Ingrid, la libertà e un maggiolino blu

di Francesco Baggetti

Anni ’60/’70 .

Un bel periodo per Varazze.

La gente sapeva divertirsi e la città offriva bar e ristoranti sempre affollati.

Le sale da ballo erano frequentate da persone di ogni età, sempre eleganti.

In quegli anni erano molti gli stranieri, bella gente, che affollavano i locali e le spiagge.

Ma una sola faceva impazzire il popolo maschile.

Era arrivata dalla Germania, da sola, con un maggiolino blu, decapottabile e sfrecciava per le strade con i suoi lunghi capelli biondo scuro, che ondeggiavano al vento.

Una pelle che il sole aveva reso leggermente ambrata.

Le gambe lunghe e tornite, uscivano da succinti shorts.

La maglietta scollata lasciava intravvedere il seno, racchiuso in un bikini minimal.

La schiena liscia, leggermente incurvata all’altezza del bacino.

“Uno spettacolo della natura!”. Qualcuno aveva detto.

Una donna che sapeva, di far perdere la testa agli uomini, per la sua disinvoltura e libertà.

Ma anche le donne, la perdevano, perché riconoscevano in lei, quella voglia di vivere, che era repressa per convenzione sociale.

“Non maritare mai un italiano. Troppo piccicoso e geloso! ” soleva dire alla ragazza del bar, dove di solito si sedeva per l’aperitivo .

La ragazza arrossiva, mentre lei raccontava dell’ultimo incontro e le dava consigli, su come sedurre un uomo.

Ingrid, quello era il suo nome, faceva ingresso nelle sale da ballo, dei dancing di Varazze, Kursal, Nautilus, Colombo o Boschetto, al suo arrivo, sembrava che entrasse una folata di vento.

Con passo da valkiria, raggiungeva un tavolino, accavallava le belle gambe nude, mettendo in mostra i piedi, con le unghie rosso fuoco, racchiusi in eccitanti sandali, con tacco dodici.

Gli uomini, rimanevano muti, ipnotizzati, quasi intimoriti da tanta bellezza.

A volte indossava un abito da sera, con una vertiginosa scollatura, lungo la schiena, che lasciava poco spazio all’immaginazione maschile.

Non portare il reggiseno negli anni 60 era cosa che faceva scandalo!

Dopo aver scrutrato la fauna presente nel locale, lasciava il tavolino, ed iniziava a dimenarsi in uno sfrenato shake .

Poi, con i lenti, la coda al suo tavolo non mancava mai.

Ci fu chi la descrisse come una mangia uomini, un uomo diverso per ogni serata.

Ma erano fantasie pruriginose di una città di bigotti.

La verità, era che lei amava la vita, il sole, il mare e sceglieva chi la faceva ridere e divertire

Se ne andò, come era arrivata un giorno di fine estate, con i capelli al vento su quel maggiolino blu.

Alcuni la ebbero, altri la sognarono, molti non la dimenticarono.

Ormai è passato il tempo, chissà dove sarà la regina di quell’estate, dove anche la fedeltà dei buoni padri di famiglia, fu messa a dura prova.

Lei con i suoi lunghi capelli biondo scuro, che ondeggiavano al vento, scompigliò i giorni e le notti d’estate, della nostra città.

Tutte le reazioni:

43Giovanni Cerruti, Lorenzo Vallerga e altri 41

Allantua a Santa Cateina

di Francesco Baggetti

Tema

– 30 aprile 1960 Santa Caterina è la santa patrona di Varazze, scrivete come avete trascorso la giornata –

Il racconto che segue è il componimento, scritto in zenagliano, di un ragazzo degli anni 60

Oggi è Santa Cateina, le scuole sono serrate perché si fa festa e anche gli ommi non travaggiano

E cosi con mia mamma, papà e mia so Teresin, siamo parti da sciù da Teiru per andare alla santa messa a Santambrogiu, che lungo la stradda, c’era già tanta gente che camminava e passavano tante macchine e le vespe e mio papà giastevamava e ci diceva alla mamma che era lua, che si accattava una Giardinetta, che se era usata, ma andava bene per andare anche alla arpiscella dai nonni.

