Vajont

Avevo 5 anni nel 1963 quando ci fu la tragedia del Vajont.

Sentii pronunciare questa parola dagli adulti e poi replicata negli anni a venire dalla radio a valvole sulla mensola nella sala da pranzo.

Il Vajont fece 2000 morti.

Una strage dimenticata.

Riportata alla memoria da Marco Paolini nel 1993 con il suo Vajont 9 ottobre 1963.

Ricordo le pause e i silenzi di quella rappresentazione teatrale.

Paolini mise in evidenza la saggezza popolare, che aveva chiamato Toc, matto, quel monte che poi rovino’ nel bacino della diga.

Ma anche tutti quelli che avevano lanciato degli allarmi per un’imminente enorme frana.

Le loro parole trovarono il muro di gomma dello stato colluso con i poteri forti.

Che doveva negare l’evidenza perché c’era da far soldi, tanti soldi con quella diga.

Le persone competenti e oneste, non furono ascoltate e la sera del 9 ottobre del 1963, un’improvviso forte vento annunciò l’arrivo di un’immensa onda alta 250 metri.

Non rimase più nulla di quello che era un paese.

Lo stesso tipo di vento, che fece sbattere porte e finestre nella casa del guardiadiga dello Zerbino a Molare il 13 agosto 1935.

La diga cedette di schianto e fece 111 morti.

Il Vajont di morti ne fece quasi 2000.

Ma la causa fu sempre la stessa, il profitto privato.

La cupidigia del denaro ad ogni costo.

Tanto denaro che servi’ anche per far tacere la verità e la giustizia.

Quei poveri cristi travolti dalla furia dell’acqua furono smembrati, fatti a pezzi, ridotti a miseri resti umani, irriconoscibili o mai più ritrovati, come succede in una guerra.

Nessun colpevole per il crollo della diga dello Zerbino, con la beffa della sentenza finale, “le vittime, un tributo doloroso per il progresso della patria!”

Come enfaticamete decretò il regime fascista nel 1936.

Per il Vajont la sentenza dopo infiniti processi, faceva a pugni tra i reati commessi e la pena inflitta ai due imputati, otto anni in totale!

Ero un bambino a sentir parlare di quella strage di innocenti.

Oggi sono un’adulto stanco e rassegnato, come tutti, gli italiani difronte al lungo elenco impunito, misterioso delle Stragi d’Italia.

Con matrici mafiose, politiche o per soldi.

Povera gente, lavoratori studenti, gente comune come quella che si incontra ogni giorno per la strada in una via o in una piazza.

Capitata un giorno per caso nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, sopra un treno, un traghetto, un’aereo o sopra un ponte.

Poi i papi ad una finestra e i presidenti in tv a ripetere sempre le stesse banali parole di circostanza, a toni bassi però, per non turbare un popolo bue e fatalista abituato da anni a non pensare.

Tanto i morti non fanno più domande non vogliono verità e giustizia e domani tutto sarà dimenticato.

E allora continua così divertirti popolo italiano, mangia e gioca e non pensare ad altro che poi diventi triste!

Quante altre cose servirebbero invece.

Le parole urlate, tanta vergogna e tante dimissioni della casta politica italiana!

Ma abbiamo un peccato originale che fa specie nel nostro paese.

Agli albori della repubblica quando non si è voluto fare i conti con il passato.

Un passato che aveva portato alla morte alla fame e alla disperazione un popolo

L’Italia non ha mai avuto la sua Norimberga.

Ad un re carnefice fu permesso l’esilio.

Possiamo dire che da questo è nata l’impunità della classe politica e imprenditoriale italiana?

Processi infiniti prescrizioni assoluzioni, sopra migliaia di morti che non avranno mai né verità né giustizia.

Buona giornata

Una Storia come tante.

Argomento scomodo, indicibile molto personale.

Una scelta difficile, sofferta, ma consapevole

Di aborto, non se ne parla mai.

Una libertà sempre oggetto di polemiche.

In Italia è sceso di molto il numero di interruzioni volontarie di gravidanza erano 230.000 nel 1983 nel 2022 66.000.

Sono passati 40 anni, proprio da quel 1983.

In una giornata d’autunno incontrai lungo un sentiero che portava ad una fungaia, un mio amico d’infanzia.

Mai più rivisto da anni, lui era arrivato dal sud durante il boom economico, avevamo fatto amicizia da bambini giocando insieme.

Eravamo piccoli grandi amici

Poi lui andò ad abitare in un’altra città dove lavorava in uno stabilimento.

Come sempre accade tra due vecchi amici, anche dopo tanti anni, basta evocare qualcosa e ci si ritrova in sintonia a raccontare dei tempi andati di noi bambini in un fiume o a sbucciarsi le ginocchia su uno spellacchiato campo da calcio.

È così fu anche durante quel fortuito incontro.

Ma lui non era lì solo a cercar funghi, aveva bisogno di staccare un po dai suoi impegni e da un peso che si portava dentro e mi chiese di far due passi con lui in quel bosco, con la scusa di andare in un posto dove aveva già trovato dei funghi.

Aveva bisogno di lasciarsi andare di tirar fuori quelle parole, che erano senza voce.

Fatti pochi passi un’albero abbattuto divenne una panca dove sedersi.

– Ti posso parlare?-

Questo fu l inizio di una storia che oggi dopo 40 anni, ho deciso di raccontare.

Alcuni risvolti di questo racconto per rispetto della privacy sono di fantasia.

Chissà dove sarà quel mio amico d’infanzia, ci siamo persi di vista definitivamente molti anni fa, dopo che si era trasferito, facendo un’altro lavoro, vicino al suo paese natale

Qualche telefonata, per farsi gli auguri e poi più niente.

Quel giorno doveva parlare con una persona conosciuta, avere conforto e io ero capitato lì per caso o chissà perché.

Una vicenda come tante altre, con l’angoscia per il ritardo delle mestruazioni, poi test di gravidanza, prima negativo e poi più volte positivo.

E ora erano disperati.

Che cosa fare lui 21 anni lei 18 e ancora studentessa?

La famiglia di lei impegnata nella parrocchia.

Quella di lui una famiglia del sud papà operaio e mamma commessa.

Mi disse che i genitori di lei non sapevano niente di loro due

Anche perché gli avevano proibito di frequentarlo.

Un operaio anche terrone!

Alla figlia in eta da fidanzato le avevano consigliato un ragazzo “bene” di buona famiglia.

E ora però era successo questa cosa colpa di chi?

Del loro voler stare insieme?

Di volersi bene?

Ma peccare prima del matrimonio, era delitto specie per una ragazza!

L’uomo invece aveva diritto a fare le sue esperienze con prostitute o altre navi scuola.

La donna no.

E poi era incinta!

Che scandalo!

E allora avevano preso quella decisione.

Consapevole

Ne avevano parlato molto ma che altro potevano fare?

L’interruzione di gravidanza era fissata per i primi giorni di ottobre.

