Si trova lungo a Viassa la strada interpoderale che dai Defissi sale verso il Fossello.
Fu fatto costruire da Battistina nel 1946 come ex voto per i figli Giacumin e Beppin Perata dispersi in Russia.
E’ tramandata la storia che, terminata la costruzione dell’edicola votiva i due fratelli ritornarono a casa.
L’edicola votiva è stata ripristinata nel 1986 da Benedetto Piccardo, che ringrazio per avermi raccontato la storia di questo ex voto.
Meritorio il suo impegno per la conservazione dei manufatti “feti de pria in se pria” dai nostri vecchi in questa zona della nostra città.
Con questa edicola votiva la conta, nel mio elenco di questi manufatti, è di 86 Nicci, Edicole e Piloni Votivi, presenti nel territorio della nostra città.
All’inizio della via Corrado Cacciaguerra ha il suo laboratorio.
Fine estate, tempo di bilanci per i viperai, i Ciappabisce.
Questa attività oggi scomparsa, di solito iniziava ai primi di agosto, c’era chi riusciva a catturare anche 200 vipere!
La vipera è stato l’animale piu perseguitato e sterminato con un’accanimento assiduo, feroce e morboso.
Catturata per essere sfruttata e manipolata in innumerevoli ricette intrugli pozioni e antidoti per profitto o per potere.
Poche le voci degli animalisti in difesa di questo rettile.
A Vipera l’Aspesurdu u Marassu e Oscelee, Rattee, sono sempre presenti nei racconti delle persone anziane del nostro entroterra.
Impossibile fare una conta delle storie leggende e dicerie che hanno come protagonista la vipera.
Le prime comunità umane, presenti nel nostro nord ovest, avevano una cultura antropocentrica, che demonizzava serpenti e vipere.
Il serpente era abbinato ad alcune divinità femminili mediterranee, i capelli lunghi delle donne, se sotterrati in una notte di plenilunio si trasformavano in serpenti.
Si dice che alcuni capelli, di una donna con le mestruazioni, se messi nell’acqua si agitano come serpentelli.
Chi mangiava carne di vipera acquisiva nuova forza.
Quella di serpente invece, era consumata per conoscere il potere del linguaggio dei fiori e delle erbe.
La Teriaga è stato il piu famoso e antichissimo intruglio, di ben 54 ingredienti compresa la vipera, che secondo chi lo produceva, era capace di combattere i veleni prodotti dal corpo umano e alleviare mal di testa, di stomaco e i disturbi della vista e dell’udito.
Era venduto ancora nel XX secolo
Le vipere erano utilizzate nelle Ordalie, un’ antica pratica giuridica dei popoli nordici, per stabilire innocenza o colpevolezza.
Per attestare la sua innocenza l’accusato, doveva superare delle prove come quella di camminare sui carboni accesi, stringere un ferro arroventato, immergersi nell’acqua bollente o bere il veleno di una vipera.
La chiesa non ostacolava queste pratiche, che erano equiparate al giudizio di Dio
Nei nostri boschi, facevano tana, esseri maligni, diavoli con le sembianze di rettili con la cresta.
Erano i basilischi
Durante le veglie, gli anziani tramandavano gli incontri che avevano fatto gli avi, con questi rettili di grandi dimensioni, muniti di creste sul capo e si diceva che erano a guardia di pietre preziose
Se la vipera faceva paura per il suo veleno, i serpenti erano temuti, perché si diceva che succhiavano il latte dal seno delle donne e da quello degli ovini.
Per tenere lontano da tende o recinti le vipere, si utilizzava la cipolla tagliata a fette.
Fino a qualche decennio, fa i contadini integravano la loro magra economia, con la cattura, ma anche l’allevamento delle vipere.
Da inviare alle industrie farmaceutiche, per produrre il siero antivipera.
I viperai scrutavano il tempo, se il cielo era coperto e incombeva un temporale, quelle erano le condizioni migliori per fare una buona caccia di serpenti e vipere.
I rettili erano come rallentati nelle loro movenze, in attesa dell’acquazzone e a detta di alcuni, si potevano prendere come si fa con le lumache.
I Ciappabisce, partivano all’inizio di agosto, con un sacco e delle pinze di legno.
