Il 24 giugno del 1915 e a Cappelletta da Cin-a

Nel giugno del 1915, dopo un mese esatto dell’entrata in guerra dell’Italia, iniziò la prima delle dodici battaglie dell’Isonzo.

Alcuni, dei 110 nostri concittadini, morti nella prima guerra mondiale, sono tra quelle 148.188 vittime (ma non si è mai saputo l’entità esatta dei morti, forse molti di più) di quella enorme carneficina sulle rive dell’Isonzo, voluta dalle teste coronate d’Europa.

Il bollettino meteo, diramato dal comando militare italiano, di giovedì 24 giugno 1915, segnalò che il tempo era piovigginoso.

Tutt’altro scenario nella nostra città, da giorni battuta da una pioggia che divenne nubifragio la notte di quel 24 giugno 1915.

Un fenomeno anomalo, solitamente è l’autunno il periodo pericoloso, a causa dei nubifragi, per il nostro territorio.

Il Teiro, ruppe gli argini, uscendo dal suo alveo, dai Defissi e iniziò la sua opera di devastazione, in ta Cin-Na Gambun, Bacchettu,Laguscuu, Bosin e in tu Pasciu

Oggi, queste sono le zone più colpite in caso di esondazione del Teiro.

Ma il nostro fiume, a parte il solito Turtaiò de Gambun, non rappresenta più un primario rischio di esondazione.

Sono i suoi affluenti, tutti i rii che scendono dai ripidi pendii delle colline del circondario di Varazze e tutti tombinati, che rappresentano un costante, potenziale pericolo, per le frazioni e per il fondovalle, in caso di nubifragio.

Quel giorno di giugno del 1915 nel Parasio, cataste di legname, trascinate dalla piena del fiume, fecero diga dau punte de Piccun, u punte du Rissulin.

Distrussero a ca de Organettu.

Acqua e fango, invasero case e orti dai Busci e in tu Ciou e il civico macello, trascinando per decine di metri il pesante peso pubblico.

L’Ostaia fu invasa dall’acqua.

Sotto San Dunò, fu allagata la zona degli opifici a Savunea e u Muin a Vapure, u Simiteu Vegiu, u Bacin e i orti da Madunetta.

Proseguendo nella sua opera devastante, l’acqua invase il piano terra da Fabrica, il Cotonificio Ligure, bloccando per giorni la produzione dello stabilimento.

Distrusse gli orti da Lumellina.

Le avvisaglie di un’imminente grande esondazione, fece abbandonare il piano terra abitato, dei palazzi presenti lungo gli argini del fiume Teiro.

L’onda di piena, superò di slancio la linea ferroviaria e si incanalò per via Malocello, invase la piazza del municipio vecchio, l’attuale piazza Beato Jacopo, gli androni dei palazzi signorili e le abitazioni di via Campana e di via S.Ambrogio.

In sponda sinistra, il Teiro dopo aver invaso la zona ortiva della Camminata, tramite il Garbasso invase il quartiere del Solaro.

Ma ruppe anche gli argini presso gli alberghi Genova e Torretti.

La zona era già stata allagata, qualche minuto prima dall’esondazione dell’Arzocco.

 L’onda di piena del Teiro, fece aumentare notevolmente il livello dell’acqua nei caruggi du Suà.

Da una foto, scattata dal Collegio Salesiano, si vede questa parte della città completamente allagata a perdita d’occhio, fin a San Dumenigu e Santa Cateina.

 L’esondazione arrivò in piazza Umberto I, già Ciassa du Ballun, ora piazza Nello Bovani e si riversò in mare, non prima di aver trascinato via le cabine dello stabilimento balneare de Craviottu.

In prossimità della foce del Teiro, la forza dell’acqua, scavò sotto le fondamenta del ponte stradale della via Aurelia, facendolo crollare.

La piena del fiume fece una vittima presso l’Istituto S.Caterina, oggi sede della Biblioteca, una suora, nel tentativo di mettere in salvo le ostie consacrate, annegò nonostante i vani tentativi di salvarla.

Era Suor Maddalena Forzano di 62 anni.

Anche nella recente tragedia delle Marche, alcune persone sono state travolte dalla forza dell’acqua e annegate, mentre cercavano di mettere in salvo un loro bene.

Facile da un divano biasimar queste persone!

Sputar sentenze come quella che la propria vita val più di ogni bene materiale !

Conosco questo tipo di situazione, perché da me personalmente vissuta il 4 ottobre 2010, quando l’esondazione del rio Riva travolse la parte bassa di via Scavino, io e mio papà rischiammo seriamente per mettere in salvo alcune cose. 

L’esondazione del 24 giugno del 1915, fu quella più devastante che ha subito la nostra città.

I danni stimati furono di 3 milioni di lire, una bella cifra per quei tempi!

Abbiamo perso la memoria di quei tragici giorni

L’economia della nostra città, fu messa in ginocchio, si persero tutte le culture di ortaggi, furono molti gli animali da carne e da latte, trascinati via dalla forza dell’acqua.

Una miscuglio di acqua fango e legno, penetrò con forza in quasi tutti gli opifici del Sciu da Teiru, cartee, muin, gumbi, banchè e ferè subirono gravi danni.

“I Giominetti, ci avevano in Gambun, anche una fabbrica de pasta e un bardotto alla noia per far girare le macchine. La faina era quella buona de Utri, che faceva venire buona anche la pasta e la vendevano bene. Ma nel 1915 l’alluvione ci amasso’ il bardotto, con l’acqua nella stalla, che la povia bestia non poteva più scappare e manco respirare.”

Ma quelli Sciu da Teiru, seppero reagire con forza a questo disastro, era gente laboriosa, abituati da bambini a esser bestie da lavoro a spaccarsi la schiena pe tiò sciù di figgi, quei figli, partiti per la guerra e mai piu ritornati.

Certe ferite, anche se ormai cicatrizzate, andrebbero riaperte come quelle inferte al popolo italiano dalle due Guerre Mondiali.

Una moltidutine di analfabeti e quindi di buon comando, meglio se erano contadini perchè già avezzi a far vita grama, furono mandati a morire per la patria, gasati in una trincea, morti nella sabbia in un deserto africano, crepati di freddo nella steppa o in una tomba d’acciaio in fondo al mare .

Ma anche civili innocenti, spappolati dalle bombe degli aerei alleati, come quel bombardamento sulla nostra città del 13 giugno del 1944.

Non è retorica, ricordar queste cose, fate parlare i vostri vecchi e scoprirete che loro certe cose le hanno vissute e non le hanno mai dimenticate.

Si è persa la memoria anche della storia della Madonnetta da Cin-a.

Non c’è la certezza, che fu proprio l’esondazione del 1915, quella che strappò dal nicciu quella statuetta.

Secondo alcuni calcoli, il periodo era comunque quello della prima guerra mondiale

Quella madonnetta, fu ritrovata intatta, dopo essere stata travolta da una piena del Teiro, lungo la strada che porta a Varazze.

