Quellu Nicciu de S.Anna

Un racconto dove la storia vera di un ragazzino, in campagna dai nonni, si intreccia con un’altra storia di fantasia, costruita intorno all’Erbu Tedesco, veramente esistito in una contrada del nostro entroterra.

L’articolo è verosimile di cose accadute molti anni fa.

Sono tante, le Edicole Votive, sparse nel nostro entroterra, di alcune si conosce il perché, sono state edificate, proprio lì, in quel punto.

Erette per devozione o dove qualcheduno, ha ricevuto una grazia.

Ma della maggior parte di esse, se ne è persa colpevolmente la storia

Questa è il verosimile racconto du Nicciu de S.Anna, di questo luogo di devozione, tra non molto, non restera’ che un Muggiu de Prie.

Nelle calde serate estive si stava volentieri sotto quel pergolato dove appesa stava l’Uga Merella

Gli zii e il vicinato convenuti sotto quell’Atin a ridere di cose già raccontate tante volte, ma sempre piacevoli da ascoltare.

Poi alla solita ora i bambini erano messi a letto.

Gli adulti restavano ancora lì a chiaccherare, con le loro mogli ritornate sotto al pergolato, dopo aver rimboccato le coperte ai pargoli.

Ora anche loro ridevano magari di cose piccanti raccontate dallo zio buontempone e sboccato.

Penso a chissà quante, di quelle storie raccontate sotto a un pergolato o intorno ad una stufa, nelle lunghe e gelide serate invernali, sono andate perse.

Racconti, lacrime e tante risate.

Un patrimonio di vite vissute perso per sempre.

Non mi piaceva andare in campagna.

Dovevo lasciare la compagnia dei miei amici a giocare in quell’ immenso parco divertimenti, che era il nostro fiume, in una città di mare.

Mille cose più fantastiche di quelle che si potevano fare in riva al mare o in campagna.

Mi mancavano quegli amici sporchi, pieni di croste e maldestri, a piedi nudi, con cui litigavo, mi azzuffavo, ma poi amici come prima, se c’era da fare qualche scorribanda.

Lì in campagna amici non ne avevo, solo dei cugini, ma troppo piccoli, per andare in giro per campi e per boschi

E allora spesso mi ritrovavo a giocar da solo.

Ricordo i biondi campi di grano maturo che ondeggiavano al vento e quelli di granoturco dove mi nascondevo fantasticando chissà quali avventure.

Quel campo de Granun, dove vidi arrivare di corsa mia cugina quella grande con il seno già da donna, che mi scacciò da quelle pannocchie in malo modo.

Io corsi via, fermandomi sulla collina, in tempo per vedere il figlio del vicino, entrar in mezzo a quel granoturco

Chissà a che cosa stavano giocando.

Lunghi pomeriggi assolati dove far silenzio, perché gli zii e i nonni contadini, che si erano alzati all’alba, erano tutti nei fienili a far l’abbiocco post pasto.

La vita in campagna aveva i suoi ritmi e i suoi riti

Come passatempo solitario c’era l’altalena due catene legate ad un legno della tettoia.

Quante ore ho passato a dondolarmi seduto su quella tavoletta

Ma guai ad usarla in quei meriggi silenziosi ed assolati, cigolava e non conciliava con il pisolino degli adulti.

Allora con berettino e canottiera erravo per i sentieri in mezzo ai campi.

Non entrando più in quel campo di granoturco.

Ero contento quando lo zio mi portava nella piazza del paese a vendere i funghi, riuscivo anche a tirar due calci a pallone con altri ragazzotti come me nel campetto della scuola.

Lì mi passava a prendere con la vespa per riaccompagnarmi nella sua casa in campagna,dove noi eravamo ospiti.

Di solito si stava un paio di settimane in campagna, per aiutare i parenti nella fienagione e nella mietitura del grano

In cambio alloggio e vitto da consumare a pranzo e cena, tutti intorno ad una grande tavolata sotto quell’Uga Merella.

Taggen cun u Tuccu de Cuniggiu, Egua du Pussu e Vin du Nonnu.

Non ho un ricordo nitido di che cosa avevo combinato quel giorno.

Ero scappato per non buscarle di santa ragione e stavo dentro quel grande tubo che passava sotto alla strada.

Era il mio nascondiglio

Lì sopra c’era il bivio che portava al lago.

E Gasie in quel posto, facevano una bella ombra, con un po’ d’aria che mitigava la calura di quell’estate.

Una vecchia tavola e due grosse pietre, formavano una sorta di panca sotto agli alberi

Un bambino ci stava comodo dentro a quel tubo di cemento.

Tirai fuori il mio coltellino e iniziai a far la punta a un legno.

Dovevo star nascosto il tempo necessario per far passare la furia omicida di mia mamma!

Ero lì da qualche minuto quando sentii parlare

C’erano due persone sedute su quella panca e non mi avevano sentito arrivare.

Prestai orecchio cercando di capire chi fossero quelle persone.

Riconobbi la voce narrante di un parente, nominato sempre con molto rispetto da tutti.

L’altro non era del paese perché parlava in quella lingua, ostica per noi bambini negli anni 70, l’italiano

Capii che parlavano di un albero, l’Erbu Tedescu

Avevo già sentito pronunciare quel nome

Sapevo dov’era ma mai avevo chiesto il perché

E già perché era chiamato così?

Restai curioso, fermo e immobile e quello che udii fu una storia terribile, di violenza e sangue.

Mancava l’inizio di quel racconto, ma capii che sotto a quel grande noce era seppellito un uomo!

Un soldato tedesco ucciso da un sol colpo di fucile, da quel parente, tanto stimato.

Parlava solo lui, disse che alla mia età, a 12 anni, rientrando un giorno a casa aveva trovato sua mamma in lacrime, con un grande livido su una guancia e i vestiti strappati.

Quell’omone tedesco, aveva abusato di lei.

Sapeva dove suo nonno teneva quel fucile, il famoso Carcano o modello 91, una carabina in dotazione dell’esercito italiano, con cui lui ragazzo, aveva già sparato più colpi, alle lepri nel campo dietro la stalla.

Il militare tedesco era già lontano, lungo la strada, con un sacco sulla spalla dove metteva quei conigli che arraffava, ogni volta che arrivava nella casa dei nonni.

A meta’ della salita, si era fermato per pisciare, sotto a quella noce.

Quel ragazzo invece era accecato dall’odio, ma con un’ottima mira

Dove c’era l’edicola dedicata a S.Anna, lungo la strada, a quel tempo, esisteva solo una grande masso

Lui appoggiò il fucile sopra quella pietra.

Ebbe tutto il tempo di mirare bene, all’elmetto del tedesco.

Premette il grilletto e quel corpulento tedesco colpito dalla forza del proiettile, fece una mezza giravolta e si accasciò al suolo.

Arrivarono tutti, parenti e il vicinato e in meno di un’ora quel militare fu seppellito sotto quella pianta.

L’Erbu Tedescu

Non riuscii a carpir altre parole, perché i due uomini si avviarono verso l’edicola di S.Anna, troppo lontana per continuare ad ascoltare

Ritornai verso la casa degli zii, dove presi la mia quotidiana dose di botte, per quello che avevo combinato

Dopo qualche giorno io e la mia famiglia ripartimmo, per il ritorno a casa.

