A Ca de Ferraie

Alcuni Toponimi del nostro entroterra sono indecifrabili, perché si è perso il passaparola generazionale, altri sono chiari e inequivocabili.

Poi ci sono quelli che portano a facili conclusioni.

Il toponimo Ferraie lascia intendere un legame con la lavorazione del ferro.

La zona è quella della frana lungo la strada del Monte Beigua

Al disopra del sistema franoso, superato un crinale si arriva al cospetto di una formazione rocciosa.

Alla base di questa roccia si trovano i resti di un edificio in pietra molto datato, ma ancora ben delimitato.

L’assenza di pietre sparse è significativo di una razzia di questo materiale da costruzione.

Alcuni buchi sulla parete verticale della roccia erano gli ancoraggi della copertura, forse realizzata cun de Ciappe de Pria.

Gli incavi nella roccia potrebbero essere scoli per l’acqua.

Dalla disposizione delle pietre questo manufatto era composto da almeno tre i vani.

Il primo locale a destra non era comunicante con gli altri.

La zona circonstante è molto antropizzata, con pietre di confine.

Al disopra della parete rocciosa sono presenti due discreti pianori, evidentemente realizzati da mano umana.

Alcuni muretti delimitano questa zona.

Proseguendo verso monte e alla nostra destra, la zona diventa molto acclive, con una bozza di sentiero che sale a mezzacosta.

Sono presenti alcuni posatoi.

Innumerevoli le piante abbattute

Diversi muretti probabilmente eretti per la cura di un castagneto.

Ma nessuna lavorazione del ferro era praticata in questo posto.

Alcune domande a un decano del posto svelano il significato del toponimo Ferraie, che è riferito alle pietre presenti in questa zona.

Dure come il ferro.

Pronunciata ad alta voce Ferraie, diventa un’imprecazione verso la natura ostile in questo luogo impervio.

E così questo toponimo è arrivato ai posteri da chi era qua a spaccare pietre per spianare e rendere coltivabile questo angolo di mondo.

Due zone prative di discreta larghezza sono state realizzate, da questo ripido pendio.

Con un lavoro immane, probabilmente frutto di generazioni è stato completamente stravolto il profilo di questa parte di territorio che prosegue anche verso in basso nella località Pralungo

Oggi è impensabile per noi anche solo immaginare come potevano essere le condizioni di vita in questi luoghi.

Anche per questo è necessario salvaguardare queste testimonianze di antichi insediamenti così permeati dal lavoro di chi ci ha preceduto in questo mondo.

Alcuni cumuli di piccole pietre sono la risulta della bonifica continua di chi era a zappare e coltivare questi pianori.

In te Ferraie nascoste dalla vegetazione o completamente dirute a detti di alcune persone dovrebbero esserci altre costruzioni in pietra.

Le abitazioni erano edificate in modo da non sacrificare le zone coltivabili, in questo caso era addossata ad una roccia.

E’ possibile che questo manufatto sia stato un riutilizzo di un antichissimo riparo, forse il primo esempio di transizione, da riparo sottoroccia a un nuovo sistema abitativo con una copertura ancorata alla roccia.

La località Ferraie divenne nota alle cronache, dopo le incessanti piogge del 23 e il 24 novembre del 2019, nell’entroterra del comune di Varazze ci furono imponenti cedimenti stradali e crolli, le più colpite come sempre succede furono le frazioni.

Via Fossello, via Campomarzio, via san Giacomo, località Beffadosso, via Deserto, via Pratorotondo, località Faje, via Campolungo, via Belvedere , via monte Beigua, via Oltreacqua e via Costa.

Ad ogni nubifragio il nostro entroterra è in stato emergenziale, con le molte interruzioni stradali dovute a frane o smottamenti, perché?  

Via Monte Beigua rimase per qualche mese interrotta in località Ferraie.

Sgombrata la terra di risulta della frana, fu ristabilita la viabilità verso il Monte Beigua.

Questo tratto di strada è attualmente monitorato, sono stati stanziati 75.000€ per la messa in sicurezza di questo movimento franoso.

Saturnin “Le Cascine del Beigua”

È stato un bel momento conviviale, la presentazione del libro di Giovanni Cerruti u Saturnin, “Le Cascine del Beigua”

Molte le persone che si sono ritrovate oggi per un

bel pomeriggio nella borgata di San Pietro.

Tutti convenuti per testimoniare l’affetto e le felicitazioni a Saturnin per la sua pubblicazione.

Una grande opera di divulgazione e di valorizzazione del nostro entroterra.

La presentazione è avvenuta nella chiesa di S.Pietro,

strapiena con altrettante persone in piazza.

U Saturnin ha ringraziato chi ha partecipato alla stesura del libro e i convenuti alla presentazione.

Mitra GB ha letto una lettera di felicitazioni del prof. Damele Giovanni.

Giovanni Martini ha letto un suo scritto per la presentazione del libro

Gianni Giusto ha proiettato le foto de Cascine e Cabanin, commentate da Saturnin.

Riprese video di Piero Spotorno.

E poi friscio’ na fetta de turta e un gottu de vin.

Grazie Saturnin!

“Le Cascine del Beigua”

testo della presentazione del libro 11 febbraio 2023

San Pietro 11 febbraio 2023

Con questo mio scritto vorrei presentare il libro “Le Cascine del Beigua”

Chi conosce Giovanni Cerruti, u Saturnin,

conoscerà anche alcune sue frasi caratteristiche del tipo.

“ Te devu fate vedde na bella cosa”

E così un giorno mi telefona e mi dice

“ Martini se ti vegni a S.Peo te fassu vedde na bella cosa”

Io che sono un curiosone.

Mi precipito, in un pomeriggio di fine novembre a SanPeo.

In casa sua, Saturnin, sul tavolo da pranzo aveva già pronti tre raccoglitori.

“Sun miga tutti quei foggi e quelle fotu de Cascine spanteghè in te cascette, che eivu vistu tempu fa in ta to officina?”.

Domando.

“Sci Martini e Cascine ghe sun tutte e semmu prunti per fo u libbru.

L’ho ditu a ti, perchè te cumme mi, serchemmu quellu che n’han lasciò i nostri vegi, primma che diventan Muggi de Prie!”

E cosi dicendo, apre quei fascicoli e rivedo ben ordinati

gli appunti,

fogli stampati,

promemoria scritti a mano, 

e tutte quelle foto!

Saturnin dice che sono trecento.

Ma saranno anche di più!

La passione di scrivere la storia del nostro entroterra, è stata trasmessa a Giovanni, dai racconti del padre, che per tanti anni era a tagliar legna nei boschi sul Beigua.

Aiutato nel suo faticoso lavoro, dai famosi bo Cabanin.

Che a detta di molti, sono animali intelligenti, privi solo del dono della parola.

Saturnin è nato in questa borgata de San Peo

I suoi ricordi, dei giochi da ragazzo, si intrecciano con la vita di quelle persone, che da questa terra, traevano il sostentamento per tiò sciu de nie de figgi.

Personaggi, riti religiosi, anche superstizioni, che facevano parte di un mondo che non esiste più.

Sfoglio quella che è una prima bozza del libro

Con tutte quelle foto de Cascine, Seccou, Trunee, Cabanin.