Quelli Sciu da Teiru, interpretarono il ritrovamento della statuetta, come la volontà della Madonna di voler rimanere in quella località.

Ci fu una bella mobilitazione popolare, quelli Sciu da Teiru a loro spese e fatica, eressero la bella cappelletta, oggi visibile nella curva, in ta Cin-a.

Nei pressi di quella sorgente inesauribile, che sgorga dalla roccia, anche lei con la sua bella storia.

I più anziani, ricordano le funzioni religiose, effettuate molti anni fa, ogni sera nel mese mariano, in questa cappelletta.

All’interno, sono presenti alcuni ex voto, il perchè di queste dediche è irrimediabilmente andato perso, un’altra importante memoria della nostra comunità, che non abbiamo più.

Marisa ricorda, che uno di quei ex voti fu fatto da Glori, l’autista du Sciu Bagliettu, che proprio in questa curva ebbe un’incidente d’auto.

Suo padre, Rebora Pietro, rinomato fabbro dirimpettaio alla Cappelletta, mise in opera la campana.

Ringrazio Benedetto Piccardo e Marisa Luciana Rebora, per avermi raccontato la storia da Cappelletta da Cin-a, testimonianza di fede e di devozione di quelli Sciu da Teiru, operosi residenti, di una zona della nostra città, ricordata solo a seguito di eventi alluvionali.

Una Storia che io ho reso pubblica, per mantenere viva la memoria di cose accadute tanti, troppi anni fa.

 Fatti, persone, nicci, statue di santi, madonnette, un ciappin e na mascea .

foto in b/n Archivio Storico Varagine

Nota dell’autore

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Bellugiu in te Langhe

19 settembre 2020

Lascio Varazze alle sette, con una bella alba sul mare, sono in anticipo e così posso fare qualche foto.

A Savona la Costa Smeralda è ormeggiata in porto e in ta“ciassa du Pesciu” stanno restaurando la fontana.

Con Giorgio, si parte in direzione di Montezemolo, Ettore oggi in versione “Massacan” e’ impossibilitato a partecipare a questo giro in moto, anticipato ad oggi, visto le pessime previsioni meteo, della settimana entrante.

Una breve colazione al bar dei motociclisti di Montezemolo e poi alla rotonda si svolta in direzione di Murazzano.

In direzione di Alba.

Il tempo non è dei migliori anzi a Cadibona, qualche goccia d’acqua nella visiera del casco, preannuncia un probabile acquazzone.

Anche la temperatura oramai è autunnale, auto e moto al loro passaggio sollevano nuvole di foglie già cadute dagli alberi.

Ci consultiamo se è il caso di rinunciare al giro e Giorgio seraficamente mi dice “Te ne mai ciappo’ dell’equa in moto?”“ Nu saia’ a prima votta!” rispondo

E’ uno spettacolo di vigne da ogni parte! Gran parte dell’uva nera è ancora appesa nei filari, perfetti nel loro parallelismo.

L’odore del mosto che ogni tanto permea l’aria, è dovuto alla vendemmia delle uve bianche le prime ad essere tagliate.

Faccio notare a Giorgio, durante una sosta, l’assenza di esseri umani nei paesini che abbiamo attraversato.

Raggiungiamo Alba e si capisce il perché di questo, oggi è giorno di mercato, nella città del tartufo e la Langa è scesa in piazza!

Tutti i prodotti di questa meravigliosa terra sono in vendita sui banchi, dal tartufo alle castagne, poi gli insaccati, con il loro invitante profumo, funghi e formaggio di ogni genere, noci, nocciole, dolci tra cui le meringhe ripiene di nocciole e i baci di Alba.

Il banco del torrone Sebaste e tanto vino, non manca la Nutella altro simbolo di questa città!

Per non tornare a mani vuote, facciamo nostri, due tartufi neri, dal prezzo abbordabile.

Dopo tanti odori e visioni di “roba da mangiare” decidiamo che alla prossima tappa, che sarà il paese di Barbaresco, ci rifocilleremo.

Barbaresco è forse la località, dove l’esposizione delle vigne al sole delle Langhe raggiunge l’apoteosi, i ripidi declivi e la terra, drenano bene l’acqua e danno qualità ai vini, che sono prodotti nelle innumerevoli cantine sociali.

Ci consoliamo…. con un assaggio di formaggi al miele e marmellata e poi con un piatto di tajorini ai funghi porcini.

Ma niente vino, Giorgio in questo è categorico! In giro per Langhe senza bere un goccio di vino!

Si chiacchera coma due vecchi amici, rispolverando la memoria degli anni di Centrale.

Riprendiamo il tour in direzione di S.Stefano Belbo, si scende nel fondo valle e qui la fanno da padroni, estesi noccioleti, anche loro tutti ben ordinati, potati e ogni pianta alla giusta distanza, le nocciole prodotte, sono tutte destinate alla Ferrero di Alba.

Della nocciola non si butta via niente, anche i gusci hanno valore e sono utilizzati per il riscaldamento.

Il tempo è cambiato è uscito il sole, prima pallido e ora fa decisamente caldo.

Raggiungiamo il paese di Cesare Pavese e Fenoglio S.Stefano Belbo faccio una foto nella piazza principale al monumento ai caduti sono una moltitudine i caduti in guerra o a seguito della Guerra di Liberazione nei paesi come questo, dove era prevalente il lavoro agricolo, non c’era l’industria di guerra e la possibilità dell’esenzione dal prestare il servizio militare.

Si iniziano a vedere le indicazione per il ritorno a casa, 90 km a Savona.

Ora si sale in direzione di Cortemiglia la strada è bella con ampi tornanti questo lo sanno bene i motociclisti, che in senso contrario “pennellano” le curve, ma anche le auto, lungo questa strada sembrano aver fretta!

Raggiungiamo l’abitato di Saliceto e cerchiamo senza trovarlo in casa, Bruno un nostro ex collega.

Ci fermiamo a Mresciu, Millesimo per un ultimo caffè.

Anche Millessimo ha dato un tributo troppo alto alla Patria

Giorgio decide una deviazione, per una stradina che solo lui conosce e arriviamo nei pressi dei ruderi della SIPE ( Società Italiana Prodotti Esplodenti) dove un coniglietto mi guarda curioso.

Si prosegue e raggiungiamo la stazione di rilancio dei vagonetti presso la Sella d’Altare.

Il ritorno verso Cadibona lo facciamo dal forte di Altare.

Saluto Giorgio mio collega e amico di escursioni in moto e lo ringrazio della bella giornata trascorsa insieme.

In discreto stato le strade delle Langhe necessario sempre la prudenza, per la presenza specie in questo periodo di mezzi agricoli.

Il parziale segnava 240Km

L’Avzè

L’Avzè u l’è un briccu tantu cau a quelli du Sciascè.

Il toponimo potrebbe derivare da guacè, guardare.

