Scimun Canepa u Tagan

Il 7 aprile del 1878 au Carega’ nasceva Canepa Simone Palmarino, il secondo nome era stato dato perché nato la domenica delle Palme.

Che dire di questo nostro illustre concittadino, famoso per aver partecipato alla spedizione per la conquista del Polo Nord, organizzata da Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Molto è stato scritto di questa impresa, impossibile da realizzare con gli scarsi mezzi a disposizione e la mancanza di apparecchiature radio e tecnologiche.

E’ stato pubblicato un bel libro illustrato, edito dalla Città di Varazze nel 2000, per commemorare il centenario della Spedizione “La sfida italiana al Polo Nord” in occasione della bella mostra, allestita nelle sale del Palazzo Beato Jacopo, dove erano esposti numerosi cimeli, provenienti da musei, associazioni e privati.

U Tagan

Al piccolo Simone, sarà dato, come si faceva un tempo, un soprannome il suo sarà u Tagan ( coltello a serramanico!).

U Tagan u lea du Carega’, cresciu au Suo’ in ti caruggi e in riva ou mò, in mesu ai gussi e ai pescuei e poi in ti ciantè tra chigge, badai, buei, stamanee, e toe da fasciamme.

Nei cantieri navali, aveva iniziato a imparare la difficile arte del maestro d’ascia, il saper usare attrezzi da taglio, si rivelerà molto utile, nelle difficoltà dell’impresa artica.

Ben ciantò e de bun cumandu, fu chiamato alle armi nella regia marina. In quel periodo il Duca degli Abruzzi stava preparando la spedizione per la conquista del Polo Nord, era sua convinzione, che le persone migliori per quella impresa, fossero da ricercare tra i montanari e la gente di mare e così, anche grazie alla sua prestanza fisica, fu chiamato all’età di 21 anni a far parte del gruppo. La partenza era prevista per la primavera del 1900.

Durante i preparativi per la spedizione, il Duca degli Abruzzi, però fu colpito da congelamento ad una mano e costretto ad affidare il comando dell’avventura a Umberto Cagni.

La nave, una solida baleniera, opportunamente rinforzata, ma pur sempre con fasciame in legno, fu scelta sul posto e venne ribattezzata Stella Polare, questa nave si comportò comunque onorevolmente, nel difficile e insidioso mare Artico, riuscì diverse volte a sfuggire alla morsa dei ghiacci, navigando fra le fenditure della banchisa, finché fu costretta a fermarsi, inglobata nella massa ghiacciata.

A questo punto iniziò la spedizione sul pak, in direzione del polo a tappe successive e progressive, 20 persone con l’ausilio di 120 cani da slitta.

U Tagan con il maglione bianco durante la spedizione per il polo nord

Nel gruppo di punta per tentare di raggiungere la massima latitudine possibile, guidata da Umberto Cagni, facevano parte oltre a Canepa, anche le guide valdostane, Petigax e Fenoillet. Al nostro compaesano venne affidata la cura dei cani e delle slitte, un compito moto arduo.

Tenere a bada i cani da slitta non è da tutti, perché fedeli e feroci allo stesso tempo, erano pronti a sbranarsi tra di loro per stabilire chi era il leader.

Ma purtroppo o per fortuna, i cani da slitta furono la loro fonte di cibo, nei momenti di emergenza.

E quando fu necessario sacrificarli, per la propria sopravvivenza, Simone dimostrò tutta la sua abilità di uomo pratico e abile con gli arnesi da taglio, scegliendo quale animale abbattere, macellarlo, salvaguardando quelli più idonei, che potevano garantire la via del ritorno, trainando le slitte.

Ecco una sua ricetta o meglio la pianificazione, di come macellare un cane:

“U s’ammassa Ladro ( il nome del cane) ghe mangemmu u co u rugnun e na coscia, che sun anche buin, L’ossu da sampa a testa, e bele e a pelle a demmu da mangiò pe i chen ancun vivi. Quelu cu resta ou mettimu in ten bulaccu e sou mangiemmu duman e doppu”, (Dei trentaquattro cani che disponeva la pattuglia Cagni alla partenza, solo sette ritornarono alla Stella Polare)….e chissà finiti i cani, allora non restava che il cannibalismo, come spesso è successo in casi analoghi, lo spirito di sopravvivenza, che alberga nell’essere umano è capace di compiere ogni cosa e forse questo terribile pensiero, sarà stato ben presente, durante il loro disperato peregrinare, sulla banchisa polare.

Molti furono gli episodi tragici, che contrassegnarono l’eccezionale impresa, tra cui l’amputazione dell’indice della mano destra di Cagni, minacciato da cancrena per congelamento.

Cagni, Canepa, Petigax e Fenoillet raggiungeranno la latitudine di 86° 34’ il 25 aprile 1900, dopo 45 giorni dalla partenza. Il ritorno fu irto di fatiche e di pericoli. La pattuglia andò alla deriva sul pack, con una temperatura che non scese mai al di sotto dei -45°, neppure nelle ore meridiane, con punte che superarono i -50°, e soltanto il 23 giugno, riapparirà la loro nave la Stella Polare dal grigiore delle nebbie artiche.

Al ritorno in Patria e nella nostra città a Simone Canepa e ai reduci dell’impresa polare, furono tributati grandi onori e onorificenze, ma il marinaio, che tanto si era distinto in quell’impresa, stranamente, si chiuse in un riserbo taciturno e furono molto poche, le sue esternazioni relative alla straordinaria impresa, a cui aveva partecipato.

Nessuno aveva capito, che quella che lo spirito di Patria aveva esaltato come un’ impresa eroica, in realtà, per chi l’aveva vissuta sulla propria pelle, era stata una tragedia, un incubo di freddo e di fame, tutto per colpa, della vana gloria dei reali d’Italia e fu solo grazie al grande spirito di sopravvivenza e di solidarietà che Canepa e i suoi compagni, riuscirono a salvarsi, altro che impresa eroica!

Ma questi erano gli ordini impartiti, guai a parlar male e del fallimento di quell’impresa! Si rischiava grosso a far da guastafeste!