Edificati da chi doveva stare qualche mese in montagna,

per la fienagione,

il pascolo,

a tagliar legna

o a da recattu a na Carbunea

La Trunea deriva da trun, era una costruzione in pietra, dove ci si riparava ai primi tuoni, di un imminente temporale estivo.

Nel folto dei boschi o nelle zone prative, capita di vedere dei cumuli di pietre, alti circa un metro,

sun e Pose.

Dicasi posatoi, in quella lingua straniera che è l’italiano.

Dove chi camallava, poteva scaricare il peso che aveva sulle spalle.

Fieno imballato nei Tapei o in te Belainin-e.

Per poi proseguire a raggiungere una strada, dove aspettava una Lesa

O scendere ancora, fino ad arrivare in prossimità di una stalla, dove c’era na Barca du Fen

Ma nei Cabanin e nei Seccou ci si fermava anche per passare la notte,

pe Posa’ e Osse, dopo una lunga giornata di lavoro.

Saturnin mi racconta dell’emozione provata, quando a colpi de Marassu è riuscito a riscoprire alcuni di questi manufatti.

Abbandonati, dimenticati da tutti.

Fagocitati dai vegetali e destinati a sicuro oblio.

Nel libro “ Le Cascine del Beigua” ci sono cose, molto preziose.

L’elenco di un’altra meticolosa e precisa ricerca effettuata da Giovanni.

Sono tutti i nomi dei proprietari o di chi ha costruito questi manufatti in pietra,

Ognuno con la sua storia e qualche aneddoto, citato nel libro.

Nomi e soprannomi, delle persone che hanno legato la loro vita, grama, di sudore e fatica, a questo angolo di mondo

Il libro contiene anche alcune mappe, con i toponomi delle varie zone, dove insistono questi manufatti.

Un altro grande patrimonio del nostro entroterra che non deve andar perduto!

PisciaCrava…..Cumbotti……hotel Pidocchi….Rocca da Nusce ( la noce è l’albero delle streghe) Varpaia……..Vasce’…..Sigaa, (cicala)….Briccu du Ventu….a Caminaggia….pra da Turta….rocca da Pigugiusa

Saturnin mi racconta di quel giorno quando un improvviso acquazzone lo sorprese all’aperto,

e fu costretto a rifugiarsi in uno di quei ripari da un almeno un secolo abbandonato.

Ma ancora capace di offrire una buona protezione

Un’altra emozione quando riuscì ad intravvedere inglobata nella vegetazione quella antichissima costruzione di forma circolare, con grandi Ciappe de Pria molto somigliante a un Nuraghe.

Il progetto di fare un libro, sulle Cascine del Beigua è nato molti anni fa dall’altra parte dell’Oceano.

A Santa Rosa in California

Nel 1999

Quando Saturnin era ospite in casa di Neitu Ghigliazza.

Questi due amici, parlarono di tante cose:

delle persone rimaste nel paese,

dei figli,

della vita grama dei loro vecchi,

di chi per cercar una vita migliore aveva attraversato l’Oceano,

di quelle Cascine, Seccou, Cabanin.

Chissà se tutte quelle costruzioni in pietra e fango erano ancora in piedi?

O diventate dei Muggi de Pria

E così nelle serate là in America, iniziarono a scrivere, i loro ricordi, su un quaderno blu.

Con tutti quegli appunti, promemoria e mappe per poter ritrovare quelle Cascine, quel quaderno divenne un documento prezioso

Seguendo gli appunti su quei fogli di carta, Saturnin, al suo rientro in Italia, iniziò la sua ricerca.

Durata tanti anni.

Era una promessa fatta ad amico dall’altra parte dell’Oceano.

Che è stata onorata da Saturnin,

con la stampa di “Le Cascine del Beigua”

Questo libro è una grande opera di divulgazione e valorizzazione del nostro territorio.

Un’elenco accurato con i nomi e la storia di tutti i manufatti presenti in quell’ampio bellissimo territorio verde, con l’azzurro del cielo e del mare.

Suvia e Faje, sutta au Sciguellu, fino ad arrivare alle mura del Deserto.

Terra strappata alla grande montagna,

per coltivare,

raccogliere e far seccare le castagne,

grandi zone prative, bonificate dalle pietre per la fienagione,

pascoli,

foreste dove far legna d’ardere,

per il carbone

tavolame per gli onnivori cantieri navali della città.

Le generazioni che ci hanno preceduto su questo angolo di terra, traevano dalla nostra montagna tutto il sostentamento necessario per migliaia di bocche da sfamare

e fornirono un grande aiuto alimentare alla città di Varazze, durante la seconda guerra mondiale.

Nelle Cascine del Beigua trovarono rifugio i partigiani e i molti renitenti di leva

A questo punto vorrei citare una frase di Paolo Cognetti

Servono esploratori che esaurite le terre sconosciute, vadano a cercare in quelle dimenticate, tornino ai luoghi che l’uomo abitava e ora non più.

Un paese fantasma, una fabbrica abbandonata.

Che cosa c’era lì, dove tutti sono andati via?”

Un amore che nessuno si ricorda”.

Servono libri che mettano in salvo quell’amore

Serviva una pubblicazione scritta, che mettesse in salvo la memoria

di milioni di pietre impilè cun un po de pata e na man d’ommu, u Giamin di nostri Vegi

Grazie Saturnin.

Vorrei aggiungere una mia personale considerazione

Sono numerose le pubblicazioni di storia che parlano della nostra Città.

Tutte esaltano e ci raccontano la vita dei Santi, o del potente di turno.

Nessuno ha mai parlato dei Poveri Cristi.

Quelli che per un tozzo di pane o un posto in paradiso hanno vissuto e popolato la nostra città e i nostri Bricchi.

Vite di stenti, di lavoro e di grandi fatiche

Questo libro ha il pregio, per la prima volta,

Questo libro ha il pregio, per la prima volta,

di dare un nome e di raccontare la storia di quelle persone

Ma quante gescie ghe sun a Vase?

Una domanda scaturita al termine di un pranzo di Natale, sciaccandu nusci e nissoe, mangiando dattai e fighi secchi e così grazie al contributo dei miei commensali, in simma a un toccu de pape’ ho scritto questo elenco de gesce de Vase.

Non sarà sufficiente un libro, anzi un tomo, per parlare compiutamente delle oltre quaranta chiese, presenti, sul territorio del nostro comune.

E Alua per adattarlo al formato social, ho fatto solo un elenco, dei luoghi di culto, della nostra città, con le loro, a mio parere, peculiarità e qualche cenno storico, come fosse una guida, non esaustiva, per effettuare un percorso turistico religioso!

La quantità di chiese, cappellette, edicole votive e i caratteristici nicci, circa 80, presenti nel nostro entroterra sono indubbiamente una prerogativa unica della nostra città.

Non penso esista in Liguria, ma forse in tutta Italia, un’altra città così santificata, dalla presenza di luoghi di culto e con un rapporto così elevato, di chiese/residenti!

Servirebbe alla nostra comunità capire il perché di questo fenomeno.

Ho inserito in questo elenco, anche tre edifici religiosi, forse appartenenti alla categoria delle cappellette, ma con grandi storie, fatte di lavoro e di devozione, luoghi di preghiera inseriti in mezzo alla natura dei nostri boschi, con dei panorami incredibili, struggenti in ogni stagione!

Questo elenco, non ha la pretesa pretesa di essere esaustivo, dei luoghi di culto della nostra città.

