
Con Germano, avevamo ispezionato qualche mese, fa questo rifugio antiaereo. Oggi con i tuoni di guerra in Europa, pubblico le foto di questa testimonianza storica, quando anche i nostri concittadini, negli anni 40, correvano a cercar riparo sottoterra.
Allego il racconto di Lina, una bambina di sei anni, che in questa galleria doveva rifugiarsi, quando si udiva, arrivare dal mare, il rombo degli aerei.
Lina, con gli occhi da bambina, vide arrivare i primi tedeschi, alla Vignetta, dove i militari, issarono una grande tenda.
Li ricorda, come degli omoni alti, con stivali e belle divise, che parlavano quella lingua brusca e incomprensibile, ma gentili e sorridenti con i bambini, a volte gli offrivano qualcosa da mangiare e li chiamavano per nome, forse fra quei militari, c’erano dei papà, che avevano nostalgia dei loro figli in Germania.
Ma i soldati, sono addestrati a non aver scrupoli, serviva la casa di quella bambina, che era un buon punto di osservazione, verso il mare aperto, per scrutare l’arrivo degli aerei nemici e così sfollarono Lina e la sua famiglia.
Fu lo zio, u Grigò, manente nella casa dei Passega, in località a Fellonica, che chiese e ottenne per la famiglia di Lina, una sistemazione in quella grande villa.
Per una bambina, quella enorme bellissima casa, con la terrazza, il giardino, con quella grande palma, i pergolati in ferro battuto intrecciati dalle piante di rose, era come avere il paradiso in terra.
Ma niente regno dei cieli, per l’umanità negli anni 40, il mondo era precipitato nel baratro dell’inferno, quando due pazzi criminali, vollero iniziare una guerra ideologica e nazionalista, proprio come quella che in questi giorni è scoppiata in una nazione europea, dove migliaia di cittadini, vivono da una settimana sottoterra, nelle stazioni della metropolitana o in rifugi antiaerei
Anche la nostra città, precipitò nell’orrore della seconda guerra mondiale, in un giorno di fine primavera.

Lina racconta di quel mattino, del 13 giugno del 1944, quando sua mamma, udendo il rombo degli aerei, che stavano arrivando dal mare, presagendo il peggio, abbandonò le ceste di verdure, raccolte negli orti della Vignetta, destinate a una rivendita in ti Mascelli e corse a svegliarla, lei ricorda le mani, della sua mamma, che la stava vestendo velocemente e poi quella corsa verso il rifugio, scendendo gli scalini ed entrando in quella buia galleria.

Arrivò, attutito dal ventre della terra, il rumore delle esplosioni, che seppellirono, sotto le macerie del centro storico di Varazze, 49 nostri concittadini.

Lina con gli occhi da bambina, ricorda la grande stanza, di quel rifugio, in realtà un vano di due metri per due.

Da questo vano, si accede ad un’altra stanza, più piccola, con ancora le cerniere di una preesistente porta, forse un magazzino per viveri di emergenza e acqua, da tener sigillato, come suggeriva la mentalità contadina, che custodiva gli alimenti in quel modo, per preservarli dalle incursioni dei roditori.
Fu suo zio, u Grigò, u Piccolo, Tony, i Pellegro e forse chissachì, che nel 1940 iniziarono lo scavo di questo rifugio, una mirabile opera di buona fattura, alta un paio di metri, dove all’interno, due persone potevano schivarsi.
La tipologia, era quella tipica dei rifugi antiaerei, con diversi cambi di direzione, per limitare gli effetti, di un’eventuale esplosione e con un’uscita di emergenza.
La costruzione dell’autostrada, ha cementificato l’entrata, a cui si accedeva, nei pressi di quella grande casa, che era dei Passega.
Noi siamo entrati, attraverso un pozzetto, dove è ubicata l’uscita del tunnel.

In ta pria de gretin, sono visibili i segni del piccone, mentre il soffitto delle due stanzette è rinforzato, da una gittata in cemento.

Questo rifugio, ha una galleria lunga almeno una trentina di metri-

Entrando dall’uscita di emergenza, dopo un’iniziale tratto rettilineo, il tunnel compie un paio di cambi di direzione e arriva alle due camere.
Lina racconta di sua mamma, che aveva cucito una grande borsa verde, sempre pronta per essere presa, e portata nel rifugio, ogni volta che c’era un allarme aereo, dove era custodito il mangiare e altre cose per la sopravvivenza prolungata in quel rifugio.

Nelle numerose nicchie, presenti lungo la galleria, erano messi i lumi a petrolio, poi in seguito, il rifugio fu dotato di impianto luce.

Le inquietanti ramificazioni, delle radici di una pianta di fico, hanno invaso il rifugio.

Io e Germano, abbiamo ispezionato questo rifugio, visto il buono stato di conservazione della galleria

Non è il primo rifugio che visito, dove sono penetrate le radici degli alberi soprastanti, mai ho visto, uno spettacolo come quello, di queste radici, che seguono tutto il percorso della galleria e la invadono con i loro filamenti alla ricerca di acqua e di altre sostanze nutritive.
Ad ogni rumor di aereo, si correva in questo rifugio, anche Lina e altri bambini, tutti con il batticuore e la paura, che incuteva quel luogo buio e freddo e così fecero, molti altri nostri concittadini all’arrivo di un’incursione aerea, nei rifugi, che erano nel centro abitato e in quelli, scavati sulle alture, dove sono ancora visibili, diversi di questi manufatti, scavati in te un briccu, in te na mascea o sutta na grossa ciappa de pria, io ne ho censiti una quindicina nel territorio della nostra città, e pubblicherò le loro foto
Oggi, dopo quasi un secolo, ancora cittadini europei rifugiati sottoterra, le colpe come sempre, si rimpallano fra i belligeranti.
Ma la vera causa, a mio parere, che ha scatenato questa ed altre guerre, sta nell’aver colpevolmente dimenticato il nostro passato.
Grazie a Lina, che lo ha ricordato.
Ringrazio Germano, per avermi accompagnato nella visita, ad un altro pregevole manufatto, una testimonianza storica di lavoro e ingegno.
