Ho respirato legno da bambino, polvere di legno in lavorazione, che si vede brillare in controluce quando è trasformato in riccioli o segatura, quando la pialla, la toupie o la sega a nastro, spianano, contornano o tagliano.
Sono stato un bambino fortunato! Potevo avere tutti i legnetti che volevo, presi fra gli scarti di lavorazione.
Costruivo fucili, archi e le barchette da varare nel fiume.
E poi quella meraviglia del deposito dei riccioli di legno, ricavato in un angolo del locale falegnameria, dove fare i tuffi come al mare!
Uniche regole, chiudere occhi e bocca prima del salto!
Mio papa’, insieme ai miei zii, avevano una falegnameria, alla fine di via Montegrappa.
In questa zona della citta’ negli anni 60/70, erano tre le falegnamerie in attività tutte dedite alla costruzione di serramenti.
Sono stato fortunato, ad avere un papà, che mi ha insegnato molte cose, l’amore per il legno è una di queste.
Il falegname e stato il lavoro della sua vita, era un uomo capace di trovar soluzioni per ogni cosa, sono stati molti i lavori fatti insieme, io e lui.
Già da ragazzino seguivo mio papà, quando aveva bisogno di una mano, specie se si doveva andare a posizionare dei serramenti, nei palazzi appena ultimati.
Ricordo l’eco dei rumori, durante i lavori a causa degli ambienti vuoti.
E il pignattin riscaldato con il fornello a spirito.
Mio padre mi ha insegnato a riconoscere i vari legni, per la venatura il colore, l’odore, che anche a occhi chiusi, puoi riconoscere
La bellezza del legno è nella sua fibra e viene esaltata dal tempo, quando le fibre chiare perdono consistenza e
lasciano emergere le fibre scure, quando il tannino, presente in quasi tutti i legni, assume sfumature bellissime.
I primi miei restauri, furono le classiche cassapanche, che erano in realtà ex contenitori di cereali, conservavano grano, granoturco, la crusca ecc. li preservavano dai topi e dagli insetti.
Il coperchio ha un bordo che garantiva una sorta di sigillatura.
Sono costruite in tavole di castagno, il coperchio a volte puo’ essere in abete, come il fondo o i fianchi.
Questi contenitori, erano di solito ubicati nelle cantine o nei magazzini di campagna, con il tempo la polvere, l’unto dell’olio messo per protezione, scuriscono il legno. Quando erano dismesse come contenitori, per i cereali, erano usate come porta legna o per riporre degli indumenti non in uso, erano posizionate negli ambienti domestici e pitturate con vernici all’olio di solito di colore bianco.
Per rivedere le venature del legno se il mobile è stato pitturato, è necessaria una pulizia radicale del manufatto, con successive lavorazioni di stuccatura, levigatura e incollaggio delle giunzioni allentate, ultimate queste operazioni, il legno ritorna al suo stato originale, ma ha perso la cosa piu’ bella, la patina e i segni sulla sua superficie, che solo il passare del tempo puo dare.
Si puo’ porre rimedio a questo, con una tinteggiatura color noce o castagno, seguita dalle operazioni di verniciatura o ceratura.
Un consiglio valido per oggetti come questi, anche se non di pregio, ma che hanno comunque avuto la loro storia è quello di osservare attentamente ogni particolare, ad esempio all’interno di una cassapanche, ho rinvenuto dei disegni, probabilmente fatti da qualche bambino chissa’ chi e quando.
Mi sono premurato di conservare questi disegni.
In una credenza ho trovato una lettera.
Poi naturalmente è necessario fare sempre delle foto, prima, durante e a lavoro ultimato.
Come ultima cosa terminato il lavoro e buona pratica mettere la data e il nome di chi ha fatto il restauro, in una parte non in vista.
Strano toponimo, per questo dirupo roccioso, che sovrasta la Località degli Armuzzi, sopra l’Alpicella.
Questo nome potrebbe essere la storpiatura di Rocce Rabbiose, per la prevalenza dei venti da nord, oppure solo una maldestra traduzione, del termine dialettale locale, Rocche dra Giuse, ovvero Rocche di Giuseppe.
Era chiamato così questa roccia, dalle persone anziane, perché a S.Giuseppe era dedicato il convento dei Benedettini che era edificato in un pianoro ai piedi di questo gruppo roccioso. (cit.Mario Fenoglio )
E così vale per tante località che a causa di sviste o errate traduzioni cartografiche, hanno perso la loro vera storicità.
Questo dovuto perché ad un certo punto, i vecchi hanno smesso di raccontare, si è perso memoria di tante cose.
Non serviva più la saggezza antica delle persone anziane.
Nessuno ha più perpetrato il lavoro dei padri e niente è stato più tramandato dal passaparola generazionale.
E così tutto è stato dimenticato, un nome, una cascina, le persone.