L’ articolo è di libera fruizione.

Previa comunicazione, e citando l’autore, può essere utilizzato, in copia, ma in forma integrale e non deve essere modificato.

Versus Solem Orientem,

come per i pagani, anche per i cristiani, la rinascita e la salvezza, erano verso est, dove sorge il sole e la gran parte delle nostre chiese, hanno l’abside orientato verso est.

A partire dalla medievale chiesa di S.Ambrogio, di cui rimane solo il bel portale, inglobato nelle vecchie mura, sulla collina di Tasca.

Sono quattro le chiese edificate a S.Ambrosis i resti delle prime due, sono fagocitate nella cerchia delle vecchie mura, una terza aveva l’abside rivolta ad est ed era molto bella, in stile romanico a tre campate di questo edificio di culto resta il bel Campanin Russu.

La più significativa testimonianza storica della città, con i resti della torre e della cinta muraria di Tasca è preclusa ad un uso pubblico, perché facente parte di una proprietà parrocchiale!

1) Si parte con l’antica chiesa di S. GIACOMO IN LATRONORIO, bella con le sue pietre e mattoni faccia a vista, in stile romanico, inserita in un contesto di ville gentilizie e giardini fioriti.

2) C’è anche la versione femminile S. MARIA IN LATRONORIO, famosa per il singolare crocifisso bifronte, che si trova all’interno del comprensorio, una meraviglia naturalistica con il suo castello a picco sul blu del mare.

4)All’ingresso della residenza FATE BENE FRATELLI, nei pressi del casello autostradale, c’è una chiesetta, che accoglie le persone anziane e non, che si possono permettere, finanziariamente, un soggiorno in questa struttura. Molto partecipati, sono i matrimoni, qui celebrati, con la possibilità di ottimi scenari, per i servizi fotografici, nello stupendo parco della residenza.

5) Si arriva a Varazze e qui si trova la chiesa a cui è più affezionata la cittadinanza, quella di S.CATERINA, che fu costruita, quando i nostri avi, si ricordarono del voto fatto alla Santa, da quel giorno, ogni anno i fedeli partecipano alla processione, il 30 aprile, per sciogliere il voto di ringraziamento fatto per il debello della peste dalla città.

6) Poco distante, la chiesa a strisce di S.DOMENICO, con nella facciata la palla, sparata da un cannone di una nave inglese, durante una battaglia della seconda campagna d’Italia di Napoleone.

7) Da qui si parte, per una bella escursione sul Monte Grosso, dove si può ammirare, il più bel panorama della città, dal sagrato della chiesa della MADONNA DELLA GUARDIA qui sono custodite le salme di alcuni componenti, della famiglia Centurione d’Invrea.

8)Lì vicino anche la cappella votiva sempre dedicata alla MADONNA.

9) Ritorniamo nel centro urbano, per la chiesa di S.BARTOLOMEO, con la sua bella statua lignea del Maragliano, portata in processione il 24 agosto, la festa che celebra la fine dell’estate.

10) Sul “ponte” l’oratorio dell’ASSUNTA contornata dalle vecchie mura.

11) Lì vicino, la salita dei frati dove si trova per l’appunto la chiesa dei FRATI CAPPUCINI.

12) Nell’Oratorio Salesiano la cappella di S GIOVANNI BOSCO.

13) Completiamo le chiese del centro città, con la Collegiata S.AMBROGIO la parrocchia di Varazze, superfluo parlare di questa ricchissima chiesa, con pregevoli opere d’arte e con la sua bellissima piazza, fatta con il rissou de prie de mo.

14) Lì vicino l’oratorio di S. GIUSEPPE queste sono le uniche due chiese, per motivi urbanistici e di spazi, con versus occidentem.

15) Una bellissima piazza, sempre con il rissou de prie è quella della chiesa di S. NAZARIO E SAURO nell’omonimo quartiere.

16) Andemmu Sciù da Teiro e presso l’ex ospedale di Varazze, sorge la chiesa di S.MARIA IN BETHLEM legata all’ospedale cittadino, di questo binomio, è rimasto solo un numero il 675 sul codice fiscale, di chi è nato e poi battezzato in questa chiesa di Varazze.

17) Sopra un colle, nel Parasio, troviamo la chiesa più antica della città, S.DONATO già S. Michele costruita sopra un’antica pieve romana, dove è possibile ammirare, una rarità, quello della presenza di simboli bizantini nelle mura di sostegno da qui passava la strada che conduceva al porto romano di Ad Navalia che era ai piedi del colle.

18) Si sale verso la frazione Casanova, all’inizio c è la piccola borgata di S.Pietro con l’omonima la chiesetta di S.PIETRO.

19) Nella località Costa troviamo la chiesa di S. CATERINA DELLE RUOTE dove è infissa una lapide che commemora i Fratelli Accinelli e Piombo deportati e sterminati in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale

20) Si arriva nella piazza di Casanova, con la CHIESA DELLA NATIVITA’.

21) Lì vicino l’oratorio della S. CROCE.

22) Seguendo la via Bianca si arriva alla chiesa rurale, dedicata al BEATO JACOPO DA VARAGINE.

23) Ultima arrivata in questo elenco è la diruta e dichiarata pericolante, ma dall’aspetto ancora imponente, chiesa della MADONNA DELLA GUARDIA di Casanova, con la sua singolare pianta a sezione esagonale, si trova in località Torazza.

24) Su un’ altura nei pressi della Ramognina la discussa discarica di Varazze, c’e’ uno dei più spettacolari panorami, a mio parere ed è quello che si può ammirare dalla chiesa di CRISTO RE orientata a nord, ma dove la vista spazia sull’azzurro del mare e il verde dei boschi, costruita per sciogliere un voto, sconsacrata ormai ridotta ad un rudere, ma degna per la sua storia di essere annoverata nei luoghi di culto di Varazze.

25) Si scende dalle Muggine per incontrare la CHIESA DEI GAGGINI poco più che una cappelletta, ma famosa per la sua fonte e la sua storia, legata a Giovanni Gaggino, il quale aveva lasciato non onorata un ingente eredità al comune di Varazze, per costruire proprio qua, uno stabilimento termale.

26) Nella vecchia chiesa di S. LORENZO nei pressi della località di Campomarzio, sono state scoperte alcune tumulazioni di epoca romana.

27) Al Pero ci sono due chiese dedicate alla SANTISSIMA ANNUNCIAZIONE, la bella vecchia chiesa, che è in fase di demolizione. Discutibile architettura della chiesa nuova.

28) Ricordiamo a circa metà strada verso il centro, la chiesetta di S.ANNA, famosa per il suo presepe li vicino nell’alveo del Teiro un piccolo rudere, la Ca Russa de Tascee, ci ricorda l’eccidio del partigiano Emilio Vecchia ucciso a vent’anni per la nostra libertà

29) Saliamo in quota con la chiesa di S.ANTONIO all’Alpicella con le due colonne del portale in tufo, provenienti dalla vecchia chiesa di S.Lorenzo di Genova.

30) In località Bin la colorata chiesa della MADONNA DEGLI ANGELI.

31) Alle Faje, la chiesa di NOSTRA SIGNORA DELLE GRAZIE con il suo singolare porticato.

