U Muin di Posi

Ruota tipo a cuppi

La Ciusa di Cravassa, ben visibile dal ponte che in quella località scavalca il Teiro, alimentava, tramite il suo beo, il mulino e frantoio Cerruti in località Posi au Pei.

Il mulino per cereali, cessò l’utilizzo dell’energia idraulica nel 1970, sostituita per azionare gli impianti, dai motori elettrici.

Oggi ai Posi c’è un moderno frantoio per olive, Tomaso Delfino a cui fanno affidamento gli olivicoltori di Varazze e dintorni, sempre affollato durante il periodo della raccolta delle olive.

Nel 2000 grazie ad un bel servizio di Tele Varazze, il mulino per farine fu rimesso in funzione, ad uso divulgativo.

Le mugnaie Antonietta e Bartomelina (Lina) Cerruti, furono intervistate da Piero Spotorno.

Tomaso Delfino, il titolare dell’omonimo frantoio, mi invita a vedere il CD di sua proprietà, relativo a quel servizio di Tele Varazze.

Ero arrivato nell’ampio piazzale, antistante il laboratorio e l’abitazione per vedere il mulino, l’ultimo rimasto dei sei che erano in attività il secolo scorso Sciu da Teiru.

 Tomaso mi accompagna all’interno del locale, dove ancora oggi si possono ammirare le macchine in legno e acciaio, vecchie di qualche secolo ma ancora funzionanti.

 Appena varcata la soglia si è catapultati indietro nel tempo!

Trasmissione a coppia conica fra assi ortogonali

I due mulini uno per fo a faina de gran e l’otru pe quella di granun stanno sopra di un piano rialzato, per lasciar lo spazio sottostante agli ingranaggi di trasmissione.

Una scaletta consunta dall’uso e dal tempo, permette l’accesso alla parte superiore, dove sono le camere di frantumazione, sovrastate dalle tramogge.

Il sistema è abbastanza complesso, le ruote dentate, alcune di queste con la dentatura in legno, devono moltiplicare i numeri di giri della ruota azionata dall’acqua, far ruotare velocemente la coppia conica, che trasforma il moto da quello orizzontale della ruota idraulica a quello verticale a cui sono solidali le due macine.

Ruota dentata in legno

Una lunga cinghia di trasmissione piatta, forniva il moto au burattu, che separava la farina dalla crusca

I chicchi di cerali, sono fatti precipitare dalle tramogge e dosati tramite un pratico sistema di regolazione, introdotti fra le macine, vengono triturati per pressione e sfregamento e poi per forza centrifuga, la farina fuoriesce da una canaletta, pronta per essere insaccata.

Il macinato, può essere sottoposto poi ad un’ulteriore pulitura, separato dalla crusca, i residui di buccia, u brennu.

Questo in grandi linee è anche il racconto che fecero Antonietta e Lina, la mamma di Tomaso, durante l’intervista di Piero Spotorno, descrissero con dovizia di particolari il funzionamento del mulino e il mestiere della mugnaia.

Insieme a Rosa un’altra sorella, erano le tre figlie di Alessandro e di Nettin, la Muinea Valle, che dopo la morte del marito, condusse per decine di anni, coadiuvata dalle tre figlie, il mulino dei Posi, che per tutti diventò il Mulino Cerruti Netin.

U troggiu e u miagin duvve fo dui ceti

L’intervista inizia in esterno, quando Lina racconta del troggiu, alimentato dal beo di Cravassa, dove le donne dei dintorni facevano la coda, per lavare i panni e aspettavano il proprio turno sedute a fo dui ceti, sopra un muretto costruito, per far riposare le lavandaie, in aderenza all’edificio.

Questo muretto, raccontava sempre la signora Lina nel filmato, era anche un punto di ritrovo nelle serate estive, ricercato dagli abitanti dei Posi, per il refrigerio dall’afa, che dava la vicinanza dello scorrere dell’acqua, nel beo.

Volantino di regolazione della finezza del macinato

La sorella Antonietta, molto pratica nell’usare il mulino, nel filmato, azionava con disinvoltura le regolazioni dell’altezza delle macine, mentre il mulino era in funzione, apprezzando con il tatto la finezza della farina.

Sempre nel filmato, Antonietta raccontava dei tempi della seconda guerra mondiale, quando palanche nu ghe n’ea e si usava quasi sempre il baratto, i contadini portavano il grano e granoturco a far macinare e al ritiro della farina, lasciavano i loro prodotti del lavoro dei campi.

Il molino o mulino dei Posi diventò così una specie di grossista di ortofrutta e fornitore dei negozi della città.

Appassionata e commovente, la dedica di affetto e di riconoscenza, che fece Antonietta al termine dell’intervista, ricordando la sua vita trascorsa da giovinetta, all’interno del mulino, in ricordo dei suoi genitori e di tutta la sua generazione, che radicarono la loro dimora quella di un ramo dei Cerruti Bertumè, presso questo opificio, che aveva anche un frantoio per olive.

 Qua tra l’opificio e il fiume Teiro in mezzo alle farine crusca olio e sansa hanno cresciuto dei figli che poi a loro volta, hanno proseguito l’attività paterna quella di famiglia.

Questa attività, pervenne ai Cerruti da un loro avo, vicende perse nella notte dei tempi, all’alba del XVII secolo, quando il marchese Centurione, cedette questo suo possedimento con annesso na fabrica pe oiu e faina, a un rappresentante della famiglia Cerruti, navigatore al soldo della Repubblica di Genova.

Chiedo il permesso per fare delle foto all’interno e dell’esterno, peccato per quel beo senz’acqua.

Sta arrivando la serata di una bella giornata di sole autunnale nel grande piazzale fa manovra un furgone è quello di un tecnico arrivato per mettere a punto il frantoio per la prossima spremitura, Tomaso mi conferma che quest’anno è prevista un non fruttuosa raccolta di olive.

 Lo saluto e ringrazio Tomaso della sua cortesia e della visione di quel bel filmato di Tele Varazze, un patrimonio storico della nostra città, come questo mulino, ruota e beo, che è l’ultima testimonianza reale e ancora rimasta dei 14 opifici presenti il secolo scorso, Sciu da Teiru.

Le foto in b/n sono tratte dal libro “Gli opifici ad acqua della Valle del Teiro” di Lorenzo Arecco.

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