La vipera la si trovava sempre, oltre gli 800 metri di altitudine.
Al ritorno della caccia, i rettili erano conservati nei cassoni oppure nelle damigiane.
Il grande Galeno diede il suo consenso all’uso di un farmaco a base di vipera.
A Roma erano i Gesuiti che detenevano le ricette segrete e che preparavano, per i più svariati usi, lozioni pozioni e medicine con il principio attivo delle vipere.
La fortuna commerciale di intrugli e pozioni miracolose, arricchì farmacisti e venditori ambulanti, imbonitori e imbroglioni, che nelle piazze dei paesi esaltavano le prodigiose proprietà dei loro preparati.
In qualche località del Bel Paese molto probabilmente ancora oggi, ci sarà qualche megera, che preparerà su commissione qualche pozione “magica”
Polvere di carne di vipera, cuore, fegato e il grasso, erano usate per le ferite e le contusioni.
Contro l’invecchiamento della pelle e per migliorare l’incarnato.
Creme ancora oggi in commercio con la denominazione, siero viso antirughe
Prima dell’antitodo, si usavano sistemi empirici e riti magici, contro il veleno della vipera.
Scorza di frassino messa in ammollo con la luna piena.
Un’altro rimedio era quello di interrare il piede della persona morsicata dalla vipera, per scaricare il veleno.
Nell’entroterra di Voltri si conserva memoria di un osso, che come una spugna, estraeva il veleno dalla ferita.
Anche i serpenti erano usati come le vipere, nelle ricette della farmacopea popolare.
Ungersi con l’olio di frittura di serpentelli, favoriva la crescita dei capelli.
Contro il mal di testa una bella pelle di biscia in testa!
Grande uso di vipere e serpenti in stregoneria, una ricetta per un unguento malefico era la seguente
n°1 gatto scorticato
n°1 rospo
n°1 lucertola
n°1 vipera
Messi a cuocere fino a carbonizzare e diventare cenere.
Era usato per avvelenare i raccolti di frumento e di frutta
Lei amava quel tratto di lungomare, era l’antica ferrovia, liberata dai binari.
Tutto quello stupendo scenario, fatto di scogliere pinete e spiaggette, finalmente, poteva essere goduto appieno, non più solo con il collo storto, dal finestrino di un vagone.
Un pezzo di paradiso in terra, era fruibile, grazie al lavoro di chi, molti anni prima, aveva materialmente compiuto un’ impresa disumana.
Anna era nata in Olanda nella nostra città, in vacanza aveva conosciuto l’amore della sua vita.
Lei e Renato furono tra i primi a godere di quella meraviglia
Dal buio di quei tunnel si usciva abbagliati dalla luce a guardare il mare, frangere sugli scogli che dividevano la battigia in piccole spiagge di sassi.
Un posto rimasto intatto dalle brutture degli uomini, dove era viva la forza della natura capace di metter radici fra quelle rocce.
L’ex sede ferroviaria, poteva esser percorsa anche in bicicletta, sospingendola a mano, quando le ruote sprofondavano nella ghiaia residuo dell’antica ferrovia.
A lei piaceva sentire il calore del sole, che scaldava le pietre e quel mare, trasparente, da veder i ciotoli fatti rotolare dalle onde.
Chiudere gli occhi e farsi accarezzare dal vento, che sempre prima o poi arrivava.
Poi la vita prende le persone e le porta lontano, in Olanda e Germania.
Ritornavano, per qualche giorno in vacanza d’estate, in quel lungomare.
Ad Anna bastava quella vecchia bici, era felice di raggiungere ancora una volta quel posto dove il sole scaldava le pietre.
Una sola cosa chiese….di esser portata lì per sempre.
Quell’unico desiderio fu onorato da Renato Righetti, che mi ha raccontato della sua compianta moglie Anna V/D Berg
Era da tempo che volevo raccontare di un fatto eccezionale, avvenuto in un giorno di settembre/ottobre del 1982.
Non serve essere esperti del settore edile, per capire la straordinarietà di quel lavoro.
Lo devo, anche in ricordo degli uomini che lo resero possibile.
Uno di loro era mio padre.
Tutto era pronto quella mattina.