Mia mamma diceva che non c’erano palanche da sgreirare e poi ci avevamo la vespa, che era pin de ruse, ma che partiva sempre.

Ma già ciavemu avuto fortuna a non cata’ a Lambretta, che ce la’ mio barba e cristona sempre che non parte mai.

Siamo arrivati che la ciassa era pina di gente, mia mamma e mia so si sono messe il mandillo e son entre in giescia.

Io sono restato in ta ciassa con mio papà che si fumava una nasionale.

A me sarebbe piaciuto fare il cristante ma mio papà mi ha detto che sono come i pescou da canna e i cacciau da viscu, ma questa cosa mi nu l’ho capia.

Poi sonavano le campane che facevano volar via i cumbi e sono arrivati quelli del curteo, tutti ben ingiarmati, che sono sempre gli stessi a mi piasce quello che fa il diao, ma anche santa Cateina e quelli che ganno la lancia, ma mio papà u disce che han speso un muggiu de palanche pe fo’ un po de scena.

Poi la cascia da santa è arrivata e anche la banda suonava e tutti i cristi se mettivano a ballare e anche la cascia ballava e tutti cantavan la canzone del mare e della collina che io la so tutta, derè c’erano quelli scalsi pochi ommi tante le donne.

Che facevano penitensa e ci ho visto anche la besagnina che ci andavo a rubare le perseghe e quella che ciatelava sempre, frettava i vermi e saveiva tuttu de tutti, anche lei scalsa

Che mio papà ha detto che ci ha la lingua cumme le savatte.

Poi la cascia la facevano entrare e sciortire dalla giescia e tutta la ciassa batteivano le mani.

La festa era finia e anche i cristi li hanno tirati giù che ci volevano quattro ommi e anche mio papà ci ha dato una mano per caricarli sull’ape.

Semmo poi andeti alla fea mi mamma doveva cattare della stoffa per fa un vestio a Teresin che ci diceva che era signorina e alua si doveva trovare u galante.

Mi invece, go truvou u me amico Gianpaolo e se semmu accattati e fave e poi u recanissiu, che l’abbiamo sussato assetati sul ponte poi semmu andeti a S.Bartume’ a zugare au ballun che mi sono rigau le scarpe della festa che quando sono arrivato a casa ci ho preso le botte.

Però a le steta na bella festa.

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I Orti de Sciu da Teiru

Aprile maggio tempo da orti sciu da Teiru.

Si zappa, fresa o ara la terra per le colture di autoproduzione.

Ma i rovi avanzano inesorabili

Sempre in meno a far l’orto estivo sciu o in Teiru.

Qualche anno fa, quando faceva luce, in questa zona della città, era tutto un rumor di motozappe a scoppio.

Le prime frese e motozappe erano troppo costose e pesanti per le nostre fasce.

Ma allora chi faceva rumor e fumo tra i muretti a secco?

Erano i vericelli, come quello fotografato au Buntempo.

Di Pellegro Venturino oggi di Stefano Bolla.

All’estremità del cavo era fissato l’arato.

Servivano due adetti.

Uno all’acceleratore del verricello e l’altro ad affondare il vomere nella terra.

Autocostruiti o prodotti in qualche autofficina.

I verricelli, utilizzavano la meccanica, quasi sempre di una Vespa, raramente di una Lambretta.

Povere Vespa d’antan, finivano tuttte a tirar degli arati!

Le bellissime Vespa Faro Basso, furono sacrificate nelle fasce a seguito dell’acquisto di una motocicletta o dell’ambita auto.