E’ un picco roccioso che emerge dal verde dei boschi, alto poco oltre i mille metri, ma ben visibile dall’abitato di Sassello.

Dominante sulla selva dra Bandia e dra Dunda.

Nelle giornate terse, è possibile osservare tutto l’arco alpino.

Nel suo bel racconto audio, Stefano Frino parla della sua voglia di salire su questa cima, avuta già da bambino.

Belle le parole che descrivono quella sua prima ascensione all’Avzè, perpetrata poi molte volte, in età adulta

Con Francesco per arrivare su l’Avzè abbiamo scelto l’itinerario più facile, con molto meno dislivello.

Lasciamo l’auto alla Veirera poco prima del bivio per La Betulla.

Segnavia tre bolli gialli.

Servono circa 45 minuti di saliscendi lungo una strada sterrata ma accessibile alle auto, fino ad un certo punto, poi solo percorribile da fuoristrada o trattori.

Questa strada è caratterizzata da profondi canaloni scavati dall’acqua.

Era un’antichissima strada di transito verso Ciampanu, molto frequentata in ogni epoca storica.

Tutti i tronchi dei faggi a bordo strada, sono segnati da vistose incisioni, lettere, numeri e simboli, divenuti con il tempo indecifrabili, distorte cicatrici sulla loro corteccia.

Muggi e serci de prie, tocchi de mulaioa, cun i ciappin.

Servirebbe un censimento, di tutte queste radure cun i muggi de prie, dove sono evidenti, anche se diruti e depredati, antichissimi manufatti, testimonianze di frequentazioni umane.

Strada facendo incontriamo alcuni bivi, altre strade con i loro segnavia, poi la strada carrabile termina con la grande area attrezzata dell’Avzè.

In questo pianoro è prevalente la presenza della betulla, con la sua incredibile corteccia bianca.

I brutti de pnè, servan pe fo de spasseghe, così mi ha detto il mio amico Sergio.

I polloni delle betulle erano utilizzati per fare delle scope, per pulire il terreno prima della raccolta delle castagne o per recuperare il fieno lasciato dal rastrello.

Qui alle pendici del Bric Macarin, c’è stata una moria di questi alberi, con lo sradicamento di molti esemplari, dovuto probabilmente a violente folate vento in concomitanza con qualche gelicidio.

Il piu incredibile e tenace essere vivente, del massiccio del Monte Beigua, si trova presso l’area attrezzata dell’Avze’.

Una betulla che si era spezzata molti anni fa ha fatto crescere un pollone che ha raggiunto l’altezza di almeno 6/7 metri.

Il suo tronco abbattuto, con un’ampia curva è riuscito a ergersi ancora, per almeno dieci metri.

Al cospetto di questo incredibile adattamento, viene da pensare ad una qualche forma di intelligenza vegetale superiore.

Stessa sensazione, anche quando ci si sofferma ad osservare l’incredibile apparato radicale esposto di un faggio.

E sotto ai nostri piedi, a un palmo di terra, inizia l’inferno delle piante, con un’immane groviglio di radici, in lotta fra di loro per la sopravvivenza.

La vetta dell’Avzè, è uno spuntone roccioso, spaccato dal gelo e dall’uomo che trovava qui un tipo di pietra facile al distacco.

Siamo al cospetto di un paesaggio spettacolare, che nonostante il cielo velato, oggi spazia dal Capo Noli alle foschie della Pianura Padana

Anche questa vetta è sormontata da una grande croce.

Alcuni graffiti testimoniano antiche frequentazioni.

In questa zona dovrebbe esserci, scolpita sopra una grande pietra una meridiana, ma dopo una ricerca infruttuosa, desistiamo dal cercarla.

Intorno alla croce c’è una grande radura rocciosa, oggi discretamente ventosa, con evidenti tracce di scariche elettriche da fulmine

Il pianoro, degrada verso Sassello, la cresta rocciosa presenta uno strapiombo a picco sul verde sottostante.

E’ impressionante la sconfinata faggeta sottostante, della Bandita e della Donda, sovrastata da bric Luvettu.

Un sconfinato tappeto verde, scuro dove, sperimentato sulla mia pelle è molto facile perdersi e poi difficile ritrovare la strada del ritorno.

Un tempo i boschi del Beigua, erano zone di transito, pastori, taglialegna e mercanti, ma anche posti di briganti, di agguati, streghe e prostitute nelle bettole sulle vie che valicavano i monti .

Come Donda, la strega, ma questa è un’altra storia.

Scriviamo i nomi sul registro, conservato in una robusto contenitore, sotto alla croce.

Oggi tutti i boschi del Beigua sono pullulanti di cercatori di funghi.

Alcuni cercatori armati di grandi ceste a tracolla, al nostro apparire restano immobili defilati fra gli alberi, senza far rumore e svelare con la loro presenza un posto segreto.

Le poche piogge sono bastate a risvegliar i filamenti di micelio, la mamma dei funghi.

Grazie al tam tam sui social, esaltati dalle foto, degli ambiti frutti di bosco, sono arrivati a centinaia i cercatori di funghi sul massiccio del Beigua.

Nell’affannata ricerca de un funsu neigru e quarche cuccuna.

In età giovanile andavo per funghi a Sassello con mio Papà e mio cognato in quell’incredibile fungaia dei Giardini!

Ho smesso di andar per funghi, da quando ho quattrocchi non ne trovo più!

Questo è quello che racconto ma la verità è che ho perso quella passione giovanile che avevo per questo bel passatempo e un po’ mi dispiace, perché trovar funghi è uno dei piaceri della vita.

Sarà anche perchè, preferisco il bosco invernale, con le piante che hanno perso l’apparato fogliare, liberando così ampi spazi di visibilità.

L’area attrezzata è lì che ci aspetta e allora ci rifocilliamo cun figassa e briosc de Vase e quarche gottu de vin .

Si chiacchera molto e di tante cose con Francesco.

Sulla via del ritorno trovo un belu funsu neigru, a bordo strada dove nessuno guarda mai.

Chissa quante persone sono passate oggi vicinissime a questo fungo.

Decidiamo di dare un’occhiata nelle zone circostanti e ci addentriamo in questa bella faggeta.

Alcune ragnatele, segnalano che nessuno è mai passato da quelle parti.

Buon segno! Troviamo altri quattro funghi

Una regola non scritta, fra cercatori di funghi, dice che in caso di un scarso o scarno bottino, chi trova il fungo più grande vince e prende anche gli altri funghi e così Francesco è “costretto” a cedermi i suoi, più piccoli!

Una antica forma di cortesia, contraccambiata alla prima occasione.

C’è sempre stata competizione tra chi va per funghi .

Ma oggi si sta esagerando, non si cede niente a nessuno, si raccattano anche i funghi più minuscoli!

Il trovar funghi oramai è diventato un gigantesco orgasmo mediatico a chi pubblica sui social il più grande numero di esemplari di porcini & C.

Forse la mia è invidia perchè funghi non ne trovo!