32) Nel fondo valle dell’Arrestra, biancheggia in lontananza, il Convento dell’Eremo del Deserto, con la chiesa dedicata a S.GIUSEPPE a seguito di un pio lascito negli anni 80 è stato restaurato, non così è stato per i suoi romitori, solo uno è ancora eretto, in queste casupole vivevano in solitudine i novizi.

33) Sulla cima del Monte Beigua il SANTUARIO DELLA REGINA PACIS, da qui nelle fredde e serene, mattine invernali lo sguardo spazia su tutto l’arco della regione e da dove in caso di neve arrivano fantastiche foto di paesaggi invernali.

34)Scendendo si scorge al Bricco delle Forche la chiesetta del BRICCO DON BOSCO da qui tramite una strada sterrata e un fuoristrada, si può arrivare nella frazione di Cantalupo.

35) Nella località Vignolo, al cospetto di un’altro stupendo panorama, C’è un’altra chiesa dedicata a

a S.ANNA.

36)Nella piazza di Cantalupo con la chiesa di S.GIOVANNI

37) Castagnabuona con la chiesa del SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA CROCE, teatro di una delle tante battaglie napoleoniche, trasformata in ospedale, fu sconsacrata e poi riabilitata agli onori religiosi. Qui una croce ricorda il passaggio del papa Innocenzo IV e a seguito di questo evento storico.

38)Fu costruita una prima chiesa della MADONNA DELLA CROCE oggi trasformata nella sacrestia del santuario.

39)Si scende verso SAN ROCCO, dove durante la battaglia napoleonica che insanguinò per due giorni questa località il generale Massena ribattezzò la frazione con il nome di Castagnamarcia, perché gli abitanti, avevano avvisato gli austriaci della presenza dei francesi.

40)Si scende e nella località dei Favari con la chiesa di S.BERNARDO.

Finita la conta delle chiese, di culto cristiano, nella nostra città, è da annoverare nei luoghi di preghiera la 41)SALA DEL REGNO DEI TESTIMONI DI GEOVA in via Piave.

E’ opportuno considerare, a mio parere, anche i luoghi di preghiera, presenti all’interno dei grandi edifici di proprietà della chiesa attivi nel sociale privato, quali la RSA 42)LA VILLA, l’asilo 43)GUASTAVINO, e le residenze 44)LA PROVVIDENZA e 45)LE CANOSSIANE

Segnalo anche le cappellette rurali, di discrete dimensioni, da MADONNA da CIN-A in via Emilio Vecchia, S.SEBASTIANO alla Costa di Casanova, S.BERNARDO in via Quinno, la CROCETTA di Cantalupo, quella di S.ANNA sopra l’abitato di Alpicella e DEL BAMBIN di PRAGA au Caste’

Luoghi di culto edificati da quelle persone, che negli anni hanno scavato, trasportato pietre, calce, legni per le impalcature e edificato con la fatica del loro lavoro, questi luoghi di culto, spesso o quasi sempre, senza alcun compenso, magari nei giorni di festa, in segno di una devozione di un profondo legame con la propria terra, che nel nostro comune, era invece espressione di ogni contrada.

La chiesa fece anche uso del dividi et impera.

Povera gente divisi in borgate e famiglie e messi in competizione fra di loro durante l’edificazione di un luogo di culto.

Ma tutto questo non è servito come monito, incentivo o da sprone per conservare alcuni di questi manufatti, oramai ridotti a ruderi o in procinto di esserlo, altri invece in attesa di qualche intervento che ne preservi la stabilità.

foto Archivio Fotografico Varagine

Nota dell’autore Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

U Nicciu de Campulungu

Sono a vedere l’inizio della demolizione della chiesa dell’Annunziata, davanti alla sua bella abitazione, incontro il mio coetaneo, Mario Grippini.

Lui e la sua famiglia, sono evacuati dalla loro casa, dopo un crollo che ha compromesso la struttura sommitale della chiesa.

L’argomento dell’incontro, è naturalmente l’epilogo della lunghissima e tristissima vicenda di questa chiesa, con la sua demolizione in corso d’opera.

Parlando di luoghi di culto, Mario mi svela la presenza di un Nicciu in Campolungo, edificato sopra una roccia alla vista del Teiro……

Qualche giorno dopo, con Francesco e Mario …e un po’ di focaccia nello zaino, raggiugiamo Campolungo e lo spiazzo dove lasciare l’auto, per scendere verso il Teiro.

La pioggia intensa di ieri ha intriso il terreno, è facile scivolare sul tappeto di foglie.

Ma nulla ferma un gruppo di ragazzi tedeschi, che sono qui nel paradiso del boulder.

Nella foto sopra, li vediamo intenti a studiare gli appigli naturali presenti su una roccia.

Campolungo è una zona di giganteschi, inquietanti massi erranti.

E’ spontaneo domandarsi, da dove sono arrivati questi giganteschi monoliti, l’aspetto arrotondato è dovuto all’erosione della furia dell’acqua, il cui livello in questo punto doveva essere molto superiore dell’attuale.

Ma quale cataclisma li ha sospinti fin qua da chissà dove?

Campolungo è anche famosa per gli innumerevoli naturali anfratti e ripari sotto roccia.

Il più famoso è il soprastante riparo di Fenestrelle, ma a scavar sotto a queste rocce sospese nel vuoto, troveremo senza dubbio alcuno, altre tracce dell’età del ferro.

Qui convergono giovani appassionati, da tutta Europa, in questa diffusa palestra di roccia, nel versante del Ciason che degrada verso il Teiro.

E’ il sito free climbing di Potala, con i nomi mitologici/fiabeschi di Antro dei Druidi, Dimora degli Elfi, Terra di Mezzo, River Block

E poi ci sono i nostri “Laghetti du Pei”, con nomi molto meno enfatici, ma propri di questo angolo di mondo, Lagu Bagnò, Riundu, Pria da Testa, Neigru, Scuu ecc. descritti in questo mio articolo https://quellisciudateiru.com/2021/10/31/ai-laghetti/

Raggiungiamo il Nicciu.

Costruito sopra un grande anfratto ancorato sulla pietra.

E’ stato edificato Per Grazia Ricevuta 1945 Anno Mariano e poi la data 4/12/1954.

Nella nicchia due statuette mozzate, forse una della Madonna e l’altra del Bambin di Praga

Chissà che cosa è successo, in questo posto sopra u Lago da Testa, dove è stato edificato Per Grazia Ricevuta questo Nicciu

Fu scongiurata una tragedia da annegamento?

Nel 1945 finiva la Seconda Guerra Mondiale e terminò una sanguinosa guerra civile, ritornarono i soldati dalle disfatte militari.

Fu un ringraziamento, per aver avuto salva la vita, durante quel conflitto mondiale?

Scendiamo ancora a vedere il fiume ingrossato dalle recenti piogge.

Ritorneremo ancora in questo posto

Ringrazio per questa bella mattinata, che continua sulle tracce della via romana, i miei coetanei e amici, Francesco e Mario!

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

U Muggiu de Prie

Provenendo da Sanda, oltrepassato il bivio per il Bricco delle Forche, la strada dopo una curva a destra prosegue con un tratto rettilineo e dopo un centinaio di metri, supera un piccolo dosso.

Poco prima a sinistra c’è un Nicciu, con una ceramica che rappresenta la Madonna della Guardia.

Questa zona è chiamata Muggiu de Prie.