In questo caso, poi è stato consegnato all’oblio del tempo e degli uomini, anche l’esistenza di un manufatto religioso, edificato lungo l’antichissima viabilità di Fo Lungo, probabile appendice della via Francigena.
In alcune cartine topografiche di recente pubblicazione, sono indicate delle rovine sopra l’abitato di Alpicella, con la scritta Monastero
Una ricerca effettuata in questa zona insieme a Battista Perata, Francesco Ratto e Francesco Canepa ha permesso di identificare il luogo dove probabilmente sorgeva questo antichissimo luogo di devozione.
Nel collegamento sottostante il resoconto di questa nostra ricerca
Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.
U Rian da Moa cogge l’egua dai bricchi Noia e Grossu e l’egua du Briccu e du Rian de Rive.
E’ un bel ambiente naturale a due passi dall’abitato del Cavetto.
Il percorso pedonale partendo da Ca de Oche duvve sun i Piliun è completamente pianeggiante, fino ad arrivare al Rian, poi è impossibile continuare per la presenza dei rovi che occludono il sentiero che sale verso il Bric Noia.
Anche qui cresce rigogliosa la macchia mediterranea, cun Custi di Brughe, Zenestra, Cistu, Lentiscu, Murtin Erbui de Ersci Ruette Mimose, Pin Gaseolli…e alberi totem residui degli innumerevoli incendi.
La fauna è presente con un bel esemplare di capriolo adulto.
In basso è ancora visibile, l’antico sentiero che da Sciappapria, passando sotto il ponte autostradale, correva parallelo al rio e poi si inerpicava salendo i versanti del Briccu de Rive.
Oggi alcune sbigge interrompono questo percorso.
Una deviazione che attraversa il Rian da Moa si congiunge con il sentiero che arriva dalla Vignetta e sale al Monte Grosso.
Piu a Valle prima della tombinatura du Rian da Moa è scomparsa a seguito del raddoppio autostradale la fontana della bella Rosin, Rosa Lavarello che sarà poi la moglie del maestro Francesco Cilea.
In questa zona il Rian con i Surchi irrigava la zona ortiva della Mola.
Dai racconti di Paolo Baglietto, U Russu, la Storia della Crocetta.
La prima Cappeletta fu costruita ai primi del novecento, perché il papa voleva che su ogni bricco ci fosse una croce
Tempo di guerra, nel dopomessa, si diceva che i tedeschi volevano far saltare la Crocetta, perché era un punto di riferimento per gli aerei alleati.
Che avevano già cercato di colpire il punto di osservazione
Si pensò di portare via la statua del Redentore
Io ero un bambino, non avevo ancora undici anni, ero sempre con mio padre che disse “ Ci mandiamo Paolo lo conoscono, che va sempre a prendere il latte lassù al Rivà, passa di lì e conosce tutti e non gli fanno niente” a me disse “ Ti gh’è ve ma se te ferman nu scappò, se ti fermano, ti riconoscono e ti lasciano andare. Nu stò a scappò!”
Si sapeva che al mattino, alle sette, portavano la colazione ai soldati, da Ca du Tumata
Saliva su un uomo, a cavallo che portava i viveri.
I tedeschi, abbandonavano per mezz’ora la postazione e andavano a far colazione e poi ritornavano subito alla Crocetta, a volte si davano il cambio e uno restava di guardia
Quella mattina, io e mia zia Nitta, eravamo nascosti nelle brughe, per andare a prendere la statua del Redentore.
Avevamo la chiave, perché c’era uno sportello chiuso, dove era la statua.
Abbiamo visto i soldati, che andavano via dalla postazione.
Ma non eravamo sicuri, perché poteva essere rimasto qualcheduno dentro il fortino
Io allora, piano piano, ho aperto il lucchetto e ho piggiò u Segnù, l’ho messo in spalla e via!
Quella statua, poi l’hanno portata via, rubata negli anni 80, era in bronzo
I tedeschi fecero saltare in aria, la cappelletta della Crocetta.
Una mattina, ero a scuola, abbiamo sentito una forte botta, era la cappella che saltava in aria.
Io ero stato di lunedì a prendere la statuetta e mercoledì o giovedì, l’hanno fatta saltare, era il 1944, faceva freddo, mi sembra che fosse il mese di marzo
La domenica sera, prima di andare a prendere il Redentore, sono andato a dormire au Rivà.