Ritornò a lavorare nei Cantieri Baglietto. Si sposò con la bella Colomba Ferro e andò ad abitare in via Gavarone.

A Varazze, ricevette la visita del Duca degli Abruzzi, che volle mantenere, con tutti i membri della Stella Polare, rapporti di sincera amicizia.

E chissà, se Amedeo d’Aosta, il Duca degli Abruzzi, in occasione di questa sua visita nella nostra città, avrà incontrato, chiesto notizie o ricordato, altri nostri compaesani, facenti parte dei suoi equipaggi e corpi di spedizioni o conosciuti in giro per il mondo : i celebri, GB Cerruti, re dei Sakai, il Mandarino Gaggi-in-hi al secolo Giovanni Gaggino e gli altri varazzini, durante la circumnavigazione della Terra o in Somalia, Agostino Bozzano, Paolo Spotorno (U Lucciu), Antonio Bruzzone e il fratello Giuseppe.

Simone Canepa, fu richiamato alle armi allo scoppio della prima guerra mondiale, come ufficiale della Regia Marina, al comando della flottiglia del Garda.

Morì il 20 novembre 1919, in seguito alla malaria, contratta nelle paludi del fiume Isonzo.

Varazze, ha dedicato una via, in località Caminata, al concittadino Simone Canepa

Nel 2017, ci fu la cerimonia di consegna di un’ex voto, di Simone Canepa, che era stato trafugato. Ricostruito per essere riconsegnato ai discendenti, è in argento massiccio, riproduce una slitta sormontata da un kajak, e una tenda smontata e rollata, il tutto adorno da un gioco di cordami a significare l’unione fra genti di mare e di montagna, oltre allo stemma ed alla targa, dedicatoria che riportava i nomi degli esploratori e la dedica.

foto Archivio Storico Varagine

A Funtana du Papa

” Dopo di che scendendo dalla parte del giogo che guarda a tramontana se ne andò per la via del Piemonte…Innocenzo, essendo entrato in un bosco ombreggiato da piante antichissime di castagni e d’ontani, scorse una fontana dalla quale sgorgava acqua limpida e fresca e avendo sete, volle bere dalla medesima e le diede la sua benedizione. E’ perciò questa fonte, sino da quel giorno si prese a chiamare col nome di fontana del papa…” tratto da “Scritti letterali” di Tommaso Torteroli

6 aprile 2021

La fontana, dove il papa Innocenzo IV si fermò, per dissetarsi, durante la sua fuga, per non essere intercettato dall’esercito di Federico II, è citata in alcuni scritti, forse era una credenza popolare, tramandata da generazioni, diventata poi un fatto storico, ma non è importante l’origine, quello che serve è comunque mantenere la memoria sui fatti, storici, di devozione o di credenze popolari, della nostra citta’

Le persone anziane, sanno che esiste, ci andavano per devozione, ne hanno bevuta l’acqua e riempite delle bottigle da portare a casa.

Quei du Pei loccian a testa e discian ” A fontana du Papa? Ai voglia arrivoghe, u ghe da camino’ tantu” Quelli che stan a e Verne invece ” A l’e’ chi sutta de la’ da u Maequa, ma nu se ghe arriva ciu’ ghe pin de ruvei!”

Qualche giorno fa, raccolte ancora alcune informazioni, dagli abitanti della località di Teglia e Verne, sono andato alla ricerca della fontana del papa, preavvisato comunque del fatto, che una strada, scavata qualche decina di anni fa, per operazioni di taglio e per lo sgombero delle carcasse di gasie e castagni, precipitate nel torrente che occludevano il deflusso delle acque, ne aveva di fatto cancellato le tracce e al posto della fontana, avrei trovato forse solo una sorgente d’acqua.

Dalla località Verne è impossibile raggiungere la sponda del Maegua, visto l’impressionante groviglio di rovi e alcuni strapiombi, l’unico modo per accedere all’alveo del torrente è quello di seguire il corso del rio che attraversa questa località, niente rovi, solo scogli da superare e molte gasie e ersci abbattuti e di traverso sul corso d’acqua.

Poco prima di arrivare nel letto del Malacqua, iniziano le testimonianze delle opere umane, l’alveo non è più regimentato da muri, ma molti sono i terrazzamenti che occupano, alternativamente la sponda destra e sinistra.

A monte della confluenza del rio Verne, che ho seguito per raggiungere l’alveo del Maegua, ci sono i residui di un pilone, che sorreggeva un ponte.

In questo punto la strada attraversava il torrente, per proseguire verso Teglia.

In sponda destra è visibile l’enorme basamento di pietre e calce, che era l’altro appoggio della struttura stradale, stupisce l’enorme mole di questo baluardo, posto in opera per evitare l’erosione delle acque che in questo punto, avevano probabilmente divelto qualche altro ponticello, costruito da chi doveva manutenere questa strada in buone stato, per ogni evenienza e perché no anche a prova di un papa che stava scappando con tutta la sua corte una sera d’autunno del 1244!

Sembra quasi una lotta contro la natura, questo gigantesco blocco di pietre e calce, una sfida lanciata migliaia di anni fa e vinta dagli uomini, contro la furia di questo corso d’acqua, oggi questo basamento, che forma una sorta di diga e tiene bloccati in un’ansa, alcuni metri cubi di pezzi di legno è ancora perfettamente integro.

Continuando la direttrice verso nord, di questo attraversamento fluviale è visibile un altro pilone, che completava quest’opera, qui è visibile uno strano incavo, forse un incastro per le traverse del ponte.

Da questo punto, in riva sinistra, non è più possibile addentrarsi oltre, per gli innumerevoli alberi abbattuti e non, che ostruiscono e compromettono il proseguo del tragitto.

Seguo la strada, ampia e ben conformata verso valle. In questo punto il corso del Malacqua e soggetto a diversi salti d’acqua.

Il più spettacolare forma un bel lago con un inquietante anfratto, una sorta di caverna, sotto il pelo d’acqua, proseguendo l’alveo si stringe, con un bel strapiombo di rocce in riva sinistra e un acclive pendio, con acacie e ontani.