Interessante la sua storia, comune a molti altri luoghi del nostro entroterra.

U Muggiu de Prie probabilmente era un manufatto pagano

Tutti i simboli politeistici, furono trasformati in luoghi di culto cristiano, come lo sono ad esempio alcune chiese edificate sopra le vestigia di tempi pagani o i Nicci, che hanno inglobato le pietre fitte.

In molti altri luoghi i semplici manufatti, dove le antiche popolazioni adoravano gli elementi naturali della terra dell’acqua ecc. sono stati distrutti dalla furia cristiana.

Comparvero le croci sulle pietre incise.

Anche il Muggiu de Prie fu smantellato e le sue pietre ora faranno parte de quarche Miaggia de Ca o in te na Mascea de na Fascia

Al suo posto e con quelcheduna di quelle “pietre scagliabili” fu eretto un Niccciu du Muggiu de Prie.

Dal libro “Stella S.Martino U gh’ea na vota…u gh’è ancun” di Rossana Bolla e Patrizia Rebagliati, ho estratto questa la storia du Muggiu de Prie, sarebbe stato più semplice, e molto meno impegnativo per chi legge, magari farne un sunto.

Ma avrei snaturato la forma del racconto e l’approccio ad un argomento sempre delicato come è quello religioso di un uomo dell’ottocento come il Rocca, grande conoscitore di tutto il nostro entroterra.

Religione che da sempre condiziona l’essere umano, in questo nostro angolo di mondo.

Troverete nel testo alcuni errori di ortografia e di forma con nomi e coniugazione dei verbi storpiati , veri e propri “Gosci” cumme ghe discian a Zena, ma è lo scritto originale, anche piacevole nella lettura, di Pietro Rocca.

Una storia che fa riflettere come furono manipolate stravolte le credenze popolari in nome di un nuovo Dio.

 U Muggiu de Prie di Pietro Rocca

A sud di San Martino a distanza di un miglio e mezzo di lato occidentale della strada esiste ab immemorabili, un grosso piramidale mucchio di pietre tutte scagliabili, con la mano avente cinque metri di diametro e tre e mezzo di altezza, il quale non può ascriversi alla natura del terreno né al caso né tantomeno ad esigenze di coltivazione.

Questa singolare di congerie di pietre ammonticchiate  piramidalmente e di cui s’ignorò sempre l’origine e la causa e che in questo luogo fu sempre cagione di paura al viandante.

Muoveva anche a me perfin da ragazzo ad investigare lo scopo, ond’è che chiestone ai longevi, il mio nonno materno dicevami che essere tradizione stato lapidato un gran malfattore di Cremolino, Il quale tagliava a fette e cuoceva i viandanti che capitavano nella sua osteria.

Cagione pertanto molto ragionevolmente presunta dell’orrore che ispirò sempre questo luogo.

Per quanto però aver possa qualche fondamento si fatta tradizione.

Giacchè sappiamo, che tale uso vigesse già presso gli ebrei e vige ancora nella campagna come me ne assicura il compianto Monsignor Cerruti.

Io preferirei riscontrarvi l’antico Acervo di Mercurio di cui l’Erme doveva ivi sorgere sia perché in prospettiva del Monte Ermetta sia perché giacente a lato di pubblica strada ove passanti come era d’uso ammontichiavano  pietre in segno di omaggio a Mercurio che ritenevano protettore dei viandanti dei mercanti che da lui presero anche il nome anche dei ladri….

Non stancandomi di indagare presso i nostrani e i limitrofi.

Un tale di Sanda che usa sovente la strada  dissemi di aver appreso in sua giovinezza, che uno di quelle grosse pietre esistenti al lato meridionale della piramide chiamavasi dai suoi terrazzani Pietra del Diavolo come che raffigurata a modo di belva infernale e quindi segno di orrore e di spavento ai passanti per quanto facendovi osservazione non abbia egli potuto ravisarvi sembianze ferine.

Recatomi  solecitamente con diversi amici ad esaminare per ogni verso questi informi pietroni e non riuscitoci di scorgevi sembianze di sorta, pensammo a scostarci di pochi passi, ove per caso la visuale ottica ci presentasse qualche rilievo.

E infatti nel masso più meridionale che sta di fronte ai passanti quando vengono dal mare, ci parve scoprirvi l’effige informe di una mostruosa belva accosciata con larghe occhiaie e il muso acuto come di cinghiale. Forme, determinate evidentemente dalla disposizione delle diverse bozze salienti, qua e là coperte di muschio e di secolari licheni.

Sicchè argomentammo che da ciò potevano motivarsi esposte superstiziose dicerie, quando in quel sasso non fosse stato raffigurato l’informe Erme di Mercurio, ritenuto dai posteri allorché divennero cristiani, come un Dio infernale, e quindi cagione di paura ai passanti che cercavano di abbonirlo col gettare una pietra sul mucchio di aderente.

Venuta in pensiero ad alcuni villeggianti di scomporre il mucchio suddetto con l’idea di trovarvi i resti umani del supposto malfattore, mi affatica di sconsigliarli da tale impresa, fino a tanto almeno che se ne  ottenesse ottenesse un disegno il quale poi venne eseguito ad olio dalla dilettante signore Edvige Picconi, la quale ebbe il gentile pensiero di regalarmelo.

Fu In seguito a ciò che 16 ottobre 1875, presente il distinto geologo Cavalier Don Perrando il professore de Renzi e vari altri signori si scolmò con mia repressa pena il mucchio senza trovarvi vestigio alcuno di resti umani come io aveva costantemente prenunziato qualificandolo non altrimenti che un vero Acervo di Mercurio.

Nota dell’Autore. Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo. 

A Strada Rumana da Cruscetta de Cantalu’

A via Vegia de Cantalu’ continua fino ad arrivare alla Crocetta.

Qui prende il nome di Strada Romana, perchè aveva il sedime lastricato in pietra.

E’ di epoca medievale, quando già esisteva Varagine, con i suoi energivori cantieri navali bisognosi di molto legname trasportato lungo questa ed altre strade, fin sulla battigia dai boschi dell’entroterra.

Imboccata questa viabilità dalle grandi Ciappe de Pria, dopo una decina di metri c’e una svolta a destra.

A questo punto è quasi impossibile penetrare la boscaglia di erica arborea e di altri vegetali, con Francesco Canepa, cerchiamo un varco per raggiungere i resti da Strada Rumana da Cruscetta.

Brughe, Ruvei, Rue e grandi Pin da Pino’

Nascosta dalla vegetazione e sempre caratterizzata da grandi Ciappe de Pria, la Stada Romana, taglia il versante a nord est della Crocetta.

Parallela e sottostante all’attuale strada asfaltata.

Arrivata ad un pianoro, si sdoppia, in due strade una in direzione du Vino’ e l’altra sale ai Cien de Cantalù.

Queste strade sono poco indagate, ma erano non meno importanti delle viabilità principali, inutile dire che sarebbero da mantenerle libere da vegetali e fruibili.

Era una viabilità importante lo si nota dalle megalitiche pietre utilizzate per il sedime della strada.

Si voleva incutere timore a chi stava per giungere a Varagine?

Chi erano quegli esseri umani dotati di cotanta forza?

Varagine popolata dai discendenti di Ercole?

Ancora perfettamente integra è la grande ex vasca dell’acquedotto

Oggi sostituita da altre vasche interrate.