Quello fu l’ultimo anno di vacanza, dai miei zii in campagna.

Raccontai la storia dell’albero tedesco, ai miei amici, modificandola un po’

Aggiunsi il macabro particolare di quell’elmetto indossato dal soldato, con un foro da proiettile, usato per innaffiare le piante!

Bella la vita, quando una parola una canzone o un’oggetto, ci riporta indietro nel tempo.

Quando la verità supera la fantasia.

A scoprire vecchie cicatrici, ma anche ricordi quelli più belli.

Da adulto mi piaceva girar per i mercatini, ci andavo per curiosità, ma anche per la mia seconda passione, quella del restauro di manufatti in legno e mobili d’epoca.

Cercavo guarniture, cerniere viti chiodi o altri accessori per mobili.

Ma quel giorno….da dove era uscito fuori, quell’ elmetto tedesco, che faceva bella o brutta mostra sopra quel banchetto di cianfrusaglie?

Con un foro di proiettile?

Qual’era la sua provenienza?

L’ambulante, rispose alla domanda e parlò di quella frazione della mia città, dove andavo in vacanza da bambino.

Disse che il foro dell’elmetto lo aveva fatto un contadino con un trapano.

Non mi convinceva la cosa, comunque visto la balla che avevo raccontato agli amici, mi sentivo in obbligo verso quell’oggetto.

Acquistai non proprio ad un buon prezzo, quell’elmo tedesco con il foro.

Arrivato a casa esaminai con una lente d’ingrandimento quell’oggetto

Uno spesso strato di ruggine ricopriva quel copricapo militare, con la tipica forma crucca.

Non bisogna essere esperti balistici, per capire che quel foro era compatibile con la perforazione di una pallottola.

Poteva esser proprio quello, l’elmetto indossato dal soldato che fu seppellito sotto l’Erbu Tedescu?

A questo punto delle indagini, bisognerebbe riesumare il cadavere studiarne la traiettoria del proiettile ecc. ecc.

A ben vedere sotto quello strato di ruggine c’erano dei numeri.

Decisi per una pulizia dalla ruggine.

Erano numeri e lettere una poteva essere una data 26 7 44 ma le lettere SA?

Chissà chi l’aveva scritta, magari era una data di nascita di chi? Forse di un figlio del soldato tedesco e le lettere? Le iniziali del suo nome o quelle della persona amata?

Non so quanto tempo è passato da quei giorni in campagna

Non esiste piu quel pergolato de Uga Merella e quei racconti persi per sempre.

Restano i ricordi le foto di quei parenti, che nelle sere d’estate sentivo parlare e ridere.

Ci si perde di vista, poi nella vita, non rividi più quel parente, da tutti stimato e rispettato.

Nella mia ricerca storica sulle Edicole Votive mi dissero che fu proprio quel parente , che costruì l’edicola votiva simbolo di fede e di scampato pericolo.

Ma il perché, come tanti altri è andato perso per sempre.

Quante cose oggi da chiedere a chi non c’è più

E di quella noce recisa molti anni fa non resta che un ceppo annerito e marcio

Quell’elmetto che era nuovamente ricoperto di ruggine lo avevo regalato non ricordo a chi

Quei numeri incisi li avevo scritti su un biglietto, ma poi perso in mezzo a qualche libro.

Capita poi, quando i capelli imbiancano e gli anni passati sono tanti, forse non per caso, di ritornare nei luoghi che ci hanno visto bambini, a correre dietro alle nostre fantasie

E così con la moto, in un mattino d’estate sono ritornato in quella campagna.

Gli alberi al bivio facevano ancora ombra sopra quel ponte, dove ascoltai quella conversazione.

L’Erbu Tedesco non c’era più

E quell’edicola di S.Anna, ridotta a un cumulo di pietre.

Durante il ritorno, pensai molto, distraendomi anche dalla guida della moto.

Ma come avevo fatto a non pensarci!

Il 26 luglio è Sant’Anna!

Quel giorno nel 1944, lì dove fu eretta l’edicola votiva, fu esploso un singolo colpo che colpi’ a morte quel soldato tedesco

Ecco perché alla mamma di Maria fu dedicata quell’edicola!

Fu un ‘ex voto, perché la Santa tenne fermo quel fucile puntato, verso quel soldato tedesco che aveva abusato di sua madre.

Ma sopratutto, S.Anna aveva preservato nascosto per tanto tempo, quel terribile segreto, dalle rappresaglie dei tedeschi, capaci di cose tremende per vendicare un loro commilitone.

Ritornai ancora un’altra volta a parlare con una persona del posto.

Sapeva dell’albero tedesco ma non quello che gli raccontai.

– Ora ho capito …e mi disse di aspettare, dopo poco ritornò con un fucile inservibile, irreparabilmente corroso che io riconobbi come i resti

di un Carcano mod 91

– Ho trovato il fucile e un elmetto tedesco con un buco, nascosti sotto alla pietra dell’edicola.

Pubblicai questa ritrovata storia, su un giornalino di quella frazione della mia città.

Uomini e donne di buona volontà ricostruirono su quel masso, il Niccio dedicato a S.Anna

Francesco Baggetti

Il racconto non è relativo di nessuna Edicola Votiva della nostra città.

La foto è quella du Nicciu du Giancu in località Muggine

La Battaglia della Meloria

Campu Pisan

L’ampio spazio dalle mura del Barbarossa, fino a piazza Sarzano fu chiamato Campu Pisan

Il 1284 è l’anno della battaglia della Meloria, la battaglia fra Genova e Pisa decisiva per la supremazia del Tirreno.

La resa dei conti avvenne sulle secche della Meloria che si trovavano al largo di Livorno.

Pisa può schierare, 72 galee.

Il 31 luglio il tentativo del podestà straniero, il veneziano Albertino Morosini , di attaccare il porto di Genova era fallito per l’arrivo di due possenti armate navali genovesi.

Così Oberto Doria, comandante della flotta della Superba, insegue le navi nemiche nella zona tra le foci dell’Arno e il Porto Pisano.

Lo scontro è inevitabile.

Siamo al 5 agosto mentre le due armate navali si stanno affrontando in una battaglia durissima, all’improvviso arrivano le galee di Benedetto Zaccaria, futuro doge di Genova.

I Pisani sono sopraffatti. Lo stesso Morosini è ferito e la sua galea catturata.

Il conte Ugolino della Gherardesca dà il segnale della ritirata a Porto Pisano dove i resti dell’armata navale Toscana trovano rifugio.

I dati delle perdite pisane sono pesantissimi: 47 navi perse, 5000 caduti, 9000 prigionieri.

Anche le perdite dei vincitori furono significative, nonostante il cronista locale Jacopo Doria minimizza i danni ricevuti

Qualche tempo dopo il porto di Pisa fu reso definitivamente inoffensivo.

Come trofeo di guerra i genovesi appesero le catene del porto nemico, a quello che oggi è il Palazzo S.Giorgio.

Ancora, nello stesso anno sopra notato (1284), dopo la guerra che i Pisani avevano avuto con i Genovesi, molte donne pisane, belle dame, nobili, ricche e potenti, si radunavano insieme, ora in trenta, ora in quaranta, e andavano da Pisa fino a Genova per fare ricerca dei loro uomini e visitarli.