A destra, un bel lago sottostante, fa da specchio ad un cielo azzurro.

E’ in questo punto, secondo le indicazioni ricevute, che devo cercare la fontana del papa o quel che ne è rimasto.

La strada è leggermente in salita, ma subito dopo si intravvede una discesa verso alcuni terrazzamenti. Un rivolo d’acqua, che fuoriesce da alcune pietre, mi segnala l’obiettivo raggiunto!

Anche se edotto di cosa avrei trovato, provo comunque una sorta di delusione, niente fa pensare che qualche secolo fa, in questo punto ci fosse una fontana e che avesse addirittura, dissetato un papa e tutto il suo seguito! Ma soprattutto penso a chi ancora qualche decennio era, solito per devozione, arrivare fino qua alla fontana del papa.

Avvicinandomi alla sorgente, ingentilita da una pianta d’edera, sento un bel rumor d’acqua, che forse precipita in una cavità verso il Malacqua.

La zona è sopraelevata, panoramica verso l’alveo del torrente e bisogna immaginarla con molta vegetazione in meno, con le fasce coltivate i sentieri ben visibili. E’ probabile che la fontana fosse in uno spiazzo a bordo strada, contornata di pietre e magari segnalata da un pilone votivo in pietra diruto e perso per sempre.

Ritorno sui miei passi e non posso, non vedere la devastazione forestale in questo punto, dove decine di alberi giacciono divelti dalle loro radici, altri alberi secolari avvinti dalla mortifera edera, sono di fatto già alberi morti, presto saranno atterrati alla prima tramontana, l’alloro ha colonizzato alcuni terrazzamenti, anche questa una testimonianza di antiche coltivazioni.

Un paio di baracche ricoveri di attrezzi delle ultime persone che qui lavoravano la terra, con il tetto di lamiera, stanno per essere fagocitate dalla foresta di rovi che dalla soprastante località Verne, arriva fino qui ad abbeverarsi nel torrente Malacqua.

L’ega du Maegua

30 marzo 2021

Sembra una rima, ma l‘alga del Rio Malacqua, è una caratteristica in questo periodo dell’anno, l’acqua cheta, ha propiziato il suo sviluppo e con i suoi lunghi filamenti, ha colonizzato tutto l’alveo alluvionale di questo torrente.

All’interno dell’alga protette dai predatori, milioni di uova di rana, aspettano il tempo giusto, per trasformarsi in girini.

Le piene di questo torrente, affluente del Teiro, che nasce ai Cian di Pesci nei pressi dei Pre de Pursemmu, raccoglie, in caso di pioggia, le acque di un grande bacino imbrifero la vallata al cui apice c’è S.Martino di Stella, hanno spesso contribuito in modo catastrofico, agli esondamenti del fiume Teiro, nei pressi dell’abitato della nostra città.

Gli effetti della sua possibile, grande portata d’acqua, sono chiaramente visibili dai residui di vegetali, alberi sradicati smottamenti e notevole presenza di materiali inerti, lungo l’alveo del fiume traportati dalla corrente.

I cartelli stradali posti sopra i guadi del Malacqua, segnalano il pericolo di zona esondabile, in caso di forti piogge.

La piena del Malacqua è la prima ad arrivare è quella che innalza in poco tempo il livello del Teiro, poi se il temporale si è scaricato sul Beigua allora, a distanza di qualche minuto arriva la seconda ondata .

Poderosi muri, delimitano la parte finale, del corso d’acqua, di questo affluente del Teiro, in uno scenario molto antropizzato, con ampi terrazzamenti, strade sentieri e qualche albero da frutto, oggi questo territorio è completamente abbandonato dall’uomo e da ogni forma di attività

Un pilastro di origine romana visibile nella foto, univa con un ponticello o una cianca, una passerella, l’antica via Emilia Scauri, proveniente dalla località In Spalla d’Ursu, in sponda destra del rio, con la mulattiera che sale con un andamento molto ripido, in direzione delle ultime case della frazione Pero, e poi passando pe u Cian da Giescia e giu du Briollu raggiunge la località Verne.

Un percorso più recente, continua nel fondovalle, parallelo au Maequa e prosegue per arrivare a S.Martino, intersecando la via romana in località Verne.

Se si continua lungo il corso del Malacqua dopo circa un centinaio di metri si incontra un’altra stradina che diventa sentiero e dopo un paio di tornanti in mezzo a rovi e alberi abbattuti, si arriva sotto au Giu du Briollu, con l’omoninmo rio che scende dau Cian da Giescia e attraversa l’ex discarica comunale di Varazze.

Oggi lungo il letto di questo rio affluente del Malacqua, giacciono fagocitati dalla vegetazione e da sabbia e pietre, i nostri rifiuti anni 50/70, un campionario di come erano i consumi di quegli anni e di conseguenza gli abbandoni di rifiuti nell’ambiente, pratica molto diffusa ieri e anche ai nostri giorni, anche se in forma minore

Era una società che faceva poco uso di plastica e buttava via, per questioni economiche, solo le cose ritenute inservibili e non riciclabili, si notano in primis rifiuti ingombranti pneumatici elettrodomestici e sanitari, molti sono i rottami ferrosi ridotti a frammenti, la plastica è sottoforma di oggetti d’uso lavorativo, la plastica degli imballaggi è comunque sempre presente in questo rio e in altri corsi d’acqua, ma è stata sversata nell’ambiente, in anni successivi.

Plastica che ritroviamo trasportata dalle piene nell’alveo del Malacqua proveniente dove ci sono nuclei abitati o attività umane.

Non manca il solito televisore a tubo catodico

Non pari all’effetto visivo delle plastiche che colorano l’alveo dell’Arenon, il torrente della Ramognina, ma in modesta quantità, onnipresenti anche lungo il corso di questo rio.

