Gli Autoscontri (3)

– terza parte

Questo racconto, degli anni più belli, lo dedico a Giorgio, grande, sfortunato amico mio

E poi c’era lei, una ragazza nostra coetanea, ma come sempre succedeva certamente più furba e sveglia di noi, perenni ragazzini, era come una regina per quanto era bella con i suoi lunghi capelli neri.

Avevamo quasi un timore reverenziale e di solito evitavamo di colpirla, non era pane per i nostri denti!

Quando però era presente, tutta la pista ruotava intorno a lei.

La rivedo oggi diventata mamma, chissà che cosa ricorderà lei di quei tempi.

Il Luna Park era un punto di aggregazione e non c’era bisogno di nessun appuntamento, ci si ritrovavano tutti ragazzi e ragazze puntuali il sabato pomeriggio sul “ponte” e solo la pioggia ci fermava, si affrontavamo anche i rigori invernali incuranti del freddo e del vento che congelava i volti, le mani e le orecchie.

Poi il sole calava, le luci coloravano i volti delle ragazze e i loro sorrisi, le grida prima di un impatto e subito dopo lo scompiglio nei loro capelli, la musica creava un’atmosfera magica e quando abbassavano le luci, la pista allora diventava come una gigantesca discoteca e come effetto speciale c’era lo scintillio provocato dallo strusciare dell’antenna sulla rete elettrica.

Era bello, eravamo giovani spensierati, felici e se poi si riusciva ad avere un appuntamento con qualche ragazza per andare al cinema la domenica seguente, ecco allora si toccava il cielo con un dito.

All’ordine del giorno c’erano sempre loro le ragazze le conoscevamo tutte.

Ora lo posso confermare non furono molte le “conquiste” ma la speranza era sempre l’ultima a morire.

Così visto gli interessi comuni, conobbi Giorgio, mio grande e sfortunato amico.

Lo ricordo con affetto saremmo stati inseparabili per gli anni a venire, quelli dell’adolescenza forse i più tribolati ma senz’altro i più belli, sempre con il pensiero fisso alle ragazze.

L’inizio della nostra amicizia fu il pretesto del motorino, entrambi avevamo lo stesso tipo.

Non c’era ancora l’obbligo del casco, solo un berretto di lana per proteggere le orecchie dal freddo, naturalmente il motore era truccato e se la strada era sufficientemente diritta e di una certa lunghezza si sfioravano gli 80 km l’ora!

Con questo velocipede si scorrazzava per tutta la città, quando era difficoltoso l’avviamento, bastava andare da Nello e cambiare la candela.

Naturalmente poi si facevano le “regatte” il nostro secondo punto di ritrovo era il Bolzino, dove abitavano alcuni nostri amici, il percorso classico del gran premio era l’andata e il ritorno fino alla chiesa di Casanova.

Chissà perché, ma proprio come gli autoscontri, pur essendo due moto uguali, la sua andava leggermente più forte, questo particolare unito al fatto che lui era più bravo di me ad affrontare le curve determinava sempre lo stesso ordine di arrivo.

Solo una volta riuscii a essere congratulato dagli amici all’arrivo.

Come facevo ad aver vinto se non mi ricordavo di averlo superato?

Passarono alcuni minuti troppi per un secondo posto, partimmo alla ricerca dell’amico disperso, e dopo alcuni tornanti, un braccio alzato che spuntava dai cespugli d’erba ci indico il punto in cui era uscito di strada.

Aveva solo qualche escoriazione alle mani e braccia, recuperammo anche la moto intatta nonostante il volo.

Le moto erano costruite interamente in acciaio robuste e avevano pochi fronzoli, oggi invece è tutto calcolato e deciso in fabbrica basta una caduta dal cavalletto e si rompe una plastica con gran gioia dei riparatori e della casa costruttrice!

Grande era la soddisfazione, quando capitava di offrire un passaggio a qualche tipa e guarda caso il percorso passava sempre davanti agli autoscontri per salutare con il clacson gli amici invidiosi della “preda”.

Nelle pause della “caccia” o nei momenti di stanca, ci si esibiva negli altri svaghi presenti nell’area, c’era il punchball che metteva alla prova i nostri bicipiti, solitamente erano i più “anziani” che si sfidavano, ricordo il rumore secco del pallone quando era colpito e la conseguente musichetta di accompagnamento al punteggio raggiunto.

Poi con il tempo eravamo noi protagonisti e come spettatori quelli più giovani, avevo un discreto pugno, ricordo però durante una sfida invernale, il dolore e lo scorticamento delle nocche contro il cuoio, fui costretto ad avvolgere la mano con un fazzoletto per tamponare la fuoriuscita di sangue.

Nello stand di Andres si giocava al flipper e ai primi giochi elettronici ma il preferito era sempre il calcio balilla quante partite!

Ricordo il baccano che si faceva, il rumore delle palline, le grida di esultanza quando si segnava, la botta di…quando a segnare erano gli altri.

Ero un bravo difensore, però quando l’attacco non era prolifico, allora subentravo io e le sorti della partita di solito miglioravano, c’era una sorta di regolamento non scritto era vietato far girare gli ometti e fare i “ganci” se qualcuno sgarrava allora, nascevano violente dispute e la partita era sospesa, se non si raggiugeva a un accordo, allora si sospendevano tutte le regole.

A questo punto in preda al furore agonistico, la partita diventava una vera baraonda con urla rumore di ometti che giravano e palline che schizzavano via, questo attirava numerosi spettatori divertiti, eravamo comunque bravi in questo gioco, ricordo le trasferte al bar di Sciarborasca per sfidare altri giocatori.

A lato della pista c’era il tiro a segno quello con il fucile ad aria compressa, anche qui vigeva la competizione, il tiro a segno era attrezzato con una fotocamera, che scattava una foto quando si riusciva a colpire con precisione un pulsantino posto al centro del cartoncino bersaglio, che era consegnato al tiratore al termine della prova.

Una sera fui particolarmente fortunato e presi in pieno il centro del bersaglio, ma la foto non scattò, allora in accordo, non ricordo con chi delle tre sorelle Valetti, simulai un altro tiro mentre lei fece scattare il flash, conservo ancora quella foto con il mio caro amico Giorgio accanto.

Di solito a fine gennaio ritornavano gli “stanchi camion” il luna Park era smontato e riportato in deposito a volte restava ancora per qualche settimana il palazzetto, poi anche lui sgombrava il parcheggio.

Niente più musica, luci, voci, sorrisi, risate sul “ponte”

Poi purtroppo si cresce e quell’età ingenua e spensierata, con l’animo leggero, finisce e così a poco a poco ci si allontana da quello che era per noi un piccolo mondo.

Oggi resta il ricordo di quelle giornate, quando il sole calava e se ora chiudo gli occhi, ritorno indietro rivedo il mio amico, musica, luci, volti, sorrisi, risate.

Altra gente oggi sugli autoscontri altre storie e domani chissà, altri ricordi.

A gennaio del 2020 la famiglia Valetti cedette l’attrativa degli Autoscontri.

Gli Autoscontri (2)

Questo racconto, degli anni più belli, lo dedico a Giorgio, grande, sfortunato amico mio

-seconda parte

Per noi ragazzini andare sugli autoscontri, era una sorta di iniziazione, un primo approccio a quella nostra prossima nuova età della vita, l’adolescenza.

Le cose presto sarebbero cambiate con le prime cose fatte da soli o con gli amici, le prime contestazioni e decisioni, delusioni ed emozioni.

E guidare quella automobilina, era come affrontare la vita, ora incerta, poi veloce, attenta a schivare i colpi e quando era il momento, pronta a colpire.

Ricordo un ragazzo della nostra età, aveva però qualche problema, ma sopra la sua automobilina, sempre la stessa, era felice, per proteggerlo, evitavamo di colpirlo, lui però non contraccambiava la cortesia, ma noi sopportavamo con pazienza i suoi scontri.

Era presente quasi tutti i giorni, le sorelle Valetti, gli regalavano dei gettoni e lui contraccambiava, sistemando le macchinine, anche quando noi abbandonammo, per raggiunti limiti di età e per altre attrattive, il mondo del Luna Park, lui continuò ad aspettare ogni anno l‘arrivo degli autoscontri felice di ritrovare la sua automobilina.

Ogni tanto lo rivedo, anche su di lui, il tempo è passato e gli ha cancellato dal volto, quel suo bel sorriso.

Le prime volte, si era come pesciolini in un acquario, si continuava a girare in tondo seguendo tutti gli altri, ma facendo attenzione però ai predatori, quelli spesso andavano contromano e colpivano senza pietà….

