U Beo de S.Giacomo

Dicembre 2021

Una mirabile opera idrica, lunga ben 4.800 metri, fu scavata a mezza costa dei versanti, che degradano verso il torrente Arrestra, verosimilmente nel XIV secolo, per irrigare quella grande terrazza naturale dei Piani di S.Giacomo.

A partire da un’invaso naturale, che forma il torrente Arrestra in località Bossareo – Mugiarina, in sponda destra del fiume, fu scavato un beo, canale d’acqua che seguendo i frastagliati contrafforti dei Bric Berlese, Meazze e Beffadosso dopo circa 5 chilometri raggiungeva la zona prativa e coltiva dei Piani di S.Giacomo.

Facciamo un salto indietro nel tempo in quel vasto territorio dai Piani d’Invrea ai Piani di S.Giacomo.

 Fu Maria Del Bosco, che il 9 febbraio del 1192 donava a fra Damiano della Badia di Tiglieto, il vasto comprensorio detto del Latronorio, che comprendeva, la Punta d’Invrea e la valle dello Spurtigiò, perché vi edificasse una chiesa, che sarà poi S.Maria in Latronorio, un convento, ed un’ospedale.

La donazione in realtà fu una dannazione! Troppo arduo debellare il crimine da quella zona malfamata che in alcune carte topografiche dell’epoca era chiamata Sodomia, periglioso anche il navigare in quelle acque con le scorribande dei pirati che avevano un loro covo nell’insenatura del Portigliolo, briganti e malviventi infestavano anche le foreste del Latronorium.

E’ scritto che fu la popolazione locale e degli armigeri al soldo dei Del Bosco che diedero manforte ai monaci e dopo ben diciasette anni di scontri armati, riuscirono nell’intento di rendere più sicuro il Latronorium .

In sponda sinistra dello Spurtigiò, ai Piani di S.Giacomo, preesisteva un eremo/ospizio sulle cui fondamenta fu eretto nel 1100 un Monastero dei Vallombrosiani, dedicato a S.Giacomo. I monaci erano provenienti dal Monastero di S.Bartolomeo del Fossato di Genova

Il nome del santo evoca un probabile punto di accoglienza per i pellegrini in viaggio verso Santiago de Compostela, qui arrivava dopo il ponte della Maddalena, sul torrente Arrestra, una mulattiera.

Il comprensorio Invrea S.Giacomo a metà del 1500 a seguito della guerra fra Carlo V e Francesco I fu soggetto nuovamente a scorrerie dei pirati e il Latronorium diventò ancora una volta rifugio di tagliagole.

L’Ospedale di Pammatone di Genova che aveva la mansione di S.Maria in Latronorio, la cedette in affitto con la formula dell’enfiteusi, al marchese di Invrea a cui subentrò per via parentale il principe Carlo Centurione.

Stessa sorte in sponda sinistra per il Monastero di S.Giacomo in Latronorio che pervenne nelle proprietà Invrea /Centurione.

La Chiesa già in stato di abbandono fu gravemente danneggiata ad aprile del 1800, durante la seconda campagna d’Italia di Napoleone.

E’ da presumere che le grandiosi e geniali opere idrauliche che ancora oggi conducono l’acqua, per uso irriguo, nel comprensorio Invrea e S.Giacomo furono realizzate nel periodo di conduzione del convento del Latronorio da parte dei monaci Cistercensi e dei Vallombrosiani, fondatori del monastero di S.Giacomo in Latronorio e ampliate e perfezionate, dopo il 1500 con l’avvento degli Invrea Centurione.

Sono tre, le grandiosi opere idrauliche che garantivano il fabbisogno idrico potabile e irriguo, del comprensorio di Invrea e S.Giacomo,

U Beo de Gambin, che prelevava l’acqua dall’omonimo rio delle Faje, passando sopra il Muagiun e con un percorso pressochè scomparso, irrigava la zona della Ramognina e poi confluiva nella Valle dell’Arzocco per conferire la sua acqua nella diga dell’Acqua Ferruginosa

U beo de S.Giacomo che prelevava l’acqua dall’Arrestra e la portava ai Piani di S.Giacomo.

E infine il beo dell’ Invrea che prelevava l’acqua dalla Ciusa dove confluiscono il Rio della Ciusa e l’Arenon e la convogliava nel comprensorio d’Invrea.

U beo de S.Giacomo e quello d’Invrea, sono stati sostituiti da tubazioni messe in opera all’interno del canale, un tempo solcato dall’acqua e sono ancora in uso oggi a scopo irriguo/potabile.

 Chi ebbe in primis l’idea, l’intuizione di come rendere fertile quelle zone e poi di essere capace di mettere in pratica e di realizzare quei grandi progetti, furono senza dubbio i Cistercensi e i Vallombrosiani, entrambi questi ordini monastici erano famosi per la padronanza dell’ingegneria idraulica a loro si deve lo sfruttamento dell’acqua corrente, utilizzata negli opifici che sorsero in gran numero lungo il corso dei torrenti nel nostro comprensorio.

Ringrazio Gianpiero Quagliati che mi ha guidato qualche mese fa, presso l’opera di presa, in località Bossarea, qui da un’invaso naturale in sponda destra dell’Arrestra iniziava il Beo de S.Giacomo.

Nel beo, l’acqua scorreva a pelo libero, con una pendenza regolare del 5×1000.

Il canale era soggetto a continue manutenzioni, specie nella parte iniziale, per gli apporti solidi provenienti dall’opera di presa, qui è ancora infissa una pietra che fungeva da scolmatore, erano soventi le occlusioni a seguito di movimenti franosi, che occludevano la condotta con conseguente fuoriuscita di acqua.

Servivano frequenti ispezioni del canale d’acqua, questa attività era effettuata dai figli dei contadini, spesso ancora bambini che risalivano il canale fino all’opera di presa, effettuando operazioni di pulizia del beo.

Solo quando si è al cospetto di questa grande opera ci si rende conto dell’immane lavoro che è stato effettuato!

Scavare un canale erigere i muri di sostegno per aggirare i costoni rocciosi contenere con altri muri gli smottamenti alla base di ripidi pendii, tutto effettuato con la sola forza umana!

 E poi costruire il beo con calce e pietre far scorrere l’acqua mantenendo costante la pendenza per circa 5000 metri!

Con Gianpiero percorriamo un tratto di beo dall’opera di presa fin quasi la località da Mugiarina, lui ha collaborato all’amministrazione del consorzio irriguo dei Piani di S.Giacomo e mi racconta le varie vicissitudini con la necessità di continue manutenzioni, necessarie per mantenere efficienti le tubazioni, in primis il formarsi di bolle d’aria, che bloccavano il deflusso per caduta dell’acqua e non ultimo il fenomeno dell’apparato radicale delle piante che penetrato nelle fessure dei giunti della tubazione, ostruiva la sezione

 Negli anni 71-72 all’interno del canale fu messa in opera una tubazione in PVC del diametro di 125mm.

Nel 1981 per potenziare l’apporto idrico a seguito della lottizzazione dei Piani di S.Giacomo fu posata dall’impresa Bennati con l’ausilio di un elicottero, un’altra tubazione in PEAD del diametro di 90 mm

Il 10 settembre 2001 un furioso incendio devastò tutto l’entroterra della nostra città, della valle Leistra, Arrestra, S.Anna, u Desertu, u Miagiun, Casanova, valle dell’Arsoccu, a Guardia, Vignetta, Invrea S.Giacomo, 80 ettari di boschi e praterie furono ridotti in cenere.

Il Quagliati eseguì il giorno 11 settembre 2001, un dettagliato sopralluogo, per quantificare il danno subito dalle tubazioni lungo il beo di S. Giacomo.

Fu un sopralluogo impegnativo, di difficile accesso, alle opere idrauliche, su di terreno molto acclive e accidentato, innumerevoli tronchi e rami carbonizzati erano riversi lungo il percorso del canale.

Nella sua dichiarazione, è riportato l’esito del sopralluogo, che evidenziò il danneggiamento da incendio, della tubazione in PEAD da 90 mm, che in buona parte aveva resistito, ma erano necessarie almeno una cinquantina di riparazioni, con sostituzione di alcuni tratti di tubazione.

La tubazione in PVC da 125mm, già riparata diverse volte, per la penetrazione di radici all’interno della condotta, dopo circa 1000 metri era interrotta e se ne consigliava la sostituzione.

Oggi il canale è ricoperto, dove possibile, a scopo protettivo, da un sufficiente strato di inerti, per tutta la sua lunghezza e visivamente se ne perdono le tracce.

A Beffadosso è ancora visibile, un altro Muagiun, che manteneva in quota il canale d’acqua, prima dei Cien de San Giacomo

Nel Muagiun, a metà degli anni 70,fu aperto un varco demolendo una parte della  struttura, per la costruzione di una strada di accesso all’impianto di betonaggio, posizionato nella sottostante località del Mulinetto, questa viabilità accorciava di molto il tragitto, per i costruendi viadotti Arrestra e Portigliolo

Da accordi con la proprietà Bennati-Invrea come contropartita la Società Autostrade, costruì una vasca di accumulo di 800 mc, che alimenta per uso irriguo, la località Piani di S.Giacomo.

Ma chi ha, materialmente scavato nella roccia, eretto terrapieni e muri di sostegno, per realizzare queste grandiose opere idrauliche?