L’Erbu di Franseisi

04 aprile 2021

Nel 1794 gli ideali della Rivoluzione Francese, arrivarono anche in Liguria e nel 1797, come era successo in Francia, i giacobini genovesi, con l’aiuto di alcuni cittadini d’oltralpe, nel tentativo di rovesciare il governo dei Dogi, diedero vita ad una vera e propria guerra civile.

Gli scontri armati, cessarono a seguito dall’intervento diretto di Napoleone Bonaparte, durante la prima campagna d’Italia.

Il 14 giugno di quello stesso anno, fu proclamata la Repubblica Ligure, al culmine della cerimonia, fu bruciato in piazza Acquaverde ai piedi dell’Albero della Libertà, il libro della nobiltà.

Tale cerimonia, era già stata celebrata nella nostra città, nel 1796, quando i varazzini, fautori del libero comune e stanchi del potere dei dogi, che di fatto governavano la nostra città con i Podestà, di nomina genovese, fecero grande festa all’arrivo dell’esercito di Napoleone portatore della grande rivoluzione popolare.

Nella piazza Maggiore, fu eretto l’albero della libertà, (l’erbu di franseisi) e i cittadini festanti, si misero a ballare la Carmagnola, non si ha notizia se ci fu anche a Varazze un rogo di registri nobiliari.

Ma la transizione politica nella nostra citta’, non fu esente da spargimento di sangue.

Allego a questo post, il seguente commento di Lorenzo Vallerga.

Su precedente input di Antonio Ratto pubblico il risultato della mia ricerca.

5 settembre 1797, gli Alpicellesi, armati di forconi e roncole, si sollevarono e guidati dal prevosto Don Jacopo Damele, marciarono su Varazze contro i Giacobini.

Tutto si risolse solo con feriti, mentre furono incendiate e distrutte attrezzature navali, cantieri e case. I giacobini risposero reclutando tutte le persone possibili, sino a cercare rinforzi a Toirano.

I combattimenti durarono dal 6 al 21 settembre e cessarono solo per l’impossibilità materiale, da parte degli Alpicellesi, di continuare la lotta.

Mai, comunque, i giacobini riuscirono a mettere piede all’Alpicella, che si guadagnò, giustamente, l’appellativo di “Piccola Vandea”

Erano chiamati i ” Viva Maria ” attaccavano con questo grido sobillati dal clero, che in quel momento si vedeva minacciato, dalle idee rivoluzionarie francesi, soprattutto sulle proprietà immobiliari della Chiesa

I Viva Maria https://it.wikipedia.org/wiki/Viva_Maria

I francesi ritornarono nella nostra città nel 1800, quando il generale Massena aprì, sulle colline e sulle montagne di Varazze, la seconda Campagna d’Italia.

In un seguito di operazioni brillantissime che hanno i nomi di Monte Croce, punta della Aspera, Monte Greppino, Monte Ermetta, Monte Beigua, Monte Cavalli Bric Gropaccio (U Grupassu) durante la ritirata delle truppe francesi verso Genova ci fu uno scontro, sulle alture di S.Giacomo.

L’orientamento anticlericale, della Rivoluzione Francese è stato forse la causa dell’oblio di questi fatti storici, di notevole importanza, avvenuti nel territorio della nostra città.

Su alcune cime e località del gruppo del Monte Beigua, l’Ente Parco è stato promotore di una pregevole iniziativa turistica/escursionistica tracciando i due sentieri ad anello da dove si gode di incomparabili panorami con faggete e ampie zone prative, del monte Ermetta e del monte Cavalli e collocato dei pannelli che illustrano i fatti d’armi combattuti sui nostri monti dall’ Armèe d’Italie.

Nell’anno 1802 Buonaparte, costituisce la Repubblica Ligure, Varazze è fatta capoluogo del Cantone del Teiro con giurisdizione su Stella Celle Cogoleto Arenzano.

L’Aspia, e Ville, un Castellu e na Regina

L’Aspera, villa Morasso e un Castello in vendita.

Il toponimo Aspia, Aspera è comune con un’altra località di Alassio, già dalla pronuncia si intuisce che è qualcosa di aspro, irto, di difficile accesso.

E così si doveva presentare, agli albori degli insediamenti umani, il promontorio ad ovest di Varazze, con strapiombi di conglomerato, acclivi pendii e impenetrabili masse vegetali.

Poi l’uomo, nella sua incessante opera di modifica del territorio, dove risiede e ha le sue attività, ha trasformato questo promontorio, come si presenta oggi, immerso in una bella macchia mediterranea, con alcuni terrazzamenti, oggi incolti, dove ancora resistono e sono visibili i manufatti, che evidenziano la primordiale peculiarità dell’uso agricolo, di punta Aspera.

Nelle foto del primo novecento, sono visibili le lunghe fasce che caratterizzavano l’Aspera.

Arrivati ai lati della strada, che prosegue verso i Ciappuzzi e per la strada vecchia di Castagnabuona, è visibile, ancora oggi, una grande peschea, vasca di raccolta per uso irriguo, che raccoglieva le acque piovane, provenienti dalle grondaie di un grande casolare, sempre visibile a destra nelle foto d’epoca dell’Aspera .

Un capanno da caccia

Osservando le cartoline allegate, a questo post, si può notare, al vertice dell’Aspera a picco sul mare, un’altra piccola costruzione, era l’antica dimora della famiglia Camogli, proprietaria di tutta quest’area dell’Aspia e del Tanun.

A poca distanza dalla peschea, in direzione mare, in buono stato di conservazione, c’è un antico muro che era il confine di questa proprietà.

da qui ha origine una strada sterrata, in direzione della punta dell’Aspera, verso la pineta che sovrasta il castello Capelli e la villa ex Camogli.

Oggi, questa dimora è villa Morasso, ha un suo ingresso privato, direttamente dalla via Aurelia, orientata verso il fronte mare, in uno magnifico scenario naturale, immersa nel verde, nascosta dai pini e dalle palme si intravvede l’originaria torre e le sue terrazze.

Anche di questa dimora, ci sono cartoline d’epoca che ritraggono il suo belvedere, con vista sull’abitato e il litorale di Varazze.