Infatti una aveva la’ il marito, un’altra il figlio o il fratello o un parente, e Iddio non “aveva fatto trovar loro misericordia presso quelli che li tenevano prigionieri”.

E domandavano alle guardie delle carceri dei loro prigionieri, e le guardie rispondevano: “Ieri ne sono morti trenta e oggi quaranta, e li abbiamo buttati in mare, e facciamo così ogni giorno con i Pisani”.

Quelle signore, sentendo parlare in questo modo dei loro cari e non trovandolo più, per la troppa angoscia cadevano svenute… è dopo un po’, riprendevano il fiato, si laceravano il viso conle unghie e si strappava o i capelli.

E piangevano fino a tanto avevano le lacrime… “.

Infatti nelle carceri i Pisani morivano per inedita e fame, per stenti, per angoscia e malinconia.

Non furono ritenuti degni nemmeno del sepolcro dei loro padri e furono privati della sepoltura…

A Campo Pisano la leggenda vuole che nottetempo si sentono ancor oggi un rumor di catene, risalire dal porto, sono i prigionieri pisani.

Molti sarebbero stati sepolti in quel luogo.

Al di là della tradizione legata alla presenza di prigionieri pisani, sembrerebbe confermato che la zona di Campo Pisano fosse utilizzata come luogo di sepoltura per i forestieri, e quindi anche i pisani morti durante la prigionia.

Sembra che il termine Massacan derivi dai prigionieri pisani messi a lavorare a far opere murarie che erano apostrofati con ” Mia sta massa de can”

Un decreto del 1403, emanato dal maresciallo Boucicaut, governatore di Genova per conto del re Carlo VI di Francia, stabiliva l’ inalienabilita’ e l’inedificabilita’ dell’area, divieti confermati varie volte nel corso del XV secolo, ma in parte venuti meno negli ultimi anni di questo secolo e decaduto definitivamente nel 1523, quando un decreto dei Padri del Comune consentì a chiunque di acquistare terreni e costruire edifici nella zona, che pochi anni dopo veniva inglobata nella nuova cerchia Muraria cittadina.

Il Giustiniano, nei suoi Annali ricorda come lo spazio sopra la fonte pubblica di Sarzano in breve tempo sorgessero ben 47 case.

In vico Campo Pisano, nelle immediate vicinanze della piazzetta, fino alla fine dell’Ottocento esisteva un popolare teatrino delle marionette, quello stesso locale ospita oggi un ristorante.

In occasione delle celebrazioni colombiane del 1992 un gruppo di volontari ha ripristinato la pavimentazione a risseu della piazza, con la centro l’immagine di una galea con bandiera della Repubblica di Genova, a rievocare i fasto dell’antica repubblica marinara.

La nascita della farinata tipico piatto ligure è da sempre associato alla battaglia della Meloria, quando da un sacco la farina di ceci fuoriuscita si trasformò in farinata a seguito di un incendio a bordo di una nave genovese, una leggenda per commemorare questa grande vittoria ogni volta che si consuma questo piatto.

Tratto da Il giro di Genova in 501 luoghi di Aldo Padovano.

A Cartea du Papè Mattu

La Cartiera Arado in località Rocchetta in sponda sinistra a valle del Ponte Nuovo, prima della curva del Marilena è stato l’ultimo edificio per la produzione della carta lungo la Valle Teiro a cessare l’attività nel 1990.

La famiglia Arado aveva acquistato dalla famiglia Calcagno nel 1881, questa Cartiera, denominata nell’atto di acquisto come “un fabbricato dal fondo al tetto ad uso di fabbricazione di carta straccia Edifizio della Rochetta”.

Questo edificio era composto da un piano seminterrato dove si produceva la carta, il primo piano era adibito ad abitazione civile e il secondo piano era occupato dal reparto di asciugatura.

La forza motrice idraulica arrivava alla ruota tramite un beo alimentato dalla Ciusa du Pasciu, questo canale serviva altri opifici nella zona du Muin a Vapure situati alla base del colle di S.Donato, poi ancora gli orti du Gnarin e da Madunetta.

Buona parte del percorso di questo beo era sotterraneo, l’acqua in uscita dalla ruota della Cartiera Arado passando sotto la sede stradale, alimentava gli opifici di Muinetti, all’inizio da Via Gianca, qui c’era un prelievo d’acqua. tramite una piccola canalizzazione per gli orti da Camina’ poi con una mirabile opera idraulica, il beo principale, sottopassava tramite un sifone ( visibile oggi dal ponte di legno lato monte), l’alveo del fiume Teiro, per irrigare gli orti da Lumellin-a e arrivare au Muin de Pantelin, dove finalmente l’acqua, che aveva lavorato nella ruote idrauliche del Sciu da Teiru, era restituita al corso del fiume, tramite un canale di scarico visibile nei pressi della chiesa dell’Assunta.

Nella Cartiera Arado negli anni 60 fu dismesso l’uso dell’energia idraulica a favore dell’utilizzo della forza motrice elettrica, ci furono anche altre innovazioni, nuove macchine erano utilizzate nel ciclo di produzione della carta tra cui un nuovo sistema di essiccatura che eliminava il faticoso utilizzo degli stenditoi al secondo piano dell’edificio della Cartiera.

Anche se non utilizzata per il ciclo produttivo, la ruota a pale era lasciata girare folle, come una specie di attrazione bella da vedere, per chi passava di lì.

La cartiera aveva una buona produzione, ricordo, i cumuli di cartone nello spazio antistante pronti per essere usati nel ricircolo produttivo du Oapè Mattu e quell’odore caratteristico, de Papè Bagno’

Benedetto Arado, oltre alla fabbricazione di questa carta grezza per uso alimentare e non, provvedeva anche al trasporto e alla consegna ai vari clienti, tramite il suo inseparabile motocarro, anche il viaggio di ritorno era ben calcolato e destinato al reperimento della materia prima, il cartone da imballaggio.

U Pape’ Mattu u finiva in te biteghe du pan, fruta e verdua, duvve ghe fasciavan pan figassa, pasta, succu e faina a besagnina in tu pape’ mattu che mettiva, ge, insalata, articiocche e coi, a fruttarolla ghe fasciava meie, peie, perseghe e cetruin.

Ean tutte brave a redugiolu pe fo i pacchetti!

Cun u pape’ mattu ghe favan de tuttu e poi serviva ancun na votta…. pe fo fogu in ta stiva.

Ringrazio e pubblico i seguenti commenti a questo articolo.

G.B. Caviglia.

Ricordo il titolare con sempre in testa un copricapo di carta. Nei primi anni sessanta, fornitore del cartone prelevato presso i negozi era un certo Rocco. Un uomo che aveva problemi alle gambe e anche ad un braccio, ma nonostante i suoi handicap riusciva a caricare e trainare un carretto dove sistemava gli imballaggi usati.