Anche in questo caso si è perso la memoria del territorio, ma un è evidente lo strapotere religioso capace di costruire grandi opere, manufatti in pietra opifici canali d’acqua, che hanno permesso di radicare nel territorio del nostro comune molte delle attività che caratterizzavano Varazze, di queste industrie, coltivazioni e delle testimonianze di un passato laborioso e geniale dei nostri avi, non rimane più nulla, scelte politiche, rivoluzioni produttive e di mercato hanno azzerato la manifattura di Varazze.

Badia di Tiglieto

L’ordinamento monastico, prevedeva diverse figure, i monaci erano perlopiù dediti alla contemplazione e allo studio, trascrizione e scrittura, poi c’era la categoria dei conversi che potevano partecipare alla preghiera e alla vita clericale, ma erano illetterati, una categoria che mai poteva ambire ad un ruolo parificato ai quello dei monaci, erano lasciati in una condizione di inferiorità, al servizio dei clerici di rango superiore.

Monastero di S.Bartolomeo del Fossato

La vita lavorativa nei monasteri era organizzata in officine, il cui monaco titolare, ma anche il converso, poteva avere alle sue dipendenze degli aiutanti, che potevano essere altri conversi o aiutanti, inservienti e squatteri, da compensare con poca spesa.

Quando la mole di lavoro era tale, come in certi periodi dell’anno, ad esempio, durante i raccolti o a causa di eventi eccezionali, e queste attività non potevano essere svolte, con le sole figure, presenti all’interno della comunità monacale, allora si attingeva dalla forza lavoro locale, salariati assunti, , che ogni mattina bussavano alla porta del monastero per cercar lavoro.

Ma per difendere l’autonomia del monastero e per ragioni economiche, c’era ancora una categoria intermedia, quella dei famuli, che vivevano all’interno o nelle vicinanze del monastero erano accettati alla mensa dei monaci, dovevano rispettare le regole a loro imposte di castità, di cieca obbedienza e potevano essere espulsi in ogni momento, non percepivano alcun reddito, erano molto spesso dei donati, figli minorenni, affidati ai monaci dalle famiglie, perché fossero educati con l’esempio del Ora et Labora, ma anche a seguito di un qualche evento soprannaturale o magari per una grazia ricevuta.

In mancanza di testi storici testimonianze ecc. oggi non si può affermare che un simile sistema gerarchico fosse presente anche presso il monastero di S. Giacomo.

Conclusioni

Oggi per noi Homo Ludens, queste grandi opere, possono sembrare incredibili irrealizzabili, senza il supporto della tecnologia, non abbiamo più memoria, neanche di un passato recente, quando i nostri vecchi, dau sciumme da un boscu e da e fasce, tiavan sciu de niè de figgi.

Solo se si percorre anche solo un tratto di questo canale d’acqua, ci si rende conto dell’enormità di questa opera, costruita in anni di duro lavoro, in certi punti, chi era a costruire i sostegni in pietra del canale, doveva essere assicurato con corde, per non precipitare nel vuoto, i grandi massi, erano aggirati o spaccati sul posto, gli unici attrezzi erano mazze, punte, picco e pala

E poi una storia vecchia come il mondo, sempre attuale anche ai nostri giorni, chi ha scavato e tirato su muri di pietra, chi si è spaccato la schiena in Val Leistra, era tutta povera gente, bestie da soma a camallò e impillò de priee poi chi doveva mantenere il canale pulito da terra erbacce e tamponare le falle erano i bambini già in età da lavoro, per un frugale pasto serale, consumato nella mensa del monastero, cantando le lodi del creato.

Ringrazio Gianpiero Quagliati per la sua cortese disponibilità, le notizie tecniche e storiche del Beo di S.Giacomo, le foto e gli articoli di giornale pubblicati a seguito dei devastanti incendi del 2001 e 2007.

U Pasciu

In tu Pasciu, a ghe sempre steta na bitega du pan.In sta fotu di anni 30, un figgio’ cuntentu, cun un cagnettu, sligo’ da so cadena e cun un belu toccu de figassa in man! Au barcun da bitega g’han missu u scuu. Dere’ au figgio’ ghe na corba pe u pan e na cascetta pe a verdua. In tu mesu de sta bela fotu, l ‘umbra du mattatoiu, che u nu ghe ciu’.In fundu u ghe n’ommu, seto’ in se na posa a piggiou u su, du doppupransu, in te un postu che ou ciamma u Ciou.

Il toponimo, Parasio, in zeneise, Pasciu o Parasciu, deriva dal romano Palatium, con il significato di torre, fortezza. Una campagna di scavi archeologici, ha evidenziato sul colle di S.Donato, un insediamento romano.

Anche se, non sempre è possibile tradurre i toponimi, per curiosità, dai dizionari Zeneise – Italiano, emergono altre definizioni, Paraxo, palazzo mentre invece se traduciamo Pasciu, pasciun, diventa lunga predica religiosa!

Molto utile, la bella pubblicazione “Toponimi del Comune di Varazze” edito dalla Società Savonese di Storia Patria, a cura di Ernesto e Renato Arri, Furio Ciciliot e Francesco Murialdo, quest’opera è anche un caro ricordo del compianto Mario Damele, che ha collaborato nella ricerca storica dei toponimi.

Con le cartine topografiche allegate, possiamo dare un nome ai confini du Pasciu.

Bocino, (Bosin) Contrada Bussi, (i Busci), la Soria, (u Suia), il Balietis, (Baglietto o i Bagetti) Sancti Michaelis ( l’attuale colle di S.Donato) la contrada Tirri, ( dau Muin a Vapure) (iI Tirri era probabilmente primo nucleo abitativo di Varazze) e Via Bianca ( l’antica via romana seguiva l’attuale percorso della via Bianca e arrivava sul colle, per poi proseguire, scendendo verso il borgo Tirri)

La località Parasio, non è presente nella sopracitata pubblicazione toponomastica, di epoca medievale.

Il nostro mondo da bambini, era tutto lì, “dove il Teiro compie l’ultima curva intorno al Colle di S.Donato” ( cit.” Olio di Oliva e Cotone) per poi scorrere diritto verso il mare

U Pasciu, S.Dunò,ecc. m’han vistu figgiò, con i amisci, a scurratò in ti boschi, zugò in ta sciumea e a tiò dui casci a un balun sgunfiu, dau campusantu vegiu.

In questo sciu da Teiru, in tu Pasciu, c’erano molte attività, appena oltrepassata la salita du Puntin, a sinistra il grande edificio del Mattatoio Pubblico a destra la rivendita di alimentari e di sfusi dei Berio, proseguendo il bar trattoria della Besestra, dirimpettaia la Fonderia F.lli Granone, già Cantieri Baglietto, dove erano assemblati i Mas. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel tentativo di colpire la fabbrica dei Mas, fu sganciato dagli alleati, un grappolo di bombe, alcune esplosero, senza colpire l’obiettivo e alcune di quelle inesplose, sono state ritrovate, durante dei lavori di rifacimento del muro di sostegno della strada, eroso a seguito del disastroso nubifragio del4 ottobre 2010.

Oltrepassata la stazione di trasformazione ENEL, c’era il frantoio di inerti, dei Cerruti, i Bin, con il deposito di ghiaie, parcheggi mezzi d’opera, automezzi e officina

Si oltrepassava il Teiro sopra u Punte du Rissulin, un’infrastruttura mal concepita, che era un costante pericolo, ad ogni piena del Teiro, l’impalcato faceva da diga a tronchi e ogni cosa che trasportava il fiume, facendolo esondare, allagando così le zone circostanti.

Se non era il ponte, a far esondare il Teiro ci pensava più a monte, il Turtaiò de Gambun.

Rissulin, era il soprannome di Bartolomeo Perata, che in sponda destra del fiume aveva una segheria alimentata dal beo de Gambun.

Questa era la più grande segheria, azionata ad energia idraulica, del sciu da Teiru, vi lavoravano negli anni 30, circa dieci persone e nel periodo estivo, altrettanti ragazzi, per fabbricare le cassette in legno, per la frutta

A monte, fu costruito un’altro impianto idraulico e un capannone, dove furono trasferiti i macchinari principali della segheria dei Perata.

I vecchi impianti, dismessi furono dati in gestione ai Cerruti Saturnin, che vi fabbricavano i riccioli di legno per imballaggi, questa segheria fu poi venduta ai Dondo.

La zona in sponda destra, dove erano questi opifici, è detta dei Busci, con la soprastante omonima rocca, già cava di pietre.

L’ultimo opificio, alimentato dal beo de Gambun, azionava i macchinari di una piccola cartiera dei Cerruti poi Bossano di Voltri.

La cartiera fu poi acquistato da Gerolamo Delfino, il Fideà che la trasformò in molino e pastificio.

Il beo de Gambun alla fine del suo percorso, riempiva una peschea che tramite na sigogna, irrigava gli orti della Suia.

L’acqua, ritornava in Teiro per alimentare un’altro beo.

In questa zona, A Ciusa da Besestra sbarrava il fiume

In sponda sinistra, si dipartiva, dalla Ciusa da Besestra, il beo più lungo del sciu da Teiro, che alimentava tutti i restanti opifici dell’asta del Teiro, fino ad arrivare al mulino di Valle, Pantellin, presso la chiesa dell’Assunta. Con due diramazioni, il beo, irrigava gli orti da Caminà e quelli da Lomellina.