Era il nostro punto di ritrovo, si aspettava l’amico per entrare in pista e a guidare si faceva a turno.

Chissà perché, ma c’erano delle automobiline più veloci delle altre, ed erano le più ambite, prima ancora che finisse il giro, si entrava in pista, pronti a saltare sopra il bolide, non di rado aiutandosi con qualche spintone per scoraggiare altri pretendenti.

Se però l’attesa era troppa e gli occupanti erano dei “pivelli” e non volevano abbandonare la vettura allora si riusciva nell’intento, con qualche minaccia e se non bastava, si prelevava a scopo ricattatorio, qualche accessorio, del tipo berretto sciarpa o addiritura, una scarpa sottratta con la forza.

Questo comportamento prevaricatorio lo avevamo imparato a nostre spese, mai portare in pista oggetti facilmente asportabili.

D’inverno sul ponte, ean peccetti il vento freddo gelava orecchie e naso, ma guai mettersi un berretto in testa!

Con il tempo si diventava anche bravi, ma non bastava la perizia della guida, bisognava avere anche buone capacità strategiche e geometriche.

Nel recinto della pista, era necessario calcolare le varie traiettorie e le conseguenti velocità, per evitare o cercare gli impatti, imparammo così diversi trucchi.

Il più semplice era come far sbandare l’automobilina che ci precedeva, oppure simulare uno scontro, vedere il panico negli occhi della vittima e poi all’ultimo istante sterzare e schivare.

Un altro scherzo era fatto in combutta con un complice, si affiancava la macchinina avversaria, obbligandola ad andare a sbattere contro il bordo pista a questo punto, dopo la prima botta, arrivava anche la seconda, con l’amico-complice che la tamponava facendola rimbalzare un altra volta contro il bordo della pista.

A volte, a seguito di un impatto particolarmente violento, se la macchinina era colpita di lato, si sollevava e gli occupanti, per istinto di sopravvivenza, abbandonavano precipitosamente l’autoscontro che ricadeva con un tonfo sordo sulla pista, con grande disappunto di chi alla cassa aveva visto l’accaduto e rimproverava gli autori con l’altoparlante.

Imparammo anche la tecnica del controsterzo molto utile per correggere le traiettorie o da fare un attimo prima di ricevere un impatto.

Spettacolare era il duello tipo “mezzogiorno di fuoco”, era uno scontro frontale, le macchinine partivano dai bordi opposti e l’impatto avveniva al centro della pista, anche se le velocità erano modeste, al momento dell’impatto come in un crash test i corpi erano proiettati con violenza in avanti, naturalmente vinceva chi aveva un rapporto peso-potenza maggiore e faceva arretrare la macchinina avversaria.

A mio parere per creare dei buoni guidatori, bisognerebbe rendere obbligatorio un certo tirocinio alla guida di queste automobiline, così facendo si allenano i riflessi, ci si abitua alla guida, a schivare altri veicoli a fare piccole manovre a essere vigili e pronti prima di un impatto.

A volte gli scontri in pista avevano degli strascichi e al termine della corsa ci si azzuffava per una scortesia o qualche insulto ricevuto, allora prontamente arrivava l’addetto alla pista e per dividere i contendenti a volte bastava solo la minaccia di essere interdetti all’utilizzo degli autoscontri per gli anni a venire e subito si calmavano gli animi.

Gli addetti alla pista avevano il compito principale, di tenere sotto controllo il “traffico” intervenire quando un’automobilina si fermava, di solito per eccesso di sterzatura o non partiva nonostante fosse stato regolarmente introdotto il gettone, oppure quando si formavano gli “ingorghi” magari colpa di qualche autista non particolarmente abile.

Era forte la nostra ammirazione quando erano all’opera e facevano precise traiettorie, per riportare in parcheggio le automobiline abbandonate lungo la pista, i più bravi saltavano fuori, quando ancora erano in movimento, estraendo il famoso gettone a recupero magari riuscire ad averne uno!

Ogni tanto questo desiderio si avverava!

Quando loro erano impegnati in altre cose, in piccole riparazioni o si dovevano assentare, allora ci consegnavano il gettone magico ed eravamo noi a riportare le macchinine a posto, e di colpo ci sentivamo “grandi” e gratificati come un segnale di stima e fiducia nei nostri confronti.

Eravamo degli habitué e a volte alla cassa ci regalavano dei gettoni.

Il costo di un gettone era 50 lire ma con 500 lire ne potevi averne dodici.

All’inizio si stava seduti all’interno dell’autoscontro, ma questo era un comportamento da novizio e poco virile, allora per imitazione di quelli più adulti e forse per ostentare un fisico maggiore, non appena si acquisiva la padronanza del mezzo e per dimostrare la nostra abilità, si stava seduti sul bordo di gomma dell’abitacolo.

Il pilota era costretto, però, a stare aggrappato al volante perché raggiungeva a malapena il pedale dell’acceleratore, il passeggero invece si assicurava con una mano all’antenna quella per l’alimentazione elettrica e con un piede pericolosamente appoggiato al paraurti.

Vanamente eravamo richiamati all’ordine dall’altoparlante.

Se all’inizio, era solo un puro desiderio di divertimento e lo scopo primario era di destreggiarsi con un volante tra le mani, ora invece in preda dagli ormoni dell’adolescenza gli autoscontri erano luogo di scontro-incontro fra adolescenti.

Era uno spettacolo!

Le automobiline che piroettavano in pista, le voci dei ragazzi, le urla delle ragazze prima di uno scontro, le luci e la musica degli altoparlanti, con le canzoni in hit parade di quegli anni, ricordo soprattutto le canzoni dei Pooh, erano le più ripetute, forse una loro fan tra le figlie.

Dopo l’imbrunire eravamo noi padroni degli autoscontri.

E naturalmente i nostri obbiettivi, erano le ragazze, noi cacciatori e le prede senza scampo nel recinto della pista!

A volte si formavano delle alleanze, contro qualcheduno, magari arrivato dalle città vicine o da qualche frazione, allora l’intruso diventava un bersaglio, ci coordinavamo e riuscivamo a colpire il malcapitato più volte in contemporanea, proprio come succede in un branco e lo stesso trattamento era riservato ai giovani maschi che osavano avvicinarsi alle nostre femmine!

Erano tutti approcci violenti, per manifestare interesse a qualche ragazza, si colpiva la sua macchinina e più forti e ripetuti erano gli impatti maggiore era l’interesse che si voleva dimostrare, e per trasmettere maggior energia si accompagnava l’urto anche con un colpo di reni.

A volte negli stand del tiro a segno si vincevano dei palloncini di plastica legati a un filo elastico, erano ideali per colpire le malcapitate.

Guai però se portavano i capelli lunghi e sciolti, la pallina a volte restava impigliata nelle ciocche, a questo punto, l’elastico si tendeva in modo pericoloso, due erano le possibilità, o affrontare le ingiurie e qualche calcio nel tentativo di recuperare la pallina o mollare l’elastico…….

Che ora libero sfogava con un sibilo la forza accumulata e, di solito, per un’oscura forza del destino colpiva un lembo di pelle scoperto collo, orecchio, naso o una mano.

Scoprii così l’ira funesta che si celava anche in ragazzine all’apparenza mite che sembravano innocue, forse anche pacifiste e visto il periodo storico contrarie alle violenze della guerra in Vietnam, ma che invece erano dotate di un latente istinto omicida e ora mi stavano inseguendo per una qualche punizione corporale!

Nell’operazione di liberazione dall’elastico era coinvolta anche l’amica del cuore che cercava di dipanare la tragica matassa di filo e capelli, la poveretta si lamentava vistosamente a ogni capello strappato, giuravano vendetta ma poi tutto ritornava come prima.

Non credo però che le ragazzine, scegliessero un probabile futuro fidanzatino in base al numero di botte ricevute sugli autoscontri ci voleva dell’altro, ma questo per il momento non era ancora percepito da parte nostra.

Gli ormoni scalpitavano e avevano bisogno di scaricarsi e così la frequentazione degli autoscontri era come una specie di valvola di sfogo a questi nostri istinti esistenziali.

Con il tempo il nostro modo di fare si fece meno spigoloso e le ragazze diventarono nostre amiche e per qualcuno di noi , galeotti furono gli autoscontri, conobbe quella che sarebbe in seguito diventata la compagna della sua vita.

-continua

Gli Autoscontri (1)

Questo racconto, degli anni più belli, lo dedico a Giorgio grande e sfortunato amico mio.