Alla mattina mi hanno chiamato alle sei e siamo andati a nasconderci nelle brughe, con mia zia
Eravamo contadini, se ci avessero visto, non potevano sapere perché eravamo lì
Ogni giorno, eravamo nelle fasce o in giro da quelle parti, mia nonna, aveva anche un scitu alla Crocetta
Abbiamo aspettato che dau pin dumesticu, passassero i soldati, che scendevano giù, per andare a mangiare
Loro passavano nei camminamenti, e dau Pin, prendevano la strada romana, per scendere verso Cantalupo
I tedeschi, stavano lì, notte e giorno, nel rifugio antiareo, che avevano scavato sotto alla Crocetta
Lì era zona militare e non si poteva andare
Ci siamo ritornati a guerra finita, ma dentro quel rifugio, non c’era più niente
Dal lato delle Lenchè, avevano iniziato a costruire un altro rifugio ed è rimasto lo scavo aperto
Dovevano fare una galleria, da parte a parte, e diventare un deposito di munizioni
L’altare della Crocetta è posato sopra quattro bossoli
Li aveva portati mio papà
I tedeschi, avevano un mucchio di proiettili e bossoli nella villa di Ottolenghi, che è quella sopra l’ex campo sportivo dell’Oratorio
Ottolenghi, era quello da Fabrica da Lusce, aveva la villa e cinque o sei garage
Lui era ebreo, scappato e andato ad abitare al Pero, la villa era disabitata
Ancora prima che arrivassero i tedeschi, c’era una compagnia di soldati italiani, gli unici che erano di stanza a Varazze, prima dell’8 settembre
A fine guerra, mio papà nella villa Ottolenghi, aveva visto tutti quei proiettili, insieme a tanta balestite
Prese alcuni di quei bossoli e li portò a casa
Quando fu edificata la nuova Crocetta, c’era da fare le colonne dell’altare, si pensò di utilizzare quei bossoli e di mettere sopra na Ciappa de Marmu, quei proiettili erano dell’altezza giusta
Oggi sono lì e ci ricordano la guerra.
Mio papà, quando è mancato, a seguito di un’esplosione avvenuta nel Forte Lodrino, stava costruendo la cappella della Crocetta e lì sono rimasti i suoi attrezzi da lavoro
A fine guerra, fecero una riunione in chiesa, era il mese di maggio, dopo la festa della Madonna delle Grazie, che fu la prima festa, con il ritorno dei cristi in processione a Varazze
Si parlò di ricostruire la Crocetta, nella riunione, c’erano i socialisti, comunisti e dall’altra parte i democristiani
U Ravascin personaggio politico di Varazze, che non abitava a Cantalupo, ma in Numascelli, dove vendeva le galline, era sempre a Cantalupo, perché si diceva avesse un’amante.
Disse, che bisognava fare una chiesa, grande come quella di Castagnabuona, che aveva il Santuario della Croce, mentre i Piani d’Invrea, hanno la Madonna della Guardia
E anche a Cantalupo, sul bricco della Crocetta, ci voleva una chiesa
I vecchi, avevano l’occhio distante e volevano ricostruirla così come era una volta
Qualcheduno disse “ Come era prima, non va bene, perché se piove, non ci si può riparare dentro” “ Facciamo una cappelletta che ci stia una ventina di persone”
Però non c’erano i soldi
Allora fecero le mura della cappella della Crocetta, in pata e prie.
“Il fango, lo prendiamo nelle fasce dau Pesciu, le pietre dove han fatto il rifugio dai pin dumestici, ce n’e’ un bel mucchio”
Fu l’ultima costruzione di pietre e fango, fatta a Varazze
Per fo’ a pata, bisognava setacciare la terra, si doveva impastare e portare con i secchi, si usava come la calce
Prima il fango e poi le pietre messe con le lenze
Le pietre più grosse, erano messe d’angolo e dovevano essere incrociate
Mio papà era in gamba, aveva costruito la nostra casa
Nello stesso tempo, aveva rifatto la casa di Felicita, quella che a fretava i vermi
Nella stalla, dove aveva la capra, mentre era li che le dava da mangiare, aveva visto le pietre che si sgretolavano, era corsa in casa a prendere i bambini e riuscì a scappare via, prima di restare sotto le pietre
A benedire la Crocetta venne don Righetti, il vescovo di Savona
Al mattino di quel giorno, un temporale!
Acqua e tuoni!
In pratica, era il primo temporale sulla nuova cappella
Verso l’una, siamo andati alla Crocetta, dalla cappella usciva un grande getto d’acqua, perché è stata posata sopra la roccia e il pavimento, era la pietra stessa
Poi in seguito il pavimento fu fatto in cemento colorato
Verso le quattro, è uscito il sole e si è fatta la processione, con il crocifisso
E così fu inaugurata la Crocetta
Ci fu il dilemma di come fare la croce.
Fu deciso di costruirla a terra, dove ora c’è il campo da calcio
A quei tempi alla Crocetta, c’era un bosco.