Nei giorni precedenti avevamo accumulato nel magazzino, dove era prevista la costruzione del muro, una quantità impressionante di mattoni.
Erano 1600 multifori da 16 cm.
Una bella catasta!
Non da meno il cumulo di sabbia.
Sacchetti di calce e cemento.
Per fare la malta c’ era la fedele betoniera.
Di cui allego la foto.
Con il suo particolare rumore.
Tipico di ogni impastatrice.
Alle 8 arrivarono.
Armando da tutti chiamato “Gisto” e Dino, meglio conosciuto come “u Balinetto” o anche come “u Neigru”.
Gisto e Dino, amici di mio papà erano di Sciarborasca frazione di Cogoleto.
Ci hanno lasciato qualche anno fa
Gisto capomastro era dipendente dell’impresa edile Pesce Pietro arrivato a questa mansione facendo tutta la trafila lavorativa, “boccia”, messa casoa”, “casoa finia” e tanto lavoro a cottimo.
Dino era un carpentiere edile, mestiere quasi del tutto scomparso, dopo l’avvento di nuove tecniche costruttive.
Di lui ho il ricordo del suo bel lavoro di precisione, che consisteva nel costruire le armature in legno e le cassaforme, dove poi era colato il cemento, questi tecnici mettevano in pratica i disegni progettuali.
Dino poi cambiò lavoro ed era collega di mio padre quando lavorava alla Tubi Ghisa.
Il lavoro per cui eravamo convenuti nel magazzino sottocasa, consisteva nel costruire un muro divisorio.
Alto 5 metri e lungo 11 con ad 1/3 e 2/3 della sua altezza, due cordoli di cemento armato.
Tutto era pronto è iniziammo l’attività.
Gisto armato di cazzuola a mettere i mattoni.
Io mio padre e Dino a portargli i materiali da costruzione.
Impastare la malta e costruire il ponteggio.
Variandone l’altezza a seguito dello stato di avanzamento del costruendo muro.
Una breve pausa pranzo.
Alle ore 18 dello stesso giorno.
Era stato eretto quel muro
Alto 5 metri e lungo 11 metri!
Composto da circa 1500 mattoni con i due cordoli in cemento armato.
Negli anni piu di una persona, pratica di lavori edili non ha creduto a questo mio racconto.
E si sono meravigliati.
Altri tempi altra gente che hanno lasciato un vuoto incolmabile nei nostri cuori.
Vivono nell’erba, nell’acqua, ma anche nelle nostre città si nascondono nelle buche e negli anfratti delle rocce o nelle fogne.
Nei pressi de na Vinvagna o de na Smoggia, c è una sempre una biscia in agguato
Animali intelligenti, capaci di star giornate intere a spiare potenziali prede.
Con un fiuto sensibilissimo
E di notte a caccia.
Questa è la storia di un’esemplare di biscia che semino’ il panico nel nostro entroterra.
Le comunità furono allertate della presenza di questo grande rettile.
Ma ad ogni avvistamento seguivano mesi e mesi senza più nessun riscontro.
Un grido ruppe il silenzio dell’abbiocco, post pranzo.
– U Bisciun u l’è chi! Mamma quanto u l’è grossu!-
In effetti era impressionante quel rettile.
La biscia era lì a penzoloni dal pergolato.
Aveva appena fagocitato due piccoli di cinciallegra, lo si capiva dal cinguettio disperato della femmina, che nulla pote’ fare per evitare che gli ultimi due uccellini rimasti, fossero divorati da quel rettile.
Accorsero gli uomini, con un Furcuin e u Marassu, ma la biscia velocissima, si era dileguata.
Un cane l’aveva inseguita lungo il fosso che portava al fiume.
E stava latrando davanti ad un enorme masso, ecco dove era la sua tana!
Quella bestiola commise l’imprudenza di entrare nell’anfratto.
Dopo poco si mise a guaire disperato.
Gli uomini arrivarono in tempo per vedere sparire un’enorme coda sotto quella pietra.
Il pianto disperato di quel cane era amplificato da quella cavità, che doveva essere enorme.
Poi quella povera bestia uscì tutto tremante da quel buco, muovendo all’impazzata la coda, cercando conforto e carezze.
Con la lingua penzoloni.
Aveva rischiato di esser stritolato da quella biscia.