Al termine dell’aratura delle fasce di proprietà i verricelli erano dati in prestito al vicino

In cambio di un pò d’oiu, buttigge de vin e pacchetti de sigarette.

Il propulsore degli scooter a due tempi, con raffreddamento ad aria forzata era molto adatto per un uso statico in campagna.

Il verricello in foto, utilizza il motore da 125 cc, di una Vespa Faro basso prodotta negli anni 50.

Con il suo bel manubrio

La trasmissione motore- verricello, era a catena

Un dispositivo di sgancio al termine dell’aratura, faceva ruotare folle il tamburo per ritornare indietro con il vomere.

Sempre la mano pronta per azionare la frizione, se l’aratro subiva un brusco arresto.

L’esemplare in foto è stato costruito dau Fratin, un meccanico da moto che era in via Piave

U “Frattin” Gaggero Lorenzo, coadiuvato dalla moglie Maria hanno riparato le due ruote di generazioni di varazzini.

Lorenzo Gaggero aveva iniziato l l’attività in una cantina, all’inizio della via Bianca, poi si trasferì in un locale più ampio nei pressi della cartiera Arado nell’edificio di Toso, carpentiere in ferro.

Alla numerosa famiglia 7 tra fratelli e sorelle dei Frattin è stato dato questo soprannome per la presenza di un frate fra i loro avi.

Le ultime foto sono relative ad una fresa Pasquali del 1958 di

Giovanni Cerruti u Saturnin.

Grande macchina!

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Don Bosco e i Chierici

Bastava pagare e i chierici non andavano in guerra.

È sempre stato così a morire in un conflitto sono andati i poveri cristi, figli di contadini e operai, morti di fame, che mai ebbero voce.

Giovani mandati al macello e per cinico paradosso alla partenza della tradotta con la benedizione e magari anche una predica patriottica, da parte di chi fu esentato dalla leva militare, perché qualcheduno aveva pagato.

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

di Francesco Motto.

La leva militare:

un dramma dei primi anni settanta del 800

Le enormi spese che dovette affrontare don Bosco per l’esenzione dei chierici

Un’opera come quella salesiana che dagli umilissimi inizi di casa Pinardi nel 1846 alla morte di don Bosco nel 1888 era già diffusa in varie nazioni europee e sudamericane, doveva avere alle sue spalle un fondatore capace di attirare numerose schiere di giovani disponibili a consacrarsi all’educazione di quella “gioventù a rischio”, cui troppo pochi nella società civile e in quella ecclesiale si interessavano seriamente.

A fondamento di una simile impresa vi era il “dito di Dio”, come don Bosco non esitava a dire al papa, alle autorità della Santa Sede, ai salesiani, ma vi erano anche la sua capacità di stimolare la beneficenza, tanto pubblica che privata, – unica risorsa su cui poteva e voleva contare – e il suo indefesso impegno in tale direzione. Ciò che poi per lui era un’impellente necessità di sopravvivenza, diventava sovente motivo di derisione da parte della stampa anticlericale, dei liberali ostili alla chiesa, dei governi massoni.

Uno dei bisogni maggiori di liquidità si presentò a don Bosco ad inizio degli anni Settanta, paradossalmente proprio all’indomani dell’approvazione pontificia della sua congregazione (1869). L’epistolario lo conferma.

La legislazione

Fino al 1869 nel neonato regno d’Italia era in vigore la legge del Regno di Sardegna del 1854, che permetteva ai vescovi di disporre di un certo numero di chierici, fissato annualmente per legge, esenti dalla ferma militare. Don Bosco più volte si era rivolto a qualche vescovo amico, che inseriva i chierici di Valdocco fra i propri seminaristi. Per tutti gli altri giovani, estratti a sorte nei comuni di residenza, era comunque sempre possibile farsi surrogare con il versamento di una cifra paragonabile allo stipendio annuale di un professore universitario.