La croce, fu fatta in cemento armato, con una gabbia in ferro, l’incrocio dei bracci è stato rinforzato, con bacchette d’acciaio più grosse
Finita di costruire la Croce, c’era il problema di come issarla e trasportarla
C’erano 25 uomini, per trasportarla con delle corde e delle stanghe
Dal campo, fino dalla cappella
Poi doveva essere messa in verticale
Fu preso un paranco, in prestito, dall’impresa Perata, e costruito un bigo per sollevarla
Altro problema, come tenerla puntata prima di sollevarla
La Croce era legata nell’incrocio
Peso stimato10 quintali!
Per centrarla, rispetto alla cappella, ognuno diceva la sua.
C’era chi la vedeva troppo a destra o viceversa
Non c’era cancello, era lasciata aperta, per dare rifugio, in caso di pioggia
Ma ci andavano a defecare, più di una volta e scrivevano anche sui muri
Allora fu fatto il cancello quello che ancora c’è.
La festa della Crocetta si fa la prima domenica di luglio
Nella foto in b/n Bernardo Baglietto papà di Paolo
La Pratorotondo – Faiallo è la Classica del Beigua.
Si parte da Pratorotondo verso i block fields di Cian Ferretto, poi al bivio del Rama, verso il Resunou con il suo eco, passo della Notua, tappa al riparo Cima del Pozzo, poi la bellissima conca dei Cian de Lerca, si lascia a destra l’Argentea, si prosegue lungo il crinale e si svolta a sinistra al passo Vaccaria, per arrivare in discesa Casa Tassara, poi si risale al rifugio Faiallo.
Giornata di nebbia e vento di mare, solo qualche squarcio di sole, ad ammirare quell’incredibile panorama a picco sul mare, visibile dall’Alta Via.
Il versante nord invece; ci ha regalato il verde intenso delle sue praterie, con variopinte fioriture e la sua notevole biodiversità.
Percorso a tratti impegnativo, con ripide salite e fondo dissestato, ed effettuato in condizioni meteo avverse.
Eravamo un bel gruppo in 28!
Ai Camminatori Tranquilli ci sono volute 8 ore, per completare il percorso, di andata e ritorno.
Ma è così che va goduta la nostra montagna, abbiamo chiacchierato fatto foto, ammirato scenari di praterie, boschi e rocce, ci si aspettava ad un bivio o presso un rifugio.
Pranzo al sacco area del Faiallo e spuntino a Pratorotondo.
Alle ore 19 nebbia scomparsa e cielo terso!
Grazie a tutti in particolare a chi ha organizzato questa bella escursione e bravi noi che siamo riusciti nell’impresa!
Questo è il quarto articolo, che descrive le moto restaurate completamente da Giovanni Anselmo.
La moto nelle foto è una Harley Davidson WLA 45 750cc. del 1942 prodotta in 78.000 esemplari.
Denominata Liberator.
È la prima moto restaurata dal mio collega del periodo in Centrale Giovanni Anselmo.
La moto è stata completamente smontata revisionate le parti meccaniche riverniciata la carrozzeria, c’è voluto un anno per ultimare questo pregevole restauro.
Una moto prestigiosa per i collezionisti
L’Harley riuscì a fornire un numero maggiore di moto, rispetto al concorrente storico la Indian.
Ma entrambe le moto ebbero un ruolo limitato nei teatri di guerra, surclassate dalla Jeep che si adattava meglio alle varie esigenze dei campi di battaglie
La WLA ebbe un clone la moto giapponese Rikuo 97 montava un motore,1274 cc., che era una copia esatta della Harley Flathead costruito prima dello scoppio della guerra, su licenza Harley.
La moto pesava 500 kg!
Di seguito le caratteristiche tecniche della WLA 750cc
Che pesava 360 kg.
Fonte Wikipedia.
Rispetto alla versione civile, la WLA si differenziava per alcuni particolari. Innanzitutto, per evitare riflessi indesiderati, venne eliminata ogni cromatura e si adottò la tipica verniciatura “olive drab” dell’esercito. Vennero poi adottati numerosi accessori atti a rendere più adatta la WLA alla vita militare: paragambe, portapacchi posteriore “heavy duty”, borse laterali, cassetta delle munizioni per il mitra Thompson alloggiato in un’apposita custodia. I parafanghi di serie furono sostituiti da un tipo con una maggiore luce dalla ruota e assottigliato sui fianchi per garantire un adeguato scarico di fango in fuoristrada. Sotto al motore era collocata una piastra protettiva che consente alla moto di scivolare sugli ostacoli e non piantarvisi sopra. Anche il faro, che nella versione civile era in posizione troppo esposta, venne abbassato e collocato subito sopra il parafango anteriore. Telaio, manubrio e portapacchi vennero adeguatamente rinforzati e cambiò anche la foggia del filtro a bagno d’olio, non più cilindrico ma rettangolare e in posizione rialzata per permettere alla moto di traversare piccoli guadi. Il serbatoio è diviso in due: a destra contiene 3,5 kg di olio mentre a sinistra 11 litri di benzina.