Ma ci vorrebbe un pò di moderazione, pubblicando solo foto di funghi belli, strani, giganti con qualche storia come sono stati trovati ecc. magari ancora nel loro habitat o in te un bellu cavagnin.

Ringrazio Francesco della bella giornata e dei suoi funghi che mi ha regalato!

Alla prossima!

Un Giu in Motu

14/09/2020

Doveva essere un motogiro Genova – Gavi – Sassello e invece…

Partenza io e Ettore da Vase alle 7, poche le auto in circolazione bella, anche se fastidiosa, per il sole basso all’orizzonte, l’alba di una serena giornata di settembre.

Tappa obbligata da Priano per la focaccia di Voltri.

Il ritrovo è in piazza della Vittoria alle ore 8, dalle tre caravelle.

Una sessantina le moto allineate, comprese le nostre, la mia e quella di Ettore.

Sul cellulare, la mappa del percorso per noi inedito, ma a che serviva studiarlo o stamparlo avremmo, seguito il gruppo e non ci saremo persi…

Ma gli innumerevoli semafori, hanno selezionato le moto e nessuno si è preoccupato, di ricompattare il gruppo!

E così dopo l’ultimo semaforo del Bisagno di quel bel gruppone di moto, più nessuna traccia!

L’accensione della luce verde dell’ultimo semaforo di Struppa ha dato il via a un gara di moto GP !

Con un’impressionante rombo di moto in accelerazione veniamo sorpassati anche da vespe truccatissime e moto d’epoca d’antan…..

 Le foto che riceviamo nella chat del gruppo, evidenziano diverse defezioni, e dietro front a causa forse, dell’andatura non proprio turistica.

Restiamo in quattro, dopo l’abitato di Bargagli, poi uno con l’Harley scoppiettando ci saluta e se ne va

Ora siamo in tre, io Ettore e Enrico conosciuto durante il ritrovo in piazza, con la sua bella Yamaha Virago.

A questo punto inizia il nostro percorso turistico a brettio per l’entroterra genovese.

A Crociefieschi pausa caffè e visita al centro storico del paese natio di Roberto Pruzzo bomber del Genoa negli anni 80!

Un candidato sindaco chiede se siamo residenti…e comunque ci indica alcuni itinerari per la via del ritorno, ma anche la brutta notizia della visita al Castello della Pietra a Vobbia, possibile solo tramite prenotazione online entro il giorno di venerdì !

Decidiamo comunque di andare in quella direzione.

Ed eccola! Incredibile come sempre, la visione di questa costruzione una delle tante meraviglie dell’entroterra ligure!

Al Castello della Pietra sono convenute molte persone come noi impossibilitate a visitare il castello per la mancata prenotazione!

Un’oculata gestione poteva approffittare di questa affluenza per fare un buon incasso.

Percorrendo il sentiero Ettore parla della sua intenzione di fare il Camino di Santiago de Compostela….sara’ il sentiero in salita o la fame?

Con Enrico dividiamo i panini e la focaccia seduti su di una panchina all’ombra degli alberi, si chiacchiera argomentando come spesso succede delle cose che non funzionano in Italia.

Rifocilliamo anche il nostro affabile e chiacchierone compagno di viaggio Enrico

Ci separiamo a Ronco Scrivia, lui prosegue verso Busalla e poi Genova.

Si sale verso Voltaggio altra pausa caffè.

 Seduti al tavolino facciamo la conoscenza di un funzionario del comune e si parla della Guerra di Liberazione particolarmente cruenta in questa zona dell’appennino ligure dove i nazifascisti dovevano garantirsi la via di fuga in caso del ventilato, ma poi non attuato, sbarco alleato nelle spiagge della riviera di ponente.

Nel parco delle Capanne di Marcarolo che sovrasta l’abitato di Voltaggio, ci fu la strage della Benedicta e diversi episodi di sangue legati alla Guerra di Liberazione.

Ci invita nell’atrio del palazzo comunale a visitare le targhe in memoria delle vittime delle guerre mondiali di Voltaggio è impressionante il lungo elenco di nomi scolpiti nelle lapidi un contributo altissimo per questo piccolo paese e sopratutto l’età dei giovani alcuni nemmeno ventenni, trucidati senza pietà, da un regime di morte, perché Partigiani o renitenti di leva.

Si continua a parlare di Resistenza e inevitabilmente del ritorno dell estrema destra, nel quadro politico italiano e del perché, non è stato fatto nulla, contro quella che è stata, la ricostruzione di un pseudo partito fascista in Italia, un grave atto, di mancato rispetto, verso chi ha combattuto e perso la propria vita, per poter oggi avere nel nostro paese, la democrazia, sancita da una Costituzione Antifascista.

Riprendiamo il viaggio, affrontando la strada che attraversa il parco delle Capanne di Marcarolo, si salgono diversi tornanti e si arriva in quota a dominare la valle, profondamente scavata dal torrente Gorzente.

Sono molte le auto e le persone qui presenti per un’escursione o un rinfrescante bagno, nei molteplici laghetti che formano le anse del corso d’acqua.

Dopo circa quindici km. arriviamo al Sacrario della Benedicta.

Qui tra il 6 e l’11 aprile del 1944 ci fu un’esecuzione sommaria di settantacinque giovani, renitenti di leva, che in questi boschi avevano trovato rifugio, per non essere arruolati nelle bande criminali della repubblica sociale.

Trucidiati, per dare l’esempio e incuotere terrore nella popolazione locale, fucilati dalla guardia nazionale repubblichina e da reparti tedeschi.

Sempre nel comune di Bosio, altri settantadue Partigiani erano caduti, negli scontri a fuoco o fucilati nei giorni precedenti.

Il monastero della Benedicta, in cui si erano rifugiati questi giovani, disarmati e meno esperti venne fatto esplodere.

Suggestive e molto toccanti, le fosse da dove furono estratti i corpi di questi martiri.

Nei rastrellamenti, in quei tragici giorni, molti altri giovani, renitenti di leva furono catturati e inviati a Genova, con la speranza di essere solo incarcerati, ma questo fu solo uno, dei tanti inganni del regime fascista, furono inviati nei campi di concentramento in Germania e la maggior parte di loro, non fece più ritorno.

Qui al cospetto di queste grandi lapidi, con i nomi incisi, di tanti ragazzi e uomini morti per la Libertà ci si sente piccoli e riconoscenti, verso chi perse la vita e dobbiamo a loro, la nostra promessa di non dimenticare mai il loro sacrificio.

Ricordiamoli sempre!

Arriviamo a Campoligure seguendo la “danza” che compiono due mastodontiche Goldwing affrontando le curve in discesa sorgono spontanei molti perché…..s’accattan de motu cuscì!

Poi Masone e il passo del Turchino, imbocchiamo la nuova galleria, all’uscita si prende la strada verso il “nostro ” Faiallo” come al solito, molte le moto in circolazione lungo i tornanti del passo, ma del nostro gruppo, con cui siamo partiti questa mattina, da piazza della Vittoria, nessuna traccia!