Notevole, la concentrazione di opifici, nella zona denominata Muin a Vapure, in questa manifattura, azionata da una macchina a vapore, si macinavano cereali e cortecce per colorifici, non si hanno altre informazioni su questo insediamento industriale, oggi ci resta il bell’edificio, con la sua ciminiera storta, sull’intonaco esterno, qualche anno fa era ancora leggibile, la scritta 1884, l’anno di costruzione.

Negli altri edifici, oggi archeologia industriale, si faceva un pò di tutto

C’era anche una zona, destinata alle coltivazioni, gli Orti du Gnarin.

Negli opifici dei Berio si estraeva l’olio dalle sanse. C’era anche chi faceva il sapone tipo marsiglia.

Si lavavano i stracci unti di grasso nell’impianto dei Righetti, per estrarre un olio lubrificante. Si costruivano imbarcazioni e non mancava una stalla per mucche da latte e un allevamento di maiali.

In tempi più recenti, sempre nella zona del Mulino a Vapore, c’era l’officina meccanica Toso, specializzata nella costruzione delle ruote idrauliche e i vari meccanismi per mulini frantoi cartiere del sciu da Teiru.

I fratelli Regnasco, marmisti avevano il loro laboratorio, U Pantellin la stalla per il suo cavallo, e poi c’era il grande deposito di rottami ferrosi di Alessandro Risso u Penolle.

Quando cessarono le attività lavorative, alcuni edifici, furono riadattati e adibiti ad abitazione.

U Muin Vegiu, oggi è l’ultima testimonianza rimasta a Varazze, di un passato laborioso, dove il lavoro e l’ingegno dei nostri concittadini, dava prosperità e vitalità al nostro territorio.

Gli edifici, compongono un suggestivo villaggio, fagocitato dalle piante

Ricordi da bambino, quando anche da lontano, s’udiva il rumore delle più diverse attività, qui tutte concentrate. Oggi regna il silenzio e il degrado di questi edifici, destinati alla rovina.

Mi chiedo, come è stato possibile, imporre delle scelte politiche, in una città da sempre laboriosa e capace di creare molti posti di lavoro, come era Varazze, scelte sbagliate, che hanno azzerato la manifattura nella nostra città.

foto Archivio Fotografico Varagine

A Fabrica e a Festa da Donna

Dipendenti del Cotonificio Ligure

Nell’Archivio Fotografico Varagine, nella categoria Industrie, alla voce Cotonificio, sono centinaia le foto che ritraggono le lavoratrici di quella grande manifattura la più grande del sciu da Teiru, a Fabrica, che per un secolo diede lavoro a molte famiglie di Varazze e del comprensorio.

Molte le foto dei festeggiamenti di S.Maria Goretti.

Giulio Robino il proprietario della Cotonificio Ligure S.p.A fece un pauroso incidente automobilistico, da cui usci praticamente illeso.

22 febbraio 1951 – Don Calandrone con il vescovo Parodi e il dr. Massone in visita al cotonificio

Profondamente religioso, Giulio Robino, volle ringraziare l’Altissimo e accettò il suggerimento del dottor Paolo Massone, stimato pediatra e uomo politico, di far coincidere e festeggiare la Festa della Donna il 6 luglio, celebrazione del martirio di S.Maria Goretti.

https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Goretti

L’input, di far coincidere, questa festa con quella di S. Maria Goretti, fu fatta nel 1950, dalle ACLI, Associazioni Cattoliche dei Lavoratori Italiani, come contraltare, alla Festa della Donna dell’8 marzo.

Si crede, erroneamente, che l’origine della Festa della Donna siano stato il terribile incendio in una industria tessile, la Triangle di New York il 25 marzo del 1911, dove morirono 123 donne di cui 39 erano di origine italiana.

Questa tragedia contribuì, in quel periodo storico, ad un’ondata crescente di scioperi e di manifestazioni per l’emancipazione femminile, iniziata gia qualche anno prima

L’8 marzo del 1917, ci fu la rivolta delle donne operaie di S.Pietroburgo, che protestavano per la fine della Prima Guerra Mondiale.

Questa fu anche la data d’inizio della Rivoluzione Russa che portò alla caduta dello zar.

Quella grande mobilitazione femminile in Russia, fu presa come simbolo dell’emancipazione femminile e nel 1921 fu istituita la Giornata Mondiale dell’Operaia da festeggiare l’8 marzo, adottata poi da molti stati come Festa della Donna.

Festeggiata anche in Italia per la prima volta il 12 marzo del 1922.

La Festa della Donna, fu definitivamente ufficializzata in Italia nel 1946.

Ma la concomitanza della Festa della Donna con l’inizio della Rivoluzione Russa, non fu gradito alla DC e al Vaticano e fu preso lo spunto, della santificazione di Maria Goretti, fatta nel 1950, da Papa Pio XII, per cercare di sostituire, la festa laica della donna, con quella religiosa di S.Maria Goretti.

Questo cambiamento, obtorto collo, fu comunque ben accolto dalla maestranze femminili del Cotonificio Ligure, che erano esentate per un giorno dall’attività lavorativa, questo rese più accettabile, l’imposizione religiosa a chi era di credo politico contrario.

Ogni anno, all’otto di marzo, le mimose, facevano comunque la loro comparsa, in ta Fabrica

Le foto parlano da sole, era una festa molto partecipata.

Giulio Robino per onorare il suo ex voto il 6 luglio durante i festeggiamenti consegnava il classico orologio d’oro ai dipendenti con più anni lavorativi.

Era anche una sorta di riconoscimento e di ringraziamento per l’opera svolta dalla mano d’opera femminile, che da sempre era di gran lunga maggioritaria all’interno del Cotonificio Ligure.

La Festa della Donna dedicata S.Maria Goretti fu celebrata, tranne per alcune vicissitudini aziendali, dal 1950, fino alla definitiva chiusura dello stabilimento, nel 1981 e coesisteva, all’interno del Cotonificio Ligure, con la Festa della Donna dell’otto marzo

Di questo episodio di storia della nostra citta, rimane il quadro di S.Maria Goretti, dipinto da Giuseppe Simonazzi che si trova nella Chiesa di S.Ambrogio.

Cotonificio Ligure. Altare temporaneo dedicato a
Santa Maria Goretti

Questo dipinto, era stato commissionato dalla madre di Giulio Robino, per grazia ricevuta dopo l’incidente occorso al figlio.

Messo all’asta dopo il fallimento della Società Cotonificio Ligure nel 1986 fu acquistato dal dottor Massone e poi donato alla Chiesa di S.Ambrogio.

foto Archivio Fotografico Varagine

cit. dal libro “Giuseppe Massone” di Paola Massone.

Il Cronovisore

Don Luigi Borrello

Il Cronovisore nella Colonia Albese di Varazze.

Viaggiare nel tempo è sempre stato un sogno degli uomini, ai primordi ci si affidava alla stregoneria, a maghi e fattucchiere, ma quelli erano specializzati nel prevedere il futuro, per avere contatti con il passato, serviva la scienza, l’avvento delle telecomunicazioni e nuove invenzioni!

Negli anni, si è perso il conto, di tutti quelli, che hanno affermato, pur senza nessun riscontro scientifico, di aver viaggiato nel passato.

Impossibile riassumere in un post, gli articoli di stampa, programmi televisivi ecc. di questa “pseudo scienza” ma basta cercare nel web, dove innumerevoli link, trattano questo argomento.

Non mancano gli interventi di scienziati, studiosi e pubblica opinione, molti gli scettici come il sottoscritto, altri invece, danno spazio a verità, opinabili, ma da cui traspare, il grande interesse, di una parte del mondo scientifico.

In questo post, racconto un episodio, avvenuto nella nostra città, relativo ad un Cronovisore, una macchina capace di intercettare i segnali, che il passato aveva lasciato sugli oggetti e che era installato nella Colonia Albese di Varazze.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cronovisore

https://www.fisicaquantistica.it/fisica-quantistica/il-mistero-del-cronovisore

Il centro culturale Ricerche Esobiologiche Gallieo di Parma, organizzò per i giorni 1-2 luglio del 2006, un tour nella nostra regione, alla ricerca dei siti suscettibili di indagini da parte degli adepti a questo ramo della biologia, che indaga sulle possibilità di vita extraterrestre, ma anche “Altri tipi di evoluzione intelligente che sarebbero possibili; per esempio l’aspetto paranormale che potrebbe, per qualche motivo avere avuto il sopravvento su quello tecnologico e i segnali che invierebbero essere di tipo telepatico e qualche sensitivo terrestre sarebbe in grado di riceverli”.Francesco Di Noto (Matematico – Premio Archivio di Documentazione Storica della Ricerca Psichica, Bologna 1994)

Prima tappa di questa incursione dei Galileiani, nella nostra regione fu la ricognizione sui luoghi “zanfrettiani” dove tale Piero Zanfretta, metronotte mentre effettuava il suo giro di ricognizione in località Marzano di Torriglia, nei pressi del passo della Scoffera, la notte del 6 dicembre 1978, fu rapito insieme alla sua Fiat 127 dagli extraterresti. i temibili e giganteschi Dargos!