Dovevano andare la mattina presto in un Ospedale di Genova e dopo qualche ora di osservazione, a seguito dell’intervento, poteva essere dimessa.

La famiglia non si sarebbe accorta di niente, lei sarebbe arrivata a casa in tempo per il pranzo.

Mi chiese se potevo essere anch’io quel giorno a Genova. Non dovevo far niente, a lui bastava sapere che non erano soli, ma che c’era un amico, chissà dove, ma lì vicino.

E così quella mattina ero anch’io a Genova, non esistevano i cellulari.

Ero andato qualche giorno prima a vedere dove potevo parcheggiare.

Scelsi un posto davanti ad un bar.

Restai quasi tutta la mattina lì un pò in auto a leggere il giornale, fumare qualche sigaretta e poi al bar.

Lui sapeva che io c’ero.

Sarebbe venuto lì a cercarmi quando era tutto finito.

Mi riconobbe da lontano mi fece solo un saluto con un braccio.

Potevo andare.

Il giorno dopo mi abbracciò e mi ringrazio’

Io chiesi se era andato tutto bene e lui mi disse di sì.

Qualche anno dopo diventarono marito e moglie, sfidando la famiglia di lei.

Poi si licenzio’ dallo stabilimento e andarono ad abitare nel paese della famiglia di lui.

Ebbero due figli maschi.

Francesco Baggetti

A Seisentu

Riporto questa frase, presa in prestito da “Statale 17” di Francesco Guccini

E’ bello leggere in italiano, con i nomi in inglese

“Quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del ’55 del padre di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson.”

Gli americani ci fregano con la lingua!

Non è la stessa cosa che leggere……

“Quella mattina partimmo Gian, Roby e io sulla vecchia 600 del babbo di Gianluigi e facemmo tutta una tirata da Varazze a Prato Nevoso”

La Fiat 600, negli anni 60/70 era l’auto del papà, prestata ai figli, freschi di patente, per le loro prime scorribande, spesso, questa paterna cessione, era fatale per la carrozzeria e la meccanica dell’auto!

Nei fine settimana, quest’auto ceduta ai figli scavezzacolli freschi di patente, subiva una brusca metamorfosi, da utilitaria usata in settimana per recarsi al lavoro o a far compere, diventava un bolide cittadino ed extraurbano capace di sfrecciare ad alta velocità con stridii di gomme e motore su di giri.

Vettore di scorribande giovanili!

Come quella domenica mattina, quando io, Gianluigi e Roberto, partimmo, la mattina presto, per una giornata, sulle nevi di Prato Nevoso.

Un viaggio già avventuroso a volte un’incubo, per chi imboccava negli anni 70 la micidiale Savona Torino .

Chiamata con i suoi oltre 500 morti l’Autostrada della Morte

L’auto una Fiat 600, prima serie con portiere controvento, era del papà di Gianluigi.

Dopo Frabosa, una forte nevicata in corso, sconsigliava il proseguo del viaggio, soprattutto con un’auto come la nostra priva di catene a bordo.

Ma si sa coraggio e incoscienza a vent’anni non mancano mai e riuscimmo nell’impresa!

Le auto ” una volta” avevano dei veri paraurti, solidi in robusto acciaio cromato e così io e Roberto, in piedi sul quello posteriore, facevamo peso, per dare aderenza alle ruote.

Mentre l’auto avanzava abbastanza veloce fra sbandate e slittar di ruote io e Roberto aggrappati alla “bagagliaia” provammo l’ebbrezza della tormenta di neve, con l’aria gelida e quella neve che entrava da ogni parte del nostro scarso abbigliamento sciistico.

Indossammo gli occhiali da sole e almeno gli occhi furono salvi

Quando le ruote slittavano e l’auto non avanzava, ci coordinavamo verbalmente, con l’uno due e tre! E saltando insieme sul paraurti, aumentavamo l’effetto presa, delle ruote, su quel cospicuo strato di neve.

Il motore gemeva per lo sforzo ma non si arrese!

Quella gloriosa seicento fu una delle prime auto che arrivarono a Prato Nevoso quella domenica mattina.

Caffè corretto con la grappa bevuto in un bar di Prato Nevoso, fu il premio per aver compiuto quell’impresa.

Ma altrettanto infido fu il ritorno, Gianluigi perse diverse volte il controllo dell’auto in quella discesa, ma per fortuna nostra e dell’auto, le montagne di neve ai lati della strada attutirono quei colpi.

Un paio di giorni dopo il papà di Gianluigi rimase a piedi con la seicento per la rottura di un semiasse……..

Sempre di domenica, questa volta con un’altra Fiat 600, del papà di Giorgio, eravamo in direzione di Sassello, per andare a vedere una gara di motocross, insieme a noi Gianni.

“Quel giorno partimmo Giorgio, Gianni e io sulla vecchia 600 del babbo di Giorgio e facemmo tutta una tirata da Varazze a Sassello”

Eravamo la Banda Gilera, tutte e tre avevamo lo stesso tipo di motorino, il Gilerino 50cc!

Arrivati sul rettilineo dei Giovi, a causa di una brusca frenata, tamponiamo l’ auto che ci precedeva.

Ci fu lo scambio di nominativi e i dati per la pratica dell’ assicurazione.

Pochi i danni subiti dalla robusta 600, solo il parafango risultava schiacciato.

Ma alla ripartenza, la ruota anteriore destra, quando si sterzava, toccava nel parafango.

Che fare?

Decidiamo di raddrizzare il parafango per allontanare quella lamiera piegata dalla ruota.

Proviamo a far leva con un palo, trovato ai bordi della strada, ma non si riesce, allora….. brillante idea!

Trovate delle corde nel cofano dell’auto leghiamo il paraurti, al vicino palo in legno della linea elettrica, che correva di lato alla strada

……Giorgio va alla guida e innesta la retromarcia………

Vai tiraaa tiraaa!!. Ancora! Prendi un pò di rincorsa dagli dei colpi! Dai che va!..vai! vai!

Fermaaaaa ! Belin il palooo fermaaaaa!!.

Tutti intenti a guardar il paraurti, nessuno fece caso al palo della luce, che si stava pericolosamente inclinando!!

Per anni, arrivando sul rettilineo dei Giovi, non si poteva non notare, la stranezza di un palo di sostegno, di quella linea elettrica, vistosamente inclinato, verso il centro strada.

Il palo fu lasciato lì per molti anni, in quella posizione e ogni volta che si passava ci ricordava quel nostro maldestro tentativo.

Riuscimmo comunque nell’intento e la gomma ora sfiorava appena il parafango, solo quando l’auto faceva una curva stretta.

Buona giornata

+7

Il Mio Primo Giorno di Scuola

1 ottobre 1964

Era il primo giorno di scuola di chi era nato come me nel 1958.

Eravamo in 26, quel giovedi primo ottobre del 1964 nellla 1.A, con il maestro Fausto Buffarello.