– prima parte

Furono gli autoscontri a farmi conoscere il mio grande amico Giorgio.

Arrivavano ogni anno, con l’approssimarsi delle festività natalizie.

Erano della famiglia Valetti, di Monforte d’Alba, presenti a Varazze dal 1947, le prime volte erano ospitati nella zona dell’ex cinema Eden, poi secondo la disponibilità, delle aree pubbliche, anche in altre zone della città, nei pressi dell’ex stazione ferroviaria, ma anche in p.zza Dante, dalla Provvidenza e ora da qualche anno sostano dalle “bandiere”.

In questo racconto userò i verbi al passato anche per descrivere cose ancora oggi in uso.

Negli anni 70 la pista degli autoscontri, era posta all’inizio del parcheggio, sorto dopo la dismissione delle aree dell’ex stazione ferroviaria.

La zona è comunemente chiamata “sul ponte” perché si trova in prossimità della copertura del fiume Teiro.

Il pullman-cassa, era un torpedone, riadattato a centrale elettrica, ed era solitamente parcheggiato parallelo all’aiuola, quella bella macchia di verde in mezzo all’asfalto con i grandi alberi di eucaliptolo e le magnolie che purtroppo non ci sono più.

Ancora oggi, è questo il “centro della citta” qui arrivano e si diramano le strade da e per l’entroterra e quelle verso levante e ponente e prima o poi a piedi o a bordo di un’auto nell’arco di una giornata si è costretti a passare da qua.

Negli anni 70/80 era anche un punto di aggregazione, ci si ritrovava “sul ponte” magari seduti sulla recinzione che contornava lo spazio verde.

Dirimpetto all’aiuola, c’era una larga striscia pedonale, parallela alla strada principale, qui facevano bella mostra i cartelloni dei cinema con i film in programma e alcune locandine dei partiti politici e di associazioni di volontariato.

Dal lato opposto all’ ombra degli alberi, nel periodo estivo, non mancava mai il banco che vendeva l’anguria.

Tre grandi lampioni ad arco illuminavano “il ponte” e le nostre prime serate, fuori casa, insieme agli amici.

Dopo qualche anno, accanto all’aiuola arrivò la giostra dei dischi volanti, la cassa, inserita in un più moderno veicolo, era spostata dal lato opposto, verso l’edificio, allora ancora esistente, della stazione vecchia.

Completavano il parco divertimenti, due stand per il tiro a segno, uno con il fucile ad aria compressa e l’altro, da effettuare tirando con le mani delle palline, altri giochini funzionanti a monetine erano posti intorno alla pista fra cui “La Corrida” un gioco di forza che consisteva nell’avvicinare fra loro le ipotetiche corna di un toro con al centro una lancetta che indicava con nomignoli il livello di forza raggiunto, poi ancora un paio di punchball e altre macchinette dispensatrici di palline in plastica con sorpresa.

In prossimità degli autoscontri, sostava il tecnologico palazzetto in vetro e alluminio, che ospitava flipper, calcio balilla e i primi giochi elettronici.

Questa struttura era di Andres che dal “72 seguiva sempre, con la “Casa del Torrone”, gli spostamenti in riviera della famiglia Valetti.

L’imminente arrivo degli autoscontri, era annunciato dalla presenza delle case mobili, di solito parcheggiate lungo il tracciato della vecchia ferrovia.

Così dopo qualche giorno, arrivavano gli autotreni, che trasportavano gli elementi smontati del luna park, erano vecchi camion a rimorchio, che come premio dei tanti chilometri percorsi, si limitavano oramai ai soli viaggi di andata e ritorno da e per Varazze.

Era necessario non solo un discreto numero di persone, per l’assemblaggio delle strutture, ma anche buone capacità organizzative, per procedere con ordine.

Ogni particolare era accatastato seguendo la sua numerazione, terminate le operazioni di scarico, iniziava il montaggio, era come comporre un gigantesco puzzle, tutto era effettuato a mano, ancora non esistevano gli impianti oleodinamici, che oggi semplificano e rendono meno faticoso questo lavoro.

Particolare cura, era necessaria, nella posa in opera delle lastre di acciaio della pista, che dovevano essere accuratamente livellate, poi si procedeva all’assemblaggio dell’incastellatura di acciaio per il sostegno della rete elettrica, i piloni di sostegno e le travi dovevano essere fissate con bulloni, era questa la parte più pericolosa del lavoro, poiché le strutture dovevano essere disposte a oltre tre metri di altezza.

Frequenti erano i nostri sopralluoghi per controllare lo stato di avanzamento lavori.

Per ultimo erano posizionate le plastiche colorate, al cui interno erano alloggiate le luci, nascondevano le strutture metalliche e proteggevano da eventuali urti.

Terminata questa delicata fase, si fissavano le pedane di contorno della pista, anche loro composte di lastre in metallo antiscivolo, sotto alle quali, durante la permanenza degli autoscontri, si accumulava di tutto, in gran parte “rumenta” sospinta dal vento.

Ma sotto queste pedane, finivano anche tanti altri oggetti, i più disparati, persi, scappati di mano o fuoriusciti da qualche tasca e ognuno con la propria storia, anche piccole tragedie famigliari come la perdita di anelli, orecchini o soldi spiccioli, il tutto condito da inevitabili imprecazioni e lacrime, e se la perdita era difficile da dimenticare, allora arrivava sul posto un adulto, per il tentativo a volte riuscito, del recupero, effettuato stando sdraiato sull’asfalto.

In un paio di giorni la pista era sistemata, a questo punto arrivava il camion con le automobiline, erano di solito una ventina di autoscontri di colori diversi e con il proprio numero, il grande paraurti di gomma nera e la parte anteriore con la mascherina, vagamente ispirata alle auto in circolazione, in caso di pioggia, erano pronte delle coperture impermeabili.

Gli autoscontri erano introdotti nella pista tramite uno scivolo, qui era montata l’antenna per l’alimentazione elettrica e la bandierina con i colori delle squadre di calcio.

Il posto di guida era dotato di un piccolo divanetto con schienale, dove si stava abbastanza stretti, un bordo di gomma morbida seguiva il profilo dell’abitacolo e proteggeva spalle e braccia dagli urti, il piano d’appoggio dei piedi era in acciaio lucidato dall’uso frequente.

L’interazione con l’automobilina, avveniva tramite: un pedale quello dell’acceleratore, il piccolo volante e la feritoia, dove introdurre il gettone, al confronto le auto odierne sono delle astronavi!

Terminati gli ultimi collegamenti elettrici, posizionate le casse acustiche agli angoli della pista, si effettuavano le prove di funzionamento.

Per tutta la durata della permanenza a Varazze, quasi tutta la famiglia Valetti si trasferiva in riviera, insieme a papà e mamma erano presenti anche le prime tre figlie, tutte carine e simpatiche con i capelli biondi, Angela e Silvana ed Elena la più piccola della triade.

Si alternavano alla cassa degli autoscontri, dove, oltre a vendere i gettoni e mettere i dischi, era loro libero arbitrio determinare la durata dei giri, poi a turno, erano presenti anche negli stand dei tiri a segno.

Uno o due addetti al controllo e alla manutenzione, a volte reclutati tra la mano d’opera locale, completavano lo staff.

L’inizio e la fine del giro, era annunciato da un suono caratteristico.

La domenica mattina la pista era monopolizzata dalle famiglie, che finita la partecipazione alla messa, raggiugevano il Luna Park e sopra le automobiline salivano, non senza qualche difficoltà, il papà o la mamma con il figlio, per i primi rudimenti di guida, nel primo pomeriggio invece, anche nei giorni feriali, erano i ragazzini, i “novizi” freschi del nulla osta ottenuto dai genitori per girare da soli in pista.

A volte, in prossimità della pista si aggiravano degli adulti, all’apparenza disinteressati alle evoluzioni delle automobiline, ma un attento osservatore, avrebbe notato quegli sguardi pieni di apprensione, erano il papà o la mamma che osservavano di sottecchi con ansia i primi “incidenti” dei loro figlioli…..

– continua

foto sottotitolo di Silvana Valetti

A Munto’ di Erbui de Natale

Pinus Pinea

A munta’ de Spalla d’Ursu, in sponda destra del Teiro, all’inizio del rettilineo dei Posi, verso il Pero, era una delle strade, dove una volta si poteva andare, per un pezzo in auto, poi a piedi, su per un’irta salita, a cercare l’albero di Natale, da portare a casa per essere addobbato.

