A Ca de Marcundin

La strada romana/medievale, superata Valloia, attraversava u Teiru con un ponte in località Spalla d’Ursu e risaliva il fiume in sponda destra, versu Cravassa

Dopo Peiagatti, e la confluenza con u Maegua, proseguiva in sponda destra di questo fiume.

Al termine di una strada carrabile, seguendo il corso del fiume e in sponda sinistra del Maegua, si incontra un’antichissimo pilone, qui la strada si diramava in due direttrici.

Con na Mulaioa il tracciato della strada romana, risaliva verso u Vallunettu a lato del cimitero del Pero, poi u Briollu e raggiungeva Verne.

L’altra strada lungo il corso du Maegua, oltrepassata a Funtana du Papa, dove sono i resti di un ponte, risaliva verso i Pegin.

Passava sotto l’arco da Ca da Posta e du Dasiu di Pegin e raggiungeva S.Martin.

Dall’attuale piazza della chiesa, di S.Martin de Tours, scendeva in tu Mesan.

Qui la strada romana si ricongiungeva con quella medievale e seguiva via Marcundin e poco prima di arrivare, dove oggi è Stella S.Giovanni, come da foto, la strada passava sotto l’arco di un’altra, molto probabile, Ca da Posta e du Dasiu.

Ad aprile del 45 le avanguardie della Buffalo la V armata americana, impossibilitate a raggiungere Varazze a causa del brillamento del ponte du Spurtigiò e poi Savona, per la grande esplosione della mina da Cruscetta a Selle, arrivarono nel capoluogo seguendo il tracciato di antiche strade.

Nel territorio di Varazze, attraversarono le località del Deserto, Muagiun, Campumarsiu, Pei.

Poi verso Verne S.Martin, u Mesan e passarono sotto l’arco da Ca da Posta de Marcundin.

Superata l’attuale Stella S.G.la strada romana/medievale, continuava in ta Valle du Sansoggia, in direzione de Elia e poi arrivava ad Albisola la romana Alba Docilia.

Gran parte delle testimonianze di questi antichi tracciati sono andati perduti, a causa di nuove viabilità, ma a cercarle, magari fagocitate dalla vegetazione o ridotte a sente’ si trovano ancora tracce dell’antico sedime in pietra

In località Marcondino,nella bella casa ad arco ritratta nella foto, abita un mio collega Nonno Franco Beltrame che ho rivisto dopo molti anni.

Bello ritrovar un collega! Far quattro chiacchere, parlar delle tradizioni, delle usanze e dei nomi del nostro entroterra e di tante altre cose, negli anni trascorsi insieme nella Centrale Vado Ligure.

Ciao Franco!

Un’amore che non c’è più

L’entroterra della nostra provincia, è facilmente visitabile in moto.

Il clima ci sta regalando un bell’autunno!

Al sole si sta bene, l’aria in moto però è fresca e allora serve un’abbigliamento pesante e l’immancabile girocollo perché tantu zueni nu semmu ciu!

La gran parte dei paesini, anche quelli abbarbicati sopra un cocuzzolo, hanno sempre una strada, che poi prosegue per un’altro borgo, magari solo un gruppo di case disabitate, retaggi di un passato, anche recente, dove l’economia rurale, bastava al fabbisogno di molte famiglie.

Castagne, pulenta, lete e na resta de pan, pe tio sciu nie’ de figgi.

In autunno, quando gli apparati vegetali si diradano, è possibile scorgere in mezzo ai boschi, innumerevoli rustici, case e ruderi.

Testimoni del radicamento al territorio di generazioni, che dal bosco, dai campi coltivati o dai pascoli, traevano la loro sussistenza.

Se capita, di visitare una di queste case coloniche, non si può, non ammirare il lavoro, la fatica di tanti uomini, donne e anche bambini, che hanno vissuto fra quelle mura.

Li è rimasto un amore che non c’è più.

Miagge de pria, pavimenti de toe, teiti de scandue.

Ora è tutto lasciato al volere della natura, che le sta inglobando, nella sua massa vegetale.

La causa dello spopolamento, è stato il progresso, una nuova economia l’industrializzazione?

Non solo.

Mi soffermo, ad ogni monumento o lapide che scorgo in questi paesi, dove sopra il marmo, sono incisi i nomi dei caduti delle guerre mondiali, è impressionante il tributo di sangue, che hanno versato gli abitanti, del nostro entroterra, in gran parte contadini e boscaioli.

Giovani di buon comando, già abituati a far vita grama e poco scolarizzati.

Carne da cannone, nella prima guerra, vittime di un regime di morte, nella seconda guerra.

In entrambe, non ha senso nominare la Patria.

Che Patria era, quella che ha mandato alla morte, questi ragazzi, che avevano la loro vita, in questi boschi fra queste “quattro case” che ha stroncato intere comunità, perché servivano solo dei morti per avallare il senso della Patria?

Che ha lasciato piangere e a disperarsi giovani donne, mogli e mamme per un’amore che non c’è più.

C’è stato un’eccessivo arruolamento forzato, in queste vallate, questo è l’altro aspetto dello spopolamento dell’entroterra

Famiglie numerose premiate perché prolifiche, che fornivano carne viva alla Patria

Carne ritornata a brandelli dentro una cassa.

Ma almeno c’era una tomba dove mettere un fiore.

Per molte famiglie come quelle dei deportati resto’ solo un nome e qualche foto.

Anche fratelli precettati insieme, per il fronte e mai più ritornati a coltivare o a tagliare della legna in questi posti.

A loro ricordo, restano queste lapidi nelle piazzette in queste borgate.

Altre lapidi anche nelle città di mare.