Un libricino, edito nel 1928, la cita al pari del castello d’Invrea, come guardiana della città, con la sua torre d’avvistamento e i suoi due cannoni, vetusti cimeli, posizionati sulla sua terrazza, ad uso ornamentale, ma anche dissuasivo, provenienti dall’armamento delle mura cittadine.

Molto interessante, la storia della famiglia Camulio, Camuggi de Vase , Camogli, presente nella nostra città, dal XV secolo, con almeno un paio di diramazioni famigliari , i Camogli hanno scritto una parte di storia della nostra città. Con i proventi di commercio e agricoltura e di alcuni opifici, tra cui una conceria, questa famiglia divenne proprietaria di ampi e strategici appezzamenti di terreno a Varazze, alcuni componenti furono scomunicati per non aver venduto un pozzo alla chiesa. Traversie famigliari, determinarono l’attuale ubicazione del nostro cimitero, ma ci fu anche un insigne sindaco, onorato con l’intitolazione di una via della nostra città via GB Camogli. In questa foto, lo stemma di famiglia dei Camogli, adorna il portale di una delle dimore storiche di Varazze.

Il castello Cappelli, in stile medievale, costruito nel 1930, dalla famiglia Casati, con le sue torri merlate è una delle meraviglie della nostra città, bello il cromatismo, con il colore rosso, immerso nel verde, di uno stupendo parco di pini domestici, giardini e terrazze, delimitate da colonnine e la curiosità di due proiettili di cannone usati come tendi catena all’inizio della strada che porta all’entrata del castello.

Oggi questa favolosa dimora è in vendita, per l’ennesimo cambio di proprietà, il prezzo è top secret, ma sembra che non bastino 6 mlm di euri per avere le chiavi di casa!

Questo maniero, era in procinto di diventare un altro castello dei Savoia, visto l’interessamento della regina Margherita, che visitò in incognito, questa dimora principesca, per un probabile rogito.

La regina d’Italia, era intenzionata a passare le sue vacanze nel mare di Varazze, dove c’era già il progetto di costruire un porto, sotto al castello, per poter ospitare lo yacht reale, ma poi non se ne fece più niente, perchè appositi studi, evidenziarono il rischio dell’insabbiamento di un’eventuale infrastruttura marina ( questo fenomeno interessò poi il porticciolo turistico che sarà costruito negli anni 60 in questa zona)

La sovrana, preferì per le vacanze, la città di Bordighera, dove aveva già soggiornato, questa città fu da lei molto frequentata e lì passò i suoi ultimi giorni di vita.

La decisione, di stabilire la sua casa per le vacanze marine a Bordighera, anziché a Varazze, non fu solo una questione personale o di correnti marine, ma anche e soprattutto di sicurezza, nel 1900 a Monza fu ucciso in un attentato il “re buono”( per gli anarchici il “re mitraglia”) Umberto I.

Da quel nefasto evento, la famiglia Savoia, curava molto la sicurezza e la salvaguardia dei suoi consanguinei, anche perché, c’era stato quell’oscuro presagio, che si era avverato materialmente a settembre del 1921, quando nello stabilimento balneare Regina Margherita di Varazze, fu fatto esplodere un ordigno, che provocò una decina di feriti.

Per giustificare ancor di più il giudizio di Varazze città non “degna di re” era la vicinanza di Genova, dove vi erano diversi covi di anarchici.

Non c’è da meravigliarsi, del sentimento antipiemontese, che anche a distanza di anni, albergava negli animi dei genovesi e dei liguri in generale.

“odiare questa vile e infetta razza di canaglie” – era la lettera di Vittorio Emanuele II ad Alfonso La Marmora contro la città di GENOVA.

La Repubblica di Genova nel 1815, durante il Congresso di Vienna, fu annessa con un decisione forzata, alla casa Savoia, i moti insurrezionali del 5/6 aprile 1849, repressi con la strage, perpetrata dai bersaglieri di La Marmora è una ferita ancora oggi non rimarginata, nonostante la pace siglata nel 1994 fra i genovesi e i bersaglieri.

I Moti di Genova https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Genova

Una curiosità di punta Aspera è un altro edificio, poco prima della curva du ”Scoggiu Sciappò” che ha avuto come proprietario il primo presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi

Cartoline di Mariano Bosco

Spunti storici Vassilie Ciapaiev

U Rifuggiu da Caminà

U Rifuggiu da Caminà è una grande opera civile, costruita durante il secondo conflitto mondiale.

Sapevo dell’esistenza, di questo ex rifugio antiaereo, la cui entrata è oggi in parte murata.

Conversando con un mio collega Tonino, che risiede nella zona, ho chiesto se aveva qualche notizia di questo rifugio, in particolar modo in che stato dell’arte si trovasse un manufatto di circa ottant’anni fa e se era possibile visitarlo.

Ci accordiamo per l’esplorazione.

Muniti di torce e di stivali, pensando di dover guadare chissà quali pozze d’acqua e fango, siamo entrati nel rifugio, alle ore 15 di un sabato pomeriggio.

Il tunnel ci accoglie con un buio totale e un’umidità esagerata, che appanna subito i miei occhiali e mi obbliga a proseguire nella visita, senza l’ausilio delle lenti.

Accendiamo le torce e percorsi pochi metri, Tonino esclama “Belin u finisce chi! Nu aspeta… u va avanti….”

Alla fine della nostra esplorazione, Tonino misura, contando i passi il percorso delle gallerie, che risultano essere lunghe in totale almeno un’ottantina di metri.

Ma il tunnel, in origine era ancora più lungo, dopo una discarica di materiale da scavo, non si può più proseguire perchè la galleria è murata.

Disegno su di un foglio, lo schizzo della pianta del rifugio, che dopo un’iniziale svolta a destra, ha la classica forma a ferro di cavallo e quella parete murata, era probabilmente un’uscita di emergenza, in direzione di via Camogli.