Maledetta bestiaccia!
Ma ora era in trappola!
Fecero rotolare una grossa pietra chiudendo l’ingresso di quell’anfratto.
-Diamo fuoco!-
Disse il più esagitato
-Se esce la facciamo a pezzi!-
Ma sempre prevaleva la parola degli anziani: dissero che si doveva andare da lui: u Cacciabisce.
Era un’ uomo vecchio quasi cieco, di lui si diceva che catturando le anaconde in Brasile, aveva fatto fortuna.
Alcune vecchie foto ingiallite appese alle pareti della sua casa, testimoniavano questa sua attività.
Fu portato da quella grande pietra.
La tana della biscia.
Disse di togliere quella pietra, doveva entrare in quella cavità.
Gli sarebbe bastato mettere il naso all’interno, per sentir se c’era l’odore della biscia.
Accese la luce della torcia
Quell’anfratto era enorme!
La luce non arrivava al fondo.
Ma entrando si sentiva distintamente un rumor d’acqua.
E quella biscia chissà dov’era da qualche parte nascosta lungo quella vena d’acqua
Distratto da questi pensieri, gli arrivò con una vampata
quell’odore….
Improvvisamente qualcosa gli accarezzo’ una spalla.
Due occhi si illuminarono a poca distanza da lui.
– A sei tu!
Si rese conto di aver commesso un’errore!
In quel passaggio stretto la biscia era in agguato.
Quella biscia maestosa lo guardava
Era la sua preda
Poteva morderlo anche stritolarlo, ma non lo fece
Chissà perchè, ma aveva fiducia in quell’uomo.
Anche lei era in trappola
E troppo stanca per fuggire
Lui poteva approfittare della debolezza di quell’animale.
Aveva un affilatissima roncola e sapeva come sferrare un colpo mortale
Poi sarebbe uscito trionfante trascinando con se quella bestiaccia, come un trofeo
Avrebbero messo la sua foto sul giornale.
Sarebbe diventato famoso, raccontando anche dell’Amazzonia e delle anaconde.
Riferì del grande anfratto e di quel fiume d’acqua sotterraneo.
Il giorno precedente lunedì 10 settembre del 2001, furono spenti gli ultimi roghi del grande incendio, che nelle valli Arrestra e Arenon aveva distrutto 80 ettari di bosco.
Fu l’ultimo degli incendi che a partire dagli anni 90 avevano devastato il nostro entroterra.
Una pianificazione malavitosa mai indagata, un patrimonio vegetale perso per sempre.
Uno spettacolo di morte come quello che successe il giorno dopo.
Ognuno di noi ricorda, che cosa stava facendo, quando l’uomo è sbarcato sulla Luna, durante l’attentato alle torri gemelle o purtroppo più recentemente, dov’era e che cosa stava facendo, quando e’ crollato il ponte Morandi.
L’attentato dell’11 settembre ha avuto strascichi, con le teorie di complottismo e di quella, per alcuni voluta o perlomeno strana, vulnerabilità degli spazi aerei statunitensi.
L’11 settembre rievocato nel film Fahrenheit 9/11 diretto da Michael Moore, nel 2004, fece moltissimo scalpore.
Al termine del film, alcune terribili domande restano inevase, e per chi, come me, lo ha visto, fa pensare, che tutto sia possibile, in una nazione di guerrafondai definita “Il gendarme del mondo”
Nel Belpaese il crollo del ponte Morandi, e’ una storia all’italiana, molto più meschina.
E la cronaca del fallimento della politica delle privatizzazioni, dei mancati controlli, dell’avidita’ e del cinismo del profitto privato, colluso con il sistema dei partiti politici.
Vergognosa la stipula della cessione di Autostrade, con la firma di contratti capestro, per lo Stato italiano
Qualche giorno prima dell’attentato alle Torri Gemelle, io e Gino, in modalità “massacan” avevamo finito di posare le piane di serizzo, sui gradini della scala.
Io quell’undici settembre del 2001, stavo rivestendo il frontalino degli scalini, con le piastrelle di klincher.
Catte mi chiamò dal terrazzo, per dirmi dell’attentato alle torri gemelle e poi, più tardi vidi in diretta, il secondo aereo che si schiantava nella torre nord.