Mariangela Calcagno

Il signor Arado u Detto, era amico di mio padre, era un artigiano preparato e gentile

Lorenzo Valle

Ricordo che in una sua visita mi spiegò qual’ era il suo ciclo produttivo/commerciale. Praticamente passava dai negozi e ritirava il cartone degli ex imballaggi, lo portava in cartiera e lo lavorava ottenendo la carta straccia o grisetta o pape’ mattu o come volete chiamarlo. Una volta prodotta la vendeva ai negozi di frutta e verdura o besagnini come volete chiamarli.La sua era una macchina a tamburo o in tondo, macchina comune nella Valle del Teiro. Fino a tutti gli anni 50, l’asciugatura era naturale ovvero carta stesa sulle corde nell’essiccatoio o spandiu’. In seguito montò un cilindro essiccatore a fuoco diretto e con questo l’essiccatoio naturale non servì più. Mi sembra che produsse carta fino all’inizio degli anni 90.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

A Tartaruga du Giuan

Nel campo delle patate viveva una tartaruga.

Da tanti anni faceva sempre le stesse cose, trascinando il suo grande, pesante carapace avanti e indietro.

Poteva avere trenta o quarant’anni, Giuan l’aveva trovata lì quando aveva acquistato quel terreno.

Terra da coltivare strappata dall’incessante Giamin di Nostri Vegi, agli acclivi pendii del Muntado’

Era lei la vera padrona della Fascia Lunga, un grande terrazzamento con un possente muro di sostegno in pietra

Lungo almeno cento metri!

Irrigato da un Beo, alimentato da a Ciusa dell’Arsoccu

La tartaruga conosceva ogni millimetro e filo d’erba della Fascia Lunga.

Lei, perché era una femmina, ghiotta de Radiccia, Dente de Can, Rattalevre e dell’insalata che le portava ogni mattina Giuan.

Lo aspettava ogni giorno, dove Giuan apriva la paratoia del Beo, per irrigare l’orto, in ta Fascia Desutta, dove c’era l’orto estivo

Le portava l’insalata, ogni giorno e per tutta l’estate.

Poi quando la bella stagione era oramai finita e in quel posto diminuivano le ore di sole, allora la tartaruga spariva alla vista.

Giuan l’aveva vista andar nel bosco.

Forse a cercare il suo fidanzato e andar con lui, in camporella!

Rosetta la moglie di Giuan scuoteva la testa e sospirava…beata lei!

Ritornava a fine settembre, primi di ottobre, si avvicinava alla casa di Giuan e Rosetta, a cercare quella grossa Ciappa, lasciata appositamente per lei, appoggiata al muro.

Lì restava, rintanata finché il sole, a metà primavera non riscaldava nuovamente quella grossa pietra, dove al riparo, aveva passato l’inverno.

Una mattina, in piena estate, Rosetta vide la tartaruga, dalla porta di casa.

Che cosa strana, mai si era avvicinata anzitempo alla loro abitazione

– Cosa ti ghe fe chi? Giuan nu t’ha purto’ l’insalatta?

Un brivido, percorse la schiena di quella povera donna!

Si ricordo’ du Custu de Insalatta, che lei poco prima, aveva dato a suo marito.

Era il mangiare per quella bestiola!

Le venne un brutto presentimento!

-Giuan! Duvve te! Giuan!

Nessuna risposta

Corse a cercarlo in ta Fascia Lunga.

Lo trovo’ riverso a terra, lo sguardo perso, la bocca serrata

Con uno sforzo terribile, riuscì a rigirarlo a faccia in su

– Giuan, Giuan!!

L’uomo la guardava senza alcuna reazione.

Corse al telefono, arrivo’ l’ambulanza

Gli fu diagnosticata una sincope

Giuan non era in pericolo di vita e i medici dissero, per merito suo.

Grazie al suo tempestivo intervento, prestando soccorso a suo marito e chiamando la Croce Rossa, aveva scongiurato altre complicazioni ben più gravi.

Ma era stata la tartaruga!

Un’altro brivido le percorse la schiena .

Il merito era tutto di quella bestiola!

Era arrivata alla porta di casa, a cercar quell’insalata che ogni mattina Giuan le portava.

E così facendo la tartaruga, aveva salvato la vita a suo marito.

….ma non è possibile ..non è possibile.

Ma un’ altro pensiero, un, interrogativo, balenò in quel momento nella testa di Rosetta!

I figli non volevano che rimanesse da sola e si proposero per ospitarla nella loro casa.

In città più vicino all’ospedale, comodo per far visita a Giuan.

No lei doveva ritornare a casa!

Doveva capire

…quella tartaruga…ma non era possibile!

Le testuggini sono animali anaffettivi, così è scritto nella scheda che descrive quella razza.

Rosetta si avviò nella fascia lunga

Dal beo l’insalata era ancora tutta lì!

Ma allora Giuan, era riuscito a lasciare quellu Custu de Insalatta al solito posto e poi si era accasciato a terra.

E come mai la tartaruga non aveva mangiato l’insalata?

Era forse corsa, si fa per dire, fino da Rosetta a chiedere aiuto per Giuan?

Gli animali meglio degli umani, pensò Rosetta

Cercò inutilmente quella bestiola, nella Fascia Lunga e presso la casa, ma non c’era.

Allora pensò, sarà andata da quel suo fidanzato nel bosco.

Beata lei!

Francesco Baggetti

A Vanvera 2023

Un po di ridere da EL MIDI e una foto.

Io e Francesco del 58, la miglior annata!

L’A12 rumor di ruote, asfalto drenante, sole negli occhi, gallerie buie.

Il secondo caffè per chiedere una dritta.

L’agente locale cita le vie località, troppa precisione confonde.

Passo del Bocco, inizia la danza, una a destra e una a sinistra, su a salire dove una meridiana segna le 9.

Un saluto alle due signore che ripuliscono un’edicola di Lourdes.

Si scende a Varese Ligure in quel bar all’ombra a far l’aperitivo.

Un ponte a Schenna d’Ase e il borgo rotondo.

Cento furono le vittime dei briganti e altrettante le Croci che danno il nome al Passo.

Grandi praterie e rotoli di fieno.

Mucche marroni sdraiate ci osservano tranquille.

Una rotonda e un ristorante all’ombra.

Il mio primo che non arriva mentre Francesco sogghigna.

Le premure sono per lui, l’ex biondo c’è e colpisce!

Un pò di brodo anche per le nostre moto.

Caldo e traffico e attenti ai velox.

A Pontremoli il ponte ha quattro arcate una torre e una basilica.

Paese di peccatori con dieci confessionali in marmo.

Parlano lingue straniere gli altri avventori.

Belle le panchine a libro.

Un gelato scegliendo i gusti più richiesti.

Dal tavolino scorre un’ umanità di ogni tipo nessuna a noi preferita.

Così per dire

Si risale in moto e tra villette e le piccole borgate non c’è anima viva.

L’abbiocco di chi lavora la campagna.

Ancora pieghe e a tirar su le moto.

Il Passo Carpinelli

Chilometri percepiti 500 reali 200!

Cerchiamo una doccia e una brandina.

Uno non risponde un’altro è pieno di olandesi.

Ma in cima al passo c’è il Belvedere, con una camera matrimoniale e due lettini.

Il terzo piano senza ascensore si sente.

Siamo stanchi.

Ho un ricordo da lasciare…convinco Francesco a far per primo la doccia.

Il sole non è ancora sceso quando siamo a cena.

Il menu dei primi si ferma al farro con i funghi porcini, quello dei secondi all’agnello alla brace.

Un tortino sempre di funghi fa da contorno.