La struttura è in cemento armato, perfettamente integra, con assenza di infiltrazioni d’acqua ( ma visto il periodo di siccità è probabile che ci sia qualche stillicidio d’acqua in caso di acquazzone)

Dopo qualche minuto, verificata visivamente la solidità della struttura e l’assenza di lesioni e di altri pericoli, iniziamo ad osservare i dettagli, di questa grandiosa opera in calcestruzzo.

Io e Tonino mai avremmo pensato di trovarsi nella grandiosità di questo rifugio, entrambi osserviamo con meraviglia questi tunnel, che ogni 25 metri circa, cambiano di direzione.

Misuro larghezza e altezza della sagoma delle gallerie, che risultano essere entrambe di due metri e mezzo

Ai lati del percorso, sono ricavati 5 vani.

Il primo è un vano doppio, dove sono ubicati i servizi igienici, con turca vaschetta e soprastante tubo di areazione.

Altri fori di aereazione, sono presenti nelle volte delle gallerie

Altri quattro vani, con pavimento piastrellato, potevano essere depositi di viveri e acqua, oppure erano locali riservati per qualche personalità militare o civile, che doveva mettersi in salvo, con la famiglia durante un’incursione aerea.

Un’albero, forse un fico, ha infiltrato le sue radici, attraverso una fessurazione

  Ha raggomitolato, nel tentativo di trovar dei nutrimenti, le sue propaggini sul pavimento.

Concrezioni calcaree, come stalattiti penzolano nel vuoto

 Cerchiamo qualche scritta o incisione di nomi o date, ma sul cemento grezzo di questo rifugio, era difficile scrivere.

Un grande colmo di terra e pietrume è stata scaricato all’interno del rifugio, tramite quello che era uno sfiato d’aria o un’uscita di emergenza, aggiriamo questo ostacolo, ma fatti pochi passi, un muro in mattoni chiude la galleria.

Il rifugio, a parte questo accumulo di terra è abbastanza libero da detriti e “rumenta” solo nella parte iniziale c’è uno sversamento di materiali inerti e rifiuti civili.

I resti di un impianto elettrico, percorrono tutta la volta delle gallerie, dove sono rimaste le staffe e qualche isolatore

Fotografo quelli che possono essere gli oggetti abbandonati in questo rifugio, da chi usufruiva di questa struttura, una lampadina, i resti di quello che secondo Tonino, era uno strumento musicale a fiato, bottiglie, scatole di conserva e quel vasino per i bisogni dei bambini, chissà chi lo avrà dimenticato, poi ancora residui marciti, di serramenti in legno e un cumulo di vetri rotti

e quella capasanta chissà come è arrivata fino lì?

Tonino mi fa notare, la totale mancanza di tracce di animali, solo alcune ossa, forse di un gatto venuto a morire in pace qua dentro, niente insetti o impronte di topo.

U Rifuggiu da Caminò è una grande opera muraria, chissà chi erano quelli che a forza di braccia, hanno scavato questo rifugio capace di contenere alcune centinaia di persone, che accorrevano sutta au Carmettu, ad ogni allarme aereo.

Passato il momento dell’esplorazione e delle varie osservazioni, far foto e scambi di opinioni, fra me e Tonino, si sente la naturale voglia, di uscire all’aria aperta alla luce all’aria.

Non è una piacevole sensazione, quello dello star nelle viscere della terra e questo lo si percepisce, dopo un certo lasso di tempo, allora viene da pensare a chi doveva rifugiarsi, nella madre terra e magari restare nascosto qua sotto al buio nell’umido/caldo, che permea questi ambienti.

Gente terrorizzata, che già aveva visto gli effetti dei bombardamenti sulla nostra città, specie quello del 13 giugno del 44, quando le bombe, fecero una strage nel centro della città.

Circa ottant’anni, fa quaggiù, in queste lunghe gallerie, avremmo sentito arrivare di corsa un trambusto di gente, che cercava di mettersi in salvo, dopo un allarme aereo, quei nostri compaesani, avranno consolato i bambini spaventati, pregato ma anche imprecato e implorato come succede in ogni conflitto che finisse quell’inutile guerra.

A quella moltitudine di gente inerme, dopo anni di paura e stenti, poco importava chi avrebbe vinto quella guerra, volevano solo una cosa, non dover più correre a rifugiarsi sotto terra è per questo, che questa grande opera civile, ma anche altre strutture militari, presenti nel territorio della nostra città, sono state consegnate all’oblio, da una comunità che ha provato sulla propria pelle le tragedie della guerra.

Ringrazio il mio collega di Centrale e amico, Tonino Franzone, che mi ha accompagnato in questa visita.

Nessuno dei due, pensava, quando abbiamo varcato la soglia du Rifuggiu da Caminà, di trovarsi al cospetto di questa colossale opera, ancora perfettamente funzionale, per essere visitata o per qualche evento culturale.

 

Un Serciu de Prie

21 marzo 2021

Lungo la strada di Fo Lungo arrivando dalla zona Piccolo Ranch, a destra, prima del guado del rio Preadansa, su di un pianoro leggermente sopraelevato rispetto al piano stradale, c’è l’ennesimo cerchio di pietre del comprensorio del monte Beigua.

Questi manufatti umani, se posizionati in zone sopraelevate o in prossimità di sorgenti, erano utilizzati per riti devozionali.

Molti altri quelli che si trovano nei boschi e in prossimità di corsi d’acqua potevano essere cerchi di pietre che delimitavano degli insediamenti umani oppure recinti per animali, di solito ovini.

Non si conosce o e’ stato poco indagato il periodo storico della loro costruzione.

Queste testimonianze sono significative di una frequentazione assidua di antiche generazioni che da questi boschi e zone prative, traevano risorse e sostentamento.

Il recinto nei pressi del rio di Preadansa, si diparte da un gigantesco masso e ne ingloba altri, in una zona come al solito molto antropizzata e suggestiva, con la presenza a poco distanza di un salto d’acqua.

In un’altro pianoro, soprastante, delimitato da un muro a secco, un cumulo di pietre a lato di questo spiazzo, segnala una probabile, ex zona prativa a uso pascolo o fienagione.