Nella nostra città Varazze, invece nessun monumento lapide o targa ricorda i nomi dei nostri 75 concittadini, mandati a morire nella seconda guerra mondiale.

Forse perché non avevano vinto nulla?

O perché si doveva dimenticare un passato e non lasciar tracce di marcette, adunanze, benedizioni e delazioni?

Buona giornata

La Tragedia della Tubi Ghisa

Vorrei ricordare un grave incidente sul lavoro a Cogoleto nel 1984, perirono tre persone, durante dei lavori, all’interno di un forno di fusione della ghisa, una strage dimenticata

Era sabato quel 20 ottobre 1984.

L’incidente in cui persero la vita tre persone, avvenne all’interno del forno di fusione, il cosidetto cubilotto, della Tubi Ghisa di Cogoleto, dove si stava lavorando al rifacimento del rivestimento refrattario.

I primi ad intervenire, per iniziare questa attività, erano i meccanici, che dovevano aprire i passi d’uomo del forno, per poter avere l’accesso alla parte bassa, il crogiolo, dove quando l’impianto era in servizio, era contenuta la ghisa liquida.

Qui a forno spento, restava una piastra di ghisa solidificata, che doveva essere tagliata con il cannello ossiacetilenico ed estratta, attraverso le aperture dei passi d’uomo

Una scala, calata dalla bocca del cubilotto, era utilizzata per entrare all’interno del cubilotto, per il ripristino del refrattario.

L’attività affidata all’Impresa Edile Pesce Pietro di Cogoleto. Per effettuare questo lavoro oltre al personale meccanico/carpentiere, serviva avere dei muratori, per la demolizione e il rifacimento del rivestimento refrattario del forno cubilotto.

Il personale era incentivato, con una somma aggiuntiva alle prestazioni effettuate.

Fui allettato anch’io da un premio di 100.000 lire, una discreta somma nel 1976, e cosi una notte d’estate partecipai a quell’attività. Ricordo il gran caldo anche se il forno era stato spento il giorno prima, guai a toccare delle parti in ferro c’era da ustionarsi.

Tagliammo quella spessa piastra di ghisa, estraendola a pezzi dal forno.

È una tragedia dimenticata quella del 20 ottobre del 1984 alla Tubi Ghisa di Cogoleto, neanche nel Web si trova traccia di questo fatto di cronaca.

Quasi al termine dell’attività di rifacimento del rivestimento refrattario del forno cubilotto, una grande fiammata investì i due muratori Giovanni Arrivabene e Luigi Fazzari che erano all’interno.

Giovanni nonostante le gravi ustioni, riuscì a salire lungo la scala per uscire.

Non c’era tempo per capire che cosa era successo i due muratori furono soccorsi, ma fu tutto inutile, avevano ustioni di 1° e 2° grado in tutto il corpo.

Purtroppo quel forno fece una terza vittima qualche ora dopo, il capoforno dipendente della Tubi Ghisa, Bertino Buscaglia, ritornato alla bocca del cubilotto scese la scala, forse per recuperare un effetto personale, rimasto nel fondo del cubilotto,

Ci fu un’altra grande fiammata e anche lui perse la vita.

Le indagini e poi il processo, condannarono il capo dello stabilimento di Cogoleto per omicidio colposo, appurarono una tragica concomitanza di fattori, che furono fatali per chi in quel momento si trovava all’interno di quel maledetto forno.

Ad una certa temperatura il materiale refrattario, di nuova fornitura, formava un gas infiammabile, che si era insinuato tra la pelle e gli indumenti di chi era all’interno del forno

Una perdita di ossigeno, dall’impianto di immissione, aveva fornito il comburente per una miscela autoadescante.

Ci furono anche altre ipotesi sull’accaduto, che furorono escluse durante le indagini.

Sempre la ricerca del profitto come causa delle tragedie sul lavoro, le tempistiche di esecuzione di quell’attività erano risicate e per ridurre al minimo il fermo dell’impianto, il personale era da sempre autorizzato a lavorare in un luogo confinato, dove le temperature erano proibitive.

Conoscevo bene Giovanni Arrivabene, calabrese arrivato a Cogoleto per lavoro negli anni 60, una brava persona, lui insieme al cugino Antonio erano addetti allo scarico dei tubi nel parco del Mulinetto, io lavoravo nell’officina dell’Impresa Edile e ci ritrovavamo nel locale mensa all’ora di pranzo.

Quando si sparse la voce che sarei andato via dall’Impresa, con il motorino attraverso’ il fiume e venne a cercarmi in officina, mi saluto’ facendomi gli auguri per il mio nuovo lavoro.

Quei vent’anni mai avuti.

Questo non sarà un articolo, che esalta o rimpiange l’anno di naia.

Non ce l’ho, con chi ha ricordi belli e rifarebbe il militare.

Questione di fortuna, che io non ho avuto.

A vent’anni, non ancora compiuti, sono stato precettato a fare il militare.

Persi il lavoro e la ragazza che avevo.

Con un biglietto ferroviario a 600 km, lontano da casa, io unico del nord, tra napoletani, pugliesi e siciliani, brava gente, ma non tutti.

Prima nel Piceno, poi in

una grande città, Roma.

La Cecchignola città militare sperpero di risorse pubbliche, 10.000 militari in tempo di pace perche’?

In libera uscita a comprare le Marlboro a Termini, da anziane zingare, con le stecche sotto le gonne.

A guardar le belle ragazze nere che salivano su auto blu, per allietare le serate di qualche boiardo di Stato.

Mentre i barboni erano a rovistare nella spazzatura.

Al teatro Volturno c’era il cinema con spogliarello.