Cà Zunin in Spalla d’Ursu

Ricordo, quando Sciu’ da Teiru, all’approsimarsi delle festività natalizie, non era insolito, veder passare un’auto cun suvia a bagagliaia, un belu pin, ma anche un zeneivru, ginepro.

Erano gli alberi di Natale, du Curnò, ma anche quelli tagliati sul Beigua, Ramognina ecc.

Poi queste piante, sono state protette dal rito natalizio, con il divieto di taglio e da allora, è proibito andare per i boschi a scegliere e recidere questa specie.

Era diventata una moda, avere un bel pino, come albero di Natale e forse si era esagerato un po’ con il prelievo di questa specie vegetale

Quando iniziò la commercializzazione degli abeti rossi, provenienti dai vivai, divenne definitivo il divieto e salate le multe ai trasgressori.

Ma non era la stessa cosa, mancava quel forte odore di resina e di legno, tipico dei nostri pini, un ricordo olfattivo, che mi piace, ritrovare nei nostri boschi.

Per ancora qualche anno, comunque gli alberi furono prelevati, trasgredendo la legge.

All’approssimarsi della vetta, dei bricchi, Sucou e Curno’, sono migliaia gli esemplari che hanno colonizzato questi versanti, dividono il terreno con l’onnipresente bruga, gli ersci, quarche rue e gasie.

Forse sarebbe necessaria un’opera di diradamento

In questi boschi, sono presenti ancora molte testimonianze, di una disastro di qualche decina di anni fa, con tronchi divelti, marciti o bruciacchiati, residui dei violenti incendi, che negli anni 90, hanno praticamente distrutto ogni forma vegetale, in questo versante, dal monte Sucou al Bricco delle Forche e oltre.

A metà circa della salita, si incontra il ripetitore della Mediaset, poi la strada spiana un po’ in direzione dei piani di Cantalupo, si attraversa un bosco caducifoglia, l’ultimo, prima del regno indiscusso delle conifere.

Arrivati all’ultima curva è d’obbligo deviare a sinistra, verso una sporgenza rocciosa, dove si gode di una stupenda vista, verso il nostro bellissimo entroterra con il profilo del gruppo del Beigua e le nostre frazioni.

Le rocche da Balin-a, è un bel posto! Davanti a noi, il nostro meraviglioso entroterra, lo sguardo spazia nell’alta valle Teiro, verso le frazioni Alpicella Faje e Casanova, in alto il Beigua.

E’ molto probabile, che gli anfratti naturali, creati dai massi di questa rocca, siano stati utilizzati, come punto di osservazione, dai belligeranti, che si sono alternati, nei secoli, nel nostro territorio, dal popolo dei Liguri, alle truppe del papa, poi i francesi del generale Massena, austriaci e i partigiani, nella Guerra di Liberazione.

Fra queste rocce si trovano, residui di baraccamenti e i resti di un lungo cavo d’acciaio, di una teleferica, un mezzo di trasporto per la legna o altro materiali

Per la presenza di un discreto dirupo è necessario mantenere sempre la massima attenzione.

La strada ora spiana e si arriva in breve, alla bellissima spianata dei Cien de Cantalù, con quel misterioso grande muro.

i Cen de Cantalù

Fin quassù salivano gli uomini e i figgiò per seigò.

In spalla d’ursu na storia de tanti anni fa

Ommi e figgiò lasciavan sula in te quella ca quella povia figgetta, duvve u ghea tantu da travagio’ a duveiva anche do recattu, a galline, cuniggi e crave.

Ma a na serta ua, so mue’ a ghe fova dui braggi, perché tutti i giurni, duveiva purto’ da mangio’ ai ommi lasciu’ ai Cien de Cantalu’.

A Muntò de Spalla d’Ursu o du Curnò

A cianseiva, quella povia figgetta, a camallo’ tutta quella roba sciu’ pe a munta’ de Spalla d’Ursu.

Ma guai a senti’ e campane de messugiurnu, primma de arrivo’ ai Cien, ean botte e casci in tu cu, da so pue’, perche’ a “sea persa pe stradda”.

E allantua, sciu da quelli bricchi, sutta un su che u sciappava e prie a l’andova quella povia figgetta.

Cun u co in gua, pe tanti giurni, pe tutta l’este’.

Da qui è passata anche la Storia, quella dei grandi, che l’hanno scritta.

Monte Croce

Se noi viaggiatori nel tempo, fossimo catapultati, in questi luoghi, il 7 ottobre 1244, saremmo testimoni di uno straordinario evento storico, lungo questa strada, che scende verso il Teiro, stava per transitare il corteo di Papa Innocenzo IV, proveniente dalle alture di Castagnabuona.

Muntò de Spalla d’Ursu o du Curnò

Ci volle quasi tutta la giornata, prima che il Papa arrivasse nel fondovalle, molti uomini accorsero in aiuto della carovana papale, perché le strade du Curnò non erano carrabili e dovevano essere allargate e sedimentate all’istante. Naturalmente, questa mano d’opera fu totalmente gratuita, come sempre è stato nel rapporto fra la Chiesa e la povera gente.

Ladri de Galin-e

Il periodo natalizio, era particolarmente temuto Sciù da Teiru, per le razzie che erano compiute a danno degli innumerevoli pollai e conigliere che caratterizzavano questo territorio.

I furti di animali domestici, erano concentrati in questo periodo, per i pranzi di Natale e Capodanno, dove in ogni tavolata, doveva esserci la gallina bollita, il coniglio alla ligure, con le olive e poi non poteva mancare la pasta condita “cun u tuccu de cuniggiu”.

Na Giassea

Sciu da Teiru, presso ogni abitazione, c’erano dei manufatti, ad uso ricovero animali, tutti edificati con materiali di “recupero” dove erano alloggiati le galline, spesso i conigli erano tenuti in gabbie, costruite con ex giassee, ghiacciaie, opportunatamente modificate

Era d’uso comune allevare questi animali domestici, cibo per la famiglia, le galline erano cucinate solo quando riducevano la loro produzione di uova, a quel punto erano immessi in tu gallino’ nuove galline che dovevano sostituire le anziane destinate alla pignatta.

I conigli avevano bisogno di erba fresca e allora si partiva con il sacco e la messuia a fo l’erba pe i cuniggi

Questa fonte di cibo a km 0, è una prassi ancora in uso e in questi giorni, quando sta per iniziare un nuovo giorno, ancora si sente qualche gallo cantare, forse per l’ultima volta……

Mio papà e i miei zii, avevano nelle fasce, gallinò e cuniggee.

E qualche giorno prima del Natale, furono depredate, i ladri portarono via tutti i conigli, il giorno seguente, trovammo le loro interiora e la pelle nell’alveo del rio Bagetti.

Questo è il verosimile resoconto di una mattina di dicembre, inizio XX secolo in Sciù da Teiro.

U Gattu du Giuan

I braggi du Giuan si sentivano anche au Vigno,’ stanotte ci hanno di nuovo ciappato i cuniggi!

Tutti i anni a l’è la stessa foa, arrivan da Vase e portan via cuniggi e galline pe empise a pansa a Natale.

“Ma u can nu l’ha baio’? “U can? Quellu basta un toccu de pan e u te loccia a cua!”.

Dau Laguscuu e Bosin visti dau Bachettu

Tutti ora lo sanno dau Pasciu, Bosin, Gambun anche in ta Cin-a sono arrivati davanti ai gaggiun averti de Giuan e dei cuniggi, solo la spussa.

Cianseiva il povero Giuan “Ean ottu cuniggi tutti pronti per la pignatta!”.

Ma la cosa ciù brutta da vedere e che puzzava, erano tutte quelle budella spantegate in ti paraggi e anche la pelle dei cuniggi, erano state strappate alle povere bestie.

Un ga ditu “Va ben tan lascio’ e pelle portile ai Camuggi che te fan na sciarpetta!”

Belin, u Giuan non ci ha più visto! Ha ciappato na magna’ di budella e le ha ingogite al collo di chi l’aveva preso in giro!

Questu succede sempre de dumeniga notte, quandu la gente dormiva beata dalle fatighe della settimana e doppu na buttiggia de quellu bun.

I ladri, arrivavano con lo scuro, quasi sempre ciappavano i cuniggi, perché e galline, fanno burdellu e desciano tutti, che e vero come dicono che “due donne e na gallina fan ciassa”

Dopo quarche giorno, turnan i ladri e ciappano altri cuniggi.