Due dolci e facciamo cin cin con gli ultimi due bicchieri di una brocca da un litro di Merlot.

Tanto per oggi basta curve.

Bello il venticello ma ci vuole la maglia.

Mi gira un pò la testa quando la vado a prendere.

Si chiacchera e si ride come tra due vecchi amici.

Questi siamo noi.

Niente da fare anche qui all’Hotel Belvedere, apro gli occhi alle 5, la finestra e la persiana del terrazzino.

L’aria è gelida c’è nebbia.

Giusto in tempo per l’inizio di una insistente pioggia che durerà tutto il giorno.

Ma si sa, qua vicino c’è il pisciatoio d’Italia.

Alle sette dalla sua camera arriva Francesco

-Cussa femmu?

– Aspettemmu che u ciante lì de ciove

Speranza mal riposta, pioverà in pratica ininterrottamente fino alle 15.

Colazione a buffet, in contemporanea con una “simpatica coppia anglofone”

Sprezzante perché hanno la Tesla nel parcheggio

Per fortuna c’è altra gente che risponde al buongiorno.

Facciamo i bagagli

La cassa comune non basta per pagare pernotto e cena

Piove aspettiamo.

Francesco tacca pomello con il proprietario e altri signori, nasce una gradevole conversazione

Smette di piovere asciughiamo le selle alle moto.

Per vederle nuovamente bagnate dopo due minuti.

Sono le 10 partiamo sotto la pioggia.

Arriviamo a Piazza al Serchio che diluvia mettiamo le moto al riparo sotto un gazebo.

Li vicino un’incredibile manufatto umano.

Una locomotiva a vapore

Come facevano a governare ma sopratutto a costruire questi mostri non lo so.

Altre generazioni, arrivate da altri mondi.

Sono ben quattr’ore che non mangio!

Il campanile batte mezzogiorno.

Indossiamo come da foto le coperture antipioggia

Un cane all’interno del ristorante/osteria, si spaventa abbaia e ringhia a vedermi così agghindato.

Sembro Batman.

A stento il padrone lo trattiene

Tutti ci guardano s’odon espressioni colorite in toscano.

Quel cane per tutto il tempo che restiamo nel locale, ci tiene d’occhio.

– Scusi la toilette?

– Al secondo piano

Per fortuna non sto facendo una delle mie corse al cesso!

Busso alla porta dell’appartamento, ma ad accogliermi solo la scritta Servizi

– È permesso?

L’appartamento sembra abitato.

Da chi?

Mi chiudo a chiave nel bagno.

Una tenda nasconde la vasca da bagno

Asciugamani già usati

Fuori continua a piovere.

In menu’ è detto a voce da un’attempato cameriere.

Riprendiamo le moto, il viaggio è quello del ritorno, attraversiamo la bella e servega Valle del Serchio.

Grandi monoliti di roccia da dove ogni tanto cadono pietre in mezzo alla strada. Orridi senza fine, laghetti dighe e villaggi con mulini.

Trafori scavati nella roccia viva.

Tutti senza foto perché pioviggina ancora.

Non ci sono aree di sosta e fermarsi a bordo strada con quei grandi bilici che all’improvviso sbucano dalle curve, mettono a repentaglio le nostre “giovani vite”.

Consiglio il percorso a salire di questa strada, ma in giorno festivo, per non esser obbligati a star dietro a dei camion.

Inizia una bella discesa e panoramica anche se nebbiosa vista.

Un’insistente vento, in assenza di pioggia, ha già asciugato la strada.

Niente foto, la nebbia cela le Apuane da dove scendono ripide le strade delle cave.

– Andemmu a Stazzema?

Chiedo a Francesco

E al bivio saliamo per alcuni chilometri.

Arriviamo a Stazzema, non c’è nessuno nella piazza della chiesa solo quelli scritti sul monumento ai Caduti delle Guerre Mondiali.

Nessun cartello ci dice dov’è S.Anna, il luogo della strage durante la Seconda Guerra Mondiale, dove con la divisa dei carnefici tedeschi, qualcheduno parlava toscano.

Franco u se torse na sigaretta e io vado in cerca di informazioni

Trovo un signore.

Chiedo dov’è S.Anna.

– Da tutt’altra parte.

Bisogna scendere e risalire dall’altra parte del monte, un’ora e mezza di strada.

Sicuro che alla mia ignoranza geografica ne corrisponda un’altrettanta storica, vuol raccontarmi la Storia dell’Armadio della Memoria, dove emerse dopo mezzo secolo la Strage di S.Anna di Stazzema.

Ma conosco bene quel triste episodio una strage per anni ignorata perché il nostro sistema di alleanze e la cattiva coscienza di alcuni, misero tutto a tacere di quell’efferrato eccidio di donne bambini e anziani i cui corpi anche se moribondi furono dati alle fiamme.

Tutto taciuto in un armadio tenuto nascosto e inaccessibile solo perché era girato al contrario!

Quante vergogne ci sono in Italia!

Pero’ un belin di cartello potevano metterlo!

Quanti di quelli che transitando nella Valle del Serchio, all’indicazione di Stazzema, si ricorda, prende la strada e va a cercare S.Anna?

Forse più nessuno.

Ora l’aria si fa pesante umida, la strada si spiana per arrivare a Forte dei Marmi.

Mica facile trovar dove prendere l’autostrada.

Cartelli sbilenchi dell’A12 e frecce dalla dubbia direzione spariscono alla vista.

– Da che parte andemmu?

– Se gh’emmu u ma davanti pe ando’ a ca giemmu a drita

Filosofia geografica!

Imbocchiamo l’agonata autostrada a Massa

Ma il mio biglietto non esce…

Alla richiesta d’aiuto un operatore remoto, mi dice

– Prova ora

Esce un biglietto ma scende la sbarra, prendo un secondo biglietto e la sbarra si alza.

Raggiungo Francesco che aveva rallentato per aspettarmi.

Alla prima area di servizio tappa per caffè e per pisciare.

Francesco tacca pomello con il barista/ cassiere che vuol rifilarci un caffè doppio in offerta.

Poi smesso i panni da cassiere diventa barista e ci confida che così vogliono i suoi capi, propinare l’offerta del giorno a chi vuol solo prendere un caffè, la scusa per pisciare.

In Italia, se non ci sono boscaglie o non si è a fare il bagno in mare, per pisciare bisogna pagare.

Sempre molto trafficate le nostre autostrade, ma con una buona media dopo un’ora e mezzo da Massa, rivediamo Vase dal Nautilus.

C’è il sole e fa caldo

Ma ci sta ancora un gelato

Guardiamo le nostre moto infangate come ad aver fatto il motocross!

Peccato per la magnana de smierda di oggi dovuta alla pioggia

Chilometri percepiti 1000 e fischia, reali 522.

Prima dei saluti c’è la pausa di riflessione.

Anche se con il meteo inclemente, sono state due belle giornate, a Vanvera per i bricchi dove ci hanno portato i nostri mezzi a motore.Due belle giornate! Grazie a noi, due vecchi amici, abbiamo altre cose da raccontare e da ricordare con un sorriso.

Grazie Francesco

2 Agosto 1980

quante volte sono stato, due anni prima della bomba, nella sala d’aspetto di seconda classe, della Stazione Ferroviaria di Bologna.