Con legge del 27 maggio 1869 tale privilegio venne abolito, anche se un decreto legge del giugno successivo consentiva di nuovo di affrancarsi dal servizio sempre mediante una grossa tassa, fissata in franchi 3200 (circa 12.000 Euro). A fronte di ciò, la Chiesa elevò la sua protesta, inascoltata.

Il dramma di Valdocco

Don Bosco si trovò immediatamente in difficoltà. Con sé aveva molto personale in età di leva. Doverne fare senza per il lungo periodo della ferma significava perdere molte forze vive nelle sue case.

Ora se nel dicembre 1870 aveva già “alcuni sotto le armi” ed altri “in procinto di andarci” se non avesse pagato in tempi abbastanza ristretti i 3200 franchi richiesti, nel 1871 il problema si acuì al punto che il 30 aprile scriveva alla marchesa Uguccioni: “In brevissimo tempo abbiamo dovuto riscattare dieci chierici dalla leva militare colla enorme somma di franchi 32 mila [120 mila euro]. Vede che flagello”. Pochi mesi dopo, il 12 luglio 1871 supplicava un immediato aiuto economico alla signora Lucini di Bergamo: “abbiamo 14 chierici che sono colpiti dalla leva testé effettuata e si possono riscattare soltanto fino al 31 luglio del corrente luglio. Dopo, tutti sono militari, abolito ogni supplente”.

Trovare denaro in contanti non era facile ma la beneficienza non venne mai meno, tanto che il 24 luglio comunicava a don Tribone di Genova: “Ho il piacere di significarle che di quattordici chierici che avevamo da riscattare, sette sono già stati riscattati, per gli altri speriamo nella misericordia di Dio”.

Misericordia di Dio, ovviamente, da suscitare attraverso l’umile supplica ai suoi generosissimi benefattori: contesse Corsi, Brancadori, Callori, marchesi Fassati, Uguccioni, barone Ricci des Ferres ecc. Nel settembre le cose migliorarono, perché la somma richiesta per il riscatto era scesa a 2500 franchi (9500 Euro).

La nuova legge dell’aprile 1872 rimise in vigore l’esenzione per i seminaristi, ma a determinate condizioni, quelle che don Bosco non era in grado di garantire, perché non era Ordinario di diocesi e la sua Congregazione non aveva alcun riconoscimento di fronte alla legge. Nell’agosto 1872 aveva da riscattare undici chierici; a fine ottobre 1873 quindici.

“Là c’è la Provvidenza”

Così don Bosco avrebbe potuto affermare con il Renzo manzoniano, anche se la Provvidenza non sempre era a basso costo. Il 26 settembre 1873 infatti scriveva alla contessa Callori: “La sua preziosa lettera andò a raggiungermi in Varazze e mentre la leggeva e considerava la carità che faceva pei nostri chierici, in quell’istante medesimo ricevo un dispaccio da Alessandria che annunzia un nostro chierico essere stato ritenuto nella prima categoria. Sia benedetto il Signore, dissi con D. Francesia: egli manda la spina e contemporaneamente la rosa”.

A fine ottobre 1874 don Bosco venne a trovarsi nelle stesse condizioni di bisogno, per cui rilanciava il suo accorato appello all’avvocato torinese Galvagno: “Mi rincresce disturbare tanto sovente la S. V. Benemerita, ma mi trovo in bisogno eccezionale. Ho cinque chierici da riscattare dalla leva militare e non ho ancora un soldo ad hoc mentre [siamo] vicini all’epoca del riscatto. Potrebbe ella venirmi in ajuto ? Ecco l’umile mia preghiera. Ogni chierico deve pagare fr. 2500 per passare dalla 1a alla 2a categoria [da cui si poteva essere esentati]”.