I contatti alieni continuarono anche nei giorni successivi, la vicenda poteva terminare lì, il solito avvistamento di UFO, uno dei tanti, se non fosse che, alcuni metronotte, amici del Zanfretta, qualche giorno dopo esplosero dei colpi di arma da fuoco, contro una specie di nube luminosa, che aveva rapito una seconda volta, il loro collega, ritrovato poi in trance sulla 127.

Ma uno dei partecipanti a quella sparatoria, si suicidò, senza apparente motivo, quindici giorni dopo. Gli episodi di natura aliena non finirono qui, furono rilevate delle impronte di piedi giganti e ci furono ancora diversi avvistamenti di luci sempre nei pressi di Torriglia.

Nel pomeriggio dello stesso giorno tutta la comitiva, si traferì sulla cima del Monte Beigua, dove la notte senza luna, avrebbe favorito lo skywatch (osservazione del cielo) che permise a questi appassionati di ufologia, di essere tutti uniti, per immortalare qualcosa di strano solcare il cielo, in quella notte d’estate, questa è la stessa procedura usata da astronomi e astrofili, che consiste nell’unire le forze, per concentrare in una serata, l’attenzione di più persone verso un punto prestabilito della volta celeste, per aver più chance di rilevare qualche fenomeno anomalo.

Naturalmente si fornirono, nel programma della gita, tutti i link, dove attingere notizie sul sito archeologico del Monte Beigua, che fu scelto per questo esperimento, non solo come sito ideale per l’osservazione tramite telescopio, ma anche come luogo magico per i misteri, mai risolti, delle notevoli tracce di presenza umana nell’era neolitica, con le molte testimonianze fittili, quasi tutte ancora da decifrare e poi menhir, mucchi di pietre e strade megalitiche e non ultimo il monte Greppino con la sua anomalia magnetica.

Non sappiamo dell’esito di quella nottata sotto le stelle, ma saranno stati ben contenti, di quella serata, i gestori dei due alberghi rifugio, sul nostro Monte.

Il giorno 2 luglio, ci fu la visita più importante di quel loro tour e comunque quella, che avrà suscitato fra i partecipanti la maggior curiosità, ma lasciato anche molti interrogativi.

La locandina del tour così recitava: Visita al Museo della “Colonia Pontificia Albese Caritas” di Varazze (SV), ove sono conservati gli studi, il laboratorio, gli strumenti, le attrezzature e le realizzazioni tecniche del progetto di Don Luigi Borello “Suoni e immagini dalle pietre”, d’intesa con Padre Pellegrino Ernetti, inventore (misconosciuto dal Vaticano) del “Cronovisore”. A tale scopo, si consiglia di consultare i “link” allegati.

E di link su Google ve ne sono molti, che riguardano padre Ernetti e don Luigi Borrello, direttore, per oltre trent’anni della casa per ferie, denominata Colonia Albese di Varazze, qui trovato senza vita, nel suo laboratorio, il 22 febbraio del 2001 all’età di 75 anni, mentre lavorava al miglioramento dell’invenzione denominata, il Cronovisore.

Da Trucioli Savonesi: Don Luigi Borrello, era un professore di fisica e membro emerito di Accademie scientifiche internazionali. Tra i promotori della Fondazione Cesare Colangeli e a riconoscimento di un impegno di oltre 40 anni di studi approfonditi, era stato chiamato tra i consulenti della N.A.S.A Fu lo stesso don Borello a coniare la parola-scoperta “cronovisione”.

Ovvero la possibilità, con adeguata strumentazione, di poter vedere ed ascoltare ciò che le particelle di materia inanimate hanno memorizzato, cosi come succede per i neuroni del nostro cervello. Di fatto, dalla formazione della materia, all’origine della vita, alla base fisica del pensiero……….Perchè, subito dopo la morte di don Borrello, è calata una cortina impenetrabile di silenzio sull’operato del prete-scienziato? Chi ha imposto il “top secret” e “sigillato” documenti, laboratorio, materiale e il frutto di una vita di studi e di ricerche? Chi ha interesse e per quale ragione, a coprire con una pietra tombale la figura, l’opera di don Luigi Borello? Per quale fine (inconfessabile)?

A questo punto c’è da chiedersi quale strumentazione è stata fatta vedere alla comitiva parmense, se a quanto pare come si afferma in un altro articolo, a firma di Gianni Ghigliotti di Savona, risulta che, a poche ore dall’improvviso decesso, il laboratorio di don Luigi Borrello, fu immediatamente secretato e in seguito ogni cosa trasferita?

https://www.cicap.org/n/tags.php?id=1057

Interpellato il CICAP così risponde: Quello che tuttavia ci sentiamo di affermare con sicurezza e che si sposa pienamente con gli scopi del CICAP, è la verificabilità e il controllo di tali affermazioni a prescindere dai meriti e demeriti delle persona che le enuncia. La ricerca scientifica, se pur con limitati margini di errore che il tempo è riuscito a correggere, è in grado di analizzare gli studi sulla base della validità e verificabilità delle ipotesi esposte e non certo sulla fama o il prestigio di chi le enuncia. Applicando le stessa metodologia alle ipotesi presenti nell’articolo, appare quanto mai strano ammettere che la vita di ciascun individuo sia segnata da una sorta di scia o traccia sonora e luminosa.

In sintesi, senza le prove tangibili della loro efficacia, ogni invenzione anche se annunciata da scienziati, ingegneri o uomini di fede, non può essere accettata dal mondo scientifico.

Giuste o sbagliate che fossero le sue convinzioni, funzionanti o no le sue invenzioni, della figura di don Luigi Borelli, uomo di scienza stimato e conosciuto anche all’estero, pochi nella nostra città ricordano di lui e delle sue opere.

Non si conoscono i commenti, i verbali o le sensazione, provate nei componenti di quella comitiva, dopo quella spedizione in Liguria, comunque sia, sono stati due giornate che avranno lasciato molti dubbi e interrogativi in loro, specie nella visita alla Colonia Albese a Varazze, dove don Luigi Borrello visse per oltre trent’anni.

Innumerevoli gli articoli sul web che parlano del Cronovisore questo forse uno fra quelli più interessanti.

https://www.electroyou.it/carlopavana/wiki/il-cronovisore-un-sogno-futuristico-o-un-esperimento-reale

U Rifuggiu da Fellonica

Con Germano, avevamo ispezionato qualche mese, fa questo rifugio antiaereo. Oggi con i tuoni di guerra in Europa, pubblico le foto di questa testimonianza storica, quando anche i nostri concittadini, negli anni 40, correvano a cercar riparo sottoterra.

Allego il racconto di Lina, una bambina di sei anni, che in questa galleria doveva rifugiarsi, quando si udiva, arrivare dal mare, il rombo degli aerei.

Lina, con gli occhi da bambina, vide arrivare i primi tedeschi, alla Vignetta, dove i militari, issarono una grande tenda.

Li ricorda, come degli omoni alti, con stivali e belle divise, che parlavano quella lingua brusca e incomprensibile, ma gentili e sorridenti con i bambini, a volte gli offrivano qualcosa da mangiare e li chiamavano per nome, forse fra quei militari, c’erano dei papà, che avevano nostalgia dei loro figli in Germania.

Ma i soldati, sono addestrati a non aver scrupoli,  serviva la casa di quella bambina, che era un buon punto di osservazione, verso il mare aperto, per scrutare l’arrivo degli aerei nemici e così sfollarono Lina e la sua famiglia.

Fu lo zio, u Grigò, manente nella casa dei Passega, in località a Fellonica, che chiese e ottenne per la famiglia di Lina, una sistemazione in quella grande villa.

Per una bambina, quella enorme bellissima casa, con la terrazza, il giardino, con quella grande palma, i pergolati in ferro battuto intrecciati dalle piante di rose, era come avere il paradiso in terra.

Ma niente regno dei cieli, per l’umanità negli anni 40, il mondo era precipitato nel baratro dell’inferno, quando due pazzi criminali, vollero iniziare una guerra ideologica e nazionalista, proprio come quella che in questi giorni è scoppiata in una nazione europea, dove migliaia di cittadini, vivono da una settimana sottoterra, nelle stazioni della metropolitana o in rifugi antiaerei

 Anche la nostra città, precipitò nell’orrore della seconda guerra mondiale, in un giorno di fine primavera.

Lina racconta di quel mattino, del 13 giugno del 1944, quando sua mamma, udendo il rombo degli aerei, che stavano arrivando dal mare, presagendo il peggio, abbandonò le ceste di verdure, raccolte negli orti della Vignetta, destinate a una rivendita in ti Mascelli e corse a svegliarla, lei ricorda le mani, della sua mamma, che la stava vestendo velocemente e poi quella corsa verso il rifugio, scendendo gli scalini ed entrando in quella buia galleria.

Arrivò, attutito dal ventre della terra, il rumore delle esplosioni, che seppellirono, sotto le macerie del centro storico di Varazze, 49 nostri concittadini.

Lina con gli occhi da bambina, ricorda la grande stanza, di quel rifugio, in realtà un vano di due metri per due.

Da questo vano, si accede ad un’altra stanza, più piccola, con ancora le cerniere di una preesistente porta, forse un magazzino per viveri di emergenza e acqua, da tener sigillato, come suggeriva la mentalità contadina, che custodiva gli alimenti in quel modo, per preservarli dalle incursioni dei roditori.