Nella foto l’originale Registro della Classe 1A con i nomi dei miei compagni

Nel mio racconto “Olio d’oliva e cotone” al seguente link, sono descritti alcuni accadimenti di quegli anni scolastici.

Quattro di loro non sono più insieme a noi, vorrei ricordarli, in questo primo di ottobre.

Lo stesso giorno di molti anni fa, quando ci siamo conosciuti:

Simone Ratto,

Claudio Benvenuti

Nicola Marrone

Giancarlo Gelsomino

Di quei primi giorni di scuola non ho un ricordo nitido.

Ma so che per noi bambini, abituati a passare le giornate nel Teiro, nel bosco o a giocare a pallone, Siotti e Serveghi, era un supplizio dover star ore seduti e fermi.

Il tempo non passava mai.

Gli sfoghi di quelle generazioni di bambini, strappate dal loro vivere in natura, erano visibili nei banchi di scuola, rigati tormentati con ogni improvvisato attrezzo alcuni furono scavati fino a perforare il piano.

Non era facile per gli insegnanti avere a che fare con quei bambini irrequieti.

Di madrelingua zeneise costretti ad imparare quella lingua sconosciuta.

Inevitabile il tentativo di tradurre in italiano i termini dialettali.

Nacque sui banchi di scuola il Zenagliano un spassoso ibrido di lingua pseudo italiana

Ecco un verosimile racconto di quella giornata in Zenagliano

Anco’ 1 ottubre 1964 è stato u me primmu giurnu di scoa, il maestro se ciamma Fausto e’ erto e porta i speggetti, siamo in tanti in classe 1.A, tutti bagarelli de Vase, il maestro ci ha fatto ando’ a lavagna a fare le aste, ne emmu fatte, tante tante, tutte dritte, da stufase.

Io poi le ho fatte cun il lapi di mio papà che fa il bancalaro sulle toe di legno.

Il maestro è un bravu german ci ha mostrato che ci duvemmu assettare quando il maestro lo disce.

E isase quando intra u maestro o n’atru.

Suvia na miaggia c’è Gesu’ misso in crusce e sottu un cun i speggetti e la cravatta u cappu dell’Itaglia

Ho u me banchetto duvve ho missu a cartella, ho il scoscia’ neigru con u fioccu blo, che devu stare attentu che me lo desgruppano.

Emmu fatto la ricreasione de foa.

U maestro na ditu de nu curri’ che maniman ci diamo na facciata in tera, mi me sun mangiato la figassa che avevo accattato da Marinin.

Con le man pine d’oio ho unsato il quaderno.

Quando u lè suno’ a campana semmu sciortiti de cursa

Foa da scoa ghea me so’ Clara che me aspettava le cun u scoscia’ ciancu e semmu andetu a ca insemme.

Ma aua basta parla’ in italiano aua che sun sciurtiu da scoa possu parla’ in zeneise!

Duvemmu attraverso’ u puntin cun l’arcu e sta attenti passo’ in su marciape’ che u l’e’ attaccou a miaggia de Teiru poi tutta via Muntegrappa, cun u giu da fabbrica, duvve u ghe sempre ventu.

A me non piace andare a scoa mi ballano le gambe di stare sempre assetato

A Scarpa in tu Fo

Era la stagione dei funghi, quel suo amico lo aveva portato in quel posto, poco praticato dai fungaioli

-Eppure era qua ne sono sicuro, da questo faggio il primo dopo la radura.-

E così invece che cercar funghi i due amici si misero a cercare una scarpa da donna, con il tacco!

Ma dopo almeno un’ora, dovettero desistere dalla ricerca, quella scarpa si era come volatilizzata.

Dopo un anno sul telefonino dell’amico, arrivò una foto, con la didascalia

-L’ho trovata! Ho fatto il punto satellitare e se vuoi andiamo a vederla!-

Detto fatto i due amici si ritrovarono sul Beigua, dalle antenne e scesero lungo il versante nord, quello che degrada dolcemente verso il Sassellese.

Non servi’ seguire il punto satellitare, l’amico ricordava bene dove, dopo un anno, ancora per caso, andando per funghi aveva ritrovato quella scarpa.

L’altro pensava…. spero che stia scherzando, sarà una cosa da raccontare, per far due risate nell’osteria.

Quando si riavvolge il nastro della vita, davanti ad un bicchiere di vino, con gli occhi lucidi, dando la colpa all’alcool.

Che ci faceva una scarpa da donna in un bosco del Beigua?

Anche lontano centinaia di metri da strade e sentieri?

Chi può averla portata lì forse un’animale selvatico?

Eccola!

Belin non raccontava musse!

Un brivido percorse la schiena di entrambi.

L’amico gli chiese se l’aveva per caso toccata o rigirata.

Rispose di no

– Nessuno è stato qui, anche l’anno scorso era così, capovolta.

Si leggeva la taglia, una 38.

Una pianta era cresciuta insinuandosi all’interno dell’arco plantare.

La scarpa era in buone condizioni, solo la vernice della tomaia un pò screpolata.

Il tacco forse un 12, era perfettamente ancora in grado di sorreggere un piede femminile.

A chi era appartenuta?

Senz’altro ad una giovane donna, che faceva la sua bella figura con quelle scarpe.

Della marca era rimasto solo un rettangolo più scuro

E l’altra scarpa?

Bella domanda a cui l’amico rispose:

-Sarà al piede di qualche cadavere seppellito da qualche parte qua vicino!

Pelle d’oca!

Istintivamente si misero a cercare qualche cumulo di terra o qualcosa di simile ad una sepoltura.

In un bosco di faggi il sottobosco non esiste, questa è una prerogativa di alcune specie allelopatiche, quella di non tollerare altre specie vegetale.

Durante quella ricerca trovarono alcuni funghi.

E così il pomeriggio fini’ cercando quei frutti del sottobosco.

L’amico quello che era stato a vedere la scarpa, non era proprio un fungaiolo e infatti trovo’ solo due funghi ben rosicchiati dai lumaconi, il suo amico almeno una dozzina e tutti sani!

Come tante altre cose strane, a cui il nostro intelletto non trova ragioni plausibili, anche per questo bizzarro ritrovamento, si accettò l’ipotesi di qualche buontempone o il solito animale che pensava di aver trovato qualcosa da mettere sotto i denti.

C’era stato un caso di scomparsa di una donna, durante un’escursione sul Beigua, era in compagnia del marito di lei più nessuna notizia

E poi nessuno va sul Beigua con scarpe tacco 12!

Forse fu persa durante una festa al Ristorante Monte Beigua?

Chissà, magari una serata un po alticcia, finita perdendo una scarpa!

Una coppia che si era imboscata?

Caspita però ne avevano fatta di strada!

Di solito questi tragitti amorosi durano poco e finiscono non appena si è nascosti dalla vegetazione.

Ma se questo accade di giorno allora bisogna allontanarsi di più.

Non poteva neanche essere una passeggiata romantica, la vista verso il mare è impagabile in tutte le stagioni e in qualsiasi ora del giorno, ma dall’altra parte della vetta del Monte Beigua, quella verso il mare

Supposizioni.