Pochi giorni dopo, il 7 novembre, era la volta della contessa Teresa Corsi: “La contessa Corsi Gabriella mi portò franchi duecento che V. S. Ill.ma offre per il riscatto dei nostri chierici dalla leva militare. Non poteva essere cosa più opportuna; domani è giorno ultimo pel riscatto di uno di tali chierici ed a favore di quello fu tosto spedita la sua limosina… Di cinque chierici due sono già riscattati; preghi Dio che mi aiuti a trovare i mezzi per riscattare gli altri tre”. E l’indomani, probabilmente dopo una notte insonne, ecco un nuovo appello alla marchesa Bianca Malvezzi e così via.

E la ricompensa?

I religiosissimi benefattori di don Bosco si accontentavano di un semplice grazie, nutrito però di preghiere per il presente e per il futuro: “Dio saprà compensarla. Il Clero, la Chiesa, noi tutti le saremo riconoscenti e ci uniremo al chierico beneficato ad invocare costantemente le benedizioni del cielo sopra di Lei e sopra tutta la sua famiglia”. Negli anni successivi, fino alla Conciliazione del 1929, il problema si ripropose continuamente, ma don Bosco e i suoi primi successori (don Rua, don Albera, don Rinaldi) troveranno sempre il modo di risolverlo senza danneggiare le case salesiane, in cui la presenza di giovani educatori è essenziale.

I Chierici (Enciclopedia Trecani)

I chierici erano coloro che entravano a far parte del clero ricevendo già solo gli ordini sacri minori. Grazie a ciò potevano godere di benefici e delle immunità (giuridiche, fiscali) riservate agli ecclesiastici. Gli ordini minori non comportavano obblighi gravosi (se non tonsura e abito clericale) e neppure il celibato: i chierici potevano così essere coniugati e, se non incardinati in una diocesi, erano definiti selvatici o vaganti.

Corrado Cacciaguerra

Scultore

Fatta una prima rampa della salita da Viassa, dove questa Muntò, gira decisamente a destra, qui è l’entrata del vecchio Spandiu, dell’ex Cartiera Piccardo ai Defissi, adibito a laboratorio/mostra d’arte di Corrado Cacciaguerra.

E’ la seconda volta che sono al cospetto di questo incredibile laboratorio d’arte.

Una settimana fa ero ai Defissi, a guardare, ammirare e a far domande su tutte quelle grandi bellissime opere in legno d’ulivo a vista o in lavorazione.

Oggi sono le piccole opere, che svelano un altro aspetto di Corrado, del suo essere artista, con la sua grande manualità e genialità.

Corrado, osserva la forma naturale, la venatura o altro di un pezzo di legno e poi ne estrae l’anima, quella che era imprigionata nella materia, per creare una figura reale o fantastica.

Piccoli oggetti di radica d’erica o d’ulivo, da cui, con la sua manualità estrae i lineamenti di un volto di satiri e folletti.

Oggi e’ anche il momento di saperne di più, di questo poliedrico artista.

Nostro concittadino.

Uno di Quelli Sciu da Teiru.

Corrado Cacciaguerra Scultore in legno marmo pietra e gasbeton, pittore e altro.

Nato a Piazza al Serchio il 25 giugno del 1946.

Chiedo a Corrado da cosa nasce questa sua passione per la scultura.

Lui mi racconta di un episodio, quando fu ispirato a cimentarsi in questa grande forma d’arte

A undici anni, osservando dei pastori in transumanza, provenienti da Fucecchio e diretti verso i pascoli delle Alpi Apuane, vide un bastone scolpito con le sembianze di un serpente.

Corrado si mise all’opera e scolpì anche lui un serpente che si attorcigliava attorno a un bastone.

Lo conserva ancora.

Quello fu l’inizio, poi si sparse la voce di questa sua grande manualità e inventiva.

In occasione del passaggio della Madonna Pellegrina, fece per la parrocchia del suo paese, una statua della Madonna in gesso bianco.

A 14 anni scolpì per la prof.ssa Cavaciocchi, una scultura in legno di pero, che raffigurava S. Francesco.