U Suà Ciassa Dante

Alua se son messi d’accordu, di fare la guardia in tu Pasciu, dal punte du Rissulin, due per volta, con un bacco e un can cattivu, cun il muraggio, perché sensotru, chi porta via i cuniggi, sono du Burgu o quelli du Suò che sun i ciù furbi de Vase.

E cuscì, pe quarche notte de cuniggi, non ne hanno più ciappati.

S.Dunò

Urmai, era quasci Natale e si andava tutti alla messa di mesanotte, a S.Donou, S.Anna, quarchedun anche a S.Peo e S.Maria de Casanova, quelli du Pei all’Anunsiò o a S.Luensu, quelli dell’Arpiscella a S.Antoniu e a Madonna di Angeli da Bin. ma il giorno doppu….

A mattin doppu….. tutti quelli du Pasciu, Bosin, Gambun in ta Cin-a e dai Frati, erano in mesu a stradda a bragiare!

“Ci hanno portato via tuttu, cuniggi, galine, anche un can e quatru gatti!”

“Nuiotri a vedde u bambin in ta cunna cun a Madonna e S.Giuseppe e sti maledetti disgrasiati a ciappo’ i cuniggi, sono sensa Segnu’!”

U l’è stetu alua, che u Giuan u ga’ avuo un idea….

U ghea un gattu vegiu, ma tanto cattivo come la peste, che runginava tutti, non Giuan perchè ci dava bene da mangiare.

Giuan de notte lo mettiva a dormire con i cuniggi per vedere se faceva la guardia.

Passa i giurni e anche le settimane, un meise e poi un giurnu sutta Pasqua….

Via Malocello

Un giurnu a Vase, un bittega’ dai Mascelli, ciaveva tutte le mani e anche la testa runginate, che la gente ci domandava “cose te fetu?

“Hai taccato lite con un gattu?” ma u bittegà u stava sittu.

Quarchedun u ga ditu, “Ma u l’è miga steto u gattu du Giuan?”

Il titolo del post, ladri di galline è riferito ai ladri inesperti, che se cercavano di rubare delle galline, erano svelati dallo starnazzare dei pennuti, ovvio che se beccati sul fatto i ladri erano fatti oggetto di giustizia sommaria effettuata sul posto a suon di botte e legnate e calci in c..sedere.

Il racconto è in zenagliano, un linguaggio misto in dialetto e italiano, parlato e scritto da chi era di madrelingua zeneise

foto b/n Archivio Fotografico Varagine

E Vinvagne du Nasciu

Noi nati e vissuti, nelle comodità domestiche, oggi adagiati nel benessere di avere tutto a portata di mano e anche di poter tirare uno sciacquone, non possiamo neanche immaginare, come poteva essere, un secolo fa, lo scorrere di una giornata, uguale per tutti, nelle nostre città di mare e nell’entroterra.

Carlo Biestri

Fece la fortuna di Celle, un medico, di Cairo Montenotte, Carlo Biestri, che svolse per cinquantotto anni la sua professione, in questo comune, a risolvere i gravi problemi di salute pubblica, in cui versava la città

A fine “800, le condizioni igieniche dei centri urbani, dei nostri paesi di mare, erano fatiscenti, Celle non aveva un acquedotto, l’acqua era tirata su dai pozzi, spesso dal gusto salmastro, dovuto a rientranze di acqua di mare, la stessa falda era inquinata, dai liquami dei numerosi pozzi neri.

Celle ai primi del ‘900

Le case, non avevano le latrine e le risulte corporali erano raccolte in recipienti di legno o vecchie giare, svuotate e disperse nei campi , vicino alle case, usate come concime biologico.

L’acqua potabile, era un bene raro e ogni casa, aveva un secchio in un’angolo, vicino au runfò, la cucina a legna, dove quel liquido prezioso, era attinto con un casù, un mestolo, di uso comune, per tutti i componenti della famiglia.

Nelle campagne, erano le donne, che avevano l’incombenza dell’approvvigionamento idrico, trasportavano l’acqua tenendo piccole giare posate suvia u pagiassu, tenuto in equilibrio sopra la testa, u paggettu invece serviva, per proteggere le spalle dalla stanga, un legno di forma tonda, alle cui estremità erano appesi i buggiò cun l’equa

Il torrente Ghiare

Un grande problema era lavare i panni in estate, si utilizzava l’acqua del Ghiare, il fiume di Celle, fino a quando non prosciugava.

A causa dell’assenza di igiene, periodicamente in città scoppiavano delle epidemie di tifo.

Il dott. Biestri, per risolvere la grave carenza idrica, di Celle si mise personalmente alla ricerca di una sorgente.

E trovò una zona, con alcune sorgenti inesauribili, alle falde del Beigua, poco sopra il corso del fiume Teiro, all’Arpiscella dopo e Che de Tiè, erano e Vinvagne du Nasciu.

Nasciu è l’albero di tasso

Ma sulle sorgenti, di proprietà privata, vi era una prelazione, fatta dall’allora sindaco di Varazze GB Camogli, che aveva messo a bilancio gli oneri per la prevista captazione d’acqua, dau Nasciu .

Michelino Poggi

 La città di Celle a inizio del ‘900, ebbe una seconda fortuna, oltre a quella della presenza del dott. Biestri, aveva come Sindaco, un cellasco, il benemerito avvocato Michele Poggi, eletto anche nel Consiglio del Mandamento di Varazze Celle e Stella S.G. poi deputato fino al 1924, nel parlamento del regno d’Italia, l’ultimo mandato, terminato con l’avvento al potere del partito fascista e la cancellazione della democrazia in Italia.

il Sindaco Poggi, uomo colto e lungimirante, fu fautore di alcune delle più importanti viabilità nell’entroterra, della provincia di Savona e insieme al dott. Biestri, risolse il problema, dell’approvvigionamento idrico di Celle, realizzando un ardito progetto quello di una condotta d’acqua, che dau Nasciu portava l’acqua alla città di Celle.

Poggi, con tempismo, approfittò del disinteresse canzonatorio da parte di quelli de Vase ” Nu ghe riuscian moi a purtò l’equa du Nasciu a Selle!” .

Pre Peo Pietro Ratti non aveva incarichi pastorali però era Consigliere Comunale di Varazze

Il nuovo sindaco, l’avv. Visca, fu convinto della non fattibilità di quel progetto da Pre Peo, al secolo Don Pietro Ratti, Consigliere Comunale e referente delle frazioni pedemontane.

Che comunque, da oculato e benestante amministratore dei suoi beni aveva acquistato un terreno da quelle parti

Con una serie di rocamboleschi e continui colpi di scena iniziò questa vicenda, che vide contrapposte le due comunità quella de Vase e Selle agli albori del XX secolo.

Poggi trovò le risorse finanziarie e, acquistò dalla famiglia Vallerga, le sorgenti du Nasciu, riuscì a costruire un acquedotto lungo dieci chilometri, con l’esborso dalle casse comunali e grazie a prestiti privati, di ben 307.000 £ una cifra enorme per quei tempi!

Lo scavo della galleria in Pursemmu

Un opera, che doveva risolvere un grande problema, la barriera naturale delle alture dei Prà de Pursemmu, risolto con una geniale idea, quello dello scavo di una mirabile galleria, che oltrepasso’ quelle colline.

Un’altra bega, afflisse quell’impresa, nei pressi dei Prà de Pursemmu, il passaggio della tubazione in un terreno privato.

Il Comune di Celle fu costretto ad acquistare questo appezzamento, da Benedetto Ratto, che a seguito di questo suo “cedimento” fu osteggiato dai suoi compaesani e costretto ad andar via da Alpicella e a rifugiarsi nel comune di Celle, dove gli fu concesso la fruizione gratuita dell’acqua potabile..

Il comune di Varazze, umiliato e beffato, per la perdita di quell’approvvigionamento idrico, scatenò una contesa fra le due città.

Fece causa al comune di Celle, accusandolo di alterare e impoverire la portata d’acqua agli opifici sciu da Teiru.

Diversi privati, vantarono diritti su quelle sorgenti, per averne usufruito in passato.

Pre Peo, Consigliere Comunale, fu condannato alla pena di cinque mesi di reclusione e 100 £ di multa, per aver diffamato in una seduta pubblica il sindaco di Celle.

Diverso esito, ebbe la causa intentata da Lorenzo Ratto, mugnaio, che vantava una comproprietà su di una sorgente del Nasciu, da lui utilizzata tramite un surcu, in località Ciappe, risalente al 1776.

Il suo avvocato , Visca già sindaco di Varazze, vinse la causa, fatta alla corte di appello di Genova, nel 1909.