Io come altri potevamo esser morti dilaniati da un boato.

Le indagini hanno scoperto che loro erano già pronti da un’anno e forse anche prima, per mettere quella bomba.

Aspettavano il momento propizio, mancava ancora qualche tassello al loro delirio fascista, di punire la rossa Bologna o forse era solo una banale questione di soldi.

Perché servirono tanti soldi un po’ per gli esecutori e tantissimi per cucir bocche e depistare.

Sono stato nella sala d’aspetto di seconda classe della Stazione Ferroviaria di Bologna.

Due anni prima, ad aspettare uno dei tanti treni in quell’anno di naia.

Soldatino d’Italia nell’anno dell’omicidio Moro.

Bologna nel 1978 era una città irrequieta con i blindati della polizia fissi in piazza Maggiore.

Sui gradini di quella piazza, povere ragazze con i bracci neri di eroina, sotto ai portici le femministe e i cortei operai.

La sera tanti ragazzi come me con i capelli da naia, sui pullman verso la periferia per la ritirata negli affollati casermoni di un inutile esercito.

Quel mondo non esiste più, ma le domande di giustizia, sono rimaste senza risposta, come le dieci domande fatte a un politico.

Anche oggi, come e’ successo per Falcone, Borsellino i loro uomini e gli 85 della Strage di Bologna, ma anche per ogni altra strage e delitto, si parlerà senza vergogna di ricerca di giustizia dei mandanti e dello Stato garante della giustizia…..

Menti raffinate, occulte fecero stragi di povera gente perché dovevavano colpire nel mucchio.

Per spaventare e rendere precaria la nostra vita e

perché il Presidente della Repubblica era un partigiano

Tutti dilaniati da un’esplosione, un marchio di fabbrica mafioso e fascista.

Che sono la stessa cosa.

Quel Giorno in Africa

La tempesta di vento aveva abbattuto molti alberi.

Per fortuna la pista era libera.

Ma ora c’era da attraversare la boscaglia.

Il tracciato di quella strada proseguiva a curve alterne come a volersi districare fra le piante.

La luce del giorno spariva a tratti nel folto della vegetazione.

Al mio passaggio la foresta si tacitava.

Animali appesi agli alberi osservavano curiosi la Land sobbalzare sulle gobbe e buche della strada.

Ecco una radura dove il vento aveva sfogato la sua rabbia un grande albero dalle poche radici giaceva appoggiato ad un suo simile.

Ora la strada scendeva per oltrepassare un piccolo stagno.

Un albero abbattuto era di traverso.

Ma con un pò di manovra poteva essere aggirato

Un gruppo di uomini stava tagliando quella grande pianta, per trarne legna da ardere

Ci fu un cenno di saluto poi ripresero con i loro attrezzi a fare a pezzi quell’albero.

Alcune donne erano intente a spezzare i rami più sottili per farne fascine.

Oltrepassato quel ruscello le cose precipitarono!

Un gruppo di indigeni arrivò di corsa, avevano le lance e sui loro volti colorati, i segni di guerra.

Feci scattare la sicura delle porte.

La mia mano si mise a cercare e trovò il calcio della pistola.

Forse intuendo la mia reazione, si fermarono a debita distanza.

Capii che era solo un gruppo a caccia, capitato lì per caso.

Quello che poteva esser stato il capo, si avvicinò.

Nei suoi occhi la disperazione!

Mi fece cenno di seguirlo, avviai il motore della Land.

Ora quel gruppo di cacciatori, mi faceva, strada nel fitto della boscaglia.

Capii la tragedia di quella povera gente, quando arrivai nel loro villaggio.

Un gigantesco albero si era abbattuto su alcune case di fango.

Decine di uomini che avevano aggredito quella pianta con le asce, per un’attimo smisero di martoriare quell’albero.

Alcune donne erano intente a parlare, con chi era rimasto imprigionato all’interno di una di quelle casette.

Altri uomini stavano cercando di scavare un tunnel per portare in salvo quelle persone.

Fermai la Land al centro di quel vilaggio.

Quello che sembrava essere il capo, mi fece capire a gesti, circondato dagli uomini del villaggio, di trascinare via con il Land, quella pianta abbattuta.

Una vecchia, logora corda era già stata legata intorno a quell’albero.

Pensai che non sarei mai riuscito, a trascinar via quell’albero, troppo pesante, anche per il Land.

Ma c’era un’altra soluzione.

La motosega era dietro facilmente accessibile.

Presi la tanica e feci rifornimento.

Diedi un pò di cicchetti mica potevo far brutta figura!

E fallire l’avviamento della motosega!

Il motore parti al secondo tiro di corda.

Il rumore della motosega spaventò quegli uomini che si allontanarono

Restarono poi a debita distanza, fermi ad osservare.

Le donne erano sparite.

I bambini curiosi erano tutti in riga ad osservare quella scena.

Iniziai a fare a pezzi i rami dell’albero.

Poi salii sul tronco per capire il da farsi.

Gettai lo sguardo all’interno dei resti di quella casupola e vidi una donna, rannicchiata, che stava proteggendo il suo bambino.

Gridai cercando di attirare la sua attenzione, ma non ebbi risposta.

Non fu difficile con la motosega far cadere quell’albero dalla parte giusta.

Scongiurando il definitivo crollo di quella casetta

Feci in mezz’ora il lavoro di un giorno, di più uomini con le asce!

A motosega spenta mi accorsi di quanti occhi curiosi mi avevano osservato

Le donne erano ritornate.

Furono le prime che si fecero largo in quel groviglio, tra i rami e il tronco di quell’albero appena tagliato.

Una donna entrata all’interno ne era uscita con in braccio il bambino, che tolto dalle braccia della sua mamma stava piangendo fragorosamente.

Invece la donna tardava ad uscire.

Temetti il peggio.

Ma dopo alcuni minuti che furono infiniti, anche lei usci’ da sotto quel ammasso vegetale, sorretta da due donne.

A malapena riusciva a camminare.

Con le mani sosteneva il suo pancione come a voler trattenere quel bimbo che stava nascendo.

Grida e canti accompagnarono quella donna in un luogo sicuro.

Approfittai del trambusto e

avviai il motore della Land. Salutai con un gesto quella povera gente.

Alzarono tutti un braccio, anche i bambini

Chissà se ancora oggi, qualche vecchio racconterà la storia di quel giorno in Africa.

Francesco Baggetti

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone e bambino

Quattro Belle Figge

Ricordo di Luigina Patrone

– Luigina! U Contini u ne fa na fotu, cun a lansetta andemmu?

– Ma cussa ti disci Enrica! Go puia nu so nuo’!

– Mi remu e ti, ti ste de prua e Irene a se mette de puppa.

Vegnu anche mi!

– Tou lì a Fanetti! Ma te sa neigra cumme un ferrun!

– Alua metti u lesu che mettimmu a barca in ma

– Madonna! Troppu peisu scuffiemmu!

– Speremmu! Cuscì u vegne quellu bellu zuenu du bagnin a sarvone!

– Te propriu scemma Enrica!

– Irene, ti ghe l’è un mandillu anche pe mi?

– Nu l’ho sa detu a Luigina.

– Sun tutta spetteno’!