L’entrata du Rifuggio da Cruscetta della Seconda Guerra Mondiale che trapassava u Briccu da Cruscetta è stato chiuso da un muro in pietre.

L’uscita del rifugio invece è crollata.

Nei pressi del bivio, i residui di una grande discarica.

Ritroviamo un paio di palloni persi dopo un tiro maldestro

Nel campo da calcio della Crocetta giocai la mia ultima partita.

In una cartina, fotografata all’Archivo di Stato di Genova, è segnata una inestistente viabilità, che univa Castagnabuona, Cantalu’ e Casanova.

Inesistente perché in realtà quella cartina non riproduce fedelmente il territorio della nostra città

Ma poteva esistere quella viabilità?

Sembra di no, dal Vino’ alla Castagna era il nostro mondo di scorribande giovanili e non ho memoria di una strada che scendeva da Cantalupo per salire a Casanova, solo tre viottoli scendono da Cantalupo e Vino’ nella valle del Teiro

L’unico mezzo di trasporto che potrebbe unire queste due località è una funivia!

Il cartografo tardo medievale, aveva probabilmente raccolto, testimonianze locali che gli avevano riferito di un collegamento tra Castagnabuona, Cantalupo e Casanova.

È più attinente l’altra viabilità segnata nella cartina, quella che sale da Castagnabuona e che poi arriva in Teiro

In realtà per compiere questo itinerario, bisognava raggiungere i Cien de Cantalù, dove confluisce la strada in arrivo dal monte Croce di Castagnabuona e poi discendere verso Spalla d’Ursu.

Qui si poteva continuare a sinistra verso la direttrice Maequa, S. Martino.

Oppure attraversare il ponte in località Posi e in sponda sinistra del Teiro, dirigersi verso Valloia, dove si poteva salire a Cian de Banna, in direzione di Casanova.

Verso il Maequa il 7 ottobre del 1244 transito’ proveniente dal monte Croce, il papa Innocenzo IV.

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo

U Nicciu da Madonna da Neive

Nel 1920 all’incrocio della strada che va alla Fontana del Vinò e il sentiero che porta nei boschi, nella località Rivà, c’era una piccola nicchia, scavata nella roccia dai primi abitanti di questa zona, con una statuina della Madonna.

In questa zona, viveva la famiglia di Giusto Bartolomeo originario di Lerca, che aveva sposato Maria, una ragazza di Cantalupo.

Dal loro matrimonio nacquero sette figli, Antonietta, Felicita, Caterina, Maddalena, Candida, Ambrogio e Stefano

Antonietta una sorella di Giusto Bartolomeo, aveva passato la sua vita a servizio di due ricchissime famiglie varazzine.

Quando era libera dal lavoro si riposava, qui al Rivà, nella casa dove ora abita Cristina Giusto.

Propose di costruire un’Edicola all’incrocio delle due strade.

Tra il dire e il fare, passò molto tempo.

I figli nel frattempo, divisero le proprietà di famiglia.

Il progetto della costruzione dell’Edicola fu affidato a Giusto Stefano, il bisnonno di Cristina Giusto.

Ma lo scavo per la costruzione dell’Edicola, venne fermato da un’altra famiglia che abitava nella Rivà.

Ci furono delle discussioni accese, perché proprio nel punto, dove era prevista l’edificazione dell’Edicola, doveva passare una strada carrabile, molto più ampia del sentiero esistente.

A quel punto, Giusto Stefano, non autorizzò più il transito dei prodotti e dei materiali da e per l’oliveto e gli orti soprastanti.

A mettere pace in questo angolo di mondo, fu Baglietto Bernardo, il futuro marito di Antonietta, figlia di Stefano Giusto.

Antonietta era nipote dell’omonima, che per prima aveva avuto l’idea di edificare il Nicciu.

Bernardo, tra un bicchiere di vino e l’altro, convinse il futuro suocero ad autorizzare l’allargamento della strada.

L’avvenuta quiete fra le famiglie, fu anche il momento tanto atteso della costruzione dell’Edicola.

Che fu edificata, nei primi anni trenta, del secolo scorso da Baglietto Bernardo e Damele Agostino detto u Stinillo, che aveva sposato Ada, una trovatella adottata da Antonietta.

Quando fu terminata la costruzione dell’Edicola, Antonietta pose nella nicchia la statua della Madonna della Neve.

In quel periodo storico, forse per le abbondanti nevicate, la devozione Mariana per la Madonna da Neive, era molto sentita.

La ricorrenza si celebra il 5 di agosto.

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/fede/la-storia-della-madonna-della-neve-46234

Questa devozione nasce il 5 agosto del 358 d.C.

Quando Roma si svegliò sotto una coltre di neve bianca.

Un fatto insolito, che ancora oggi viene narrato, di generazione in generazione, e che ha dato vita a quello che è passato alla storia come “il miracolo della neve”rievocato con una suggestiva cerimonia.

La neve si depose su un colle di Roma, e lì fu edificata la Basilica di Santa Maria Maggiore.

La Madonna della Neve è la patrona del quartiere Fornaci di Savona, ogni anno il 5 di agosto si celebra questa ricorrenza, con la statua della Madonna che arriva dal mare.

Nelle due nicchie laterali du Nicciu da Rivà ci sono le statuine di Sant’Antonio da Padova e Santa Rita da Cascia.

Furono costruite anche due aiuole, che costeggiavano la stradina, fino ad arrivare all’incrocio, decorate con pietre bianche di mare.

L’Edicola e le aiuole erano sempre ben curate da Antonietta, conosciuta a Cantalupo come a Lalla de Bun-e perché quando tornava a casa, passando da Ciassa de Cantalù, dava a tutti i bambini na Cosa Bun-a, na splinsigò de fenugetti.

Nel 1944/45 le aiuole furono distrutte dai cavalli dei soldati, che avevano preso alloggio nella casa di fronte a l’ex abitazione della famiglia Volpi.

Non si hanno notizie se la costruzione del’ Edicola fu Per Grazia Ricevuta.

Un lodevole passa parola fra tre generazioni è arrivato fino ai nostri giorni.

Ci racconta una bella storia, quella della devozione di Antonietta e della riappacificazione di due famiglie, ma anche del ritorno a casa, dalla carneficina della Seconda Guerra Mondiale, di Giusto Bartolomeo, il nonno di Cristina Giusto.

Nel 1945 Bartolomeo fece restaurare l’Edicola, per ringraziamento di essere ritornato vivo dall’inferno di un campo di sterminio.

Quando arrivò a casa pesava 36 kg.

Questo è tutto quello che c’è scritto, su di un foglietto della storia del Nicciu da Madonna da Neive.

Scritto da Paolo u Russu al secolo Baglietto Paolo.

Ringrazio Cristina Giusto per avermi raccontato la Storia du Nicciu da Madonna da Neive e per tutte le altre preziose notizie.

Grazie a Cristina e a Monica Fazio è stato possibile portare a conoscenza, un’altra bella Storia di devozione della comunità di Cantalupo.

foto in b/n Archivio Storico Varagine

Edicola Votiva della Madonna della Guardia a Cantalupo

L’ Edicola Votiva della Madonna della Guardia a Cantalupo è un ex voto con una bella storia di devozione mariana.