Il comune di Celle, stranamente, non fece ricorso e scaduti i termini di un’eventuale ricorso in Cassazione, fu costretto a pagare 5.430 £ come indennizzo, al comune di Varazze.

16 dicembre 1909 ore 16 inaugurazione dell’acquedotto del Nascio

Il 16 dicembre del 1909 fu inaugurato l’acquedotto, l’acqua, delle sorgenti del Nascio arrivò a Celle in città e poi fino alla Colonia Milanese, una parte fu ceduta al Comune di Stella.

L’acqua che fuoriesce dau brunsin de S.Martin è l’acqua del Nascio.

7 agosto 1907 a fo u merendin au Nasciu

Si dice che Enrico Caruso, il grande tenore, in vacanza estiva sulla spiaggia di Celle, sia stato invitato au Nasciu e che abbia dato un saggio del suo repertorio lirico, la gente accorsa numerosa e come in un teatro, si era assiepata sui terrazzamenti soprastanti.La gola che forma il percorso del Teiro fece da camera di risonanza, alla voce del grande Caruso.

Accompagnato da Battista Perata, nella strada vecchia di Alpicella, ci si addentra verso u Nasciu.

Superata la borgata dei Tie, ad un bivio lasciamo l’auto e scendiamo verso il Teiro, dove il fiume, è oltrepassato da un ponte, di sostegno per la tubazione e per la viabilità verso i boschi de Ca-Valle e versu i Prà de Pursemmu.

Il percorso della tubazione versu Pursemma è sottostante ad una mulattiera.

La contesa in essere, un secolo fa fra le due comunità è resa evidente, da un blocco in cemento, che impediva il transito delle lese sopra il ponte.

Qua il rumore dell’acqua è molto forte, ma non è solo il fiume con la sua sottostante cascata.

Si percepisce all’interno della cabina dell’acquedotto, il precipitare di una grande massa d’acqua, quella che proviene dalle sorgenti e che viene intubata in una condotta in ghisa e poi con una mirabile opera civile, lunga più di dieci chilometri, arriva ai rubinetti della città di Celle.

In questo punto del Teiro, c’era un cianca, una passerella e di buon auspicio, per una preghiera, primo o dopo l’attraversamento, c’è questo importante nicciu, uno dei pochi che conserva ancora la sua Madonetta.

I resti della primitiva presa d’acqua del 1909

Ma l’opera più spettacolare è la galleria scavata sotto le alture dei Pre de Pursemmu.

Dove all’interno e stato posato il tubo in ceramica poi sostituito con una tubazione in ghisa fabbricata dall’Ilva di Cogoleto.

La condotta idrica all’uscita, compie una curva in direzione di Stella S.Martino, ,dove uno spillamento, alimenta u Brunsin da Giescia, poi prosegue verso Gameragna e raggiunge Celle Ligure.

E’ assolutamente sconsigliato, avventurarsi nella galleria, dove la presenza dello scisto, può essere causa di distaccamenti di roccia.

Nei pressi della vecchia sede del Comune di Celle è affissa una lastra in marmo, che ricorda il grande avvenimento, l’arrivo dell’acqua in città e la fine delle epidemie di tifo e di quella battaglia, fatta di egoismi, interessi, profitti personali e contro le asperità del nostro territorio, per avere un bene pubblico e prezioso, l’acqua.

Ringrazio Battista Perata di quest’escursione, breve ma significativa in visita alle sorgenti e alla galleria dell’acquedotto, mirabile opera di ingegno e di lavoro.

Le foto sono estratte dal bel libro a cura di Vincenzo Testa “Celle e Cellaschi in ta Stoia e in te Memoie”da cui ho tratto alcune notizie storiche.

la foto della costruzione della galleria de Pursemma è tratta da Archivio Storico Fotografico Varagine.

Vase 5 Frevò 1949

I Cantieri Baglietto, forti del prestigio militare, acquisito con la costruzione dei MAS (motoscafo armato silurante) mantennero, anche nei primi anni del secondo dopoguerra, una discreta produzione destinata alla difesa/offesa navale.

Fonderia Granone in località Pasciu, ex Cantiere Baglietto qui nel periodo bellico erano fabbricati i Mas

Con il riarmo in corso, di tutte le flotte del Mediterraneo, specie quelle coinvolte nel nuovo ed eterno conflitto arabo-israeliano, era molto più redditizio il varo di una unità militare, che allestire uno yacht da diporto, considerati in quegli anni come dei riempitivi occupazionali, per non licenziare le maestranze, tra una commessa bellica e un’altra.

I lavori consistevano, nella costruzione di barche da combattimento e/o guardacoste, per le forze armate italiane, giapponesi finlandesi egiziane, israeliane, indonesiane, algerine, ecc.. ordinate da clienti magari difficili dal punto di vista tecnico, ma non stretti di tasca come i clienti privati.

In questo contesto, mentre in Medio Oriente è in corso la prima guerra arabo-israeliana, si configura l’episodio del del 5 febbraio 1949, alla periferia di Varazze.

In realtà in Palestina gli scontri etnici e religiosi, sono in corso da un secolo. Nel 1920 nasce l’Haganah, un’organizzazione paramilitare, della popolazione ebraica della Palestina, incaricata di contrastare i nemici degli ebrei, anche ricorrendo ad atti intimidatori, nei confronti delle popolazioni autoctone.

Il Medio Oriente un lembo di terra, perennemente in guerra, oggi lungi da essere finalmente in pace, il conflitto arabo-israeliano e israeliano-palestinese, ha sconfinato diverse volte, con attentati terroristici e rappresaglie in varie parti del mondo e nel 1949, anche la nostra città era stata scelta come bersaglio dagli agenti del Mossad, perché sede di una fabbrica, di mezzi navali da guerra e fornitore dei nemici di Israele.

Dall’inizio del conflitto, in Medio Oriente, a parole la politica mondiale, auspica, la fine del confronto armato, ma tutti, compresi gli italiani, fanno affari colossali, con la vendita delle armi.

Si chiudono le Centrali a carbone perché nocive alla salute, mentre le vere fabbriche della morte, chi costruisce le armi, prospera e alimenta il massacro di esseri umani specie in quello che è considerato il terzo mondo.

Ma non solo, in una cinica spirale, senza scrupoli, l’industria bellica fomenta in mille modi, lo scoppio di innumerevoli conflitti locali.

Che cosa ci faceva quell’auto, una Mercedes targata MI, ferma in prossimità del cimitero di Varazze, con un uomo alla guida e chi erano quelle due ombre, che poco prima, avevano abbandonato l’auto, al sopraggiungere dell’auto di pattuglia della polizia stradale, dileguandosi nel buio?

Verso le due di notte del 5 febbraio 1949, il comandante della stazione di Savona Criscione Salvatore, è in servizio di pattuglia notturno, insieme ad altri tre agenti Licata ,Torelli e Romoli.

La pattuglia ferma, per un controllo, nei pressi del cimitero di Varazze una Mercedes targata MI, alla guida Zanoni Francesco, autista, nato e residente a Milano a cui viene contestato il possesso illecito dell’auto, che era di proprietà di Ascarelli Valerio, impiegato, nato a Roma residente a Milano.

A questo punto, viene perquisita l’auto e sono rinvenuti degli indumenti, da donna e una borsa, ma l’apertura del bagagliaio dell’auto, svela la presenza di tre ordigni, ad alto potenziale, con relativi detonatori e dispositivi a orologeria.

La Polizia arresta l’uomo, che era alla guida e con una breve perlustrazione, intima l’altolà, ad un uomo e a una donna, che cercavano di nascondersi nella zona del rio Cucco, l’uomo è identificato come Dror Josef, nato a Lodz Polonia, residente a Yagur Israele, cittadino israeliano, la donna Basevi Giuliana, insegnante, di Verona, residente a Milano.

Per questo racconto, mi sono avvalso delle notizie di cronaca, presenti nel libro di Antonio Martino “Azione di Guerra” “Il fallito attentato israeliano ai Cantieri Baglietto di Varazze” che resoconta, molto dettagliatamente, le indagini effettuate, da cui emerge la diretta responsabilità di Israele, nel fallito attentato.

Molto probabilmente, l’arresto dei potenziali terroristi, avvenne a seguito di segnalazione dei servizi segreti o per una delazione.

Quella notte, le strade di accesso alla nostra città, furono chiuse, da posti di blocco

Le forze dell’ordine, erano in preallarme, perchè si temeva un’attentato alla nave egiziana, Star of Egypt, che era all’ancora a Savona, dopo aver imbarcato un carico d’armi nel porto di Genova, destinate all’Egitto.