– E va ben fa ninte tantu sta foto chissà che fin a faia…

Tradusiun

– Luigina! Contini ci fa una foto con la barca!

– Ma cosa dici Enrica ho paura non so nuotare!

– Io remo tu stai a prua e Irene a poppa

– Vengo anch’io!

– Ecco la Fanetti, ma come sei abbronzata!

– Allora metti il tappo che mettiamo la barca in mare.

– Madonna troppo peso ci capovolgiamo!

– Speriamo così viene quel bel giovanotto del bagnino a salvarci!

– Sei proprio scema Enrica!

– Irene ce l’hai una fascia per i capelli per me

– L’avevo ma l’ho data a Luigina

– Sono tutta spettinata!

– E va bene non fa niente tanto questa foto chissà che fine farà…

Lo Scandalo Besson

Il 30 luglio del 1907 esplose lo “Scandalo Besson”

Quella che segue è la prima pagina del libro “Messe Nere sulla Riviera” di Pier Luigi Ferro, edito nel 2010 con la prefazione di Edoardo Sanguineti.

“Il vapore va a tutta furia, lungo la bella e splendida riviera di Ponente, si sentono dire Pegli, Pra, Voltri, Arenzano e il povero Eugenio teme sempre di sentire quel nome, che suona per lui esilio e castigo…. Metteva di quando in quando, la testa fuori dallo sportello, si fissava ora sulle acque, ora sulle rupi presso le quali è fatta con raro ardimento quella via, ed nelle diverse gallerie, aveva anche tentato di prendere un po’ di sonno

Più volte erasi provato ed invano aveva domandato quel benefizio, che sentiva li sarebbe stato assai grato. Era la cosa di un momento era un sonno agitato, come la carrozza su cui si trovava, trascinato vorticosamente dalla vaporiera. Finalmente si arriva a Varazze.

Quella graziosa città, era allora gran centro di operai occupati nella costruzione di bastimenti unica industria da cui ricavava pane e una certa agiatezza, degna veramente di invidia.

Non è però verso il mare, che egli in compagnia del padre si indirizza, ma sopra il delizioso pendio su cui una volta si diceva che esisteva Il Paradiso di Varazze. Era colà l’abitazione di pii cappuccini, che trascorrendo la vita, tra la preghiera e il sacro ministero, davano a molti l’occasione di trovarvi il paradiso.

Il popoletto, dava poi anche quel grato nome, per significare la gran pace, che colà godevano quei solitarii impegnati in solo due pensieri, amar Dio e amare il prossimo

Nel 1871 con la dovuta licenza, dei legittimi proprietari si fabbricò un edifizio ad uso delle scuole di convitto

Ora questo è di proprietà dei figli di Don Bosco e colà fanno del loro meglio, perché si possa sempre dire, che quel soggiorno non smentisce mai l’antico suo titolo d’esser un vero Paradiso per tanta povera gioventù.

Erano le 8:30 del mattino, quando il padre e il figlio silenziosi per diversi motivi arrivarono alla porta del collegio.”

Eugenio nei mesi della sua frequenza in Collegio, matura una profonda vocazione e il desiderio di farsi prete.

Ma deve affrontare il diniego del padre a cui non poteva disubbidire.

Nell’incertezza della decisione, se accettare la chiamata di Dio e l’obbedienza al padre Eugenio cadde in una grave depressione, deperendo a vista d’occhio, si ammalò e raggiunse il Regno dei Cieli.

Questa lettura inserita nelle “Letture Cattoliche di Torino” una pubblicazione fondata da San Giovanni Bosco, secondo la mentalità di chi la scrisse, voleva magnificare la sacralità della scuola, che era all’interno del Collegio di Varazze.

Il libretto affidato per la distribuzione ai parroci, serviva da volano per il reclutamento di giovanetti, nel Collegio Salesiano, indirizzato ai genitori anche come monito ad ostacolare le vocazioni.

Il libricino conteneva alcune foto della nostra città e dell’edificio.

Ma nell’estate del 1907, le cose precipitarono.

Il 30 luglio del 1907 il quotidiano di Savona, “Il Cittadino” rese pubblica la denuncia fatta dalla famiglia Besson, relativa a certi accadimenti che da tempo erano perpetrati all’interno del Collegio dei Salesiani di Varazze.

Un diario tenuto da Alessandro Besson descriveva con dovizia di particolari l’ambiente blasfemo del Collegio, raccontava di notti di follia gli alunni terrorizzati dai maestri e obbligati a partecipare a strani rituali, anche durante la cena con crocifissi infilzati nel cibo, statue di cera di Garibaldi fatte sciogliere sul fuoco, fantocci del re impiccati.

I sacerdoti dell’Istituto Salesiano e le suore dell’Istituto di S.Caterina invitavano i collegiali a spogliarsi e a partecipare a messe nere e riti satanici. Donne sconosciute, erano fatte entrare di nascosto, per partecipare a queste orge.

Alessandro Besson e la sua famiglia furono accusati di calunnia dalla chiesa e quelle testimonianze furono giustificate come frutto di fantasia di quel ragazzo per colpa di certe pubblicazioni pornografiche.

Ma altre testimonianze confermavano la licenziosità di alcuni uomini di fede all’interno del Collegio.

Fu anche chiesto il parere del Lombroso, noto antropologo che aveva elaborato la teoria secondo la quale, i criminali erano riconoscibili da certe anomalie somatiche, vedendo la foto del ragazzo, sentenziò che quello era l’aspetto di un degenerato, ma non pazzo.

Le rivelazioni dello Scandalo Besson, crearono disordini non solo nella nostra città, ma anche a Savona e l’eco di questo scandalo, si propagò in tutto il Regno d’Italia, manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocarono l’incendio di alcune chiese, un morto e un centinaio di arresti.

E crisi istituzionale, fra il governo Giolitti e la Santa Sede.

La Massoneria venne accusata di aver architettato lo scandalo.

A Varazze un corteo di quattromila donne, sfilò per solidarietà con i Salesiani e si ammassarono sotto la casa dei Besson, che furono costretti a lasciare la città.

Le sentenze dei processi, l’ultimo nel 1912, per lo scandalo Besson’ non portò nessuno in prigione, i due sacerdoti compromessi e ritenuti colpevoli di atti osceni, sparirono dalla circolazione, Alessandro Besson e la sua famiglia condannati per calunnia, fuggirono all’estero.

Lucini il poeta che amava soggiornare nella nostra città noto laicista e che aveva scritto “ Il Diario Besson” fu accusato di eresia.

Tutto fu messo a tacere, già nuvole di guerra si stavano addensando nei cieli d’Europa.

A Minea de Teccio Grep o di Pian dei Corsi

Negli anni sono stati molti i misteri, le favole le balle madornali, raccontate su l’ex base militare dei Pian dei Corsi

Sono con Francesco Canepa, stiamo salendo lungo la statale del Melogno, la nostra giornata non sarà finalizzata alla sola visita dell’ex base americana.

Tutto il monte dei Pian dei Corsi faceva parte di un grande insediamento militare americano

I racconti degli abitanti, ma soprattutto le testimonianze di chi ha lavorato nella base fanno pensare che quegli edifici costruiti a Pian dei Corsi, siano la classica punta di un’iceberg.

Cosa nasconde il ventre di questa montagna?