Ma l’aspetto curioso di questo luogo è la presenza di una grande pietra, dove in una sua fenditura, sono infisse delle pietre a cuneo, un probabile tentativo di staccare questa porzione di roccia, lo spacco forse era già presente e quelle pietre avevano lo scopo di spostare questa pietra per essere poi trasportata o ridotta di dimensioni.

Un’attività interrotta, non portata a termine chissa’ da chi e perché, e su questo aspetto, si possono fare infinite ipotesi, tutte verosimili, di questa testimonianza unica nel suo genere nel comprensorio del monte Beigua.

È come se il tempo si fosse fermato e quei piccaprie da un momento all’altro, debbano ritornare per finire il loro lavoro.

La pietra era stata staccata dalla roccia madre, ora si trattava di cercar altre fenditure dove far penetrare i cunei, per ridurre ancora quel masso, troppo pesante per essere trasportato.

Questo sarà stato il loro proposito.

Ma poi le cose andarono in altro modo.

Osservando la parte inferiore della porzione di roccia spaccata dai cunei.

Si può notare una grande venatura ortogonale allo spacco

La pietra si è rotta!

Questo ha reso vano il lavoro e la fatica di quei piccaprie.

Chissà come e contro chi si imprecava in quel lontano periodo storico!

Una riflessione personale.

Al centro del cerchio, alcuni massi, recentemente divelti dal cerchio di pietre, sono stati utilizzati, per fare un rudimentale focolare,

In spregio al rispetto che sempre ci vuole, al cospetto di questi manufatti.

A questo punto e a mio parere, serve una buona e una maggior divulgazione di queste testimonianze storiche e culturali.

Presenti a poca distanza da casa nostra.

Sulla nostra montagna.

Ma sopratutto serve insegnare il rispetto dell’ambiente e del lavoro degli altri, anche di quello perduto nel tempo.

Senza questo presupposto, e’ inutile e forse dannosa la divulgazione di queste testimonianze

Piccapria du Pei

27 marzo 2021

Al bivio del Pero, in direzione Alpicella, in basso a sinistra all’inizio del ponte in località Ca-dana, nascosti dalla vegetazione, ci sono i resti di una cava di pietre.

È un affioramento de pria sciappo’, scisto, una pietra da costruzione molto ambita, perche’ facile da asportare e da ridurre in sezioni parallele, seguendo la naturale venatura di questo tipo di formazione rocciosa.

E probabile che l’estrazione di pietre da questa cava, abbia contribuito all’edificazione della maggior parte delle abitazioni storiche di questa frazione e dei dintorni.

E’ conosciuta come la cava di Minetto dal nome del “piccapria” che qui aveva la sua attività.

L’ attuale profilo di questa cava dismessa, presuppone un probabile prelievo di pietre anche dopo la sua cessata attività.

Un residuo di terrazzamento, verso la parte sommitale, testimonia la presenza di una mulattiera, per il prelievo e trasporto, in questo punto si ha una visione complessiva di questo affioramento e la percezione del notevole prelievo a seguito dell’attività estrattiva.

Le lastre di pietra, staccate da questo blocco di scisto, erano ridotte sul posto, per essere utilizzate in formato a uso edificatorio e gli scarti di lavorazione affiorano lungo il pendio.

Chi erano quei lavoratori che se sciappavan a schena a spaccar e a cammalar pietre?

I piccapria un’attività tra le più faticose ma anche molto pericolosa, molti gli incidenti sul lavoro.

Al confine con Cogoleto, nei pressi dell’ex Casa Cantoniera negli anni 50 morirono quattro cavatori, durante una pausa di lavoro, travolti da un distacco di rocce.

Alcune cave de prie, dismesse, si trovano sparse per i nostri boschi, di molte non abbiamo più memoria.

Non è possibile quantificare quanto materiale roccioso è stato cavato dai nostri bricchi, una quantità enorme!

E pe ogni pria, na man d’ommu a l’ha sciapo’e camalò n’otra man d’ommu a l’ha poso’

Fo Lungo

28 marzo 2021

La strada verso il passo di Fo Lungo, fu la prima via di comunicazione del nostro entroterra, con la Valle del Giovo Ligure.

Dal primo nucleo abitato di Alpicella, degli Armuzzi, la strada sale alle Ferraie (zona del Piccolo Ranch) e prosegue con un lungo tratto, praticamente pianeggiante, attraversando il rio Canette e il rio Pourcò.

In uno scenario di bosco misto, di faggi castagni e abeti, si arriva al cospetto di alcuni considerevoli ruderi immersi in una giungla di rovi, probabilmente rimaneggiati e riadattati, a seconda delle esigenze del momento storico.

E probabile che una di queste costruzioni, fosse adibita al pagamento dei dazi per chi commerciava oltre giogo, poi ampliate e modificate sono diventate stalle e case abitate.

Ma molte altre, sono le testimonianze della presenza e delle modificazioni indotte al territorio, dagli insediamenti umani nel corso dei secoli con strade, terrazzamenti zone di fienagione affilatoi per attrezzi o per armi e recinti in pietre , come già da me evidenziato in un altro post .

Oggi questa è zona di taglio selettivo del bosco, sono state costruite nuove strade per poter esercitare questa attività e si sono perse le tracce dell’ antica mulattiera, che si ritrova in buono stato di conservazione, quando sopra un rilievo si è alla vista del Bric Scraveize, che insieme al Bric Ghirolo, fungono da spartiacque fra Teiro e Sansobbia, questi due corsi d’acqua scorrono paralleli dalla nascita fino a questo punto, dove il Teiro, devia decisamente verso sud, ricevendo i suoi affluenti e scavando il suo alveo verso il mare.

L’antica strada, resta in quota parallela al corso del fiume, sostenuta da poderosi muri a riprova dell’importanza di questa opera viaria.

In questa zona, il nostro fiume scorre tranquillo e forma alcuni suggestivi laghetti e cascate.