Un dilemma, un rompicapo che restò senza alcuna risposta.

Poi la vita ruba il tempo, vola via a inseguir altre cose apparentamente più importanti almeno così ci fanno credere, chi pianifica scientemente e impunemente la vita di milioni di non persone, solo consumatori, come vuoti a perdere.

Ci si ritrova vecchi, in una osteria a riavvolgere il nastro della vita, davanti ad un bicchiere di vino, con gli occhi lucidi, dando la colpa all’alcool.

E magari ritorna quella vecchia storia.

-Ti ricordi quella scarpa con il tacco?

– Ci sarà ancora?

– Andiamo a vedere?

– Da qualche parte dovrei avere ancora memorizzato il punto satellitare di quella scarpa.

-Ma figurati quanti anni sono passati?

-Trenta, quaranta?

– Ho un vecchio PC che ogni tanto accendo, per riveder qualche foto di quando si andava in giro in moto o su dai bricchi e scommetto che trovo la foto e anche il punto.

L’amico gli rispose che è passato tanto di quel tempo, che anche la terra si sarà spostata dal suo asse di rotazione!

E quel punto non corrisponderà più a dove avevano visto quella scarpa.

Passo’ ancora qualche anno che quando si è giovani manco ce ne accorgiamo, ma da anziani, anche un mese fa la differenza per la salute.

L’amico che aveva trovato quella scarpa non era più in sé, quella malattia degenerante lo stava consumando ogni giorno di più e ora neanche più sapeva chi era quell’amico che ogni giorno gli faceva compagnia.

Un giorno il figlio, gli consegnò un foglio, che aveva trovato in un cassetto con sopra scritto il suo nome.

Erano delle coordinate.

Lui capì

Era pericoloso per lui, prossimo novantenne, avventurarsi in quel bosco.

Ma lo doveva per quel suo amico.

Non disse niente e da solo in auto salì sul Beigua.

La patente gli sarebbe scaduta a breve e sapeva che non lo avrebbero mai più fatto guidare

Stava bene, l’aria fresca di quella mattina di fine settembre lo fece rabbrividire.

Ma era felice di essere ancora una volta sul Beigua.

Tutto era cambiato, quegli alberelli, ora erano diventati imponenti alberi.

Faggi con una bella chioma e le loro incredibili radici.

Aveva programmato il navigatore, che lo avrebbe portato dove avevano trovato quella scarpa.

Arrivato sopra al punto di geolocalizzazione, niente scarpa, ma un grande bellissimo faggio!

Un brivido!

Quella scarpa era lì fagocitata dalle radici dell’albero!

La sua punta sembrava indicare qualcosa.

Istintivamente guardò in quella direzione, verso una pietra solitaria

Il terreno era pianeggiante

Già pensava ai titoli del TG Regione.

Anziano disperso sul Beigua si teme per la sua vita.

Raggiunse la pietra probabilmente un ex riparo sotto roccia

Sotto quel masso uno strato di almeno un metro di foglie.

Conosceva l’insidia che si poteva nasconderr in quei giacigli per animali.

Guai a immergersi in quelle foglie sedimentate da decine forse centinaia di anni.

Erano come le sabbie mobili!

Iniziò a pensare a tante cose e all’improvviso ebbe come un flash!

Si ricordo’ di quando un vecchio all’Alpicella gli aveva detto delle Pietre che Parlano.

Lui aveva creduto a quelle parole.

Le aveva messe in pratica ma senza alcun esito.

Forse perché non era convinto del tutto che una pietra, potesse conservare la memoria delle cose accadute!

Appoggiò le mani a quella pietra.

Anche per non cadere.

Chiuse gli occhi.

Restò così per qualche minuto, respirando profondamente.

Come gli aveva detto di fare quell’anziano.

Percepi come una scossa!

Poi ebbe come l’impressione di sentir dei rumori

Foglie calpestate da gambe giovani veloci!

Percepi nitido l’odore della paura !

Passarono alcuni secondi

Ecco il fiato caldo del carnefice che stava inseguendo la sua preda!

Erano lì!

Gridò!

Aprì gli occhi

E scappò via!

Salì in auto con il cuore che gli scoppiava nel petto

Prese la pastiglia

Ecco perché quella scarpa ritrovata così lontana da strade e sentieri.

L’aveva persa chi stava scappando

I Carabinieri Forestali ascoltarono quello strano racconto lui consegnò a loro quelle coordinate.

Passarono alcuni giorni e un capitano dei carabinieri si presentò nella casa di riposo volle vedere il suo amico.

E poi parlò con lui, che aveva raccontato quella storia.

Il capitano disse che in quell’anfratto avevano trovato dei resti umani.

La morte risaliva a molti anni prima e la causa furono diversi colpi in testa probabilmente sferrati con una pietra.

Lui gli fece quella domanda di tanti anni prima.

-Avete trovato l’altra scarpa?

L’unica scarpa era quella fagocitata nelle radici di quell’albero.

Qualche giorno dopo i carabinieri gli dissero che quelle ossa erano di un uomo.

E stavano cercando le sue generalita’ negli archivi delle persone scomparse.

Ora era tutto chiaro!

La vittima aveva aspettato sotto quell’anfratto l’inseguitore.

Lui era saltato giù ed era sprofondato nel letto di foglie, lei aveva già quella grossa pietra in mano e la uso’ come un’arma.

La notizia rimbalzò su tutti i media, ma per fortuna gli inquirenti mantennero segrete le generalità dei due amici.

Nella prima pagina del Secolo XIX divenne virale la foto di quella scarpa nelle radici del faggio.

Il posto divenne meta del solito turismo morboso di massa e sui social si sprecarono le foto dei belinoni con lo sfondo da Scarpa in tu Fo.

Questo fece la fortuna del ristorante Monte Beigua

I due amici ora potevano passare molto tempo insieme entrambi erano stati messi nella stessa casa di cura.

Lui lo accompagnava ogni giorno, dove erano le panchine nel cortile dell’ ex ospedale S.Maria in Betlemme, diventato grazie a persone lungimiranti, una bella residenza pubblica per anziani.

Erano ritornati nell’atrio i busti dei benefattori.

La città aveva finalmente onorato quel lascito.

Costruito per i cittadini di Varazze

Li c’è una bella vista dall’alto della nostra città

Seduto sulla panchina raccontò il finale della storia della scarpa.

L’ ho guardo’ in viso, una smorfia di sorriso solcava le rughe di quel suo amico, sopra quella sedia a rotelle

Lui lo abbracciò e stette così per un po.

Stretto a quel suo grande amico

Francesco Baggetti.

Bellugiu a Giacopiane

Oggi quando il sole si è abbassato sui monti e le ombre si sono allungate sull’asfalto, di una di quelle strade, che sfidano la forza di gravità per portarci sui nostri monti, anche oggi è arrivata quella cosa che mi fa star bene, una sensazione difficile da descrivere.