Probabilmente solo un bunker poi cementato.

E quella vecchia miniera del Teccio Grep o di Pian dei Corsi?

Ma partiamo dal mistero, insoluto per decenni, noto a Finale e dintorni

Quello degli automezzi militari, che transitavano in direzione del Melogno e sparivano nelle viscere delle montagne.

Il quesito è stato risolto, quando nel 2014, fu resa pubblica, a seguito di un’esplorazione nelle viscere del Settepani, l’esistenza di una vasta rete di cunicoli e di grandi locali, scavati sotto la base italiana che dista circa 3 km da quella americana di Pian dei Corsi

Quegli autocarri erano quindi destinati alla base italiana, dove gli americani avevano un deposito di cosa non è dato sapere.

Svelato questo primo mistero, venne meno anche l’ipotesi di rampe di lancio di missili balistici, con testate nucleari!

A seguito di quel sopralluogo, le bufale leggende o teorie strampalate, sulla base del Monte Settepani, furono smentite definitivamente.

Ma ad oggi a Pian dei Corsi accade il contrario.

Sono molti gli interrogativi al cospetto di queste opere militari.

E quella miniera di grafite abbandonata, poteva essere collegata alla soprastante base?

Con Francesco seguiamo il percorso di alcuni cippi che indicano il percorso interrato della tubazione, dei cavi elettrici e della linea telefonica per l’approvvigionamento idrico della base di Pian dei Corsi

Con buona approssimazione dopo aver raggiunto la sorgente a poca distanza dovrebbe esserci la miniera.

Il percorso della tubazione è molto acclive, sempre contrassegnato da cippi in cemento con placca metallica, attraversa un bosco, ma stranamente questa zona di rispetto è stata negli anni sempre ben mantenuta libera da alberi e arbusti

Come mai questa cura se la base è chiusa dal 1992?

Seguendo quel tracciato si arriva ad una grande strada sterrata.

Perché questa enorme carreggiata?

In alcuni tratti la larghezza è non meno di cinque metri.

Lo scenario è quello di una bellissima secolare faggeta, numerosi gli accumuli di pietre, che testimoniano anche qua la destinazione in passato per uso fienagione di questo versante del Pian dei Corsi.

La viabilità scende verso il fondo valle con moderata pendenza e comprende tubazioni in cemento anche in corrispondenza di piccoli corsi d’acqua.

In un tratto pianeggiante, si biforca in un’altra strada

A ogni curva un grande spazio di manovra.

Franceso consulta le mappe digitali individua le due strade che scendendo verso il fondo valle, raggiungono le località di Cravarezza e Carbuta.

Quei camion si disperdevano anche lungo queste due viabilità?

Erano eventuali via di fuga?

La strada dalle generose proporzioni a tratti con l’originale sedime in ghiaia continua sempre con una pendenza regolare.

Arriviamo ad una curva, dove una diramazione, conduce alla stazione pompante per l’approvvigionamento idrico della base americana.

L’opera di presa è circondata da un recinto alto circa tre metri, con relativo filo spinato sommitale.

Un limite ancora oggi perfettamente invalicabile, se non fosse per un varco creato a seguito di uno smottamento.

All’interno di una piccola costruzione seminterrata, ci sono due vasche una di decantazione e l’altra di aspirazione per le pompe multistadio, ancora presenti e potenzialmente efficenti, che dovevano vincere la contropressione di circa 20 bar, per pompare l’acqua al soprastante serbatoio di accumulo all’interno della base di Pian dei Corsi.

Completano questo locale il quadro elettrico e un telefono.

La presenza di un grande masso dalla forma appiattita e di altre pietre impilate dall’uomo fanno pensare ad un’antichissima frequentazione umana di questa sorgente.

Lì vicino una seconda vasca che era probabilmente funzionale all’attività estrattiva della miniera

Proseguiamo verso Teccio Grep il nome di una cascina che compare all’improvviso tra la vegetazione.

La strada in questo punto è stata completamente cancellata da un grande smottamento ancora attivo.

Eccolo l’ingresso della miniera!

Quasi completamente occluso da uno smottamento.

Stranamente la bocca d’entrata si trova ad un livello molto più basso rispetto al piano viario, praticamente un pozzo in cui è impossibile entrare.

E’ stato formato un terrapieno davanti all’ingresso della miniera lasciando comunque una parziale apertura.

Senza il suo naturale sbocco la miniera a questo punto sarà completamente allagata

Grazie ad una pianta in scala, di questo sito estrattivo possiamo immaginare, a grandi linee, come poteva essere questo luogo quando era in attività.

L’ingresso della miniera era a piano del piazzale dove era installato un compressore per i martelli demolitori, da qui partiva anche una teleferica che trasportava il minerale verso un altro mezzo di trasporto che partiva in direzione del Melogno per essere lavorato nel basso Piemonte Arriviamo al cospetto di alcune costruzioni dirute, una era la direzione lavori nelle altre due erano ospitati gli opifici, adibiti alla lavorazione e al cofezionamento del minerale.

Un’edificio diruto attrae la nostra curiosità con quei grandi contrafforti in cemento armato opere murarie evidentemente costruite in tempi più recenti.

Forse era la Santa Barbara in essa erano depositati gli esplosivi.

E poi una curiosità, con quel telaio, ultimo pezzo di una Lambretta, arrivata fin qua con le sue ruote e poi depredata delle sue parti.

La miniera come per altri siti estrattivi è stata chiusa negli anni 50, anche a seguito delle sacrosante nuove norme antinfortunistiche e di igiene sul lavoro per la salvaguardia della salute dei lavoratori.

I minatori bestie da lavoro, al buio nelle viscere della terra a respirar polvere per sputarla poi mista a sangue.

Nello mi ha raccontato del suo primo giorno di lavoro, nello scavo di una galleria.

Un vecchio minatore gli disse di tenere sempre d’occhio il tubo che portava l’aria compressa e di mantenerlo protetto sotto terra, perché se erano sopravvissuti ad un crollo, l’unico contatto con l’esterno era quel tubo, da dove poteva arrivare anche acqua e cibo.

Poi capito’ a lui, rimasero isolati per qualche giorno, dentro una galleria a causa di un crollo.

E con quella tubazione dell’aria riuscirono a comunicare con l’esterno.

Mi raccontò delle sue crisi di panico, di quel lavoro pesante pericoloso infame, della perdita di alcuni suoi compagni e del vino unico conforto come una droga per sopportare quella vita grama.

A guardar la pianta della miniera con quelle lunghe gallerie, viene da pensare come saranno oggi quei cunicoli, certamente allagati qualcheduno occluso da cedimenti, ma che cosa potrebbe essere stato celato al suo interno?

Perché quella grande strada arrivava alla miniera ?

Facile dar risposte scontate banali da salotto, ma quando si è immersi in questa natura, dove sono tangibili le testimonianze di una parte di storia recente, volutamente oscurata per interessi indicibili, allora cadono le certezze e quel modo superficiale e conformista di dar giudizi, risposte avventate, banali oggi imperanti nella nostra società dove tutto non deve scuotere coscienze e far pensare.

Ringrazio Francesco per questa escursione, insieme avevamo precedentemente visitato la base di Pian dei Corsi.

Il resoconto sarà descritto in un prossimo articolo.