Nelle settimane successive l’indagine porta alla luce un piano, per distruggere, all’interno dei Cantieri Baglietto, tre motosiluranti, presumibilmente destinate alla Lega Araba, una missione segreta, condotta da agenti del Mossad, un’azione di guerra, dal punto di vista degli israeliani, un atto di terrorismo secondo le autorità italiane.

Un’operazione clandestina di spionaggio e sabotaggio, una pagina di storia pressoché dimenticata.

Qualche tempo dopo, dal ”catalogo” delle imbarcazioni militari dei Cantieri Baglietto, sparirono di colpo quelle da combattimento, rimpiazzate da quelle di pattugliamento, guardiacoste ecc. questo ridimensionamento era dovuto alla comparsa dei missili nave nave.

I Russi, che per primi avevano installato missili su barche plananti da 25m si erano presto accorti, che le accelerazioni di quelle imbarcazioni e la poca stabilità in caso di mare mosso, impedivano loro di dare ai missili input abbastanza accurati, per poter colpire il bersaglio.

Così le avevano svendute, senza spiegare il perché, a paesi più o meno satelliti e non ne avevano più fatte.

La disinformazione, ebbe buon esito, quando un’imbarcazione egiziana, ferma dentro Porto Said, affondò con il lancio di due missili un caccia israeliano Eilath

Gli Israeliani ci rimasero male, ma capirono il perché e per avere anche loro delle lanciamissili di successo, fecero costruire nei cantieri Cherbourg in Francia, delle barche lanciamissili, che per essere efficaci, dovevano avere degli scafi più grandi.

L’utilizzo di questa nuova tecnologia, determinò la fine delle barche da combattimento, piccole e plananti, che durava dal 1918, da quando il capitano Luigi Rizzo, aveva affondato la Szent Istvan la corazzata Santo Stefano, coi siluri lanciati da due MAS Baglietto.

foto dal web e da Archivio Fotografico Varagine

Dai Carri Armè

A Cugou pè ando a Sciarburasca un pò prima da Schivà

Appena si oltrepassa, la località, denominata Dai Carri Armè, si ha una delle più belle cartoline dei nostri monti.

E’ un paesaggio alpino nonostante il bagnasciuga sia a poche centinaia di metri.

Qualche anno fa in auto in direzione di Schivà -Sciarborasca Schivà, ci saremmo chiesti in via della Pace, il perchè di tutta quella pavimentazione in pietra ,che specie nelle curve emergeva dall’asfalto.

Oggi quel sedime stradale è completamente ricoperto dal manto stradale e di quella pavimentazione in pietra, resta soltanto un tratto, al termine della salita dal lato sinistro della strada.

La zona poco prima della Schivà e’chiamata da Carri Armè perche qui nel periodo bellico era stata costruita una pista di collaudo per i carri armati.

In allegato il bel video di “Cogoleto Storie che la Storia non Conosce”

I carri armati, costruiti dall’Ansaldo erano trasportati tramite ferrovia alla stazione di Cogoleto e scaricati nel grande piazzale, oggi adibito a parcheggio.

Il carro armato Ansaldo M13

I cingolati erano poi condotti al campo di prova salendo via della Pace che era completamente lastricata con ciappe de pria fino ad arrivare al campo di prova.

Chissà perchè, fu scelta questa zona, per effettuare il collaudo dei carri armati costruiti dall’Ansaldo.

Probabilmente in questo poligono e campo di prova e collaudo, erano portati i prototipi di nuovi mezzi corazzati e solo alcuni esemplari per ogni commessa di carri armati, costruiti dall’Ansaldo, per espletare gli adempimenti contrattuali.


A Scaa Santa

L’epidemia di influenza spagnola, colpì la nostra città, a fine anno 1918, e fece molte vittime.

La virulenza dei contagi, provocò immense tragedie famigliari, dimenticate per sempre, come voler cacciare l’incubo, purtroppo ricorrente delle epidemie.

 Per quei poveretti, sfiniti da una tosse che non dava scampo, non c’era nessuna cura.

Oggi paradossalmente per il Covid, c’è chi rifiuta il vaccino, la motivazione spesso taciuta è “tanto sono cose che capitano sempre agli altri”.

 Conoscere un po’ di storia, anche locale, potrebbe servire per essere un po’ più umili e consapevoli della gravità dell’attuale pandemia.

La pandemia di influenza spagnola, fece decine di milioni di morti, in tutto il mondo, è stato appurato, che soccombevano in numero maggiore, le persone più giovani, tra i 20 e i 40 anni di età

Studi recenti, in base alle ricerche effettuate sui virus, in circolazione a fine 800 primi del 900 , hanno appurato che le persone anziane, quelle più deboli solitamente colpite dall’influenza, godevano di una immunità latente, dovuta ad un precedente contatto, nel 1890, con l’influenza russa.

A Ca de Sevisse

Di quel triste periodo, la nostra comunità è riuscita a mantenere viva, in particolare, la memoria della tragedia famigliare delle Sevisse, accaduta nel novembre del 1918.

Chissà di quante altre tragedie, ne abbiamo perso il ricordo, una di queste destinata all’oblio, è quella accaduta in località Ronco, è la triste storia di una donna e della sua bambina neonata.

Ma serve andar con ordine, in questo racconto.

Oltrepassata la frazione Pero, si svolta in direzione dell’Alpicella e da questo punto, ogni curva, zona o località, ha il suo bel toponimo, che racconta scorci di vita e del lavoro delle passate generazioni, in questo tratto montano del Sciu da Teiru.

In auto, si attraversa la località Ca-danna, poi Lagu Bagnò, la curva dei Cadelli e poi quella della Mungera, poi tra i Surzin e u giu de Bregugnun, u ghe u Runcu.

Parlo du Runco, con Giovanni Ratto e Berto Cerruti, che ringrazio per loro gradita disponibilità, a raccontare fatti e storia di questa località.

Qui in un tratto di strada, praticamente rettilinea, sono state edificate una ventina di edifici, vecchie abitazioni, quasi tutte oggi, ben riadattate, tutte dirimpettaie alla strada che continua in direzione di Alpicella..

In questa località c’è una bellissima casa rurale.

I Runchi, erano così chiamati, le lunghe e strette strisce di terrazzamenti, che in questa località, erano edificati, nella parte finale del versante che degrada verso il Teiro,

Qui gli abitanti del primi insediamenti dell’Alpicella, quello de Smogge, Armuzzi e de Rocche de Giuse, scendevano a coltivare gli ortaggi, u Runcu è una zona solatia e con abbondanza di acqua, per irrigazione.

A monte della strada provinciale, nascosti dalla vegetazione, altri terrazzamenti

U Runcu faceva parte del cantone, Ceresa-Ronco, gli altri due sono, il cantone della Chiesa e Tie-Nucian.

Questa suddivisione, fu fatta per dividere le risorse, necessarie per contribuire alla costruzione e manutenzione, della chiesa di S. Antonio Abate, già S.Michele, la parrocchiale dell’Alpicella.

U Nicciu du Nasciu

Altre testimonianze di fede cristiana, sono le chiesette della Madonna degli Angeli in località Bin, le cappelle du Castè, dedicata al Bambin di Praga e quella di Rocca S.Anna, vi sono lungo i sentieri e le strade, numerosi nicci, edicole votive, quasi tutte, purtroppo depredate della loro Madonetta.

Gli anziani del posto, ricordano anche dell’esistenza da Scaa Santa.

Molto probabilmente questa scala, era l’antica e unica via che collegava u Runcu ai primi insediamenti umani.

Con l’avvento del Cristianesimo, molte opere di devozione pagana, furono demolite/trasformate e questa antica muntò, divenne a Scaa Santa.

Una scala, da percorrere in penitenza, nel timore del giudizio di Dio o pregando per la propria anima e per la salute di un genitore o di un figlio.

In questo link è descritto il significato religioso della Scala Santa e sono elencate le altre Scale Sante in Italia.

https://it.wikipedia.org/wiki/Scala_Santa

U Punte du Rian du Mu.

Verosimilmente, questa via di comunicazione, perse d’importanza quando furono effettuati i collegamenti carrabili, verso la località S.Lorenzo, la località da Bin, in direzione da Muntà da Cappeletta  e verso l’abitato di Alpicella l’attuale via Basega, che passava da u Rian du Mu.