Particolarità della WLA è il meccanismo del cambio. La frizione è infatti a bilanciere sulla sinistra: premendo il pedale anteriore si innesta la frizione mentre premendo quello posteriore la disinnesta e si può cambiare marcia con la leva posta sulla sinistra del serbatoio. La versione WLC dell’esercito canadese si distingueva per questo meccanismo collocato sulla destra anziché sulla sinistra.
Il motore era il Flathead da 740 cc (45 pollici cubici) a valvole laterali con teste in lega leggera e cilindri in ghisa. Semplice da mantenere, affidabile e molto elastico, permetteva infatti di viaggiare ad andature molto basse in presa diretta riprendendo senza strappi fino alla velocità massima consentita (110 km/h). Nonostante questo motore consumasse pochissimo (circa 1 litro ogni 15 km) era troppo poco potente cosicché sul finire della guerra venne sostituito da un più potente 1.200 cc.
Val la pena di fare un pò di salita e ritrovarsi ai Cien de Cantalù.
Sono con Francesco e Sergio a condividere una bellissima giornata dove a far da sfondo alle foto è il blu del mare, che si fonde con un cielo, reso spettacolare dalle nuvole.
Oltrepassato lo spartiacque, ecco un’altro mare, quello verde del nostro entroterra, visto dalla spettacolare Rocca da Balin-a.
Bello da quassù, riconoscere gli abitati, con i loro campanili, fino a quello lontanissimo della Madonna della Guardia.
E poi dare un nome a tutti i nostri bricchi, a partire da u Succau che con i suoi 429 metri incombe sull’abitato della nostra città.
La fatica della salita è ripagata da una delle più belle zone del nostro entroterra.
I Cien de Cantalù, in questo periodo da vedere con il verde e le fioriture di primavera.
Da turno’ figgiò per rubattose, zugo’ a ballun o zuenottu cun na figgia in campurella.
Questo pianoro è stato spianato reso coltivabile e produttivo, dalla famiglia Zunino, di origine lurbasca, che qui traeva sostentamento, tramite il lavoro nei campi e con l’allevamento di bestiame.
Nei primi anni del secolo gli avi di questa famiglia, erano domiciliati in località In Spalla d’Ursu (sulle cartine e anche segnata la cascina Zunino) in riva destra del Teiro dopo i Posi, dove avevano dei terreni e una stalla, salendo il Cornà, raggiungevano i Cien de Cantalù, per la fienagione. Acquisita una porzione di terreno, si stabilirono in questa località, costruendo un’ampia casa colonica, oggi però circondata da una banda plastica, che ne indica lo stato di precarietà.
Belle le parole, di un’erede dei Zunino, Claudia Buffa, che ringrazio per avermi raccontato con una buona esposizione di fatti, ricordi e nomi, di questa grande famiglia, di un loro lontano parente, emigrato in America e poi delle tante bocche da sfamare, che comunque hanno contribuito in età adulta, ai lavori nei campi, all’accudimento del bestiame e a costruire proprio lì ai Piani di Cantalupo la loro bella grande dimora.
Al limitare dei Cien de Cantalù in direzione del monte Succau, come una barriera insormontabile, si erge un muro in pietre di notevole impatto visivo, lungo quasi un centinaio di metri, alto, in certi punti, circa tre metri, disposto all’incirca lungo la direttrice nord sud.
Inizia nei pressi di quella che sembra essere stata una cava di pietre e termina nella zona sud, interrotto dalla strada, quella che raggiunge la vetta del monte Succu, oltre questo limite, non v’è traccia di proseguimento di quest’opera muraria.
Bellissimo e di buona fattura fa pensare ad un’opera megalitica delle popolazioni che vivevano su queste alture agli albori della civiltà dei Liguri, ma ad oggi resta sconosciuto lo scopo di questa opera e soprattutto chi l’ha edificata, con un notevole dispendio di risorse.
Forse la spiegazione è meno aurea e di un periodo a noi più vicino e può essere quella di un muro per delimitare una proprietà, con funzioni di riparo per le coltivazioni più delicate, piantumate a ridosso del muro, per la difesa dai venti di tramontana.
Costruito con le pietre spaccate dalla cava e con l’aggiunta del pietrame di risulta, durante i lavori per rendere arabile e fertile il pianoro,
Oppure molto probabile che questo muro sempre per gli stessi scopi di cui sopra, sia un riutilizzo di pietre, in questa zona poteva esserci un “mucchio di pietre” appartenenti ad un castellaro eretto dai nostri antenati a difesa di questa importante zona, dove almeno quattro strade si incontravano.
Oggi per raggiungere queste zone, ricadenti all’interno del territorio del Comune di Varazze, si è costretti a percorrere almeno una ventina di chilometri, partendo dal centro urbano.