Fu suo zio, u Grigò, u Piccolo, Tony, i Pellegro e forse chissachì, che nel 1940 iniziarono lo scavo di questo rifugio, una mirabile opera di buona fattura, alta un paio di metri, dove all’interno, due persone potevano schivarsi.

La tipologia, era quella tipica dei rifugi antiaerei, con diversi cambi di direzione, per limitare gli effetti, di un’eventuale esplosione e con un’uscita di emergenza.

La costruzione dell’autostrada, ha cementificato l’entrata, a cui si accedeva, nei pressi di quella grande casa, che era dei Passega.

Noi siamo entrati, attraverso un pozzetto, dove è ubicata l’uscita del tunnel.

In ta pria de gretin, sono visibili i segni del piccone, mentre il soffitto delle due stanzette è rinforzato, da una gittata in cemento.

 Questo rifugio, ha una galleria lunga almeno una trentina di metri-

 Entrando dall’uscita di emergenza, dopo un’iniziale tratto rettilineo, il tunnel compie un paio di cambi di direzione e  arriva alle due camere.

Lina racconta di sua mamma, che aveva cucito una grande borsa verde, sempre pronta per essere presa, e portata nel rifugio, ogni volta che c’era un allarme aereo, dove era custodito il mangiare e altre cose per la sopravvivenza prolungata in quel rifugio.

Nelle numerose nicchie, presenti lungo la galleria, erano messi i lumi a petrolio, poi in seguito, il rifugio fu dotato di impianto luce.

Le inquietanti ramificazioni, delle radici di una pianta di fico, hanno invaso il rifugio.

Io e Germano, abbiamo ispezionato questo rifugio, visto il buono stato di conservazione della galleria

Non è il primo rifugio che visito, dove sono penetrate le radici degli alberi soprastanti, mai ho visto, uno spettacolo come quello, di queste radici, che seguono tutto il percorso della galleria e la invadono con i loro filamenti alla ricerca di acqua e di altre sostanze nutritive.

Ad ogni rumor di aereo, si correva in questo rifugio, anche Lina e altri bambini, tutti con il batticuore e la paura, che incuteva quel luogo buio e freddo e così fecero, molti altri nostri concittadini all’arrivo di un’incursione aerea, nei rifugi, che erano nel centro abitato e in quelli, scavati sulle alture, dove sono ancora visibili, diversi di questi manufatti, scavati in te un briccu, in te na mascea o sutta na grossa ciappa de pria, io ne ho censiti una quindicina nel territorio della nostra città, e pubblicherò le loro foto

Oggi, dopo quasi un secolo, ancora cittadini europei rifugiati sottoterra, le colpe come sempre, si rimpallano fra i belligeranti.

 Ma la vera causa, a mio parere, che ha scatenato questa ed altre guerre, sta nell’aver colpevolmente dimenticato il nostro passato.

 Grazie a Lina, che lo ha ricordato.

Ringrazio Germano, per avermi accompagnato nella visita, ad un altro pregevole manufatto, una testimonianza storica di lavoro e ingegno.

E Prie de Limma

17 febbraio 2021

E Prie de Limma è un toponimo, riferito ad un rilievo, composto da due colline Briccu da Furca e Bric Gaggin, che divide fisicamente a Rubea e Ramugnina dal passo de Leicanà e Pisciacrava. L’idioma dialettale Limma in dialetto volgare è riferito alla ruggine limma limaggiu, limagia rausia (arruginita) e può essere riferito alla colorazione particolare di alcune pietre qui presenti, contenenti del minerale di ferro, che le colora di marrone scuro, ma anche lime una storpiatura dialettale che sigunifica lume lucerna.

Qui immersi nella vegetazione, colonizzata dal pino marittimo e dalle eriche, ci sono molte testimonianze di presenza umana, in ogni epoca, dagli innumerevoli muggi de prie, cumuli di pietre, di ogni forma e dimensione, forse antichi castellari eretti in posizione dominante, al cospetto di un paesaggio mozzafiato a 360 gradi.

Altri cumuli, presenti ai lati delle poche zone prative, sono significativi di una bonifica del terreno dalla presenza di pietre per la fienagione o per pascolo, alcuni insiemi di pietre a sezione quadra erano posatoi dove chi camallava, portava dei carichi pesanti, poteva riposarsi, al cospetto di uno stupendo scenario naturale, con la vista di mare e monti.

E Prie de Limme, potrebbe essere un posto ideale, per chi studia gli insediamenti umani o le zone antropizzate, ma invece anche qui regna l’oblio e il disinteresse, su di un’altra a mio parere interessante porzione di territorio della nostra città.

Da profano quale ritengo di essere, mi incuriosiscono sempre i segni che ha lasciato l’uomo con il suo lavoro e cerco nei miei limiti, di capire il perché delle cose che vedo, chi frequentava il nostro entroterra o era in pianta stabile residente, modificava continuamente il proprio habitat a seconda delle sue esigenze, e queste trasformazioni le ha tramandate a noi con le pietre accumulate dirute, infisse, estratte.

Sbagliando direzione, ho scoperto un cerchio di pietre nei pressi di una smoggia, una zona umida, con i resti di un canale che convogliava l’acqua in qualche invaso, impossibile da ritrovare in un bosco di rovi!

Un bel panorama, fa da sfondo ad una pietra usata come affilatoio. Il termine forca in toponomastica, di solito identifica, un passaggio, una forcella, in questo caso in te Prie de Limma, potrebbe essere riferito ad un avvallamento, che in presenza di abbondanti piogge, si trasforma in un bel laghetto.

Ma questa è zona di transiti, verso valle passava un’antica via romana, altre due stra da lese, delimitano ad est e ovest il rilievo de Prie de Limma, è probabile che il termine forca possa essere riferito all’esistenza au Briccu da Furca di un patibolo, usato come deterrente per viandanti, pellegrini soldataglia ecc.

In tempi più recenti è stata edificata sul versante ovest di questa collina, a scopo votivo, la chiesetta di Cristo Re, bella testimonianza di fede al cospetto di una vista spettacolare, già da me descritta in un precedente post.

Durante il periodo bellico questa posizione sopraelevata era un buon punto di osservazione, che spaziava da Genova a Savona.

Per proteggersi da eventuali incursioni aeree, fu scavata un’ampia caverna nella roccia viva, alta e larga un paio di metri, lunga almeno una decina, un ingresso facilmente occultabile, la galleria compie una leggera curva per meglio proteggere da un eventuale attacco aereo, il rifugio era capace di contenere almeno una ventina di soldati.

Come si evince dalle foto è enorme la discarica di risulta dello scavo, un muretto in pietra, in parte diruto, proteggeva l’ingresso del rifugio, l’abitato di Varazze è ben visibile da questa postazione.

I militari che dovevano sorvegliare questa zona strategica, alloggiavano in una casermetta in pietra di cui oggi restano eretti solo i muri perimetrali.

Ai piedi di questa costruzione, la stradina che conduce al passo del Muraglione con il tubo in polietilene inserito nella ex tubazione in acciaio.

Questa condotta trasporta l’acqua intubata dalle vasche in località Cuinetti presso l’abitato delle Faje, ad una stazione di smistamento dell’acquedotto, radiocomandata, con il suo bel muro antiesondazione, in prossimità del passo Valle, dove di solito si lascia l’auto per andare verso la Madonna della Guardia.

Da questa stradina siamo al cospetto della discarica della Ramognina, visibile come una ferita, un oggetto estraneo, in un ambiente naturale.

Un sistema di smaltimento rifiuti che a partire da gennaio 2022 è stato definitivamente chiuso

Ad oggi non si conoscono le modalità di messa in sicurezza a discarica chiusa e quale utilizzo sarà fatto di questo sito.

Tutti noi siamo produttori di rifiuti di ogni genere, evidente in questo lembo di territorio è la plastica che svolazza o che portata dal vento è rimasta impigliata nella vegetazione, ma la si trova abbandonata dove fa comodo, lungo un sentiero ma anche occultata in mezzo agli scogli nei moli e scogli nel Lungomare della nostra città.

Pochi minuti di utilizzo e poi almeno 20 ma anche 50 anni perché un sacchetto o un contenitore di plastica, sparisca alla vista dall’ambiente, ma che poi, in realtà ridotta in piccole parti, resta , nell’aria che respiriamo e nell’acqua che beviamo, fagocitato in microscopiche particelle in un vegetale o da una animale di bosco o da stalla.

Una nota positiva,sono i due percorsi di mountain bike che si intersecano alle Prie de Limma, da ex cultore di questa bellissima disciplina, vorrei dare un consiglio ai giovani spesso esageratamente competitivi, prendetevi qualche pausa quando arrivate al cospetto di questi scenari! E pensate alla fortuna di essere nella nostra bella Liguria.

E poi perchè non utilizzare nelle indicazioni, i toponimi locali?

U Marasin

Delle tante attività, che un tempo erano sciu da Teiru, una delle poche rimaste, u l’è U Marasin in via Piave

U Marasin u l’è in ta Ca da Caden-a.

Sciu da Teiru senza a Ca da Caden-a

Il passaparola generazionale, ha conservato la memoria di un dialogo, avvenuto ai primi del 900, fra na Ciattella, quelli che mai si fanno i fatti propri e u Baccan, inteso come capo, in questo caso capo cantiere edile.