Sul palco povere donne con il boa di struzzo a prendere ogni tipo di insulto

Una discoteca dalle parti di S.Giovanni, ma noi, quelli con i capelli corti, non eravamo graditi.

Prima spintoni, poi calci e pugni.

Chissa quanti autobus ho preso!

Scassati, con la puzza di fumo, strapieni e poi solo noi militari.

La periferia della capitale, quartieri dormitorio, con strade sterrate.

Cumuli di spazzatura cani randagi.

Tetti di lamiere a perdita d’occhio.

Gomme che bruciavano, dove si scaldavano le prostitute.

Le baracche a Porta Portese dove trovavi tutto ma potevi perderti per sempre.

La metro ci lasciava, in mezzo al buio dei campi, lontani dalla caserma nella nebbia di Roma.

Freddo che ti entra nelle ossa ti fa battere i denti, ma devi star fermo perché sei al Vittoriano

Poi un trasferimento più vicino a casa, ma con lo stesso tempo di percorrenza.

Altro casermone perso nel nulla.

A che cosa è servito camminare tanto, marciare e passare un’anno a far stupide cose? Stare fermi ore a far le statuine, con un dolore da morire alla schiena.

Il fango d inverno e le zanzare d’estate, Bologna la dotta con i giovani in Piazza Grande bruciati dell’eroina.

Piu facile trovare una siringa che una sigaretta.

Le braccia nere di una ragazza con lo sguardo spento.

Le femministe a caccia di militari, mai da soli sotto i portici.

La celere in piazza con l’idrante e i manganelli.

Un mio commilitone a prostituirsi alla Montagnola per soldi e per droga.

E un’altro trovato senza sensi nella latrina di un treno in stazione a Genova.

Chissa quanti treni ho preso!

Il Torino-Lecce per una licenza fino a Voghera in mezzo alle valige legate con lo spago.

I sedili nel corridoio.

Una sigaretta, la scusa per far due parole e far passare quelle ore.

Il ritorno per fare la fila della cena.

Noi soldatini inetti a tutto fummo scudi umani quando lo Stato vacillo’.

Prepotenza senza pietà, sulle reclute perchè così doveva essere, io la subii, ma non feci altrettanto.

Un’anno perso.

Io non ho mai avuto vent’anni.

Francesco Baggetti

I Recinti di Pian Cavallero

Capita a volte, girovagando senza meta per boschi o perché incuriositi da un racconto, di arrivare al cospetto di antichissimi manufatti.

Semisepolte invase dall’edera o dal muschio, sfidando vento, pioggia e calamità naturali, queste opere dell’ingegno umano, sono arrivate ad oggi, conservando ancora l’energia di chi le ha costruite

Noi uomini moderni, a nulla capaci, senza ausili meccanici, siamo a domandarci, come fecero con la sola forza delle braccia uomini e donne a spostar macigni e spianare montagne.

Sergio ed io, abbiamo conosciuto Franco Moregola dell’Associazione Posidonia di Cogoleto, alla presentazione del libro Prebuggiun di Laura Brattel, nello stupendo scenario di Isorelle.

A margine dell’evento, Franco ci aveva parlato di un luogo molto interessante a Sciarborasca.

“Vi devo portare a vedere i recinti in pietra di Pian Cavallero”

Toponimo acquisito, durante la Seconda Campagna d’Italia, quando nell’aprile del 1800, in questo pianoro, si era accampata una guarnigione di soldati a cavallo, della Grande Arme’.

Franco aveva aggiunto un particolare molto interessante ” Ci sono pietre che erano lì, molto prima dell’arrivo dei francesi”

Una mattinata uggiosa, aveva ceduto il cielo, ad pallido sole e allora in un pomeriggio di metà ottobre, sono a Sciarborasca, insieme a Francesco Canepa, Sergio Cosseria, Giampiero Quagliati con Franco Moregola, che ci guida, attraversando il Rumaro, verso Pian Cavallero.

Molto godibile il Sentiero del Contadino o percorso dell Ecomuseo realizzato dalla ex- Comunità Montana Argentea nel 2004, che dalla Casa Contadina scende verso Cogoleto e arriva nei pressi dell’ex Tubi Ghisa, costeggiando il torrente Rumaro, qui diversi cartelli didattici, ai lati del sentiero illustrano le specie vegetali e la storia locale.

Durante durante la Seconda Guerra Mondiale la zona era un punto di passaggio per i dipendenti di Pratozanino, e per chi doveva scendere verso il mare, qui in una costruzione di pietra ormai distrutta, era presente un tabacchino pare gestito da un tedesco.

Una deviazione, resa fruibile da Franco e i soci dell’Associazione Posidonia, tramite il taglio dei vegetali, permette di raggiungere il greto del torrente, ed effettuare il guado, per raggiungere la sponda sinistra del Rumaro.

Qui sotto un bosco di querce, nascosti dal pungitopo, che ha colonizzato questa zona, si celano poderosi manufatti in pietra.

Al termine della visita di questo sito, a mio parere roba da archeologi, provo ad azzardare da profano, una mia personale, opinabile, spero verosimile ipotesi.

Furono i romani a costruire questi muri?

Le legioni di Roma nei loro ripetuti tentativi di conquista delle terre dei Liguri, provenienti da Genua, erano obbligate, a causa di insormontabili ostacoli naturali, lungo il litorale, a percorrere il nostro entroterra.

Arrivate su l’ampio pianoro, dove oggi sono adagiate Lerca e Sciarborasca, molto probabilmente in questa zona, edificarono un caposaldo con funzione di Limes, era il confine delle terre da loro conquistate, durante la lunga e sanguinosa guerra contro le tribù dei Liguri

Gli ingegneri seguivano le legioni, osservavano il territorio i fiumi, cercavano varchi fra i Bricchi, chiedevano consigli ai muli per le salite, i loro sacerdoti consultavano i Genius Loci, per avere la loro benevolenza, prima di violare un luogo, costruendo ponti, nuove viabilità, fortezze.