Per agevolare l’utilizzo e lo sviluppo di questa importante area, con le sue attività, presenti ai Piani di Cantalupo e a Rocca Guardiola, anche nell’ottica di diversificare l’offerta turistica della nostra città, sarebbe auspicabile l’apertura di una o più strade di collegamento con le sottostanti frazioni di Cantalupo e Castagnabuona.
Esiste già una strada sterrata che prosegue oltre la Crocetta perche non seguirne il tracciato e adattarlo alle quattro ruote?
Sarebbe una viabilità alternativa in direzione di Stella S.Martino.
A questo punto e d’obbligo nominare anche la strada che dalle Faje sale a Pratorotondo perché non è mai stata ripristinata?
E la disastrata strada del Beigua dalle mille buche pericolosissima per le due ruote?
Fiumi di parole, riunioni, promesse elettorale.
Ma del nostro entroterra sembra importi poco e nulla si fa.
In auto, verso il Beigua, passate le Casermette, si transita all’ombra di una bellissima abetaia, queste resinose, sono state messe a dimora, per rimboschimento, negli anni 50 del secolo scorso, in questo punto la strada sembra quella di un valico alpino, una meraviglia della biodiversità, un patrimonio della nostra Liguria. U l’e’ u Grupasso, così denominato, per la presenza, di un’enorme formazione rocciosa, che si intravvede oltre la fustaia degli abeti.
Proseguendo, in direzione della cima del Beigua, dopo un centinaio di metri, a destra, inizia una strada sterrata, sbarrata al transito carrabile e inizia un bel percorso da fare a piedi, pianeggiante e poi in discesa, che interseca il sentiero con croce rossa, quello che risale e conduce sulla cima del Monte Beigua, oppure si può scendere passando dal Monte Cavalli, Montebe’, e poi ad un bivio, scegliere il percorso delle praterie, verso il Canain e le Faje/ Sentiero Megalitico, o attraversare una faggeta e arrivare a bric Vultui, S.Anna e la Ceresa.
Con Cesco, percorriamo la strada della Peioa, che oltrepassa l’omonimo rio, affluente du Rian dell’Ommu Mortu, qui si ha una bella vista du Luno’ un deposito morenico, che si eleva sopra gli alberi e che forse, deve il suo toponimo, al bagliore notturno delle rocce, rischiarate dalla luna, lo sguardo spazia verso le alture circostanti, mentre il Priafaia oggi è immerso nella nebbia orografica.
Si arriva alle Giare, strano toponimo, forse legato alla presenza di alcune sorgive, dove oggi sono le prese dell’acquedotto. Qui erano portate ad abbeverare le mandrie e le greggi, che si erano nutrite nelle praterie del Montebè e Priafaia, i pastori potevano passare la notte in una bella cascina, qui presente, ancora integra con il suo originale tetto in ciappe e le finestre in vedru de pria o in alternativa, nelle vicinanze sopra la terra al disotto di una trunea.
Poco distante, in una conca, le piogge dei giorni passati hanno formato un bellissimo stagno, dove si specchiano le volte degli alberi e nuotano milioni di larve de musche, sinsoe e tafen.
Sulla via del ritorno, decidiamo per la visita, che poi diventa una vera e propria scalata, ad una pietraia, quello che resta di una morena, testimone di un grande ghiacciaio che oltrepassava le alture e scendeva verso il mare, queste pietre un tempo prelevate come materiale da costruzione, oggi sono ricercate da chi è a caccia di minerali e i cui residui della ricerca, sono visibili in alcune zone adibite allo spacco delle pietre.
Al culmine della salita si arriva ad un pianoro, dove ci accorgiamo di essere in casa d’altri… qua sono presenti molte lettiere e pasture, di un grande branco di ungulati, che hanno anche a disposizione na smoggia per i fanghi e na vinvagna per le abluzioni, bello il panorama dalle rocce con il mare di nuvole.
Ci dirigiamo sul monte Cavalli reso famoso da uno scontro fra francesi e ungheresi durante la seconda campagna d’Italia, il 12 aprile del 1800 a leggere la targa posta a ricordare questo fatto storico, ci si stupisce dell’alto numero di soldati, da ambo le parti, che hanno partecipato a questi scontri, è bene precisare che tutto il territorio della nostra città fu interessato in quelle giornate da scaramucce e vere e proprie battaglie dall’Aspia au Briccu da Crusce poi a Cian Battaggia, i Cavalli, Cian da Steia, l’Ermetta, Ciampanu’ e infine ai Cien de S. Giacumu, al confine di Cogoleto, alcuni muggi de prie nei boschi e delle trincee sulle colline di Varazze, sono probabili ripari, usati da questi soldati.