Il 14 maggio 1905, a Cantalupo, avvenne un fatto inspiegabile, una potenziale tragedia, si risolse nel migliore dei modi. Il buon esito di quell’accadimento fu attribuito alla protezione della Madonna della Guardia.

Ecco la storia tramandata dalla devozione di questa comunità.

U Sciu Tito che abitava nella borgata di Cantalupo, lungo l’attuale salita della Via Vegia, vedendo delle persone del posto, intente a ripristinare il Ciapin di quella Crosa, fece loro una proposta, se avessero sistemato “una nicchia devastata” lui si impegnava a donare, perché fosse messa in quell’Edicola, una ceramica che rappresentava l’Apparizione della Madonna alla Guardia “Se voi fate riparare questa nicchia disadorna, io compro la Madonna, che vi voglio regalar.

La Madonna della Guardia qui poniamo in venerazione che sarà la protezione al vicinato che sta qui!

Disse che sarebbe andato fino a Genova per scegliere quella più bella.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, u Cicciu, un ragazzetto, inavvertitamente o per sbaglio, provocò il ribaltamento di un pesante carico di pietre, che dovevano essere utilizzate per rifare il sedime della strada.

Le pietre rovinarono addosso al malcapitato, non poteva aver scampo!

E invece usci illeso da sotto quel pesante carico! “Del discorso del mattino si adempie la promessa, la Madonna qui vien messa per la nostra protezion”

Dal giorno di quel miracolo, ogni anno Cantalupo rende grazia e invoca la protezione della Madonna sulla comunità, con la recita presso l’Edicola di due Rosari, nella serata che precede e quella della ricorrenza della Festa della Madonna della Guardia, il 29 agosto.

Quella che segue è la storia tramandata oralmente da una Lode, che descrive quel miracolo, cantata il giorno della festa della Madonna della Guardia presso questa Edicola Votiva.

Lode alla Madonna della Guardia

Ravviviamo in noi la fede / o fratelli miei diletti / se vogliamo esser protetti / dalla Madre del Signore / Nel novecento e cinque, il quattordici di maggio / sistemando quel passaggio si stava lì a lavorar / Esisteva in questo muro una nicchia devastata / e così all’impensata il signor Tito prese a dir / “Se voi fate riparare / questa nicchia disadorna / io compro la Madonna / che vi voglio regalar” / La Madonna della Guardia / qui poniamo in venerazione / che sarà la protezione al vicinato che sta qui / Passate appena poche ore da un parlare così pio / che la gran Madre di Dio ci ha elargito un suo favor / Una carica lezzuosa a braccia d’uomini tirata / un momento l’han fermata / per gli amici salutar / Preso un poco di riposo, la fune a terra in parte stava / nell’alzarsi ella inciampava un ragazzetto lì vicin / Partì essa e all’impensata / avvolgendo sotto il figlio / e sotto il peso in quel periglio / la Madonna lo salvò / Diè l’arme il signor Tito e d’un attimo e fermata / e da forti braccia alzata per la vittima levar / Preso il ragazzo fra le braccia / senza un lamento viene alzato / in quello stato disperato, sano e salvo si trovò / Passato l’ansia e il gran timore, venne il gaudio e l’allegria / canterellando per la via, alla scuola se ne andò / Ad un caso così strano / riconosciuto dai presenti / a meraviglia dei parenti / ringraziavano il Signor / Del discorso del mattino si adempie la promessa / la Madonna qui vien messa per la nostra protezion / Da quell’anno alla sua festa / il vicinato si raduna / quando già la notte è bruna / le sue Lodi qui a cantar / Le famiglie dei dintorni, se ne vengon schiere a schiere / unendo assieme le preghiere / alla Madre di Gesù / Ora tutti vanno a gara ad offrir fiori e lumini / tanto i grandi che i piccini la Sua festa voglion far / E la vergine del cielo / che gradisce questo omaggio / ci assisterà al passaggio / che d’in terra si va in ciel / In Paradiso tutti insieme canteremo Ave Maria / e con i Santi in compagnia nelle gioie di lassù.

Al termine della cerimonia c’è un momento conviviale, le sedie escono dalle case e sono messe a disposizione di tutti, sono serviti dei dolci e delle bibite.

Si sta in compagnia si parla si scherza, si rafforzano i legami e la solidarietà di questa comunità.

E’ il momento tanto atteso dai bambini! Dopo aver fatto incetta di dolci, finalmente liberi di scorrazzare in in una calda serata d’estate. I bambini di oggi, non sono molto dissimili da quelli che cento anni fa seguivano la funzione religiosa stretti intorno all’Edicola Votiva e poi a deporre dei lumini.

Tutti i bambini e ragazzetti al termine della commemorazione erano lasciati liberi di giocare.

A Scurratose sciu e su per a Via Vegia de Cantalù e in Ciassa. Ogni generazione di ragazzini ha avuto e so Demue, un Rubatellu, un Ballun de Strassi, na Gavardua, na Canetta ma anche zugò a Scundise o a Mandillu.

L’Edicola Votiva nel corso degli anni è stata manutenuta dalle famiglie Baglietto, Craviotto e Damele.

Nel 2005, anno del centenario della costruzione di questo manufatto religioso, l’Edicola è stata restaurata, per quanto concerne le opere murarie, grazie al lavoro delle persone del vicinato, mentre le decorazioni sono di Gerry Buschiazzo, pittore di Cantalupo.

Fu celebrata la Santa Messa e nell’aia adiacente all’edicola fu imbandita una grande tavolata.Una delle persone che oggi mantengono viva questa devozione è Antonio Magliotto un Sciambrè a cui va il mio ringraziamento per le notizie storiche.

Un sentito grazie a Monica Fazio per il suo gradito e gentile interessamento, grazie al quale è stato possibile portare a conoscenza, questa bella storia di devozione della comunità di Cantalupo.

I Fatti delle Faje

Caterina Zunino

Un pomeriggio di fine ottobre, alle Faje con i ricordi di Caterina Zunino, classe 1935, la mamma di Francesco Canepa, in compagnia di Teresin, a muggè de Michè.

Dopo qualche anno, dall’inizio del secondo conflitto mondiale, la guerra era lontana da quella borgata delle Faje. Ma il regime fascista di aggressione, fu costretto a difendersi dalle incursioni aeree degli alleati. Au Posu du Grippin, posizionarono un grande riflettore per gli avvistamenti notturni. I militari di quella postazione antiaerea, nel tempo libero dai turni di guardia, andavano alle Faje.

A Ciassa da Giescia, divenne un ritrovo di giovani, i soldati fecero conoscenza con la gente e le ragazze del posto. Alle prime ombre della sera, dalla postazione antiaerea au Posu, facevano degli scherzi, anche utili, illuminando con quel potente proiettore l’abitato delle Faje e quasi sempre le case dove abitavano delle loro coetanee. Due militari di quella guarnigione, convolarono a nozze, con ragazze delle Faje.Dopo l’8 settembre 1943 le cose precipitarono.

Dalla Russia arrivarono i primi reduci, da quella immane tragedia, u Gigi, Giuan e Pein, che ritornò a casa con i Pe Zeè, con i piedi congelati. Ma altri tre giovani delle Faje, partiti soldati per il fronte russo, non fecero più ritorno dai loro cari, tra cui Giacumin, fratello di Giuan. Giacumin era affezionato alla nonna di Caterina e prima di partire per la Russia, andò a salutarla e le disse “ Me sentu che nu riturniò ciù” “ Ma sta sittu! Cosa ti disci!” Aveva un presentimento che purtroppo si avverrò. I due fratelli Giacumin e Giuan si erano ritrovati casualmente in Albania.