Il 24 maggio del 1918 l’Italia entrò nella carneficina della Prima Guerra Mondiale

Chissà in che giorno, di quel lontano 1918, una giovane donna, con le poche forze, che gli aveva lasciato quella tremenda influenza spagnola, prese a salire quella scala con la sua figlioletta.

Perché una persona, in quelle condizioni, saliva da sola, quella ripida scala con una neonata in braccio?

Con le sue ultime forze, quelle della disperazione, saliva con fatica quella Scala Santa, forse per cercare l’aiuto di Dio, per se e per la sua figlioletta.

La ritrovarono riversa sugli scalini, con la figlioletta ancora attaccata al seno, di quella sua mamma oramai morente.

Quella bambina crebbe e ogni tanto, portava un fiore, dove le avevano trovate strette nell’ultimo abbraccio.

Chi lo sa, forse fu questo triste fatto, che fece cadere nell’oblio, a Scaa Santa.

Oggi a metà circa dell’abitato du Runco lato monte è possibile trovare dei resti di quell’antico manufatto, all’inizio una ripida salita, poi inizia un breve tratto scalinato.

Qui si trova un’altra mirabile opera del nostro entroterra, scavati direttamente in un’affioramento roccioso, molto ben conformati ci sono dodici scalini.

A prima vista sembrano scalini fatti in cemento.

Ma osservando meglio, ci si accorge del perfetto intaglio e levigatura effettuato da qualche maestro scalpellino.

Proseguendo ancora scalini intagliati nella roccia, semisepolti da terra e foglie.

La scala interrotta da tratti pianeggianti prosegue in direzione di via Ciarlo.

Un’ultima pietra e poi interrotta dal passaggio di via Ciarlo, se ne perdono le tracce .

Poco sopra via Ciarlo un’affioramento roccioso da dove sono state cavate delle pietre da costruzione.

Pinus Nigra

Dell’esistenza o scoperta, di antiche tumulazioni, del popolo dei Liguri, sul Monte Beigua, se ne parla da tempo, forse sono state scoperte, ma non è dato sapere dove si trovano.

Ma c’è una zona, alle pendici sud de in Zimma ai Bricchi, una zona boscosa al disopra delle rocche de Giuse, dove, risalendo il crinale, al cospetto di un’immensa foresta di Pino Nero, in prossimità di alcune smogge, si ha la sensazione di essere al centro di decine di tumulazioni.

Qui, su questo ripido pendio, ho fotografato, almeno una trentina di cumuli di pietra, ben squadrati, alti circa un metro, posti a distanza regolare gli uni dagli altri.

Sono lì da immemore tempo, alcuni giacciono diruti, per cause naturali o forse divelti dalla ricerca, di qualcosa, che si pensava celato al suo interno.

Potrebbero essere de pose, superfici dove appoggiare, un lensò o na belain-a, per riposarsi, durante il trasporto del fieno, ma è un’ipotesi da scartare perché non si trovano in prossimità di nessuna strada o sentiero, come quelli che saliscendono dalle soprastanti zone prative du Pro du Fen o du Bric Strinò.

Rimane allora un’interrogativo, chi ha accatastato cosi ordinatamente quelle pietre?

La risposta è sopra le nostre teste.

Salendo in auto, verso la vetta del Monte Beigua, arrivati in ta curva du Grupassu, ci si trova improvvisamente immersi, in una fitta ombrosa foresta di conifere, un’ambiente montano, che specie nel periodo invernale, nulla ha da invidiare a quelli più blasonate delle alpi.

Ma ad un’escursionista attento, non può sfuggire la strana regolare distanza tra un fusto e l’altro di queste piante.

Che sia stata la mano dell’uomo, a piantumare queste piante?

Agli inizi del XIX secolo, i nostri monti, sfruttati per secoli, dal prelievo di legname, erano diventati specie nel versante marittimo, tutti Bricchi Spelè.

I pendii dei nostri bricchi, privati dei loro boschi, non più protetti dall’azione di dilavamento, divennero in alcune zone, aride pietraie, non più in grado di trattenere l’acqua, in caso di forti piogge, questa fu la causa principale dei devastanti eventi alluvionali del 1909 e del 1915.

Con la Legge 20 giugno 1877 n. 3917 (“Norme relative alle foreste”, Gazz. Uff. 11 luglio 1877, n.161), il Senatore Salvatore Majorana Calatabiano, Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia per primo comincia operativamente ad affrontare la problematica dei “boschi e delle terre spogliate di piante legnose sulle cime e pendici dei monti”. Questa Legge rappresenta il primo passo dello Stato unitario verso l’organizzazione della materia forestale introducendo all’Art.1 il “vincolo forestale”, con divieto di disboscamento e di dissodamento per tutte le terre interessate dalla presenza di boschi, o dall’assenza di piante legnose ma coincidenti con cime e pendii montuosi, sopra il limite superiore della zona del castagno (700-800 metri), e per tutti quei territori che “per la loro specie e situazione possono, disboscandosi o dissodandosi, dar luogo a smottamenti, interramenti, frane, valanghe, e, con danno pubblico, disordinare il corso delle acque, o alterare la consistenza del suolo, oppure danneggiare le condizioni igieniche locali.”

In seguito, furono emanate altre leggi, in materia di rimboschimento, citate al link che segue.

https://foresta.sisef.org/contents/?id=efor2985-015

Oggi l’escursionista, che percorre i versanti sud, del gruppo del Beigua, immerso nelle grandi foreste di resinose è al cospetto di un’immensa opera di rimboschimento.

Milioni di alberi, furono piantumati o seminati, in primis, il Pinus Nigra, il pino nero, messo a dimora negli anni 20/30, nell’intento di favorire la formazione dell’humus necessario, per preparare la terra a nuove piantumazioni di caducifoglie.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, pose fine a questo ambizioso progetto, non scevro di errori di valutazione.

A questo link alcune notozie sul Pino Nero

http://pianteinviaggio.it/index.php/it/le-piante-protagoniste/item/315-pino-nero-nero-e-maledetto

Il pino nero, in maggior parte proveniente dai vivai calabresi è una pianta frugale, di rapido accasamento e accrescimento, ma il suo legno, di scarso valore commerciale, non ha nessun utilizzo pratico ed è difficoltoso effettuarne il taglio e il trasporto, visto anche l’impenetrabilità delle fustaie.

Con Battista Perata, abbiamo già visitato, diverse di queste foreste, quelle del Bric Berti, Bernengu, Bric Strinà e du Grupassu.

Parlo dell’attività di rimboschimento, anche con Berto Cerruti, abitante au Runcu, classe 1936, non fu solo il Pinus Nigra, a essere introdotto nell’habitat del Beigua, ma anche altre specie di conifere, come il larice, il pino silvestre e gli abeti rossi, buona parte degli abeti, che dalla cima del Beigua costeggiano la strada verso Prato Rotondo, sono stati piantumati da Berto negli anni 50

Nella Peioa furono piantumati frasci e fo.

Berto ricorda la semina degli abeti, quelli oggi ai lati du Pro du Fen, questa operazione fu effettuata dalle donne, anche loro impegnate nel rimboschimento, in ogni fossetta, era messo a dimora un seme, ricoperto con due strati di terra, in uno era sotterrato anche del veleno a base di strichinina contro i roditori.

Spesso le giovani piantine, erano piantumate nei pendii pietrosi e allora era necessario effettuare una pesante bonifica, le pietre di risulta erano utilizzate per far de mascee, punti, butassi o per regimentare qualche rian, anche quei cumuli visti alle pendici de in Zimma ai Bricchi, sono il risultato di queste grandiosi opere bonifica per il rimboschimento.

Questa attività continuò fino agli anni 50 del secolo scorso, gestita dalla Forestale, offrì un’opportunità di lavoro alle comunità montane.

Resta il mistero e del perché e soprattutto chi ha, accuratamente accatastato tutte quelle pietre.

La nostra comunità sta inesorabilmente, perdendo ogni giorno che passa la memoria del suo passato, chi erano quelle persone e come è stata la loro vita il loro lavoro, sciu da un briccu, in te un pro da fen o sciu da Teiru e cumme han fetu a tiò sciù de niè de figgi?

Ma e ora di ritornare, il tempo minaccia, nuvole nere sono sopra la vetta del Priafaia, mentre il Montebè è già avvolto nella nebbia, in direzione del mare è probabilmente già in atto, una burrasca

Ringrazio Battista Perata e Berto Cerruti, per la loro sempre gradita disponibilità, a raccontare la storia del nostro bellissimo entroterra.

foto in b/n Archivio Fotografico Varazze

la foto invernale du Grupassu è, per gentile concessione, di Valeria Barberis.