Edificarono Castrum e città, sempre lungo le strade o dove era un crocevia.

Come a Pian Cavallero

Molto interessante il toponimo Rumaro (Roma in zeneise se disce Ruma) il fiume che lambisce la località Arma di Sciarborasca (altro toponimo interessante)

Nell’antica località i Campi, oggi Pian Cavallero, immersi in una fitta vegetazione di Ersci e de Bruscu, ci sono questi poderosi recinti in pietra, aventi un’altezza media di circa un metro e di larghezza similare.

Alcune porzioni di muro risultano atterrate, molto probabilmente le pietre che componevano questi manufatti, saranno inglobate in qualche edificio della zona.

I recinti sono di forma quadrata e rettangolare senza altro manufatto al suo interno.

Questo fa pensare a recinti difensivi.

Per animali o uomini ?

Il fiume poco distante, era utilizzato per abbeverare gli animali, ma diventava anche un provvidenziale limite invalicabile nei mesi invernali.

Continuando l’esplorazione in questo sito, grazie alla guida e alle notizie storiche di Franco, si scoprono altre cose.

Ecco le pietre a punta, ricoperte di un bel muschio verdissimo!

Vero e proprio simbolo di proprietà terriera o di chissà quale altra cosa, di chi agli albori dell’umanità popolò il Beigua e le sue propaggini.

Un’ulteriore conferma sono le pietre fitte a lato di una strada, forse anche un menhir abbattuto.

Molti altri monoliti, giacciono semisepolti abbattuti da una violenza che ancora si percepisce.

A questo punto è lecito supporre l’esistenza di un villaggio o di un’altro insediamento umano, antecedente il Limes romano?

C’era forse una sorgente sacra, dove si trova un terrazzamento, con quella grande pietra al centro di un pianoro?

E quei megaliti furono posti a difesa di questo luogo dalle piene del fiume?

La luce diurna va diminuendo, ma c’è ancora tempo per visitare un’altra zona di Pian Cavallero, attraversata da un’antichissima strada delimitata da un possente muro.

Seguendo questo percorso si attraversa una cascata di pietre.

Si esce dalla boscaglia e si arriva in una bella zona prativa.

Qui Franco ha la fortuna di trovare due belli esemplari di Amanita Cesarea!

Ringrazio Franco per averci accompagnati in questo sito, molto suggestivo e meritevole di essere visitato, da chi ha le competenze per dare possibili spiegazioni storiche e scientifiche.

Ringrazio gli amici Francesco, Sergio e Gian per una piacevole giornata in loro compagnia

Buona giornata

I Seccau du Castagnei da Tranta

È un tappeto di ricci, castagne e foglie secche, il percorso triangolo rosso, che si inerpica, con un ripido tracciato lungo le pendici del Bric Vultui.

Castagne di un marrone lucido, sgusciano dai ricci e cadono dagli alberi, sopra un Ciappin de Prie.

Era questa una Stra da Lese, che proveniente dal Sassellese, scendeva dal Beigua.

Lunghe file de Bo Cabanin, con i loro carichi di legna, attraversavano u Lunò, Montebe’ e Priafaia, arrivavano al Poggio, da qui giù, verso la Ceresa o dal Voltui, con una vertiginosa discesa per arrivare al centro dell’Arpiscella.

Legna che transitava, per soddisfare gli onnivori cantieri per navi, sulle spiagge di Varazze.

Poi quell’epopea finì.

Restò l’economia locale, del bosco e delle praterie.

In questo pendio trasformato in terrazze, dominava la coltivazione della castagna, vitale fonte di cibo.

U Castagne’ da Tranta era un giardino, non un frutto andava perso, anche il fogliame serviva.

Latte e castagne è stato il binomio che ha sfamato il nostro entroterra.

Rustie, ballette, veggette.

Questo prezioso frutto, estratto dal suo involucro, doveva essere essiccato, per poter essere conservato.

L’importanza di questa economia, lo si evince al cospetto delle centinaia di Seccau, sparsi nei nostri Bricchi.

Costruzioni quasi invisibili, celate in modo naturale, perché costruite con la stessa pietra che calpestiamo.

Siamo alle pendici del Bric Vultui

Enormi massi impilati, pietre fitte e a punta, antichi recinti che cosa c’era prima delle castagne?

Abbiamo perso storie, come quelle che si sentivano intorno a un falò, a vallò e Rustie.

Memorie perse, quelle dei nostri vecchi, che avevano la saggezza e parlavano di fatica e di privazioni.

Restano i Seccau, monumenti di un patrimonio abbandonato.

Costruiti o ricostruiti con la tecnica celtica, de Ca de Paggia.

Come ci avevano insegnato, duemila anni fa, quegli uomini biondi venuti del nord.

Chi oggi si trova a percorrere il sentiero triangolo rosso, con un po’ di ulteriore fatica, può lasciarlo, scavalcare le carcasse d’albero per godere da vicino di queste vere e proprie opere d’arte.

Non servono più le parole, bastano le foto che allego a questo articolo

E d’altronde, non saprei come descrivere, quello che provo a sfiorar queste pietre, pensare chi erano, forse dei maghi, quelli che trasformarono semplici pietre, in meraviglie.

Buona Giornata

Edilizia Cristoforo Colombo Cogoleto

Ad ogni termine dell’anno scolastico, nel periodo estivo, seguivo mio papà nel laboratorio di falegnameria dell’Impresa Pesce Pietro, in una traversa di via Isnardi a Cogoleto.

