti, la vita in quelle strette vie.

Ora si passa distrattamente senza domande e senza perché.

I luoghi si visitano anche gustando il cibo del territorio , si scoprono piatti inaspettati e dietro a questi sempre una persona che con amore ne racconta la storia, che poi, è anche la sua.

Pubblico questo altro testo tratto dai commenti ricevuti per il mio articolo “I Caruggi”

Ringrazio Luigina Scorsa che descrive un’aspetto presente sempre più, nella nostra società omologata e conformista, dove le eccezioni e chi è fuori dal coro è visto come un corpo estraneo ed emarginato

Luigina Scorza:Questa tua pagina mi ha dato spunto per una riflessione….un ricordo di una bambina entrata in prima elementare a Varazze che sapeva parlare solo in dialetto….dei suoi silenzi, della vergogna provata di fronte ai suoi compagni che parlavano solo in italiano….giornate difficili anche per le piccole derisioni subite per questa scelta fatta dalla famiglia per salvare questo dialetto.. Le nuove generazioni non hanno mai imparato da Lei una sola parola perché non dovessero patire la stessa sorte…. nella vita andare controcorrente è una scelta difficile che ognuno deve coscientemente fare se sa di poterne sopportare personalmente le conseguenze. ….riflessione di chi ha scelto di parlare in dialetto solo con gli amici.