A Ciattella “ Ma te abbelinò a fo na ca in ta sciumea! Quandu u vegne Teiru u ta rubella via!”

U Baccan “ A sci? Alua mi ghe mettu na caden-a!”

E così fece, ancora oggi si può vedere il simulacro, di una robusta catena, che sembra serrare i muri della casa, da notare anche le grandi piastre di ancoraggio agli estremi della catena.

Ne ha visto di cose questa casa! Chissà quante volte si sarà allagata a seguito delle piene del Teiro.

E chissà quanta acqua, fango e detriti, saranno stati tolti negli anni, da quel grande locale al pianterreno, con il suo bellissimo pavimento alla genovese, dove il primo podestà di Varazze, fece allestire una pista di pattinaggio a rotelle.

Dal 1950, in questo ampio locale, sciu da Teiru, in via Piave, ha la sua attività U Marasin al secolo Luigi Siri, classe 1935, insieme al fratello Franco, classe 1937.

Mi sun figgiù de un bancà e una falegnameria è sempre un’ ambiente famigliare, conosco le macchine e il rumore che fanno quando tagliano piallano rifilano e poi c’è l’odore del legno diverso per ogni essenza oggi purtroppo anche quello unificato dall’uso del multistrato.

Marasin potrebbe essere il diminutivo di marassu, mannaia ma invece questo suo nomignolo deriva dal cognome della mamma che era Morasso.

U Marasin mi racconta della sua attività che in principio era di tipo cantieristico specializzata nella costruzione de Muscuin e Gussi, continuata poi dopo l’avvento della vetroresina per gli scafi, con l’esecuzione delle parti in legno dai pagiò, panche, fasciamme di bordi, con il proliferare degli stabilimenti balnerari dau Marasin si costruivano anche le cabine e arredi per i bagni marini.

Troneggia al centro della falegnameria una grande sega Kirchner a nastro con carrello fabbricata a Lipsia nel 1912 il piano misura 120 cm!

Una meraviglia le sue fusioni in ghisa le grandi ruote e quel grande banco consunto dall’uso!

La falegnameria è comunque dotata di macchine moderne come una grande taglierina verticale per fogli di multistrato.

U Marasin conosceva mio padre e mi racconta di una Varazze che non esiste più dove tutti si conoscevano e c’era lavoro per tutti, in primis sciu da Teiru.

Anche lui come Gino, mio papà, appartenenti ad una generazione quella che nel dopoguerra, con il proprio lavoro, fatica e ingegno è riuscita a ricostruire la nostra povera Italia, distrutta da un’inutile guerra.

Prima osservo le loro mani e poi chiedo “ Cuntei ancun fin a descie?” Sorridendo mi rispondono “Sci sci ghe l’emmu ancun tutte e die!”

Con Franco si parla della pericolosità delle macchine per la lavorazione del legno lui mi racconta dei pericoli e degli infortuni che gli sono capitati.

La macchina in assoluto più pericolosa è il Tamburettu, la toupie ma fortunatamente oggi si usa adopera raramente.

Seguo le operazioni di cambio lama della sega a nastro, mi scuso per il disturbo e prima di andar via chiedo ai due fratelli se hanno mai litigato, mi risponde Luigi “ A nostra etè travagemmu pe demua!” come dire quando si gioca mica si litiga!

C’è ancora tempo per alcune foto d’epoca conservate nell’ufficio della falegnameria, come quella scattata nel 1903 ai Cantieri Baglietto con la numerazione e l’elenco delle persone immortalate.

Impossibile non notare che tutti hanno i baffi tranne alcuni giovani, ragazzini, minorenni, ma nel 900 già inseriti nel mondo del lavoro .

L’unico con i baffi bianchi è Pietro Baglietto.

Oggi chi meritoriamente, prosegue l’attività paterna è il figlio di Luigi

Siri Stefano con la sua Falegnameria, dau Marasin in via Piave, specializzata in Porte Interne, Finestre in Legno, Porte Blindate, Lavori su Misura, Attrezzature Balneari e forniture di Compensati, Laminati, Legnami e Vernici.

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine

U Carmettu

U Carmettu 3 marzo 2021

In dialetto volgare Carmettu, deriva da carmo, curmu, che significa, la parte più alta di un rilievo , carmetto si riferisce anche ad un piccolo monte.

Il versante ovest du Carmettu è chiamato Buntempu, questa zona, era frequentata da noi bambini, durante le scorribande pe boschi e rian ed è per questo, che mi sono ricordato, della presenza, a mezza costa, di un lungo beo, un canale, in cemento che raccoglieva e convogliava in una vasca, le acque, non trattenute dal terreno roccioso di questo colle, che si protende verso la Caminata, fra la valle del Teiro e lo stretto alveo del torrente Arzocco

Au Carmettu na otta se ghe arrivova dai Troggi da Camminò

I rivoli che scendono a dal pendio du Carmettu, quandu u ciove, sono regimentati e conferiti in una grande peschea, una vasca per irrigazione, nei pressi di alcune abitazioni in questa località del Buontempo.

Il canale, continua, per poi sparire alla vista, con una curva, dietro ad un alto muro di contenimento in pietra.

A distanza di mezzo secolo, sono di nuovo qua, lungo la crosa, a seguire dove mi porta questo canale, ancora perfettamente integro e mantenuto in efficenza, visto l’assenza al suo interno, di pietre o vegetali, in alcuni punti, la terra che è comunque presente sul fondo del beo, risulta “lavorata” dagli ungulati, presenti anche sul Carmetto.

Bellissimi terrazzamenti

Il sistema di captazione delle acque è un’opera geniale, chissà chi erano quelli che l’hanno ideata e poi costruita con maestria.

Era un problema serio quello dell’irrigazione ma è stato risolto, grazie alla laboriosità dei nostri avi, questi terreni già terrazzati, buona terra da coltivare, in una posizione incantevole, privilegiata con un irraggiamento solare dall’alba al tramonto e protetti dalla tramontana, avevano un grave carenza, con la scarsa disponibilità di acqua per irrigazione, c’era probabilmente una antica peschea, che raccoglieva uno scolo delle acque piovane, provenienti dal Carmetto e di cui sono visibili ancora le tracce nel bosco, ma era un accumulo insufficiente, specie nella stagione calda, quando le precipitazioni erano scarse.

Allora uomini volenterosi e solidali, costruirono questo lungo beo in cemento e due enormi peschee, una al Buntempu e l’altra molto grande in alto, ai lati di un terrazzamento quello dove arriva il beo a peschea dei Ravin.

Questi invasi avevano la capacità sufficiente per soddisfare lo scequo’, l’irrigazione delle fasce du Buntempu u Carmettu e da Gia ed è probabile che il troppo pieno della seconda vasca, arrivasse a dei troggi, i lavatoi.

L’irrigazione delle prime fasce, dove è posizionata la peschea dei Ravin, probabilmente era effettuata tramite l’utilizzo di una scigogna, un secchio a bilanciere.

Per sceguo,’ le fasce sottostanti, fu scavato un profondo tunnel, necessario per l’installazione del tubo di presa della vasca, questa altra mirabile opera, fu suggellata, dalla posa in opera di un bella edicola votiva in stile barocco, rivolta verso le fasce e l’abitato di Varazze, di buon auspicio per il lavoro e i raccolti dei besagnin, gli ortolani.

L’ essenziale bella porta de castagnu, consunta dal tempo, di questa cappelletta, si apre svelando al suo interno, una breve scalinata che conduce ad una piccola vasca, dove c’e’ la valvola di fondo della peschea.

L’acqua, tramite ” cantabrina” e con altre tubazioni e più recentemente, con l’utilizzo di lunghe manichette di gomma, poteva irrigare tutti questi grandi terrazzamenti. Oggi la vasca è praticamente vuota, l’acqua di un bel verde smeraldo è il regno dei baggi, rospi e de sinsoe, zanzare.

Queste belle fasce sono ancora ben mantenute, con i muri a secco di buona fattura e integri, fanno bella mostra lungo la crosa che parte da via Pizzorno, alcune piante di succulente.

Un rudere di pollaio è ancora lì, sotto agli ulivi, a testimonianza di un altra attività che era molto comune a Vase molti anni fa con l’allevamento nei pressi delle abitazioni e nelle fasce de galline e cuniggi per la carne ad uso famigliare a chilometro zero e il naturale concime che producevano questi animali utilizzato come liamme, letame anche quello a km 0.

Il panorama è molto suggestivo, sotto di noi corre la camionale, verso il viadotto Arzocco, enormi piante di fichi d’india, incorniciano l’abitato di Varazze, con l’azzurro del mare come sfondo.

U Buntempo

U Buntempo21 febbraio 2021

E’ così chiamato il versante verso la Valle Teiro del monte Carmetto, un tempo lo si poteva raggiungere, seguendo il sentiero che si diparte dalla via Bianca, in prossimità della vetta c’era una bella zona prativa dei Danaidi, usata per fienagione u Pro de Chiara

Qui si ha un bel panorama sul Varazze e la Valle Teiro.

Dalla via Bianca si diparte un sentiero che sale al Carmetto, qui si erge

Dalla via Bianca, si diparte un sentiero, che sale al Carmetto, qui passa una linea elettrica aerea ,con il traliccio dove avvenne un suicidio. Dopo una breve discesa si arriva in uno spiazzo chiamato a Ciassa du Lu.