Lo aiutavo a far dei lavori, presso appartamenti a posizionare serramenti e battiscopa, in case appena costruite.

Nello stesso seminterrato, c’era anche la sede della ditta di Termoidraulica, dei quattro fratelli Romei, sempre gioviali e pronti allo scherzo.

Conobbi Paolo, un infermiere del manicomio di Prato Zanino, che dopo il turno di lavoro, era in falegnameria, lo aiutavo nei lavori presso le nuove case vacanze della Rotonda all’Arrestra.

L’attività consisteva nel forare la ringhiera delle scale interne, per fissare il corrimano in legno, poi c’era da posizionare il solito battiscopa e visto che era un uomo alto e robusto, vinse anche l’appalto della posa in opera dei box doccia, ricordo la fatica nel trasportare le ante in vetro e l’odore del silicone, all’interno dei locali da bagno.

Oggi ho il rammarico, di non avere mai avuto, in quegli anni, delle estati libere da impegni di lavoro, la maggior parte dei miei coetanei, andavano in spiaggia a girovagare o in vacanza.

Terminato il terzo, anno dell’Istituto Tecnico Professionale e finiti gli esami, restai nullafacente per qualche giorno, poi il 09 luglio 1975, mio padre mi accompagnò al mio primo vero posto di lavoro.

Fui assunto nella ditta Edilizia Cristoforo Colombo Calcestruzzi grazie al titolare, Pesce Pietro, che era mio zio e visto gli studi di meccanica, fui reclutato presso l’officina dell’impresa.

Per parlare di mio zio Piero, non basta questo articolo. Era un’uomo con una vitalità straordinaria, partendo da zero, insieme a Paulin suo padre con una carriola e qualche attrezzo, ha costituito una grande impresa edile e dato lavoro a centinaia di persone, è stato il mio padrino di comunione, la mia famiglia è grata dell’aiuto ricevuto in un momento difficile. Personalmente lo ringrazio di tutto e di avermi offerto questo mio primo lavoro, ma gli sono grate anche le tante famiglie di Cogoleto e dintorni, grazie a lui hanno potuto avere un reddito crescere e far studiare dei figli.

L’officina e l’area dell’ex Calcestruzzi è visibile tutt’ora, in località Mulinetto, situata in sponda destra del torrente Arrestra nel territorio del comune di Varazze, delimitata dal fiume, dalla linea ferroviaria, dall’imponente massa rocciosa che grava sopra l’edificio dell’officina, erosa da una preesistente cava e verso nord dal muro in cemento, dove c’era l’impianto e i silos degli inerti del calcestruzzo, a destra seppur in parte franata e invasa dalla vegetazione, è visibile la strada verso la Cava dove ora sono stoccati i rifiuti della Stoppani

Oggi non è piu’ possibile l’accesso al piazzale della calcestruzzi

Però qualche mese fa, approfittando di una scala a pioli, addossata alla ringhiera, sono riuscito a scendere nell’alveo del fiume, risalire la sponda e arrivare nello spiazzo.

Alla mia sinistra, la baracca oramai diroccata, dove c’erano gli spogliatoi, difronte il locale adibito al rifacimento del materiale isolante delle siviere della Tubi Ghisa, con le vie di corsa del carroponte e quindi l’adiacente edificio dell’officina meccanica, dove, tramite una porta divelta, riuscii ad entrare.

Quanti ricordi in un attimo!

Le descrizioni delle attività lavorative, in questo racconto autobiografico, sono relative a un contesto storico, gli anni “70 dove il lavoratore considerava ancora la questione ambientale e soprattutto la materia antinfortunistica, come una limitazione alla sua libertà o un’inutile lacciolo, una complicazione al suo lavoro, pur esistendo un’informazione di base, dei rischi e pericoli inerenti ogni specifico lavoro e avendo a disposizione gli strumenti e i dispositivi individuali antinfortunistici.

L’edilizia è da sempre un’attività a rischio, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro per le mille variabili presenti in un cantiere e questo rischio è moltiplicato in modo esponenziale, se poi vogliamo addizionare a quanto sopra enunciato, la giovane età e l’inesperienza.

I primi lavori, furono di pulizia delle parti meccaniche, appena smontate, effettuati con un’idropulitrice,

L’officina sorgeva quasi a ridosso dell’alta parete rocciosa del ex cava e non di rado quando soffiava forte il vento, il pietrisco che si staccava dalla roccia cadeva inquietante sulle lamiere del tetto, ogni tanto anche delle grosse pietre ma fortunatamente cadendo al suolo, si limitavano solo a percorrere qualche metro rotolando.

La zona, d’inverno era poco irraggiata dal sole, il freddo mordeva le orecchie e le estremità mani e piedi, per il riscaldamento si usava una stufa funzionante a gasolio e olio esausto, emetteva un pò di fumo ma quello saliva in alto e si disperdeva poi all’esterno.

Aveva un inconveniente, la combustione era regolare fino a che terminava la parte nobile del combustibile e se non era rifornita in tempo, allora dal tubo di scarico usciva un fumo grigiastro denso e maleodorante, la stufa veniva portata velocemente all’esterno, e si doveva aprire il portone per ventilare il locale!

Dalla strada del Mulinetto, per raggiungere l’officina si doveva guadare il fiume Arrestra, il passaggio era cementato alcuni tubi sottostanti garantivano in condizioni normali, il deflusso dell’acqua, ma dopo un acquazzone solo con un fuoristrada o con i camion si poteva transitare.