Anche se ho nelle braccia le almeno mille curve, fatte nei saliscendi tra le vallate di questa parte di Liguria, sto bene e penso a questa bella giornata, cercata e trovata in questo angolo di mondo.

Chi devo ringraziare?

Questa stupenda natura, la nostra Liguria, con i suoi boschi a perdita d’occhio, da cui emergono montagne verdi, con le rocce nere d’ardesia, questo cielo blu intenso, gli odori i profumi di fine estate, che entrano nel casco e lì restano per un pò.

Dovremmo dir grazie anche a quelle persone, che con la sola forza delle loro braccia, hanno costruito nei secoli, questo reticolo di strade, che ci portano a veder e scoprire cose belle e interessanti della nostra terra.

Siamo sulla via del ritorno,

Il mio compagno di viaggio Francesco Canepa mi precede in questa strada, che scende da Giacopiane.

Il grazie più grande lo devo a questo mio amico, compagno di tante cose fatte e condivise insieme, un viaggio in moto, un giro nei boschi, quattro risate al tavolo di un bar.

Quante strade abbiamo percorso anche oggi!

Larghe ben asfaltate quelle che corrono nel fondovalle, strette tortuose le altre che risalgono ripidi pendii attraversano boschi e improvvise radure con struggenti panorami e vertiginosi strapiombi, paesini sperduti dove non c’è anima viva, campanili lontani, tante chiese e un incredibile Abbazia, testimonianze di fede perduta

Cose dimenticate, come

le tante targhe, nelle piazze in ogni paese che attraversiamo, con i nomi di giovani mandati al macello per la patria.

Ma anche tanti altri nomi, lungo le strade e su un monumento alla Resistenza di chi in queste montagne ha combattuto e perso la vita, perché noi oggi potessimo avere la libertà.

Ma tutto abbiamo dimenticato, la storia non ci ha insegnato nulla.

Deve aver soffiato forte il vento, nei giorni passati, molti ricci ancora verdi strappati dai castagni, sono in mezzo alla strada insieme a quelle foglie che si alzano al passaggio delle moto.

Da tempo si voleva andare a vedere il lago e la grande diga di Giacopiane, con gli abeti che si specchiano nell’acqua.

Ma la signora dove abbiamo comprato i biglietti di permesso per la strada delle dighe, ce lo dice un po brutalmente che la diga è stata vuotata per lavori!

Belin che sfiga!

Pranziamo in un ristorante a Borzonasca un primo (abbondante ) secondo dolce caffè 16€

Il titolare è una gentile signora che ride sonoramente quando le leggo l’esilarante elenco dei manifesti da sacrestia trovati sul web

Prima di salire alle dighe andiamo a Borzone dove si può visitare la bella e incredibile abbazia di S.Andrea in stile romanico

Si continua lungo una strada a cavatappi fino ad una panchina e tavolino a bordo strada è il belvedere della scultura del volto di Gesù, peccato per le foto impossibile farle in controluce!

Si ritorna a Borzonasca per poi prendere la strada delle dighe arrivati a Giacopiane è impressionante vedere questo enorme bacino, con i grandi accumuli di terra al suo interno.

Arriva un vigilante a chiederci i permessi.

Sullo sbarramento c’è il guardiadighe, si parla con lui di ex colleghi, dei lavori dei danni del maltempo della scorsa settimana.

Siamo partiti alle 8 come al solito dal ristorante El.Mi.Di nel Parasio

Trasferimento via autostrada con uscita a GE Est, in mezzo al traffico pesante di autotreni.

È una bella giornata soleggiata ma il sole come un flash appare e scompare dalle barriere antirumore lasciate li a bordo autostrada incompiute, un pericolo reale per chi ha un casco in testa, la luce rimbalza sulla visiera e in pratica si perde la visibilità della strada.

Solito traffico caotico nel Lungobisagno e il miracolo dell’ultimo semaforo dove tutte le auto d’incanto spariscono.

Un po di freddo nella galleria della Scoffera.

Dal Passo si scende a Gattorna, Cicagna per poi risalire a Lorsica, Favale di Malvaro, Passo della Scoglina, Borzonasca, Carasco, Chiavari, A10.

260 km a.r.

Percepiti 1000!

+19

A Morscia di Tapulli

Mi piace cercare e trovare le cose, dove lo scorrere del tempo, ha lasciato i suoi inconfondibili segni.

Testimoni di chi in un posto, ha lavorato, vissuto e dove ancora qualcheduno ritorna, a perpetrare le stesse cose viste fare da un padre, un conoscente o un’amico

Ghe un postu a Sanna.

duvve se andava pe parti’ cun un gussu,

a ciappo`dui purpi,

cun na sampa de gallina

a pesco’ cun na lansetta

au bulentin

a ritruvo’ n’amigu

e stappo’ na buttiggia de vin

Nelle foto, le canne dei cannoni, provenienti dal Priamar, depredato dai genovesi, che avevano espugnato la fortezza e usati come bitta, per legare con le cime le imbarcazioni a questo molo.

Il bel muro con i variopinti mattoni dai colori sbiaditi.

Un banco con la morsa per i Tapulli, chissà chi era qua a ingegniarsi per riparare qualcosa o a invertar qualche attrezzo da pesca, visto chissà dove.

Na Nassa o na Purpea.

E in giu a sta morscia quante giastemme!

Che bei disegni!

Un pesce spada che salta e un altro dipinto a ingentilire una porta in ferro, con due gabbiani ritratti a riposo sui dei pali.

Chissà chi erano gli autori che hanno dato una nota di colore e di natura a questi ripostigli di pescatori.

Chissà se qualcuno conosce la storia di questo posto.

Immersi nell’acqua, dei pneumatici a uso gomena e una grande catena caduta in acqua e lasciata lì da chissà chi.

Sono caratteristici questi angoli, di una città di mare, dove per fortuna tutto è lasciato all’usura del tempo, dove ogni cosa sa raccontar una storia.

Savona è fortunata ad avere questo posto, speriamo che qui, non arrivino mai le tristi fantomatiche ” riqualificazioni” che imperversano nelle città di mare liguri.

Una parola subdola, che nasconde, la scomparsa di maufatti, oggetti, paesaggi, che fanno parte della nostra identità ligure, cose nostre della nostra storia, perse per sempre.

Buona Giornata.

+6

Le Belle Feste

A inizio degli anni 70, una nuova moda scompiglio’ le abitudini dei giovani di Varazze, erano le feste in casa.

Per chi era troppo giovane e doveva star lontano dalle peccaminose discoteche.

Con la benedizione dei preti e approvate dalle famiglie, si formarono così delle compagnie, dove i componenti erano tutti buoni cristiani frequentatori di chiese e oratori

Di varie estrazioni sociali ragazze di buona famiglia, figli di contadini e di operai.

Erano almeno una decina nella nostra città, comprese le frazioni.