Al posto du Pro de Chiara, dove noi bambini ci avventurammo un giorno di molti anni fa, oggi c’e’ un fitto bosco de brughe feminin-e, impossibile da oltrepassare.

Alla base dei terrazzamenti du Buntempu, inizia una mirabile opera idraulica che raccoglie le acque del monte Carmetto e le convoglia in due peschee, vasche ad uso irriguo, la prima nei pressi della via Bianca.

A peschea da Ca di Danaidi

Si capisce il perche’ del toponimo Buntempu, quando si è al cospetto di questi grandi terrazzamenti di buona fattura, con alberi di limone, arance e coltivazioni di carciofi.

Proseguo per la piu’ bella crosa de Vase, la via Bianca, chiamata così, per la dominante bianca delle pietre dei poderosi muri che la delimitano.

Qui domina la casa de Camuggi, con lui si parla di molte cose, dei colleghi, della Centrale, del Teiro, Varazze ecc.

Inevitabile non menzionare l’aneddoto, legato alla sua casa, dove fino al XVIII secolo, il confine dei mandamenti di Varazze e Casanova passava per un muro portante.

La famiglia Camogli devota alla parrocchia di Varazze, alla morte di una persona anziana, fecero passare la salma da una finestra in territorio di Varazze, evitando così dispute e rimborsi alla parrocchia di Casanova.

Risalgo via Bianca, con le belle fioriture di mimosa.

Dove la strada spiana c’è un’edicola votiva

S.Maria in Latronorio, d’Areneto e del Crocifisso

Castello d’Invrea

Domenica ‎18 ‎aprile ‎2010, il FAI organizzò una visita guidata al Castello d’Invrea. Eravamo un bel gruppo numeroso, ad attenderci all’entrata, Tommaso, Giorgio e Giulia Invrea, che ci guidarono nella visita delle loro proprietà.

In primis, la meraviglia del parco, con la ghiaia sotto i piedi, del lungo viale che conduce al castello, molte le piante centenarie, da qualche parte ci doveva essere un Cedro dell’Atlante, inserito nell’elenco degli alberi monumentali del parco del Beigua

Il Castello d’Invrea, si erge nel mezzo del verde scenario della Punta d’Invrea , struggente bellezza, a picco sul mare.

Abbiamo visitato il piano terra, con gli ampi saloni, i pavimenti in legno, i quadri di famiglia e gli arredi

A distanza di tanto tempo, ancora ricordo, come un flash, la vista che si godeva dalle grandi finestre, dei saloni, con il blu del mare e l’azzurro del cielo.

Altra meraviglia erano, volgendo lo sguardo verso il basso, i giardini all’italiana, purtroppo in stato di degrado, come del resto tutta la parte esterna dell’edificio, che necessitava di manutenzione.

I fratelli Invrea, giustificarono lo stato di fatto, con gli esosi costi, necessari per la cura dei giardini e la manutenzione degli edifici, che sono tutelati dai Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria.

Il 23 marzo del 2006 fu confermata dal Ministero dei Beni Culturali la dichiarazione di interesse culturale particolarmente importante del Complesso “Villa Centurione Invrea con giardino e pertinenze ed annessa Chiesa di S.Maria in Latronorio o del Crocifisso”

Guidati dalle guide del FAI e dagli Invrea, varcammo la soglia di quello scrigno di bellezza e di storia, la Chiesa di S.Maria d’Areneto, chiamata anche, in Latronorio e del Crocifisso.

All’interno, in semioscurita’ il grande crocifisso bifronte, di scuola giottesca, che leggenda vuole, sia arrivato via mare dalla Palestina , poi gli affreschi e i marmi di quella piccola chiesetta, una delle più datate della nostra città

Le foto scattate, quel pomeriggio, non rendono giustizia di quella che è una delle più importanti testimonianze di fede, carità e di storia della nostra città.

E’ stata una bella giornata, in visita in quella che è la parte più bella di Varazze, dove grazie alla famiglia Invrea , abbiamo potuto ammirare un’importante pezzo di storia della nostra città, in un’ambiente naturale, un grazie anche al FAI per le sue iniziative di primavera.

Come quasi sempre succede, dopo aver ammirato un’opera d’arte o un altro manufatto, chiesa, castello ecc mi documento!

E così feci, anche quel giorno, quando ritornato a casa, cercai notizie della storia di quella chiesetta.

La storia di S.Maria in Latronorio, ma anche di tutto quel comprensorio che comprende, il Latronorio, Portigliolo e S.Giacomo, è incredibilmente ricca di episodi, traversie e….. dicerie.

Quasi sempre, il pensiero del popolo verso i potenti, è azzeccato, come emerge nella lettura di un libro d’epoca del 1859 “Scritti letterali di Tommaso Torteroli 1859” una specie di libro di aneddoti, storie e leggende popolari del nostro comprensorio.

Da questo libro, ho digitalizzato, fedelmente, il racconto “Il Monastero di S.Maria di Areneto”, lasciando tutti gli errori di stampa e le parole “arrangiate” dell’autore, chi ha la pazienza e il piacere di leggere, trova il racconto in calce a questo post.

 Fu Maria Del Bosco, che il 9 febbraio del 1192 donava a fra Damiano della Badia di Tiglieto, il vasto comprensorio detto del Latronorio, che comprendeva, la Punta d’Invrea e la valle dello Spurtigiò, perché vi edificasse una Chiesa, che sarà poi S.Maria in Latronorio, un convento, ed un’ospedale.

Villaggio alla foce del Portigliolo

La donazione in realtà fu una dannazione! Troppo arduo debellare il crimine da quella zona malfamata che in alcune carte topografiche, dell’epoca era chiamata Latrones, ladri, periglioso anche il navigare in quelle acque con le scorribande dei pirati che avevano un loro covo nell’insenatura del Portigliolo, briganti e malviventi infestavano anche le foreste del Latronorium.

E’ scritto che fu la popolazione locale e degli armigeri al soldo dei Del Bosco che diedero manforte ai monaci e dopo ben diciasette anni di scontri armati, riuscirono nell’intento di rendere più sicuro il Latronorium

Il comprensorio Invrea S.Giacomo a metà del 1500 a seguito della guerra fra Carlo V e Francesco I fu soggetto nuovamente a scorrerie dei pirati e il Latronorium diventò ancora una volta rifugio di tagliagole.

Nel periodo di permanenza dei monaci Cistercensi e Vallombrosiani il comprensorio Invrea – S.Giacomo, fu crocevia di pellegrinaggi, assistenza e cure.

Quelle vere e proprie terrazze sul mare, dei Piani d’Invrea e dei Piani di S. Giacomo, erano grandi produttrici di frutta, primizie e verdura, commercializzate nelle citta limitrofe, grandi produzioni agrarie, rese possibili, grazie alle opere idrauliche, per irrigazione e uso potabile, ideate e messe in opera dai due ordini monacali presenti nel Latronorio, i Cistercensi e i Vallombrosiani.

Il Latronorium era uno dei rarissimi luoghi in Italia, dove a poca distanza coesistevano, due convitti maschile e femminile.

I monaci di S,Giacomo, si recavano ogni giorno, per officiare le messe, presso il convento delle suore di S.Maria.

Di questo ne fa menzione nel libro Tommaso Torteroli, che addiritura riferisce di un fantomatico percorso porticato, fra i due luoghi di culto “La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico; ma chi ha mai posto mente a simili calunniose Invenzion”

Le malelingue popolari, che riferivano di tresche amorose, all’interno del monastero, sono messe a tacere nel libro, negando l’esistenza ai Piani di S.Giacomo, di un monastero dei Vallombrosiani .

S.Giacomo in Latronorio

A suffragio di questa affermazione, era l’assenza da diversi secoli, di un luogo di culto, ai Piani di S.Giacomo, solo dei ruderi all’apparenza simili a una casa colonica, utilizzata come deposito di fieno e stalla.

Il Monastero di S.Maria di Areneto

Passeggiata 1

Con occhio chiaro e con affetto puro (Dante par.6)

Il brano è stato tratto da “Scritti letterali di Tommaso Torteroli 1859”

Questo scritto è dedicato a David Bertolotti che nel suo “viaggio in Liguria non fece caso alcuno al paesetto d’Invrea.

Chi parte da Savona in calesso sull’ora di sesta e se ne va verso Genova, può molto prima di nona arrivare ad lnvrea, lasciandosi dopo le spalle la florida e giuliva contrada delle trimembre Albissola, lo stretto e malinconico paese di Celle, e il borgo popoloso e amenissimo del castello di Varazze.

Invrea non è altrimenti un villaggio nè un casale, ma è una borgata con un grosso podere, e secondo di qua molto fertile ed ubertoso. La strada nazionale traversa pel lungo il suo territorio, e andando piana un buon tratto, procede ora in mezzo ai boschetti di pini e d’abeti, ora in mezzo alle roveri e ai lecci, ed ora infine in mezzo alle vigne e agli ulivi e alle altre piante da frutta. Sull’ultimo lembo della pianura sorge un palazzo molto bello a vedere; palazzo che posto sul ciglione di ripida collina, ha l’aspetto di un antico castello; al quale si salisce da questa parte per una via’ malagevole ed erta, ma vi si giunge dall’altra per lo più commodo e delizioso sentiero.