Era l’ora 0 del giorno X, si capiva subito, che l’America avrebbe reagito, con qualche milione di morti, in qualche parte del mondo.
Scrissi la data, dell’undici settembre 2001, su una mattonella, come l’ultimo giorno di pace nel mondo.
Il piu incredibile e tenace essere vivente, del massiccio del Monte Beigua, si trova presso l’area attrezzata dell’Avze’.
Una betulla che si era spezzata molti anni fa ha fatto crescere un pollone che ha raggiunto l’altezza di almeno 6/7 metri.
Il suo tronco abbattuto con un’ampia curva è riuscito a ergersi ancora, per almeno dieci metri.
Al cospetto di questo incredibile adattamento viene da pensare ad una qualche forma di intelligenza vegetale superiore.
Molti anni fa invece anche queste strane forme di sopravvivenza erano attribuite ad antiche credenze
La Betulla tra leggenda e realtà tratto da “Piemonte Parchi l’Albero della Luce”
Secondo le popolazioni dell’Europa neolitica, un rapporto profondo legava la pianta alla Grande Madre. Questa associazione marcata della pianta con la luna e con la Dea, cioè col mondo femminile, spiega perché essa era collegata a luoghi arcani e misteriosi che i Celti chiamavo Sidhe, i cui messaggeri erano non a caso creature fatate e femminili.
Dalla linfa essi ricavavano anche una bevanda da ingerire in primavera, che si riteneva capace di rendere fertili le donne.
Per questa era considerata anche una pianta dell’amore; giacigli fatti con rami di giunco e di betulla erano tra i preferiti dagli amanti in numerose leggende celtiche e come pegno d’amore spesso veniva donata una ghirlanda di betulla.
Piantata vicino alla casa di una fanciulla le garantiva la felicità e un ottimo matrimonio.
Albero preposto al mese che cominciava col solstizio d’inverno, era anche associato alla festa di Imbolc, una delle principali del mondo celtico, corrispondente al nostro primo febbraio, vigilia della Candelora, festa di purificazione e rinascita che prelude alla primavera.
Numerose credenze popolari poi, avvolgono la betulla di un alone di mistero: ad esempio si riteneva che coi suoi rami le streghe costruissero scope volanti, mentre per la grande luminosità della sua fiamma il legno si usava per scopi rituali.
In Italia, per curare il rachitismo infantile, si raccoglievano nella notte di San Giovanni alcune foglie di betulla, si facevano seccare nel forno e si infilavano ancora calde nel letto del bambino.
Il simbolismo purificatorio si ritrovava un po’ ovunque. Nell’antica Roma i fasci intorno all’ascia che reggevano i littori davanti ai magistrati erano composti da rami di betulla.
Questi rappresentavano le punizioni che potevano essere inflitte ai colpevoli ed avevano anche la funzione di purificare l’aria dinanzi ai magistrati.
Anche nel Medioevo era considerato un albero di luce, simbolo di saggezza e di purificazione, tanto che lo scettro dei maestri di scuola era composto da rami di betulla intrecciati e in tutta Europa furono usati anche per calmare gli esagitati e frustare i delinquenti e gli alienati, allo scopo generale di scacciare gli “spiriti cattivi”.
In uso esterno il decotto delle foglie o della corteccia è indicato come disinfettante e in caso di malattie della pelle.
Un tempo la corteccia veniva usata per l’estrazione del tannino, per scrivere, per fabbricare imbarcazioni e calzature, per rendere impermeabili le case, ma anche per abbassare le febbri e combattere l’influenza.
Il carbone della stessa era persino utilizzato come antidoto nei casi di avvelenamento da parte di alcune specie fungine, come l’Amanita muscaria.
Notissimo l’uso della sua linfa, detta ‘acqua o sangue di betulla’, dalle ottime proprietà depurative e diuretiche, favorisce l’eliminazione dell’urea e dell’acido urico senza irritare i reni.
Essa viene raccolta in primavera mediante incisioni sul fusto e bevuta al mattino a digiuno.
A livello popolare si riteneva ammorbidisse i legamenti, agevolando la guarigione dell’artrosi.