Ragazzi e ragazze, anche una ventina, dove quelli più “anziani” facevano da punto di riferimento per gli appuntamenti e il da farsi.

Di solito ci si ritrovava la domenica pomeriggio, per fare lunghe escursioni nell’entroterra, verso Castagnabuona o la Guardia.

Era ancora il tempo dei mangiadischi, ma stavano per essere soppiantati dai mangiacassette

L’industria aveva messo in commercio radiomangianastri portatili.

La musica che si diffondeva da quegli apparecchi ci accompagnava nei lunghi pomeriggi assolati.

C’era sempre quello che sapeva tutto della discografia anglofone.

Il nostro esperto, si chiamava Mario abitava in un appartamento in via Ciarli, nella sua stanzetta aveva uno dei primi impianti stereo della città, centinaia di dischi e cassette, ma era obbligato a tenere basso il volume per non scatenare le ire dei coinquilini.

Aveva tutti i numeri di Ciao 2001 roba da intenditori, complicati impossibili da leggere.

I capi indiscussi della compagnia, erano Pino e Mario.

Il nostro punto di ritrovo era la chiesa di S.Giuseppe.

Si stava seduti sulle panchine di tufo all’entrata.

Frequentavano anche regolarmente l”Oratorio Salesiano”

Si partiva per andare a fare il merendino, in direzione dei due Santuari, sulle alture di Monte Croce e del Monte Grosso.

Ricordo la grande pineta de Pin da Pino’ du Cian de Gure, prima di arrivare alla Guardia

Si faceva casino, termine di nuovo conio, come altre parole: che forte! o sei fucco, questo era un complimento per ragazzi, che poi divenne figo, l’equivalente femminile era ancora tabu’.

Lungo il percorso noi maschietti ci nascondevano, per far paura alle ragazze, che facevano finta di spaventarsi.

Era un continuo stuzzicarci a vicenda, ben descritto in un modo di dire in zeneise: “Tognu u me tucca, tucchime Tognu”

Per fare quei tre km della strada che porta alla Guardia, a far delle scemate, se ne faceva il doppio!

Fra di noi c’erano le prime simpatie e le prime cottarelle.

Ovviamente, quelli più adulti, avevano buon gioco con le ragazze e arrivati nella radura sparivano alla vista.

Appartandosi nella brughiera.

Al ritorno, il maschio alfa lasciava sopra sopra di sé, fili d’erba o altro, per testimoniare l’avvenuto o millantato contatto fisico.

Gli altri, noi ragazzi e ragazze ai primi approcci, imbranati e ingenui, giocavamo a palla o si ascoltava della musica.

Tutto questo avveniva con la bella stagione e d’inverno che fare?

Non so da chi parti’ iniziativa, per le feste in casa, ma eravamo tutti bravi ragazzi e i genitori dietro sollecitazione dei figli, mettevano a disposizione della compagnia, un vano dell’abitazione di famiglia.

Anche perché c’erano sempre le peccaminose discoteche!

Di solito la sala da pranzo, dove era tolto il tavolo, per le belle feste!

Ricordo,il terzo grado che ci fece, un papà, quando ci accolse in casa sua, volle sapere da tutti, qual’era il nostro nome.

Anche se c’era un pretendente di sua figlia

Era Pino ma nessuno fiato’

Fummo dei veri mascalzoni invece, quando invitati a casa di una nostra amica, iniziammo a fare gli scemi, dicendo che nei muri c’erano dei morti, e in un crescendo di imbecillita’ facevamo gli zombi.

Lasciammo quella poveretta in lacrime e nessuno a consolarla.

Si ballava gli scheik ma il momenti clou erano i lenti, qualcheduno spegneva la luce.

Il sole filtrava dalle tapparelle.

Belle sensazioni!

Fu in una di quelle feste che ballai per la prima volta un lento con una ragazza, si chiama Laura.

Divertente il gioco della scopa, dove chi era senza dama ballava con una scopa e poi faceva cambio con una ragazza, che stava ballando con un’altro.

Il passo successivo era quello di fare i lumaconi.

Ero esageratamente timido e anche in imbarazzo a veder gli altri che limonavano.

Nel volgere di una stagione si formavano le coppiette, determinando così, in pratica, la fine di quelle compagnie.

In questo avevano grande importanza i ferormoni.

Un’ invisibile scia chimica capace di determinare la scelta del partner, in base a precisi stimoli e ipotecare nel bene o nel male il futuro compagno/a per la vita.

Non per me, io timido e introverso manco ero riuscito a chiedere un’appuntamento ad una ragazza e poi per cosa fare?

La ragazza che mi piaceva stava a bracetto con un’altro.

Non ho mai saputo se io interessavo a qualche ragazza, penso di no.

A inizio estate, del 1972, acquistai un motorino e chissà quanti chilometri feci con quel ronzino, insieme agli amici!

Che bello! Liberi con l’aria nei capelli, e i nostri 14 anni, potevamo andar dove si voleva, sempre con il chiodo fisso di conoscere delle ragazze.

Abbandonai i pochi rimasti di quella compagnia che ancora si ritrovavano da S Giuseppe, senza alcun preavviso

Qualcheduno di loro mi tolse il saluto

Poi prima di Natale finalmente arrivavano gli autoscontri!

Ma questa è un altra storia.

Renato Righetti

E lui! Mi vede, gli punto il dito mi riconosce, eccolo Renato Righetti classe 1936!

Seduto a un tavolino in via Numascelli.

Renato è andato via dall’Italia, nel 1961, per amore seguendo Anna, una ragazza olandese in vacanza nella nostra città.

Ha lavorato nella Philips in Olanda e poi in Germania

Da quel lontano giorno, era stato poi diverse altre volte in vacanza a Varazze.

Mai più stato nel Sciu da Teiru.

Una mattina di fine agosto parcheggiamo l’auto nel lungo Teiro

Quando Renato, lasciò la sua città natale, non c’erano ancora gli scempi perpetrati dalle autostrade, gli orti erano ancora ben radicati nella Caminata e in ta Lomellina, il treno passava nella ferrovia ottocentesca in riva al mare.

Le grandi fabbriche di Varazze e le cartiere lungo il Teiro, davano lavoro a migliaia di famiglie.

Il turismo era già una bella realtà, ad agosto la città era invasa dai turisti tedeschi e bagnanti milanesi.

Siamo dalle Canossiane, Renato mi indica il pilone della Camionale, lì c’era la casa dove abitava Dogliotti.

Passiamo dietro le case nel Caruggio, dove scorreva il Beo che dau Pasciu portava l’acqua agli orti della Caminata.

Qui i bambini non dovevano sostare, il muro di contenimento che delimitava il canale d’acqua nascondeva un sito di sepoltura, erano a detta degli adulti le catacombe!

E quelle aperture sul muro, gli sfoghi d’aria di quelle cavità

Un giorno, Renato aveva 10 anni, in questo caruggio dietro alle case, una persona di sua conoscenza, gli consegnò una busta chiusa, da consegnare au Madama, il capofabbrica del Cotonificio, che abitava in ta Ciassetta di Muinetti.