Molte le auto parcheggiate, presso l’area attrezzata, del Faiallo.

Giunti a S.Pietro d’Olba, svoltiamo verso sinistra, in direzione di Piampaludo e Pratorotondo, qui ci aspetta la solita birra e una chiacchierata con Ettore.

Si ritorna a casa, con negli occhi le immagini di una bella domenica di settembre, trascorsa sulle nostre amate moto, con sulle braccia 210 km e migliaia di curve!

Come al solito, molto pericolosa per le due ruote visto le buche e la presenza di pietrame, la strada del monte Beigua, da Piampaludo fino al bivio per le casermette, in discrete condizioni e con ampi tratti di nuovo asfalto, il fondo stradale, in provincia di Genova e in quella di Alessandria.

Cosa te fetu se Stè ?

Sambuco

Il componimento in zenagliano “Racconta come hai trascorso le vacanze” è tratto da l’Oddoneide, Nuova Editrice Genovese, curato da Nino Durante.

 Il libro in lingua genovese è un omaggio ad una figura caratteristica, Giovanni Oddone, un rappresentante di quella cultura contadina dell’entroterra genovese che ha saputo conservare istinti, intrighi, affetti, rimedi, di un mondo quello in mezzo ai bricchi, che ha radici profonde nel passato.

In questo volume sono riassunte le principali opere di Oddone ” I Chinse Libbri” racconti di vita in rima genovese, sei componimenti in zenagliano e la raccolta di poesie “Ossi di Gallina”in lingua genovese.

 Giovanni Oddone nasce a Sambuco di Voltri nel 1902.

Pubblico questo articolo in concomitanza con l’inizio di un nuovo anno scolastico.

 Per noi bambini in età scolare, negli anni 60/70 il primo componimento, al rientro sui banchi di scuola, era quello relativo a come avevamo trascorso le vacanze estive.

Chissà se questo tipo di componimento si è perpetrato fino ad oggi.

 Quello che segue è il componimento di un bambino che nei primi anni del 900 affrontava il tema delle sue vacanze.

Farà sorridere per i gosci, gli strafalcioni, in zenagliano e le parole dialettali italianizzate.

Lo svolgimento del tema, ci descrive una realtà comune a tutta l’entroterra della nostra regione, quella dei bambini già al lavoro in età scolare.

A qualcheduno, magari a quelli meno giovani, verrà un groppo alla gola a pensare a quei bambini come Giovanni, disincantati, già adulti, destinati a far vita grama e a esser carne da macello per la patria nelle due carneficine mondiali del 900.

Tema svolto da Giovanni Oddone in terza elementare.

RACCONTA COME HAI TRASCORSO LE VACANZE

Le vacanze le ho passate come quelle dell’anno scorso che erano come quelle di due anni fa.

Stavolta in più ho aiutato mio barba Berto che fa il caigaro e gli facevo deslenguare la peixe nel cassuolino: così mio barba un giorno, mi ha portato giù a Voltri che c’erano i banchetti e sui banchetti c’erano i sigari, i pescetti e i recanissi che me ne sono comprato uno che me l’ho sussato ben bene prima di mangiarmelo.

Dalle galline non ci sono andato tanto perché mi hanno beccato e ci ho dovuto mettere il diacolone, mentre dai conigli ci ho fatto anche il barconetto con mio papà.

M’è piaciuta quella volta a S.Pietro, quando mia mamma ha fatto le lumasse e piumpò me le mangio tutte.

Tutti i depuidirnari andavo a pescare nel beo: una volta ho preso una salaccata che sono andato a bagno perché sono montato sullo scoglietto che è sempre insavonato dove mia mamma e mia lalla ci roscientano i patelli.

Però queste vacanse sono state belle perché siccome ero promosso mio papà mi ha accattato una messoietta per segare l’erba e io mi sono demorato tanto che n’avrò segato per così

E’ bello stare in vacanza perché botte ne prendo solo a casa e no anche dalla maestra e poi se vado a scuola desprendo di fare i mazzetti di radiccione.

Se però bisogna venirci a scuola dico: “ Va ben, è bello anche imprendere a leggere e scrivere”

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Ringrasiu Lina da Castagna, che mi ha imprestato stu bellu libbru, tuttu scritu cumme parlu mi.

E’ un pò strafugiato, ci ha anche le uegge, perchè tanti si saranno demoati e fo du rie a lese i gosci du Giuan.

Sulu i belli libbri sono strafugiati e hanno le uegge.

Pe i italien e i furesti che nu han capiu un belin

  • Barba=zio
  • caigaro=  calzolaio
  • deslanguare = sciogliere
  • peixe = pece
  • recanissi= bastoncini di liquirizia
  • diacotone =cotone medicato
  • barconetto =finestrella
  • piumpò = per poco
  • depuidirnari=dopo pranzo
  • beo=  un canale per irrigare.
  • salaccata= caduta rovinosa
  • insavonato= insavonâ: insaponare
  • lalla =zia
  • roxentano=  sciacquare
  • patelli =i pannolini
  • accattato=  comprato
  • messoietta=piccola falce
  • demorato=  divertito
  • desprendo=  disimparare
  • radiccione=  radicchio
  • imprendere=  imparare

U Cunpassu da Bocce

Ringrazio Ornella Pizzorno, me cuscina du Sciascè, che mi ha raccontato di questo doppio compasso per gioco da bocce.

Questa tra realtà e verosimili accadimenti è la storia.

                                  U Cunpassu da Bocce

C’è stato un tempo in cui bastava un pezzo di terreno pianeggiante, si facevano due righe e tou lì si giocava a bocce!

In ogni città erano numerosi i campi da bocce, punti di aggregazione e convivialità

Bocce de legnu e ballin de pria! Si giocava anche in mezzo alla strada.

All’arrivo di una rarissima auto, mica si poteva interrompere la giocata!

Allora era spento il motore e non di rado gli occupanti del mezzo, fraternizzavano con giocatori e pubblico, prima di riprendere il viaggio e magari ci scappava un gottu de vin e due figasette.

Era un mondo più semplice, meno veloce, più tollerante e con tanto rispetto verso le persone anziane.

Campi assolati, dove il vento alzava polvere di terra e dove c’era una panchina sutta un castagnu all’umbra, pe quelli vegi cun u baccu.

Un tempo in cui i bambini erano liberi di scorrazzare fra campi rian e boschi a fo capriole, cappanette e zugò au ballun. 

Maneghe da camiscia reduggè e na boccia in man..ma d’estè tutti in canuttiera!  

Il gioco delle bocce, au Sciascè negli anni 70 ad un certo punto diventò una cosa seria.

Non si sa quando questo ebbe inizio. Non più allegre partite fra risate e sfottò.

 Forse fu un villeggiante, magari uno di città, che contaminò le partite a bocce con eccessiva rivalità e agonismo. Ci si scannava per un millimetro!

Ma giravano anche certe voci…..che è meglio non indagare.