A questo punto, sorge un quesito, ma come facevano a manovrare tatticamente i due eserciti, come riuscivano ad orientarsi, percorrendo antiche strade, ripidi sentieri allo scoperto nelle praterie o nel folto dei boschi, per poi piombare di sorpresa sul nemico o anche trovare la via di fuga quella veloce per fuggire nella direzione giusta?
In questi bricchi pin de legnu, egua e prie? Dove nessuno dei generali francesi, austriaci, ungheresi e piemontesi mai erano stati?
L’esercito napoleonico, era famoso per conoscere in modo maniacale, il campo di battaglia sapeva sfruttare bene, ogni asperità, riparo o scorciatoia, e grazie a tutto questo, poteva usare tattiche da guerriglia nei combattimenti, a dispetto degli schieramenti delle truppe degli imperi centrali che usavano un’approccio tradizionale durante lo svolgersi delle battaglie.
Ma come riuscivano i generali francesi e lo stesso Napoleone a far sempre le mosse giuste anche in mezzo ai boschi ai pendii e pietraie dei nostri monti ?
Un aspetto poco conosciuto è quello dell’arruolamento.
Gli ufficiali francesi, quando arrivarono, nelle piazze delle nostre borgate, cercarono fra gli abitanti, quelli con una buona conoscenza dei luoghi circostanti e li costrinsero a far da guida, molti erano i giovani, volontari, che aderirono ai principi di libertà e uguaglianza, della rivoluzione francese e si fecero avanti per essere arruolati, anche solo per qualche giorno, giusto il tempo di guidare le truppe francesi, ma anche quelle austro piemontesi, in un territorio a loro ostico e sconosciuto come era il monte Beigua, naturalmente, non mancarono i delatori e chi forniva false notizie, le chiese erano state allertate, per suonare le campane, quando erano in vista le truppe francesi.
Molti, seguirono poi Napoleone nelle sue campagne d’Italia, qualcheduno non fece più ritorno e quelli che sopravvissero, al loro rientro, scoprirono di essere stati scomunicati dal Papa, vissero così gli ultimi anni della loro vita, emarginati da una società, che dopo la caduta del Bonaparte, aveva rimesso velocemente al proprio posto, la nobiltà e aveva restituito i beni ecclesiastici alla Chiesa, confiscati, depredati e messi in discussione dalla ventata rivoluzionaria, arrivata anche nella nostra città con l’era napoleonica.
Le trincee du Riva’ sopra u Vigno’ a Cantalupo, erano postazioni di seconda difesa, nella folle strategia di una guerra già persa in partenza
Un pazzo, succube dell’alleato nazista, decise, dopo l’8 settembre 1943, di continuare quell’inutile sanguinosa guerra di aggressione
Il servizio segreto britannico, riuscì a rendere credibile il suo depistaggio e così in quel tragico periodo, gia’ segnato da lutti e rovine, c’era anche l’incubo di un probabile sbarco alleato, nel golfo di Genova, che fu fortificato con un poderoso muro antisbarco, bunker e piazzole per cannoni.
Una seconda, disperata, linea di difesa fu scavata da un derelitto esercito italiano, nei nostri monti.
Ma fu tutto inutile assurdo anche solo pensare a quello che invece fu scavato, sconvolto e perso, lungo la costa e nel nostro entroterra.
Oggi i residui, alcuni ancora ben conservati, di questi trinceramenti, sono visibili nei boschi.
Le trincee del Riva’ sono una testimonianza, cruda e violenta che contrasta con panorami di incomparabile bellezza, visibili da quassù.
Come si poteva pensare che il mondo visto da quassù poteva essere sconvolto dalla follia della guerra?
I nostri vecchi ci raccontano di prigionieri e di giovani soldatini dagli accenti foresti, impegnati nella costruzione di queste opere di difesa.
Oggi le trincee sono raggiungibili, facendosi largo con fatica, tra le eriche arboree che hanno colonizzato il versante marino del Riva’
A volte se ne intravvede a malapena il tracciato a causa di smottamenti.
In certi punti è impossibile proseguire, le trincee sono fagocitate da un’impenetrabile massa vegetale, come a voler conservare su questo bricco, la memoria di un periodo buio della nostra Storia.
Sono stati gli Alpini della Sezione di Varazze, che qualche anno fa hanno scavato pulito e reso fruibile un trinceramento, residuo della seconda guerra mondiale.
Era il Posto di Osservazione Costiera, “P.O.C.” situato sulle alture di Cantalupo, da qui lo sguardo, spazia dal monte di Portofino a Capo Noli.
Il POC della Crocetta aveva il suo rifugio antiaereo, una galleria che sottopassava il colle con un’ entrata/uscita lato Lenche’ e l’altra dal lato du Vino’.
Una di questi accessi è stato murato l’altro è crollato.
Alla Crocetta, nelle mattine d’inverno con cielo terso, prima dell’alba, si arriva con lo sguardo fino a Capo Mele, Portovenere e appaiono all’orizzonte la Corsica Capraia e Gorgona.