Giacumin in marcia lungo una strada di montagna sentì cantare…. Quella era la voce di Giuan! Volse lo sguardo, verso quella melodia. Era proprio lui! Giuan con il suo reparto, accampato in quella zona! Stava cantando, mentre lavava dei panni in un ruscello. Per quelle strane bizzarre combinazioni e circostante della vita, i due fratelli si ritrovarono, in quello sperduto posto e si abbracciarono. Per l’ultima volta insieme.

Caterina, ricorda bene quei primi giorni del novembre 1944. Giornate serene e notti di chiari di luna, come se il sole non fosse mai tramontato. In una di quelle notti, nei boschi delle Faje, erano nascosti uomini in armi, di opposte fazioni. Chi era nascosto in tu Boscu di Veggetti, non poteva indugiare oltre con quelle Lese, cariche di armi per i Partigiani. Qualche giorno prima era stata attaccata e disarmata un’intera guarnigione di sanmarco. I Partigiani avevano requisito un bel po’ di armamenti che dovevano essere messi al sicuro e disponibili, per la Guerra di Liberazione. Bisognava far presto e trasportare quel carico sul Beigua dove c’erano le basi dei Partigiani.

Ma qualcheduno aveva avvisato i sanmarco e le brigate nere, del transito di quelle armi e i militari si erano appostati, nascosti presso la Cappelletta. Sapevano che quel trasporto, era diretto verso a Stra da Lese, che passa proprio lì da quellu Nicciu e sale verso la grande montagna, con tutti i suoi rifugi e i suoi nascondigli imprendibili. Ci fu un conflitto a fuoco, con una mitragliatrice i sanmarco, per paura di essere circondati, indirizzarono alcune raffiche verso l’abitato delle Faje.

In quelle concitate fasi, un proiettile esploso dai fascisti, colpì a morte un loro camerata che si trovava nello spiazzo antistante a Ca du Stancu. Nella foto fagocitata, resa irriconoscibile dalla Lelua, edera, c’è un’abitazione, a Ca du Stancu poi di Batesti. La vacca di Nestu, il tabacchino, che stava trainando una di quelle lese si trovò sulla linea di tiro e fu abbattuta. La carne di quella mucca, al termine della sparatoria fu requisita dai fascisti per farne uso proprio. Gli animali, che stavano trainando le altre lese, con il carico di armi, privi di comando, annusata l’aria di casa si avviarono verso le loro stalle alle Faje. A questo punto, fu chiaro il coinvolgimento collaborativo, degli abitanti di questa borgata, per quel trasporto di armi e munizioni destinato ai Partigiani. I fascisti sparsero la voce che avrebbero bruciato le case e deportato gli abitanti delle Faje. Alcuni renitenti di leva, alle prime avvisaglie dell’inverno, si erano rifugiati, nascosti nelle case, stalle e fienili delle Faje. Il papà di Caterina, era nascosto nel sottotetto sopra la sala da pranzo, insieme a Culin, Scimun du Masciu e i dui Bepittu. Avevano fatto una buca nello spessore del fieno e lì stavano nascosti.  Era un rifugio sicuro, anche a prova di baionetta. Vi si accedeva togliendo delle tavole dal soffitto e salendo in piedi sopra una sedia, posta al centro della tavola da pranzo. Erano ventidue i sanmarco, che parteciparono allo scontro a fuoco ed effettuarono il rastrellamento, alla ricerca di Partigiani, renitenti o disertori. La mamma di Caterina le disse “Vanni a lettu e fanni finta de durmì!” Le brigate nere e i carabinieri avevano l’elenco dei renitenti e disertori.  Erano a conoscenza del loro domicilio, e autorizzati a far irruzione nelle case dove si sospettava fosse nascosto un’antifascista, renitente o disertore. Un carabiniere entrò nella camera, dove Caterina, terrorizzata dall’avvicinarsi di quei passi pesanti, stava immobile nel suo lettino, con gli occhi chiusi. La luce di un lume rischiarò la stanza, con un cinismo rivoltante, e senza pietà, il carabiniere si avvicinò a quella bambina impaurita “ Ciao bambina, sono un carabiniere mi chiamo Guarientu, dicono che sono cattivo ma non è vero e dimmi dov’è tuo papà? E’ tanto che non lo vedi?” Chissà quanti bambini in circostanze analoghe, rispondendo a quelle ignobili domande a tradimento, avranno svelato il nascondiglio di un padre o di un fratello. Condannandoli a morte sicura. Lei fece solo cenno di sì con il capo, era molto tempo che non vedeva suo papà!  Catteinin, la zia di Caterina, aveva nascosto il figlio Bepittu, in mezzo alle fascine e quando vide arrivare i militari, che stavano facendo il rastrellamento, si mise a canticchiare facendogli capire di star fermo e in silenzio. “ Non uscireee che stanno arrivandooo”

Quando si sparse la voce, che volevano bruciare le case delle Faje quella povera gente si disperò e cercò di mettere in salvo, il più velocemente possibile, le cose più necessarie, vestiario vettovaglie, cibo, attrezzi. Alcune famiglie misero le loro povere cose al riparo nei pagliai. Diversi anni dopo, la fine della guerra, in te Barche du Fen si trovava ancora qualcosa, ricordo di quelle tristi giornate.

Solo un’abitazione fu data alle fiamme, quella du Basanin. I Fascisti deportarono gli abitanti delle Faje, una decina uomini e donne, alle Colonie Bergamasche. Nel periodo bellico gli edifici della Colonia Marina, furono adibiti a carcere per gli oppositori del regime.

Dalla Stazione delle Bergamasche, partivano i vagoni piombati verso i campi di lavoro/sterminio. Quel gruppo di abitanti delle Faje rimase 15 giorni alle Colonie Bergamasche, in attesa di uno di quei treni per un viaggio senza ritorno. Maiullin, Maria Ghigliazza, la mamma di Caterina era incinta con un pancione già bello prominente. I parenti dei deportati, chiesero se poteva andare lei a parlamentare, con i comandanti fascisti delle Bergamasche. A una donna incinta, non avrebbero fatto del male, ne l’avrebbero rinchiusa. Maiullin si recò diverse volte alle Colonie Bergamasche, per portare del cibo e per scongiurare di liberare quella povera gente. avezza solo a far vita grama. Dopo un paio di settimane, gli abitanti delle Faje furono rilasciati.

Durante quegli scontri del novembre del 1944, rimase ferito Culin de Giosepin, colpito mentre stava per fuggire verso l’alveo du Rian de Gambin.

 Quel Rian era la via di fuga dei renitenti di leva e disertori in direzione del Deserto. Giosepin rimase invalido, zoppicante per il resto della sua la vita. Grazie alla solidarietà dei sanitari, mentendo sulle generalità e sull’accaduto, gli furono prestate le cure necessarie nel nostro Ospedale. La gente delle Faje andava a trovare il povero Giosepin. Caterina ricorda quell’uomo nel letto dell’Ospedale con la gamba in trazione.

foto in b/n Archivio Storico Varagine.