Secondo la visione sciamanica tali proprietà sono giustificabili in diverso modo: l’incontro interiore con un simile alleato del mondo vegetale aiuterebbe a ripristinare il collegamento tra la dimensione terrena e quella spirituale, eliminando gli ostacoli a tale ascesa come le emozioni non ancora elaborate, trattenute nell’organismo sotto forma di liquidi in eccesso.
Interpretazione questa, che permette di comprendere in un’accezione più ampia il titolo di “portatrice di Luce” di questa bella signora della foreste.
Ora lei pensava a quella inaspettata telefonata. Sarebbe passato da quel paesino, alle falde del Beigua, dove anche lui era nato, quattro case ai lati dello stradone, nel verde di prati e boschi.
Erano cugini, cresciuti insieme, bambini spensierati con gambe veloci e tanta fantasia.
Diventarono grandi
Tutto era iniziato una sera d’agosto.
Lui, quel suo cugino l’aveva invitata al mare
C’era la luna a picco, sopra un mare d’argento, le chiese se poteva baciarla.
Come si fa a dire di no, sotto a quella luna
Fu tutto naturale fra di loro.
Come quando rubavano il tabacco al nonno.
E fumando tra i rami del grande gelso, lui le diceva, da grande ti sposo.
Mannaggia!
Ma sei proprio scemo!
Queste erano sempre le ultime parole, che diceva lei, ogni volta che la teneva per mano, salendo sulla collina, dove nessuno li avrebbe visti.
Poi la vita come il vento sposta le cose, cancella le nostre orme dalla sabbia e quei nomi, che lui aveva scritto sulla corteccia di un albero.
– Ti dimenticherai di me, ogni tanto gli sussurava lei
E lui si dimenticò di lei per 20 anni, si fermò ad Aosta, addetto agli impianti di risalita.
Poi in giro per il mondo.
Arrivavano cartoline di vette innevate che lei conservava in una scatola.
Se riavvolgeva il nastro della sua vita ricordava che qualche uomo era passato, ma nessuno con cui voler far vita insieme
E andata così, diceva a chi gli chiedeva pruriginose notizie di eventuali pretendenti o fidanzati
Lei amava il suo lavoro, star con i bambini a scuola.
Era un pò come essere una mamma.
Però lei quel suo cugino non lo aveva mai dimenticato
Dopo quella telefonata lei, lo aspettava per l’ora di pranzo.
Si riscoprì bambina, con la stessa paura, che lui avesse rinunciato al loro incontro.
Come quando lo aspettava dalla cascata, e non lo vedeva arrivare.
Era il loro posto segreto.
E mai più c’era andata
Senti il rimbombo di un motore fra le case.
Era arrivato!
Teste curiose sbucarono dalle finestre.
Erano i suoi vicini, persone gentili, ma molto curiose a cui dovette raccontar qualcosa
Presa da una strana euforia, si inventò una tristissima storia, su quel cugino che per qualche giorno si sarebbe fermato da lei, per rivedere i luoghi della sua infanzia.
Alla fine del racconto, qualche comare si fece il segno della croce raccomandando al Santo Patrono, l’anima di quel povero disgraziato.
Lei dentro di sè rideva e pensava, le donne sono proprio delle streghe!
Ma lui era lì per lei.
Dopo tanto tempo e la luna sarebbe ritornata laggiù sopra un mare d’argento.
Le Edicole o Piloni Votivi, Nicci nel nostro dialetto dell’entroterra, fanno parte di un enorme patrimonio unico nel suo genere.
Ma anche i nicci, come la fede, gli usi e le tradizioni, simboli di appartenenza ad una comunità che tiava sciu de nie’ de figgi in una terra resa vivibile dalla fatica e dal lavoro, si stanno inesorabilmente perdendo.
Nicci fagocitati da lelua o dai ruvei, privati di statuette e croci, ammalorati e pericolosamente inclinati.
Destinati a diventare uno dei tanti Muggi de Prie anonimi, che si trovano oggi sparsi nei boschi o all’apice di un rilievo.
Di pochi oramai conosciamo il nome, chi l’ha costruito e perché è stato eretto proprio lì in quel punto.
Eretti per fede, grazia ricevuta, per uno scampato pericolo, per un buon raccolto, per la fine di un epidemia, di ritorno dalla guerra, da un periodo di lavoro all’estero o come limite di proprietà.