Oltrepassato il corso d’acqua, si perdono completamente le tracce della strada, cancellate da uno smottamento e dal probabile scarico verso l’alveo del materiale di risulta a seguito dello scavo, per la posa dei tubi della sovrastante famosa “stradda di tubbi”, che trasporta l’acqua nel comune di Stella, in questo tratto in salita, rimane solo una traccia di sentiero che ci porta al Passo di Fo Lungo a 740 m slm ad intersecare la “stradda di tubbi”.

Per quelle strane ma belle coincidenze che ci riserva la vita, proprio in questo punto, incontro un mio collega di Centrale u Bruzzo, che proviene da S.Martino, si parla e si scherza con un caffè e due biscotti.

Non mi avventuro oltre e chiedo quale direzione prende la strada per arrivare al Giovo, al telefono a Maurizio, che conosce molto bene tutto il Beigua, dove svolge il suo lavoro di taglialegna.

La strada prosegue verso il Giovo, posto a 570 slm, in alcuni tratti è addirittura in discesa e si dirige verso i borghi dei Luvotti, qualche anno, fa abitato da una persona, attraversando toponimi dai nomi suggestivi, come e Smogge de Rose a Rocca de Prie Russe u Bric Galera, non meno suggestivo u Cian di Ragni poco prima del Bric Mondo, dove si interseca l’Alta Via che arriva al Giovo Ligure.

Questo primordiale collegamento fra due territori, doveva superare alcuni valichi, era carrabile dagli Armuzzi fino a quei ruderi sopradescritti, impossibile poco dopo aver oltrepassato questa zona, proseguire con delle ruote in direzione dei Giovi.

E’ probabile che in quel piccolo gruppo di case, fosse attivo una posta per il cambio dei mezzi di trasporto e un riparo per la notte. Erano gli animali da soma nel proseguo del viaggio i compagni durante il tragitto, di chi si avventurava in questi boschi, in direzione dei paesi della Valle del Giovo, fino ad arrivare a Sassello oppure proseguire verso altre direzioni.

Storia più recente è la vicenda di Giulio u Biscasè, che assunto alle scuole elementari di Sassello, percorreva questa strada tutti i giorni, proveniente dall’Alpicella per arrivare in tempo, con ogni condizione atmosferica, anche d’inverno, ad accendere le stufe e far trovare le aule calde all’arrivo degli alunni

Ricevo da Lorenzo Vallerga il seguente commento.

Grazie per quanto pubblichi sempre molto interessante, preciso e ben raccontato.

Vorrei aggiungere una storia su Giuliu du Biscazè che ho avuto modo di conoscere molto bene, una gran brava persona.

Era del 1916 (un anno più giovane di mio padre); spesso la sera veniva con noi zuenotti a mangiare un primo o un secondo da Santina o al Piccolo Ranch.

Non so se è una leggenda o un fatto vero comunque ve la conto per come la conosco

“Una mattina Giulio di buon ora era partito come solito a piedi e per bricco (per un pezzo usando il percorso sopra descritto, salvo scendere a Sassello e non al Giovo) per andare al lavoro, faceva il bidello a Sassello, doveva arrivare almeno un ora prima dell’apertura per accedere le stufe (una per classe più gli uffici).

Quella mattina si accorse a oltre metà cammino di aver dimenticato a casa le chiavi della scuola. Tornò indietro di corsa e sempre di corsa si rimise in cammino per Sassello. Riuscì ad arrivare in tempo per aprire la scuola prima dell’arrivo degli scolari e maestri ma non ad accendete le stufe. Era molto preoccupato, la preside invece lo ringraziò e la storia finì li.”

Uomini e storie di altri tempi.

Bellu Lou

Era da tempo che volevo raccontare di un fatto eccezionale, avvenuto in un giorno di ottobre del 1982 e non serve essere esperti del settore edile, per capire la straordinarietà di quel lavoro.

Lo devo, anche in ricordo degli uomini che lo resero possibile, uno di loro era mio padre.

Tutto era pronto quella mattina, nei giorni precedenti avevamo accumulato nel magazzino, dove era prevista la costruzione del muro, una quantità impressionante di mattoni, 1600 mattoni multifori da 16 era una bella catasta, non da meno il cumulo di sabbia, sacchetti di calce e cemento, per fare la malta e poi c era la fedele betoniera, di cui allego la foto, compagna di tanti lavori, con il suo particolare rumore, tipico di ogni impastatrice.

Alle 8 arrivarono, Armando da tutti chiamato “Gisto” e Dino, meglio conosciuto come “u Balinetto” o anche come “u Neigru”.

Gisto e Dino, amici di mio papà erano di Sciarborasca frazione di Cogoleto.

Gisto capomastro era dipendente dell’impresa edile Pesce Pietro arrivato a questa mansione facendo tutta la trafila lavorativa, “boccia”, messa casoa”, “casoa finia” e tanto lavoro a cottimo.

Dino era un carpentiere edile, mestiere quasi del tutto scomparso, dopo l’avvento di nuove tecniche costruttive, di lui ho il ricordo del suo bel lavoro di precisione, che consisteva nel costruire le armature in legno e le cassa forme, dove poi era colato il cemento, questi tecnici mettevano in pratica i disegni progettuali.

Dino poi cambiò lavoro ed era collega di mio padre quando lavorava alla Tubi Ghisa.

Il lavoro per cui eravamo convenuti nel magazzino sottocasa, consisteva nel costruire un muro divisorio altro 5 metri e lungo 11 con ad 1/3 e 2/3 della sua altezza, due cordoli di cemento armato!

Tutto era pronto è iniziammo l’attività, Gisto armato di cazzuola a mettere i mattoni, io mio padre e Dino a portargli i materiali da costruzione, impastare la malta e costruire il ponteggio variandone l’altezza a seguito dello stato di avanzamento del costruendo muro.

Una breve pausa pranzo.

Alle ore 18 dello stesso giorno, il muro alto 5 metri e lungo 11 metri composto da circa 1500 mattoni con i due cordoli in cemento armato era terminato !

Negli anni, piu di una persona, pratica di lavori edili, non ha creduto a questo mio racconto.

Altri tempi altra gente, grandi uomini, generosi e geniali che hanno lasciato un vuoto incolmabile nei nostri cuori.