Quei campi da bocce au Burgu si animavano al tramonto.  Due coppie di giocatori, si contendevano strenuamente il pallino o la bocciata, una due partite e la bella finale.

 Al cospetto di un pubblico adulto attento e competente, i giocatori esibivano la loro abilità. C’erano quelli veramente bravi, beniamini di un folto gruppo di tifosi.

Vita dura per chi doveva far il giudice. Il pubblico era anche lì ad aspettare una diatriba per l’assegnazione di un punto

Compito molto delicato, verificare qual era la boccia più vicina al pallino. Lo strumento era la classica bacchetta, con cui il giudice traguardava le due circonferenze pallino bocce e decretava di chi era il punto.

Con un mormorio o esplicite, comunque sempre durante lo svolgimento di una partita, non mancavano le accuse di favoritismo rivolte al giudice. La sportività non esisteva nessuno si complimentava per la vittoria avversaria

Al termine del gioco le discussioni duravano anche più delle partite stesse.

Questo eccessivo agonismo, aumentò il sospetto che ci fosse qualcosa di indicibile che si celava con il risultato finale di quelle partite.

Per fortuna c’erano anche quelli spesso ex giocatori, che mal sopportavano l’eccessiva spettacolarizzazione di questo gioco

L’ Insegnè Bagliettu quellu du Ciantè de Vase in estate, era in vacanza au Sciascè, già di bocce giocatore, era un assiduo frequentatore e animatore delle serate sassellesi, ma sempre discreto e rispettoso con tutti.

La sua fu una presenza costante in questo paese, abitava in località Montessoro.  La moglie a Vase era chiamata a Sciascellea.

Non disdegnava far qualche partita, ma era anche un buon spettatore e un consiglio da lui era sempre bene accetto.

Nei Cantieri Baglietto a Varazze era uso farsi tutto in casa le uniche lavorazioni fatte al di fuori dello stabilimento erano le cromature e i cordami per il resto era tutto Made in Baglietto. Tutti i mestieri erano rappresentati in quel grande Cantiere che diede vanto e lustro a Varazze.

Stava cambiando il mondo ogni cosa diventava sempre più complicata ed esasperata.

Anche una semplice partita a bocce.

L’insegnè era uomo di scienza, abituato alle innovazioni e a risolvere ogni problema con la tecnica e l’intuizione.

Amico di Angelo uno di quei giudici da campo, appassionati di quel gioco ma sempre eccessivamente contestati.

L’insegnè pose termine alle quelle diatribe e facilitò il compito al suo amico, facendo costruire dall’officina meccanica dei Cantieri, questo bell’oggetto e lo regalò ad Angelo.

Un ricordo ben conservato, di quel suo grande amico, l’Insegnè.

 Un doppio compasso, per determinare ai decimi di millimetro la distanza tra boccia e pallino.

L’attrezzo incuteva rispetto e fiducia nell’operato del giudice.

Si attutirono anche quelle violenti discussioni in tu Burgu durante e dopo la partita.

Chissà quante volte, questo strumento avrà risolto o complicato l’esito di un confronto.

Sarebbe bello a completamento di questo articolo, sapere chi ha materialmente costruito questo pregevole manufatto.

C’è qualcuno, fra gli ex dipendenti dei Baglietto, che ricorda questo compasso per gioco da bocce?  

U Cunpassu da Bocce è di proprietà di Angelo Pernthaler.

Angelo e Ornella sun maiu e mugè!

foto dal Web e Archivio Fotografico Varagine.

U Bambin de Praga du Castè

La prima domenica di settembre si celebra la festa del Bambin di Praga.

La Cappella del Castè

I toponimi castè, castellaro ecc. indicano la presenza in tempi remoti, sulla sommità dei nostri bricchi di posti di osservazione e di difesa.

Al cospetto di panorami di incomparabile bellezza.

Raggiunta la vetta di un monte con questo toponimo, troveremo tracce di insediamenti umani, resi evidenti dalla presenza dei soliti Muggi de Prie.

Erano i Castellari insediamenti dell’antico popolo dei Liguri.

https://www.valdivara.it/it/cultura/il-patrimonio-culturale/castellari-liguri

Terminata la loro funzione, le pietre dei Castellari sono state riutilizzate per altre costruzioni, di solito luoghi di culto, o abitazioni, ma anche posti di osservazione o di difesa militari della seconda guerra mondiale.

Si è perso così per sempre un grande patrimonio storico.

 Superato l’abitato di Alpicella in direzione della Ceresa c’è la cappella, dedicata al Bambin di Praga, edificata sopra uno spuntone roccioso denominato u Castè in località Praè.

Questa cappella fu edificata da Giuseppe Damele, in memoria del figlio Francesco perito nella guerra di Libia nel 1912.

La cappella fu dedicata, al culto del Bambin di Praga a cui Giuseppe Damele, affidò la vita di altri due figli, al fronte nella prima guerra mondiale.

Ha una singolare struttura ottagonale opera di GB Ratto dell’Alpicella.

All’interno tra le foto anche quella di Francesco Damele

Molto suggestive le messe all’aperto al cospetto di un panorama eccezionale.

Il monte Greppino incombe minaccioso.

L’incendio di qualche settimana fa ha raggiunto u Castè.

Prima di lasciar questo bricco, mi siedo su una delle panche in muratura a lato della Cappella, rivolte verso l’abitato di Alpicella.

Chissà quante persone saranno state qua, durante una cerimonia, una di quelle messe all’aperto, preceduta dal suono della campanella e poi in un momento conviviale, consumando un pasto al sacco, voci, volti, risate e pianti di bimbi, uomini e donne con il vestito quello della festa, persone anziane sorrette da un bastone o dal braccio di un figlio.

Ma au Castè ci vanno anche le persone da sole, quando regna il silenzio di questi grandi spazi, per una preghiera per qualcuno o per qualcosa.

O solo come me, per contemplare questo panorama, incredibilmente immenso.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

In questa solitudine, mi ritrovo a pensare a quanto mi mancano le persone care, che non ci sono più e che vorrei ora accanto a me, seduti su questa panca.

Un amico che mi ha lasciato troppo presto e mio papà, portato via da una malattia.

Oggi è il 3 settembre, sarebbe stato il tuo compleanno papà, ma è da tanto tempo che non lo festeggiamo più.

Mi manchi tanto.

Ciao Gino.

U Rianellu

U Rianellu è da sempre il confine naturale fra Castagnabuona e Cantalupo.

Oggetto di vecchie dispute, sull’utilizzo delle sue acque da parte dei Siaule’ e dei Ravanetti.

L’attraversamento del suo alveo, per entrare in “territorio nemico”era visto come una provocazione, capace di scatenar feroci reazioni!

Il Rianello è citato nelle fonti storiche, relative ai combattimenti avvenuti ad aprile del 1800 presso il Monte Croce, tra i francesi comandati dal generale Massena e gli austroungarici .