Piloni con nicchia, che svettano al cospetto di struggenti paesaggi.
Modificati nel tempo in altezza, perché dovevano competere con altri manufatti similari.
I Nicci seguono le vie che dal mare salgono e valicano le nostre montagne.
Prie pota, na Madunetta e due ciappe pe cappellin.
Interrompono la fatica della salita di un cristiano e degli animali da soma.
I Nicci punto di passaggio di lese e bo cabanin sciu e su per le consunte Vie del Legno e del Sale, diventate poi le vie del Lavoro con e scurse pe a Fabrica e i Ciante’ de Vase.
Una moltitudine umana è transitata sotto i Nicci
Si sostava presso un Edicola Votiva per fede o solo come scusa per riprender fiato e posare il carico.
Poso’ a belain-a u lenso’ de fen o un saccu de pigne suvia na posa.
Pe poso u po’ e ossa.
Per bere un sorso d’acqua e fose u segnu da crusce.
Aspettare l’amico pe cuntò due musse e mangiò un toccu de pan
I Nicci dove portare un fiore per un figlio partito in guerra e mai ritornato.
Punto di ritrovo per cattò e vende na vacca o na pegua o quarcosa da mangiò
Un Nicciu del cuore per i giovani e il loro primo appuntamento d’amor e dove trovar un biglietto nascosto con due parole e una promessa.
Se andova con na bella figgia in campurella in te fasce, dau Nicciu de Anime, sciu da via Vegia de Castagnabuona
Altri nicci li troviamo nei pressi dei ponti che attraversano i rian.
Famoso quello con due nicchie dell’Ommu Mortu, dalla pendenza preoccupante.
Maestoso quello du Rian du Mu
Grande quello della Belain-na eretto quando è passata la Madonna Pellegrina.
Nicci ad un bivio come nella vita quando si deve scegliere da che parte andare.
Alcuni sono ex voto conosciuti, come quello du Cullettin fatto perché il terromoto di S.Francisco risparmiò la vita a uno delle Faje.
A e Praè un niccio perché S.Antonio salvò uno dell’Arpiscella caduto nel dirupo.
Un altro sotto all’Aurelia dal Castello d’Invrea, dedicata alla Madonna della Guardia, dopo un pauroso incidente senza vittime.
E poi storie e leggende
Racconti tramandati come quello del Niccio da Munto’ di Buei che ospita il volto consunto di S Anna.
Ma per tutti “A Madonna che a se gia” che si è voltata per non vedere i soldati che di lì transitavano, prima quei mangiapreti dei francesi e poi quel tedesco con la sigaretta….
Tutte le Cappellette erano dei Nicci come quella di S.Bastian e S. Sebastian, S. Anna ecc.
E prima dei Nicci?
Pietre fitte e menhir distrutti o inglobati dai cristiani come nel Nicciu du Bruxin, diruto da un paio di anni.
E che strano quello più moderno, con i nomi di chi lo ha restaurato, all’inizia della strada per la Ramognina.
Perché tre statuette in un’edicola votiva?
Per dividere le spese condominiali?
La risposta la si trova nella roccia dirimpettaia dove tre primordiali Nicci veneravano i defunti in un luogo “ Duvve u se ghe sente”.
Madonnette o Santi fatti benedire durante la festa patronale.
O al Santuario di Savona.
Davano vita a quei piloni di pietre e fango.
Oggi solo cavità vuote
Con un gesto vile e meschino per pochi soldi han tolto la vita da quei Nicci.
Sono fortunati quei Nicci eretti nelle borgate o ai limiti di strade di grande comunicazione.
Mantenuti e curati nel tempo per fede o anche solo per perpetrare la volontà di chi li ha costruiti
La nostra comunità deve essere grata e riconoscente a questi uomini e donne di buona volontà che dedicano tempo e risorse per manutenere questi manufatti.
Prie pota, na Madunetta e due ciappe pe cappellin.
Alla mia età, lascio alcune sensazioni dell’andare in moto, ad altri, emozioni anche sacrosante e gratificanti, per chi va in due ruote, se fatte in sicurezza, esperienza e soprattutto con la testa sul collo, sensazioni già provate in gioventù, come quelle adrenaliniche, della velocità e delle curve.