Desiderando da lungo tempo di visitare questo sito d’Invrea, io mi vi sono recato in questi giorni passati, e avendovi per fortuna trovato un amico, che è la più colta e gentil persona che si possa incontrare, gli apersi il fine della mia passeggiata: ed egli presomi per mano come si fa coi compagni più cari, mi offerse l’opera sua, e fattosi tosto mia guida, cosi incominciò;

Invrea, cognome d’una famiglia di patrizi di Genova, non è l’antico nome di questo luogo: il quale, se si parla della pianura, chiamavasi l’Areneto, ma se si parla invece della valle che separa questa collina da quella, chiamasi Latronorio. L’etimologia di tali nomi è inutile ricercarla; ma questo per la natura del terreno può darsi benissimo che venga da Latro, sembrando ancora al presente una piccola macchia in cui i malfattori si potrebbero nascondere: mentre quello all’opposto non ha da far nulla con le arene del mare, essendo da esso elevato a cosi considerevole altezza.

Il torrente poi che scorre in mezzo a codesta valletta si appella Porticiolo dal seno, credo io, in cui va a metter foce, che è un pelaghetto dove stanno al sicuro dalle tempeste le barche dei pescatori della riva vicina. L’altra collina finalmente si chiama col nome di San Giacomo per la ragione che farò palese fra poco.

Le notizie di questo luogo d’Invrea incominciano dal tramonto del secolo XII, imperciocché nel 1191, o nel 1192, vi fu eretto un monastero di monaci cisterciensi; discesi probabilmente dall’ Abbadia del Tiglieto, edificata molti anni prima dal B. Pietro da Fermeté. Questo monastero dedicato alla Vergine si chiamava S. Maria de Areneto ed anche S. Maria de Latronorio: e da principio fu abitato come ho detto, da monaci cisterciensi, mentre coll’andare del tempo fu cangiato in chiusura di monache della medesima regola. Le quali vi stettero sino al settimo lustro del secolo XVI, epoca in cui loro malgrado l’abbandonarono per essere troppo distanti dai grossi borghi, e perciò troppo esposte alle incursioni dei barbareschi detti da noi Saracinì. Oltre di che Ariadeno Barbarossa aveva sparso da per tutto lo spavento e la desolazione, e dopo d’avere infestato la Sicilia ed il regno di Napoli, avrebbe potuto volgere ‘ le prore alle coste ‘ della Liguria.

L’epoca in cui le monache succedettero ai monaci non è ben certa; ma questi han posseduto questo asilo di pace almeno sino al principio del secolo XIV.

D’ un altro monastero si fa menzione in una bolla di papa Innocenzo IV, che s’ intitolava San Giacomo de Latronorio, e che secondo si pretende sorgeva su di quella pianura». E questo monastero apparteneva ai monaci di Valle Ombrosa, i quali si recavano ognindi ad ufficiare la chiesa delle monache loro vicine. Ancora al presente si vuole scoprire i resti del convento, i muri della chiesa e la via fatta in forma di chiostro, per cui questi religiosi da un monastero se ne andavano all’altro. La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico; ma chi ha mai posto mente a simili calunniose Invenzioni !

Or se è vero, come sembra, che codesto monastero di S. Giacomo non sia mai esistito, e che la sopradetta bolla si debba interpretare con diversa interpretazione, le rovine che ancor rimangono sono ben altra cosa da quello che insino a qui si è creduto da molti, e i maliziosi racconti cadono a terra da lor medesimi.

E ciò tanto più ragionatamente, imperciocché in questo stesso sito vi furono in tempi meno lontani diverse manifatture; onde i ruderi che si dicono appartenere a convento di monaci, possono essere avanzi di fabbriche di tutt’ altra natura. E cosi debb’essere stato; conciossiacosaché se i monasteri dei monaci sorsero presso quei delle monache in oriente, in occidente però e specialmente in Italia non si fece mai prova di una vicinanza cosi pericolosa.

E siccome questa stessa novella dei due monasteri l’uno all’altro vicini si racconta non solo per questo d’Invrea, ma ancora per diversi altri di questa nostra provincia medesima, cosi si può scorgere facilmente in qual conto si debba tenere: conto che bisogna fare specilamente considerando che il costume castigatissimo di noi italiani abborre al tutto da somiglianti sconcezze.

Lasciando poi le monache il loro albergo solingo, lo cessero all’ Ospedale della Misericordia di Genova, ora chiamato di Pammatone, il quale verso il tramonto del secolo lo diede ad un’lnvrea, e da questo e dagli eredi si prese a chiamare con questo nome.

Gli Invrea poscia edificando questo palazzo, lasciarono andare in rovina l’antica fabbrica, che già doveva avere grandemente sofferto; tuttavia però se ne vedono ancora la fondamenta, e fra le altre cose si discerne l’albergo dei pellegrini, si trova il luogo in cui si seppellivano le monache, si vedono le stanze. del sacerdoti e quelle ancora dei servi del monastero.

D’un cosi grandioso edifizio altro ora non rimane che la chiesa. La quale per la devozione che si professava alla Vergine, era visitata da molto po- polo nelle principali solennità dell’ anno; nè mai solcava quest’acque gondola, navicello o galera, che non la salutasse eziandio da lontano.

Queste cose mi diceva la mia guida espertissima mentre andavamo passeggiando intorno a quelle rovine circondate da viali lietissimi, ed ormai prossime a scomparire per sempre; frattanto ci avvicinammo alla chiesa: e per questa, soggiunse voi non avete più bisogno di me, onde io pongo fine a ‘ queste notizie. Ed io senz’altro mi feci a visitare questo piccolo santuario, che anche al giorno d’oggi è in molta venerazione.

Questa chiesa pertanto, benché guasta dalle ristorazioni del secolo passato, conserva ancora un» parte della sua struttura primitiva: per io che, a dirne tutto in poche parole, si può noverare fra le chiese più antiche della nostra contrada. À poca distanza dal palazzo, e in mezzo a piccole case da contadini s’ alza essa rimarchevole pel suo gotico aspetto, per cui può offerire a un artista una molto lieta veduta. E fra le varie altre cose è ancor quale era a principio il suo atrio e la sua torre delle campane.

Quest’atrio cinto intorno da muri coronati d’’archi di sesto acuto, ha la facciata di pietre nere molto bene scarpellate, le quali alternandosi con altre pietre biancastre simili al marmo, danno alla medesima il più grande risalto. Si discende nell’atrio per sette scalini, e il muro della chiesa ancor rustico aggiunge pregio al sacro suo orrore. Il tempio grande anzichenò ha dai lati parecchi archi della fabbrica antica, a cui appartiene anche il pavimento marmoreo del presbiterio. É altresi incrostato di marmo il sito in cui si comunicavano le monache: ornamento fatto in forma di stipite con intagli del secolo XV , e con una scoltura rappresentante il Padre Eterno. All’altar maggiore vi è un quadro di buona’ maniera: all’altare a destra vi é un dipinto pregevole per la sua antichità e questo dipinto è una croce assai grande, con sopra L’immagine del Redentore. In un muro poi della sacristia si trovano due lapidi sepolcrali scritte in carattere gotico, la prima delle ‘quali dice cosi:

Homo respicet. Quoti es fuit, quod sum erit Patres Reverendi orate prò anima Dabidinni de Nigro. MCCLXXI de mense madii factum fuit.

E l’altra dice:

Sepulcrum Jacobi ex Dominis de Quiliano et Mariettinae uxoris eius. MCCLXXIl.

Ricopiando la prima lapide io risi un poco pei suoi tre solecismi in tanto poche parole coll’aggiunta d’un barbarismo: insieme con me rise ancora la mia guida che non si scostò mai dal mio fianco. Appresso feci queste memorie, e prendendo da essa commiato me ne tornai alla mia terra, credendo d’aver raccolto pur qualche frutto dal mio breve pellegrinaggio, quantunque le iscrizioni poco in vero felici, abbiano delusa la mia aspettazione.

Avendo intanto, come ho per costume, subito ripigliato i miei studii, senza fare alcun conto della prima di codeste iscrizioni da cui non fu sol- leticata per nulla la mia curiosità, ebbi vaghezza di saper chi fosse questo Giacomo dei Signori di Quiliano nominato nella seconda. E rivangando a tale effetto assai carte antiche, dopo molte e noiose ricerche ho potuto, come a Dio piacque, arrivare al mio intento. Onde ecco quel che ho trovato disteso in brevi parole a mo’ di piccola cronaca nel mille cinquecento venticinque. Iacopo di Quiliano figlio di Sigismondo quondam Sigismondo, avendo fatto prima la fedeltà al Comune di Saona, l’anno 1256 fece la fedeltà al Comune di Genoa. Per la qual cosa cadde in ribellione. Or questo Iacopo vendette una mezza parte del castello di Quiliano a Madonna bianca De Auria, e parimenti un’ altra mezza parte del castello medesimo a Messer Odoardo Spinola. E si questi che quella rivendettero i loro diritti al Comune di Genoa. Il quale andò per ciò al possesso del detto castello e lo tenne per lo spazio d’anni 61, cioè dal 1256 sino al 1317. Il Comune di Saona però fece richiamo a Cesare di quell’usurpàzione; e avendo provato che il detto Iacopo di Quiliano non aveva diritto alcuno sul detto castello, si lo ricuperò

foto b/n Archivio Fotografico Varagine