Nasce tra il Briccu Riundu e i Cien di Cantalu, al confine con il comune de Sele.

Il suo percorso è breve, ma capace di una grande portata d’acqua in caso di violenti nubifragi.

Nel suo tratto finale attraversa le ex località Buschettu e Biagin.

Senza dubbio, questa è la zona della città, più stravolta a seguito delle costruzione di due autostrade, una strada comunale e una ferrovia.

U Rianellu riceve le acque dei rii Mascea e Gurfu che a loro volta raccolgono le acque del monte Sucau e poi il rio Leassa da Lenche’, nella foto pietre di confine presso u Rian du Gurfu sul Monte Sucau.

Dopo l’Arzocco è il corso d’acqua più tombinato della citta’.

Le sue acque, sono regimentate, da tre condotte sotterranee.

Dopo una prima tombinatura, il Rianello scorre in un breve tratto scoperto, poi, sparisce alla vista, presso la località Boschetto

E nelle viscere della terra, questa seconda tombinatura, compie un’ampia curva, passando sotto ai due rami autostradali, per poi riemergere in un tratto a pelo libero, prima di tuffarsi ridotto di sezione, in un’altro inghiottitoio, che passa sotto alla sede ferroviaria e alle due via Aurelia, sfociando poi in mare nella darsena degli ex cantieri Baglietto.

Nelle foto il Rianello al Boschetto.

Un bell’ambiente lacustre, accessibile da un’acclive pendio, dove sono visibili diversi manufatti, che testimoniano, l’utilizzo in antichità di questo corso d’acqua, per uso irriguo degli ex orti del Boschetto e dei Biagini.

Chi era bambino o già adulto, prima dello scempio autostradale, ricorda le zone del Boschetto e dei Biagini ,come due belle zone verdi, con terrazzamenti e i canali per l’irrigazioni delle coltivazioni.

Il Rischio Idraulico

Nel nostro sottosuolo possono celarsi potenziali pericoli per la nostra comunità.

Il termine “tombinatura” denomina il tratto finale di tutti i rii minori, una discutibile soluzione, quella di far sparire alla vista, i corsi d’acqua per favorire l’espansione edilizia.

Le condotte sotterranee degli affluenti, che sottopassano i centri urbani, dovrebbero essere soggette a misure di monitoraggio/prevenzione, per la probabile presenza di detriti, che possono diminuire sensibilmente la portata delle acque e per il potenziale pericolo delle erosioni.

Alcune sono strutture in cemento armato sono vecchie di parecchi decenni, altre giacciono sepolte da secoli, sotto ai nostri piedi.

Che cosa si cela al loro interno?

Servono verifiche, da effettuare, tramite l’ausilio di personale specifico per operare in questi luoghi, formato per operare in ambienti confinati, come prevedono le norme legislative.

Occorre avere una visione complessiva di queste strutture, per la prevenzione delle conseguenze dei nubifragi.

Sono in atto significativi cambiamenti climatici, con il fenomeno delle tempeste autorigeneranti e le bombe d’acqua.

Oggi non è più il Teiro, a far paura, ma le strade, che a causa delle tombinature tutte sottodimensionate, diventano vere e proprie vie d’acqua, capaci di notevoli danni e pericoli per l’incolumità delle persone.

L’eccessivo accumulo di detriti, legname e altri rifiuti, all’interno di queste strutture nascoste alla vista, possono ridurre significativamente la sezione di una condotta o di una tubazione.

E’ quello che avvenne, il 4 ottobre 2010, quando in via Scavino è esondato il Rian da Riva, fuoriuscito dalla sua tombinatura finale, incapace di contenere quell’imponente massa d’acqua precipitata sul monte Sucao e scesa a valle con una velocità impressionante.

Il suo naturale sfogo in Teiro, fu ostacolato da detriti, che crearono l’effetto diga nella curva.

Le acque esondate si riversarono verso la parte bassa di via Scavino e in parte verso i Busci.

Quando via Scavino l’ex via Montegrappa, era una strada sterrata, io con mio padre e a turno i vicini di casa, in questa curva, all’approssimarsi del periodo autunnale o dopo un temporale, si lavorava picco e pala a manteneva in efficenza un surcu, che convogliava le acque in Teiro.

Poi il rian da Riva sparì, nella sua tombinatura

E’ molto probabile che all’interno della condotta, in prossimità di una curva ci sia una riduzione della portata, dovuta al trasporto solido che si è accumulato negli anni.

Conosco bene quella condotta, appena era stata costruita, noi bambini ci avventuravamo al suo interno, armati di pila e di voglia di avventura.

Gli adulti, approffittando della nostra agilità, ci chiedevano notizie inerenti lo stato interno della condotta finale del rian.

Noi bambini fieri di essere finalmente considerati utili, ci prodigavamo a sospingere fuori dalla tubazione, terra pietre e rami.

Gli adulti ci ringraziavano, con qualche soldino, o un pezzo di focaccia.

Come piccoli ometti, eravamo fieri, di avere fatto qualcosa di serio e importante per quella nostra piccola comunità.

Questo avveniva 50 anni fa! Poi più nessuno si è addentrato all’interno di quella condotta.

Ho visto, che cosa può accadere in pochi minuti, a seguito di una bomba d’acqua, come quel giorno d’ottobre del 2010.

E come tutti quelli, che erano presenti, quando una massa liquida precipitò al suolo e si sostituì all’aria che respiriamo, passo le notti insonni, durante un temporale, a guardare quanta acqua sta scendendo da via Scavino.

Un Dodge a Ciampanu (n°3)

Un giorno di primavera, Beni abbandonò il lavoro a Ciampanù.

“Mi devu a me vitta a un po de stivè!”

A Beni è successa una di quelle circostanze strane della vita.

Spesso neanche si indaga del perché uno è scampato alla morte, si grida al miracolo.

Più bello pensare che c’è qualcheduno nell’aldilà che ci protegge.

E se succede una disgrazia allora era destino.

Meglio però sempre indagare e fare in modo che certe cose non accadono piu

La regola universale è quella di “trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato e viceversa”.

Era arrivata la primavera quella del 1956, nel Lurbasco le strade erano finalmente sgombre da neve

La settimana non era ancora finita, ma Beni doveva ritornare a casa a Sciarborasca aldi là dal Beigua.

C’era ancora qualche residuo di neve sul Beigua la terra era zuppa pregna di acqua che usciva che sgorgava da ogni parte, in alcuni punti c’era da attraversare impetuosi corsi d’acqua di disgelo

Gli fu consigliato di prendere la corriera di buon mattino.

Sarebbe partito a piedi con il buio, da Ciampanu per arrivare a Urbe, ma poi poteva starsene seduto comodo sul pullman, continuare il sonno interrotto, volendo poteva portarsi qualcosa da mangiare, come facevano in tanti, d’altronde erano interminabili quelle due ore e forse più, di viaggio tra curve saliscendi fermate e cambi di corriera.