Un consiglio, che voglio dare a tutti e valido per tutte le età è quello di godere anche di altre cose.
Quando si è al cospetto di paesaggi, cose storiche, moderne, strane o curiosità, di paesi e borgate e con dei compagni di viaggio, far tappe, per caffè, foto, pausa pranzo, due chiacchere o semplicemente fermarsi, perché c’è qualcosa da vedere ecc.
Ma c’è una cosa irrinunciabile, che ci fa salire in sella, è quel senso di libertà dell’andare in moto.
Il contatto fisico con l’elemento aria, di questo, se ne percepisce la presenza, la sua resistenza, entra in contatto con la pelle, da ogni parte scoperta, della giacca e di altri indumenti.
Aria fredda, che fa venire i brividi, nell’ombra di un fondovalle, quella calda e senza vento nelle gallerie, quella pesante, umida che si percepisce, al ritorno al mare dopo una giornata trascorsa fra i tornanti alpini, dove lì si respira l’aria buona!
Ma l’aria, porta anche gli odori, i profumi, che entrano nel casco, come sulla A10, nella discesa prima di Andora, quando si attraversa quella bella pineta, ai lati della autostrada, ed è forte il profumo di quegli alberi.
E per ogni paese, città, che si attraversa, odori profumi, anche puzze, in tempo reale, non mitigate e posticipate dal filtro di un abitacolo di un’auto, aria fredda, che ti fa lacrimare gli occhi e intorpidire le mani, poi ancora, milioni di insetti, librati nell’aria, finiti spiaccicati sulla visiera del casco e sul cupolino della moto.
E poi ci sono loro, i compagni di viaggio, alcuni anche occasionali, come quando, un apparente e tranquillo motoraduno, si trasforma in un gran premio e passato l’ultimo semaforo, del Lungo Bisagno, si rimane solo in quattro, con le moto a decidere sul dove andare e fare così un altro giro, dividere il pranzo al sacco e ammirare un incredibile castello, incastonato nella pietra.
Capita poi, di passare un’ora, sotto ad un pergolato, ad ascoltare i racconti di una persona anziana, a cui si era chiesto, semplicemente, la strada per andare alle Capanne di Marcarolo, vera e propria meraviglia, con i canyon del Gorzente
Chi va con due ruote, in Liguria ha un entroterra strepitoso da vedere, a due passi dal consumatissimo mare, basta anche solo un giro, di mezza giornata, magari in compagnia di un paio di amici, compagni di viaggio, qualcheduno ritirato dal lavoro, ma colleghi per sempre.
Entroterra dimenticato, sconosciuto a tanti, che ci regala scorci di struggente bellezza e tanta storia, anche tragica, fatta di lapidi e sacrari della guerra di Liberazione, che sui nostri monti, ha visto il sacrificio di tanti giovani, che combatterono per la nostra libertà.
L’ombra dei boschi, di querce abetaie, i faggi del Mellogno con i suoi forti.
Un lago dove fermarsi per un cafè e una fonte, dove tutti si fermano per rinfrescarsi.
Alcune tappe sono obbligate, come il Montezemolo, per due foto, un caffe, una bibita o un gelato, ma poi ci sono quelle non programmate, che ti fanno frenare la moto, fermare per visitare una chiesa, anche un piccolo, struggente cimitero di campagna, un castello con bellissimi ambienti interni, una vecchia casa diruta in pietre.
Lascio per ultimo, quella meraviglia del passo del Faiallo, stupendo monumento di orografia ligure, meta domenicale di famiglie e motociclisti, cangiante, dal giallo delle ginestre, al verde delle felci e il rosso dell’erica in fiore.
Buon giro! A chi oggi, è a spasso con la moto, sulle strade liguri, il mio consiglio è di fare sempre attenzione, siamo la regione delle buche sulle strade, riparate solo nell’imminenza di un evento, una tappa ciclistica o una elezione politica, nel lasso di tempo, che separa questi avvenimenti, il cittadino è lasciato in balia di infrastrutture viarie fatiscenti.
Fate attenzione! Anche perché poi, in questo strano benpensante paese, a torto o ragione, cinicamente, diranno sempre, che la colpa è della moto, che andava forte.