L’alternativa era quella di raggiungere il posto di lavoro dalla strada, quella che serviva per approvvigionare i silos dell’impianto, si transitava davanti alla cava e poi si attraversava il fiume sopra un ponticello in cemento.

Con i primi stipendi acquistai una Fiat 500 L di colore blu, usata, ma quando il fiume ostacolava il guado, era problematico con la mia macchinina, effettuare il percorso alternativo, la strada era fangosa e con profonde buche, molto facile restare impantanati.

A questo punto una persona sensata, che cosa fa?

Aspetta un passaggio, oppure lascia l’auto e percorre a piedi la strada sterrata, alla peggio attraversa il fiume a piedi nudi…..

Ma il ponte della ferrovia era lì vicino, bastava salirci sopra, attraversare i due binari scavalcare la ringhiera e il gioco era fatto!

E così feci in pratica ogni volta che si alzava il livello del fiume.

Una mattina però, avevo appena finito di attraversare i binari, sotto all’ombrello con il rumore dell’acqua non sentii arrivare il treno, lo vidi sbucare all’improvviso dalla galleria.

In questi casi subentra l’istinto di sopravvivenza, che come mi è successo in altre occasioni, si sostituisce alla ragione e impartisce gli ordini da eseguire all’istante per la propria incolumità.

Lasciai l’ombrello, che finì perso nel fiume sottostante, mi aggrappai alla ringhiera, chiudendo gli occhi, ricordo ancora la folata d’aria, il fischio prolungato del treno e lo stridio dei freni, probabilmente il ferroviere aveva azionato la frenata rapida.

Scavalcai la ringhiera e di corsa raggiunsi lo spogliatoio.

Restai per un po lì con il batticuore per lo scampato pericolo

L’officina era il regno di Luigino Damonte, Luigin in dialetto, ne avevo già sentito parlare da mio padre, come una specie di padreterno della meccanica.

Luigino è di Terrarossa, panoramica località di Arenzano, con la sua inseparabile Land Rover ha girato in lungo e in largo mezzo mondo, era stato per molti anni nella Repubblica Centroafricana con missionari, i frati cappuccini, nella diocesi di Bouar.

Un’amico che rivedo sempre con piacere con parlare un po di tutto.

Ho il grosso rammarico, di non averlo seguito in una sua spedizione, dove raggiunse per via stradale l’India, poi tramite passaggio navale il Kenia, quindi risalì’ l’Africa fino al Mediterraneo, il tour era stato effettuato in sei mesi insieme a lui il figlio di un impiegato dell’impresa.

Mi chiese se volevo andare con lui, ma i miei genitori si opposero, per paura e per questioni economiche, Luigino si offerse di pagarmi le spese, gli avrei reso il prestito con il tempo, ma furono più forti i condizionamenti famigliari, e cosi aspettai il suo ritorno e i suoi racconti.

Per l’occasione, aveva comperato una bellissima fotocamera nuova, una Zenza Bronica e all’arrivo mi invitò a casa sua a visionare le diapositive, scattate durante il viaggio, ricordo le foto di una tigre e poi grandi spazi, ora verdi di boscaglie ora gialli del deserto e l’eroica Land Rover con la tenda Air Camping, sopra il tetto.

Rimasi aggregato all’officina fino alla mia partenza per il militare avvenuta nel settembre del 1977.

Sono grato a Luigin per avermi insegnato i primi rudimenti della meccanica quello che poi sarà il mestiere della mia vita.

La tipologia degli interventi di manutenzione, erano sempre di tipo accidentale a seguito di malfunzionamenti o peggio di rotture, questo era dovuto al parco macchine vetusto, ma anche agli operatori e dagli autisti non proprio immuni da colpe.

Il parco macchine comprendeva oltre alle autobotti i camion impiegati nella produzione e consegna del calcestruzzo, anche i mezzi dell’impresa Edile Pesce Pietro S.p.A. lo stesso titolare dell’Edilizia Cristoforo Colombo.

A spanne il parco macchine era composto da 6 autobotti per il cemento 2 autosnodati per trasporto inerti, 4 autocarri 4 ruspe 1 escavatore 2 fuoristrada alcune gru semoventi per la movimentazione dei tubi ghisa, diverse auto e furgoni, poi ancora motocompressori stradali e tutto quello che aveva un motore elettrico o a scoppio.

A nostro carico anche la manutenzione meccanica dell’impianto per il calcestruzzo, lavori di saldo carpenteria all’interno degli stabilimenti della Tubi Ghisa e Stoppani e presso vari cantieri edili.

Gli automezzi non avevano nessuna diavoleria elettronica e quindi possibilità di diagnosi.

Tutto era affidato a Luigin al suo intuito e alla sua esperienza.

Ero contento quando ero a lavorare insieme a lui, c’era sempre da imparare, io ero molto curioso e quasi aspettavo qualche rottura per veder smontare qualcosa.

Luigin durante le fasi di smontaggio metteva tutti i pezzi alla rinfusa, dentro scatole di cartone o di legno a volte questi componenti erano in quantità notevole e ingombravano le pareti laterali dell’officina.

Poi come spesso succedeva, il ripristino del veicolo era posticipato, causa altri impegni, altre emergenze, e passava molto tempo prima del rimontaggio.

Ma quando era il momento, lui ricordava sempre dove collocare i vari componenti, quelle rare volte che gli sorgeva un qualche dubbio, allora annusava il particolare e ricordava dove era posizionato, tutto ritornava al suo posto e il macchinario era pronto!

Tutto ruotava intorno a Luigin, insieme a me c’erano altre persone in officina, Gianni detto u Barbetta anche lui con la passione del fuoristrada, poi Mario che era assunto come autista, aveva il cognome di un famoso ciclista, ma era spesso in officina per lavori di saldo carpenteria d’altronde il suo paese di origine era Incudine in provincia di Brescia!