Non esisteva la viabilità attuale, dal passo del Turchino c’era solo una strada militare che arrivava fino a forte Geremia.

 Gli anziani ricordano l’arcivescovo Siri, originario di Urbe, negli anni 60 che si fece promotore di una strada per veicoli a motore, per unire Voltri, Masone con l’Alta Valle Orba, passando da quel stupendo scenario naturale che è il Passo del Faiallo .

Il tragitto per Genova nei primi anni del Secondo dopoguerra per chi abitava nell’Alta Valle dell’Orba era molto lungo, da Urbe si andava in direzione di Rossiglione, Ovada, Masone Turchino e Voltri.

Arrivati a Genova si cambiava mezzo di trasporto con le Autolinee Lazzi, per arrivare fino a Cogoleto poi Sciarborasca, ancora almeno un’ora da sommare alle altre del tragitto S.Pietro d’Olba – Voltri.

Ci voleva troppo tempo, se fosse passato da Cian Ferretto anche a piedi avrebbe fatto molto prima.

Sarebbe partito a metà mattinata per essere prima di mezzogiorno a Sciarborasca.

Beni aveva da poco acquistato un bel paio di stivali in gomma di quelli a mezza gamba e con quelli poteva affrontare qualsiasi tipo di intemperia.

Ringraziò Olga la moglie di Franco Siri che gli aveva consigliato il viaggio in pullman ma aveva i stivali di gomma e preferì, stracuò u Briccu, passare per Cian Ferretto.

 “Mi devu a me vitta a un po de stivè!”

Con il senno del poi possiamo dire che quelle calzature probabilmente salvarono veramente la vita a Beni.

Quel giovedì 5 aprile del 1956, piovigginava e per cause non ben chiarite, forse per eccessiva velocità, la Freccia del Turchino l’autobus su cui doveva salire Bene, proveniente da Masone e diretto a Genova, uscì di strada, poco dopo aver oltrepassato il tunnel del Turchino e iniziato la discesa verso Voltri.

All’uscita di una curva l’autista perse il controllo del mezzo che urtò contro la scarpata, si capovolse e precipitò in un canalone con un volo di 50 metri.

Nell’incidente morirono 10 persone.

Tutti operai di Masone che si recavano al lavoro a Genova, nell’impatto perirono anche l’autista e il bigliettaio, i feriti furono 25.

Oggi a lato di quella curva un cippo ricorda quella tragedia dove perirono quei 10 lavoratori.

Beni non ritornò più a Ciampanu, alla guida di quel Dodge a far vita grama su quelle strade sconnesse, con i rigori dei lunghi inverni, le grandi nevicate e altrettante gelate, a caricare e scaricare il camion con una pala nel greto di un fiume.

Quel pomeriggio, di quella tragica giornata, Beni prese accordi per andare a lavorare alla Stoppani.

Il suo nuovo autocarro fu un Lancia Esa Tau.

“U l’ea grande e grossu ma quandu u vedeiva na salita…u se truvava puia”

Ma questa è un’altra storia.

Ho consegnato copia di questo scritto a Beni, un pomeriggio di fine agosto, per le ultime correzioni e modifiche.

Sono rimasto un’oretta con lui a parlar di quel suo primo lavoro alle prese con il Dodge de Ciampanu, mi ha offerto un bicchiere di buon vino bianco frutto di un’innesto tra moscato e uva francese Maluea di tante altre cose.

Beni aveva un suo grande amico collega, insieme a lui in ta Tubi Ghisa un brav’ommu che era capace a far di tutto u Gino …mio papà 

foto dal Web

U Dodge de Ciampanu (n°2)

Serviva di tutto in quell’angolo di mondo del Lurbasco, inerti sabbia gea, prie, muin, butti e damisciane de vin e tanta legna.

 Anche animali da pascolo e da macello, non ultimi gli arredamenti di qualche trasloco

La sabbia era caricata da Beni e da Franco a mano con la pala, direttamente e senza alcuna autorizzazione, prelevandola nelle anse del fiume Bormida a Melazzo

L’autocarro con una capienza di circa 4 mc non aveva il ribaltabile e anche lo scarico era effettuato a mano.

Beni con il Dodge trasportò i tralicci che sostituirono i vecchi pali in legno, della linea elettrica del Cotonificio Ligure.

Quando la batteria si esaurì non fu sostituita e così l’avviamento era effettuato con la manovella.

Anche il Dodge come tutti i mezzi militari Made in USA era robusto affidabile e sovradimensionato, a memoria di Beni non subì mai guasti significativi.

Aveva in dotazione l’argano utilizzato in più di un’occasione assicurato ad un grosso albero per trainare il Dodge fuori da un pantano o da un fosso.

Furono inverni particolarmente inclementi, quelli degli anni 40/50 con la formazione di spesse coltri di neve, alte in certi punti anche due metri, da spalare a mano per far avanzare l’autocarro.

 Se si spezzava una catena doveva essere riparata sul posto.

A volte si restava bloccati e non si riusciva ad avanzare a causa  dell’eccessivo strato di neve, allora l’autocarro era lasciato in strada, previo svuotamento del radiatore di raffreddamento, e il giorno dopo si proseguiva nell’impresa.

Quando l’appannamento annullava completamente la visibilità i vetri del parabrezza erano liberati dal ghiaccio con uno straccio imbevuto di urina umana.

Il motore 4000 cc di cilindrata aveva una potenza limitata a 80 CV ma i consumi di carburante erano imbarazzanti.

L’autocarro fu in seguito alimentato a gas tramite comuni bombole di GPL.

Beni abitava a Sciarborasca dall’Isulun quando doveva ritornare a casa a piedi da Ciampanu, stracuova u Briccu oltrepassava il Beigua, saliva a Cerisole, arrivava a Cian Ferettu, scendeva verso la località Beretta, passava dalla Ca de Paulin, Frascelloa, Scaggiu, Nasciu, e poi all’Isulun de Sciarborasca.

Facendo questo tragitto e conoscendone le scorciatoie Beni riusciva ad arrivare a casa in circa due ore e mezza.

Vicevera per arrivare a Ciampanu partendo da Sciarborasca ci volevano non meno di tre ore.

Il servizio di trasporto pubblico era eccessivamente lento specie in caso di abbondanti nevicate

La neve era un grande ostacolo ma le vie principali e i sentieri del Beigua erano battuti anche d’inverno.

Erano in molti ad attraversare il Beigua per lavoro.

Lo facevano regolarmente almeno un paio di volte la settimana i dipendenti del Cotonificio Ligure a Fabrica, che dalle località della Val Orba raggiungevano la nostra città seguendo le antiche vie de Lese.

Da Ciampanu proseguendo per u Cavalletto, Crusce de Vie, Priata, Russoa per arrivare alle Faje e scendere a Varazze seguendo la Via Gianca.

Beni ha buona memoria e mi racconta di altre cose di quel suo primo lavoro.

foto dal Web e dalla mia Galleria il Dodge nella foto è di proprietà di Giovanni Anselmo