Mirabile il lavoro effettuato dagli Alpini, che hanno liberato dagli accumuli di terra e dai vegetali e rese fruibili ai cittadini, queste opere di difesa costiera, che risalgono alla seconda guerra mondiale.
Altrimenti destinate come tante altre testimonianze, del conflitto mondiale, edificate nel territorio di Varazze, all’oblio e alla completa distruzione.
E’ stato realizzato un bel percorso, ad uso didattico, protetto da recinzioni in legno, con scale di accesso e una passerella per l’attraversamento della trincea.
Nella cartellonistica che racconta a che cosa serviva quel posto di osservazione, per verità storica e a mio parere, doveva essere scritto “alleati” invece che ” nemici”
I posti di osservazione costiera erano solitamente composti da una guarnigione di 5/6 soldati, comandati da un graduato.
Questi presidi, dotati della strumentazione per determinare l’azimut degli obbiettivi marini, erano collegati via radio o telefonicamente con i comandi d’arma.
A partite dal 1943 furono potenziate tutte le difese antisbarco nella nostra regione, perché le truppe nazifasciste, ritenevano probabile uno sbarco alleato nel golfo di Genova o nella piana d’Albenga.
Il progetto di difesa costiera era sottomesso al volere dell’organizzazione tedesca Todt.
A settembre del 43 giunse a Varazze il generale Rommel, per visionare lo stato dell’arte di queste opere.
Furono impegnate notevoli risorse finanziarie e umane per edificare quello che enfaticamente fu denominato ” Il Vallo Ligure”
Detenuti comuni, antifascisti e un gruppo di prigionieri polacchi, furono forzatamente impiegati per realizzare un inutile muro antisbarco, lungo tutti gli arenili delle città costiere!
A corredo di questa fortificazione, furono edificati nella nostra regione, in un crescendo di megalomania, che rese felice e ricco qualche imprenditore, numerosi bunker, postazioni per mitragliatrici, ostacoli in cemento armato per carri armati, filo spinato, campi minati, tobruk (piccoli bunker) posti di osservazione costiera, postazioni di telemetria, diverse piazzole armate con cannoni.
Lo scavo di molti percorsi trincerati e di alcune gallerie come rifugi antiaereo e grandi proiettori per l’intercettazione notturna degli aerei.
Uno di questi dispositivi contraerei, era posizionato sulla cima del Muntado’ dove oggi è ancora visibile una lunga trincea che circonda questo colle, una piazzola in pietra per arma da fuoco e poi l’imponente scavo, proprio sulla cima dove era il proiettore, ed era alloggiata la guarnigione di questo presidio.
Anche queste opere militari che sono facilmente raggiungibili dal Beato Jacopo, dovrebbero essere conosciute e visitate dai cittadini.
Un telemetro è ancora visitabile sulle alture dei Piani d’Invrea.
Completavano la difesa della costa ligure, 5 treni armati con un cannone da marina e diverse mitragliatrici, due di questi convogli, stazionavano in due gallerie a doppio binario a Cogoleto e Albisola, i posti di osservazione costiera come quello della Crocetta, dovevano in caso di necessità direzionare il tiro di questi treni armati verso le navi che potevano materializzarsi all’orizzonte
Gli alleati cercarono con “Pipetto” un aereo da ricognizione inglese, armato di bombe, di distruggere il POC della Crocetta, ma mancarono il bersaglio di pochi metri.
La piccola cappelletta della Crocetta fu fatta saltare in aria, demolita per non fornire un punto di riferimento alle incursioni aeree alleate.
Ci si chiede oggi, come sia stato possibile, che al cospetto di incomparabili panorami come quello che si può ammirare dalla Crocetta ma anche dal Muntadò e dalla Madonna della Guardia di Varazze, l’essere umano, abbia potuto portare la guerra.
Anche se non si hanno notizie di scontri a fuoco su queste cime.
Su queste alture l’uomo in preda ad una follia autodistruttrice e poco lucida scavo’ tonnellate di roccia.
Questa come le altre postazioni, quelle realizzate sulle spiagge, dovevano far fronte ad un esercito alleato, che già aveva dato prova, dopo l’intervento in guerra degli Stati Uniti, di essere molto più forte, superiore in tutto a partire dall’armamento e con un’ infinita disponibilità di uomini e mezzi, ben organizzato e democraticamente motivato a spazzar via dall’Europa l’ideologia nazifascita.
Ma la vanagloria fascista nel 1943, era ancora un’arma di seduzione di massa e molte altre famiglie italiane, avrebbero pianto i loro cari, caduti perché un folle capopopolo, volle continuare a combattere, una seconda inutile guerra mondiale.
Molte di quelle morti non ebbero neanche una tomba dove portare un fiore
Nota dell’autore
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