Poi u Ture un’ex camionista in pensione che con un vetusto camion OM Titano radiato e senza targa effettuava l’approvvigionamento degli inerti, per l’impianto di calcestruzzo, prelevando il materiale dalla vicina cava. Ricordo i suoi racconti dell’epoca eroica dei trasporti e tutte le sue storie avevano come sfondo un passo dell’appenino La Cisa, il Bracco, i Giovi, il Turchino, ascoltavo volentieri quell’uomo dal fisico ancora forte, lui mi prese i simpatia e quando lo salutai per andare a militare aveva gli occhi lucidi e mi diede una busta con ventimila lire.

Persone con cui ho condiviso qualche anno della mia vita e a cui mi sento legato da un caro ricordo.

Grazie.

I Fattacci de Stra da Lese

Negli anni sono accaduti alcuni fatti luttuosi, lungo le strade e i sentieri del Beigua.

Anche d’inverno, erano mantenuti percorribili i valichi che mettevano in comunicazione la zona litoranea con il Lurbasco e il Sassellese.

La materia prima che fece grande l’industria navale e di conseguenza la nostra città, scendeva nei mesi invernali dal Beigua lungo, le sue Stra da Lese.

Chiamate anche le Vie del Legno.

Oggi chi è un’ escursionista attento ai luoghi che sta attraversando, può cercare e trovare le testimonianze di questi secolari utilizzi.

Stra da Lese, Ciappin, Mulaioe, Sente’ e Scurse, percorse ogni giorno, non solo per lavoro ma anche per commercio o altro.

U Luno’ è quella grande cascata di rocce visibile a destra salendo doppu u Grupassu.

La linea verde che l’attraversa nasconde la Stra da Lese, che scende dal Beigua, attraversa le pendici dei monti Cavalli, Montebe’ e Priafaia, arrivata nei pressi del Vultui, si biforca verso gli Armuzzi e la Ceresa

Il passaparola ricorda di una disgrazia che accadde, chissà quando, lungo questa Stra da Lese.

Un giovane era sceso dal Sassellese sulle alture di Varazze a raccogliere un pò di rami d’ulivo.

Servivano per santificare la Domenica delle Palme.

Ma sulla via del ritorno, fu sorpreso da una violenta tempesta di neve.

Le temperature sul Beigua possono raggiungere anche i – 15°C.

La tormenta gli fece perdere l’orientamento.

Solo e disperato, non riuscì a ritrovare nessuno di quei ripari, trunee e cabanin, presenti anche nella zona du Luno’.

Vento e gelo stroncarono quella giovane vita.

Non si conosce il luogo, dove il corpo, fu ritrovato.

Un’altra storia del Beigua è quella di una giovane, sul finire dell’800, che dal Lurbasco era scesa a Varazze, il giorno di S.Caterina.

Era partita al mattino, quando era ancora buio, per arrivare presto al mercato e avere il tempo poi per andare in chiesa e partecipare alla festa.

Con la cesta legata alle spalle, per vendere alcuni prodotti della sua terra.

Al ritorno la cesta era piena di cose, acquistate nella nostra citta, per la sua famiglia e altre, che avrebbe rivenduto a Urbe.

Il ricavato forse sarebbe servito per il suo corredo da sposa.

Ma arrivata a Cruscea de Vie, dove iniziava la discesa verso Pianpaludo, lì nascosto nel bosco, c’era qualcheduno che l’aspettava.

Forse ci fu un tentato stupro, o le mani assassine, di un’amante respinto.

Quella giovane donna, fu uccisa sulla strada che la portava a casa

Su una pietra, nel luogo dove fu ritrovato il corpo di quella povera ragazza, c’è incisa una croce.

Ogni tanto chi passa da lì lascia un fiore.

A questo link del Museo del Bosco la Storia di Main d’Mate’

U Sentè di Foi

Sono arrivato in anticipo, per ammirare i colori dell’autunno, al “Sentiero dei Faggi”

Oggi con un termine alla moda si chiama “foliage” l’escursione nei boschi, alla ricerca delle tonalità di colori, che ci riserva l’autunno.

Ancora qualche giorno, serve alla natura, per farci ammirare il fenomeno cromatico, delle molteplici varietà di colori, che assumono le foglie degli alberi di faggio e di altre specie vegetali, prima di cadere.

Ogni anno quando diminuiscono le ore solari viene meno la funzione clorofilliana e i carotenoidi presenti nelle fibre hanno il sopravvento ben evidenziato dalle tonalità rosse e gialle. ( non me lo sono inventato! l’ho letto sul web)

Questo sentiero, corre parallelo, ma ad una quota inferiore, del più famoso sentiero megalitico.

E’ in buono stato di conservazione, anche qui la testimonianza, di un lavoro faticoso, disumano, fatto da chi?

Il sentiero, ha questa sua bella particolarità, quella di decine di alberi di faggio messi tutti in fila, che lo delimitano, verso valle con un bello effetto prospettico.

Sono 53 i faggi, ne manca qualcheduno specie nella parte sommitale e altri sono atterrati, spezzati dal vento.

Alcune incisioni molto datate sulla corteccia di alcuni esemplari.

Tutti con le propaggini radicali, in bella mostra una bella peculiarità del faggio.

Lungo questo sentiero, si è immersi, in uno scenario, dove si percepisce il lavoro fatto, da una moltitudine umana e perpetrato poi da molteplici generazioni.

Con i loro manufatti probabilmente del neolitico/età del bronzo

L’opera dell’essere umano, si svela, camminando.