Qualche giorno dopo seppe dai carabinieri che in quella busta c’era la richiesta di un riscatto.

L’uomo fu arrestato.

Alla fine del caruggio si svolta a sinistra dove c’è a Ca du Vultin, qui Renato resta per in silenzio con gli occhi lucidi, in questa casa abitava da bambino con la sua famiglia.

Nella foto in b/n Renato u Neigru è quello davanti al padre il fratello Rolando u Pecettu davanti alla madre.

Umberto Righetti e Settimia Sacco avevano sei figli maschi, Bruno 1921 u Posa, Andrea 1924 u Checco, Raimondo 1927 u Boccio, Vittorio 1933 u Peguà, Renato 1936 u Neigru, Rolando 1938 u Pecettu, ebbero altri sei figli deceduti in culla.

A Ca du Vultin negli anni è stata rimaneggiata, Renato mi descrive come era suddiviso l’interno e a lato del voltino, lo spiazzo dove sua mamma sedeva d’estate.

Renato coltivò per qualche tempo, la passione per i colombi

Del Garbasso, un grande pozzo scavato nell’angolo della via non c’è più traccia.

Al suo posto una scala a due rampe che porta alla soprastante Ca de Suore.

A bambini e ragazzotti era stato detto che nel Garbasso c’erano le sabbie mobili!

Quel Buttasso divenne scarico di rumenta tutto era gettato al suo interno.

Suo papà, il 24 aprile del 1945 vide Renato ed altri fratelli arrivare a casa con delle armi prese dall’albergo Genova, ex presidio tedesco abbandonato dai tedeschi in fuga.

Tutto quello che c’era all’interno dell’albergo, fu depredato dalla gente di Varazze

Il papà si spaventò vedendo fucili e pistole

Per paura di qualche denuncia o peggio, gettò quelle armi nel Garbasso e lì ci saranno ancora.

A Renato restarono degli stivali di un paio di taglie più grandi, uno alto e uno basso.

Usciamo in via Piave, ancora nomi di persone che abitavano in queste case basse prima dell’imbocco de via Gianca

Barbarossa soprannominato u Becin-a

Verso Vase in una casa addossata all’argine del Teiro con un bel pergolato in ferro abitava a Durina una vedova di origine veneta

Di lei si diceva che a chi gli portava un gatto dava dei soldi.

Alla base da Via Gianca c’era il mulino dei Ghigliotti.

Un locale fu adattato a stalla per ospitare una mula, che nel 1942, fu mandata anche lei a morire in Russia

Arriviamo in ta Ciassetta di Muinetti qui abitava il Madama e c’era il consorzio dove i Coggipigne portavano i sacchi.

Renato mi aveva già raccontato dei Coggipigne in questo link.

https://quellisciudateiru.com/2022/05/14/i-coggipigne/

Da questa posizione sopraelevata, si ha la vista della curva del bar Marilena, dove incombe un grande affioramento di roccia viva, delimitato alla sua base da un possente muro.

Lì erano cavate le pietre per edilizia, un’attività effettuata ancora a mano e che impegnava molta mano d’opera.

In una buca di quella cava, trovo’ rifugio Renato durante un bombardamento

Difronte au Palassu da Fabrica c’era una passerella in acciaio e legno.

Arriviamo nella zona du Muin a Vapore, qui il papà di Renato aveva avviato nel 1937, un’attività di recupero degli stracci, impregnati da sostanze oleose, provenienti dalle industrie di Varazze, ma anche da Genova e Savona.

Il procedimento chimico messo in atto in questo opificio estraeva dal pezzame gli oli, che erano venduti come grassi lubrificanti

I stracci puliti e fatti asciugare erano rivenduti alle industrie da dove erano stati acquistati.

Renato ricorda il grande locale a uso deposito degli stracci contaminati da olio e grasso, con al centro un’apertura.

Qui il pezzame era gettato al piano sottostante per il processo di lavaggio .

Tutta l’attività era effettuata da personale femminile.

Ebbe termine nel 1945 a seguito della morte di Umberto.

Da u Muin a Vapure incontriamo Simona Parodi.

Con lei si parla di questa zona, in stato di abbandono fagocitata dai vegetali, un’area ricca di manufatti.

L’ultima rimasta di un passato industriale della nostra città, con veri e propri monumenti ancora eretti come un Muin a Vapure, a Savunea e la Grangia grande e dimenticato reperto storico dei Cistercensi.

In altre realtà, con altre sensibilità culturali, queste strutture una grande parte di storia della nostra città, sarebbero valorizzate, come un museo all’aperto, e negli spazi al chiuso conservare attrezzi e macchinari di un passato industrioso che non deve essere dimenticato!

A Varazze si faceva di tutto dalle imbarcazioni ai tessuti il cuoio le corde i motori marini gli idrovolanti i MAS si fondeva la ghisa e si faceva la carta si macinavano olive e grano si faceva la pasta i dadi per brodo e i tappi di sughero ec…

Servono sensibilita’ e persone di buona volontà che mettano in salvo questa zona

In un impensabile slancio di vitalità u Muin a Vapure potrebbe diventare una città degli artisti come è Bussana Vecchia.

Ora siamo lungo la Via Bianca qui scendeva il giovane Renato u Neigru per la pelle abbronzata, con il pesante sacco di pigne.

Dopo la morte del padre per la famiglia Righetti furono anni difficili.

Renato mi parla delle scorribande a rubar la frutta.

Di quel giorno che arrivati a rubar ciliegie intorno alla casa dei Bin nell’ora di pranzo si accorsero ad un certo punto di essere stati scoperti, quando non udirono più il rumore di cucchiai e forchette provenire dalla sala da pranzo.

Come sempre quando c’era da fuggire si dividevano e poi si salvi chi può

Abili e velocissimi quel giorno non furono raggiunti dall’intera famiglia dei Bin che si erano messi al loro inseguimento!

Arriviamo alla discarica della Ramognina qui il paesaggio e molto diverso.

Domando a Renato se si ricorda del Beo delle Faje che attraversava questa zona.

In quel canale d’acqua loro ragazzi, i Coggipigne mettevano il pane raffermo per renderlo morbido.

Era il loro mangiare di mezzogiorno.

Non esistono più quei grandi boschi di pini ad alto fusto, da dove si poteva passare da una pianta all’altra per raccogliere le pigne non badando a lividi escoriazioni o tagli.

Uno sull’albero a far cadere le pigne, l’altro di sotto a raccoglierle e metterle nel sacco.

Il sole è quasi a picco quando arriviamo alla chiesetta del Beato Jacopo fa molto caldo.

Ci mettiamo all’ombra del porticato Renato guarda un paio di esemplari di pino simili a quelli che popolavano queste zone.

Anche qui arrivano improvvisi i ricordi di amici e fratelli con lui in questo posto per passatempo o a raccogliere pigne.

Renato fa i loro nomi u Peccettu, u Legnettu Sanguinettu.

Si commuove pensando a loro ai suoi amici ai fratelli ad un mondo lontano che non esiste più

Renato mi ha raccontato nel link che segue, di sua moglie Anna V/D Berg

Ringrazio Renato di avermi raccontato qualcosa dei suoi anni giovanili di com’era la vita nel dopoguera nella nostra città.

La Farfalla e la Pietra

Erano proprio altri tempi, la nascente industria turistica a Varazze negli anni 60, bruciava tutta la stagione nel mese di agosto.

La città aveva 110 tra hotel, alberghi e pensioni

Diecimila turisti, i bagnanti, alla sera, affollavano la passeggiata, da S.Caterina ai bagni Pinuccia, oltre c’erano i Cantieri Baglietto.

Varazze era anche una città industriale

La conobbe, facendo le vasche, così erano chiamati gli andirivieni dei giovanotti, per cercare di abbordare le giovani turiste.

Gli sciupafemmine locali, i galli adescavano donne italiane e straniere, nei numerosi locali da ballo, balere e night di Varazze.

I pollastri invece, appollaiati sulla ringhiera, abbordavano le bagnanti sulla passeggiata

Le ragazze, in prima serata con i genitori, poi con le dovute raccomandazioni, erano lasciate da sole a braccetto con un amica.

A volte con il fratello minore a rimorchio.

Alle undici però dovevano rientrare!

Lui magro come un chiodo, scendeva ogni sera, da Casanova, aveva il motorino e i suoi diciasette anni.

Lei di anni ne aveva 16, era ancora una bambina, molte ragazze della sua età dimostravano dal fisico e dalla baldanza, molti più anni e avevano atteggiamenti da donna.

Ma era solo apparenza

Scambiati i reciproci nomi, le offrì un gelato dal 900.

Su quelle gelide panchine di cemento, parlando delle solite cose

La cosa importante, era avere un appuntamento per la sera seguente.

Lei si meraviglio’, quando lui le disse, che al termine dell’anno scolastico, ogni estate, lavorava come falegname.

A Milano, nessuno lavorava nel mese di agosto.

Riusciva ad andare a spiaggia, solo dopo le 5 di sera, ai Bagni Elena, per qualche tuffo dalla boa insieme a lei.

Sotto gli sguardi indagatori dei suoi genitori

Fu così anche il secondo anno, ora lui lavorava in un cantiere navale

Lei si era fatta più carina, sempre con quel sorriso, che ogni volta gli faceva aprire il cuore.

D’inverno, lei gli spediva.le cartoline della settimana bianca e lui quelle del mare.

Un giorno le arrivò una cartolina, con la luna sul mare.

Erano stati dei matti quella notte.

Lei era riuscita a scappare via dall’hotel Eden.

In motorino, avevano raggiunto la spiaggetta del porto.

Fra le barche e quella sabbia fine, più di una coppietta si era già appartata.

Anche loro lì, con la brezza della sera, che li faceva tremare di freddo.

Rimasero per ore, stretti sopra quel piccolo asciugamano.

La terza estate, al primo d’agosto, lui l’aspettava al solito posto, seduto sulla ringhiera davanti all’Onda Azzurra.

Lei arrivò al loro appuntamento, con il passo morbido che le anche ondeggianti imprimevano e con il sorriso di chi avrebbe visto la persona desiderata per tutto l’inverno.

Lui quasi non la riconobbe.

Era una donna.

Quella fu l’estate più bella delle loro vite

L’avrebbero ricordata per sempre e se lo giurarono.

Strana la vita stavano bene insieme e bastava esserlo, anche per un solo mese all’anno.

Avevano anche provato a far vita insieme ” fuori stagione” a Milano, ma non funziono’ lui, era troppo legato al suo piccolo, ma meraviglioso mondo, quel paradiso in terra che era Varazze.

Lei invece abituata, in quella grande città e stava bene lì, dove aveva i suoi affetti.

Era nato il business dei viaggi in aereo e lei divenne una di quelle ragazze, che con il suo sorriso, accoglieva i passeggeri, sugli aerei dell’Alitalia.

Ma per le ferie d’agosto, era sempre a Varazze per un pò all’hotel Eden, poi a casa di lui in mezzo al verde, dell’entroterra di Varazze.

Non più un mese, ma solo due settimane.

Lui la chiamava la mia farfalla e lei visto che lui, non si schiodava mai dalla sua Varazze, lo chiamò la mia pietra.

Il ligure è così, o in giro per il mondo o attaccato alla sua terra, come una cozza al suo scoglio.

Come una pietra, riscaldata dal sole di agosto, dove arrivava lei, una farfalla, a posarsi ogni anno.

Lui aveva l’auto, una 500 blu.

A lei piaceva molto il nostro entroterra,

Chissà quante volte erano saliti alla Guardia.

E poi c’era il Beigua dove la portava in giro per sentieri.

Un giorno arrivarono al Faiallo, forse il luogo più suggestivo della Liguria, lui le disse che voleva esser lasciato lì nel vento.

Lei gli rispose, che era scemo e che le sue ceneri le avrebbe buttate in un bidone!

Poi la vita scorre veloce.

Lui nei Cantieri Baglietto aveva trovato un buon lavoro e uno stipendio sicuro ogni mese

Era tutto sommato un bell’uomo

Come un biglietto da visita per la consegna degli yacht a facoltosi clienti.

Qualcheduno gli fece ponti d’oro, per averlo come pilota.

Lui aveva sempre rifiutato.

Era una pietra che aspettava la sua farfalla.

Ma poi come tutte le più belle cose, anche quella loro storia fini’.

Lei fece un matrimonio d’ interesse, ad un ricco industriale, serviva avere una bella donna al suo fianco.

A quella pietra promise che sarebbe ritornata qualche volta da lui.

Ma quella promessa non fu mai mantenuta, quella farfalla non volo’ più dalla sua pietra

Lui ritirato dal lavoro, acquisto’ una piccolo appartamento con le persiane sopra l’Aurelia, la passeggiata e il mare come sfondo

Di lei più nessuna notizia, aveva il suo numero di telefono ma non la chiamò mai

Un giorno, lei ricevette una raccomandata, con il bollo di Varazze.

I suoi famigliari, mai l’avevano vista piangere in quel modo, così struggente.

Si chiuse in camera e la sentirono singhiozzare a lungo

Onoro’ la sua volontà e ora lui era nel vento del Faiallo.

Divenne centenaria, circondata dagli affetti di figli e nipoti

Una sera, aveva raccontato la storia di una farfalla e di una pietra.

E ora i suoi famigliari sapevano perchè, quella mamma e quella nonna, ogni tanto aveva gli occhi tristi.

Chi era con lei, negli ultimi istanti della sua vita, racconto’ che aveva chiesto di aprire la finestra.

Da dove, poco dopo, era entrato un refolo di vento.

“Sei tu?”

Furono le sue ultime parole

Francesco Baggetti