Ad ogni nuovo scorcio, ecco pietre fitte, muretti a secco, rocce megalitiche crollate, un probabile riparo sotto roccia.

Ma chi ha messo a dimora questi faggi?

Ci sono due diverse ipotesi, si dice che è stato messo un albero, per ogni vittima di guerra.

Ma quella più probabile è una messa a dimora dei faggi, a scopo ornamentale.

Un confine di proprietà, effettuata negli anni 30 e proseguita nel dopoguerra.

L’ albero di faggio era considerato come portafortuna e non di rado lo si trova anche a quote più basse, a far ombra alle case o a lato di una strada.

A partire dagli anni 30 del secolo scorso, migliaia di giovani esemplari di faggio, nati a seguito del taglio di un bosco secolare nei pressi del “Laiun” furono trapiantati, per rimboschimento nel versante sud del Beigua.

Altri furono usati a scopo ornamentale per abbellire giardini o per delimitare delle proprietà come è stato, il caso del Sentiero dei Faggi.

Questi alberi, hanno ben attecchito, ma i loro semi non hanno generato prole, troppo bassa la quota altimetrica per la propagazione dei faggi.

È per questo che li vediamo oggi giganteschi centenari ma senza “ricambio generazionale.”

Il Sentiero dei Faggi, si congiunge in alto, con il Sentiero Megalitico, dall’insegna oramai cadente.

Per arrivare al Sentiero dei Faggi, dalle Faje au “Culettin” si prende una strada sterrata, da effettuare con un fuoristrada, oppure con un’utilitaria di quelle “da battaglia” come la mia Panda.

Arrivati alla vista della casa rossa dei Dufour si prosegue a piedi e il sentiero, ha iniziò proprio alle spalle della casa.

Oppure dall’Alpicella da “Ceresa” per il Sentiero Megalitico, nel primo tratto pianeggiante, prendere una deviazione a destra con il contrassegno rosso +

A mio parere, questa zona con le innumerevoli testimonianze di presenza umana perse nella notte dei tempi, andrebbe maggiormente valorizzata (per non dire che non interessa a nessuno) e certamente ancora studiata.

Molte sono le cose, da scoprire e da decifrare, che si celano in questo lembo di territorio, per non fermare la conoscenza della nostra storia e naturalmente serve la divulgazione la curiosità e proporre iniziative culturali ed escursionistiche.

Un grazie per l’informative ricevute, agli amici dell’Alpicella e delle Faje:

Buschiazzo Mauro e Canepa Franco.

Buona giornata

La Strage di Orbicella

E’ un bel giro da fare con la moto, quello di percorrere la strada che dalla Badia di Tiglieto prosegue verso Orbicella.

Come non far qualche foto del sottostante alveo dell’Orba che proprio in questo punto compie una spettacolare ansa?

Laghetti e spiagge di sabbia sono mete estive di chi preferisce la quiete della natura a quella caotica del mare.

La strada finalmente asfaltata segue i contorni rocciosi del Monte Rotondo.

Arrivati ad Orbicella frazione del comune di Molare è d’obbligo fermarsi e ricordare quel giorno del 10 ottobre del 1944, quando furono trucidati sei partigiani della Brigata Buranello.

Catturati durante gli scontri a fuoco che sconvolsero questo territorio a partire dal 7 ottobre.

I partigiani furono violentemente bastonati e condotti nel paese di Orbicella.

Qui i nazifascisti si divertirono prima con una finta fucilazione e poi con l’impiccagione dei partigiani

Obbligati a mettersi il cappio al collo, uno di loro un ragazzo di 15 anni, nome di battaglia Aria, fu costretto ad assistere all’impiccaggione dei suoi compagni.

Il suo compagno Pancho sputo’ in faccia ad un tedesco il quale con il calcio del fucile gli stacco’ la mandibola rendendolo irriconoscibile.

A questo link il video di Aria che racconta uno dei delitti più efferati compiuti nel nostro entroterra ad opera dei nazifascisti.

La Strage di Orbicella.

Mario Ghiglione il Partigiano “Aria” è mancato il 7 settembre del 2020 all’età di 92 anni

Chissà che cosa avrebbe detto della violenza dei filofascisti, quelli che sfilano impunemente, facendo il saluto romano, quelli che un’anno fa hanno massacrato vigliaccamente un povero ragazzo e assaltato la sede della CGIL di Roma?

Forse meglio, che questa ultima Vergogna d’Italia, sia rimasta fuori dalla sua vita, avrebbe fatto emergere in lui ricordi terribili di violenze simili, perpetrate ai suoi compagni di lotta per la Liberazione d’Italia dal fascismo.

Forse è bene anche per noi… ci avrebbe chiesto dove eravamo in questi ultimi anni, quando una destra di governo, ha sdoganato l’estrema destra?

Perché non abbiamo vigilato? E perché non è stata fatta rispettare, la legge contro la rinascita del partito fascista?

E noi che risposta potevamo dare a un Partigiano?

Gli abitanti del paese durante i combattimenti furono tenuti in ostaggio, come fecero i nazi fascisti, in altre tragiche stragi di civili, all’interno della chiesa di Orbicella.

Il Sacrario della Resistenza ha la forma di un libro, dove sono elencati tutti i nomi dei caduti per la nostra libertà

Altre lapidi in questo piccolo paese, con i nomi incisi, che il passar del tempo ha reso quasi illegibili.

Una lapide elenca gli abitanti di Orbicella caduti nella prima e seconda guerra mondiale, solito grande e tragico tributo di carne da macello, di contadini e boscaioli, la stessa provenienza della maggior parte di quelli, che in Italia sono stati immolati, per la “patria” in due sanguinose inutili guerre.