Per suo nonno intaglio’ un bel bastone con la testa d’ariete.

Gli insegnanti insistettero con i suoi genitori perché Corrado fosse iscritto ad una scuola di scultura a

Carrara

Ma a 18 anni si trasferì con la famiglia a Cogoleto, qui scolpì per l’affituario un statua di S.Pietro in legno di quercia

Assunto nella Tubi Ghisa è in pensione dal 1999

Nel 1998 entra a far parte del Circolo Artisti di Varazze.

Due delle numerose recensioni per le opere di Corrado.

la Prof.ssa Carla Marino:

«Cacciaguerra è anche scultore in bronzo e in marmo, ma è soprattutto mosso da una grande passione per le forme che si possono ricavare dalla lavorazione del legno, in particolare quello d’ulivo, albero che da sempre è simbolo della longevità e della tenacia. Le figure umane, i volti sono i suoi soggetti preferiti, i suoi busti di donna dai lunghi colli e dalle labbra rigonfie ci ricor-dano l’arte africana ma anche il grande Modigliani.»

– Marco Pennone:

«Corrado Cacciaguerra: l’animatore del legno, colui che lo fa rivivere in mille aspetti diversi. Non per niente le sue mostre trovano sempre l’interesse e il consenso del pubblico. L’artista toscano, ligure d’adozione, padroneggia la non certo facile arte dell’intaglio e dell’intarsio e piega un materiale come il legno, già di per sé così ricco di sfumature e di venature di vario colore, alle più svariate esigenze estetiche e formali.»

Che altro aggiungere….le foto di alcune sue opere parlano da sole.

La Contraerea del Poggio

Il Poggio de Faje è una propaggine du Gripin.

Qui nella seconda guerra mondiale fu posizionato un grande proiettore, per illuminare gli aerei degli alleati, in caso di attacco notturno.

Un’altro proiettore, era sul Muntado’

Il bersaglio così illuminato poteva essere colpito dalla batteria contraerea che era posizionata a Campu Marsu.

Sono insieme a Francesco, Bruno e Simone sul Poggio, dove è ancora evidente la risulta degli scavi effettuati per installare il grande faro

Sono visibili delle buche e una zona spianata dove probabilmente erano montate le tende o altro.

Salendo lunghe le pendici du Gripin è ancora parzialmente eretto, un piccolo riparo dove un militare era di guardia di fronte a lui, un’incredibile panorama.

Al termine del conflitto la grande lente del proiettore, fu distrutta.

Francesco e Bruno ricordano che i frammenti, erano utilizzati dai loro nonni come lente durante la rasatura.

La storia che segue è tratta da ” I Fatti delle Faje” un racconto di Caterina Zunino la mamma di Francesco Canepa

“A Ciassa da Giescia, divenne un ritrovo di giovani, i soldati fecero conoscenza con la gente e le ragazze del posto. Alle prime ombre della sera, dalla postazione antiaerea au Posu, facevano degli scherzi, anche utili, illuminando con quel potente proiettore l’abitato delle Faje e quasi sempre le case dove abitavano delle loro coetanee.

Due militari di quella guarnigione, convolarono a nozze, con ragazze delle Faje.

Dopo l’8 settembre 1943 le cose precipitarono.”

A questo link il racconto completo

https://quellisciudateiru.com/…/01/i-fatti-delle-faje/…

Ringrazio Francesco Canepa, Bruno e Simone Vallerga per la bella e interessante escursione.

U Nicciu du Culettin

Il terremoto di S.Francisco del 18 aprile del 1906 e u Nicciu du Culettin

U Nicciu du Cullettin Si trova a Culetta, alle pendici nord du Greppin, in un quadrivio da dove, provenienti dalla Ceresa, si può salire a destra sul monte Greppin a sinistra in direzione del sentiero megalitico e proseguendo diritti si arriva alla casa Dufour.

L’edicola votiva, U Nicciu du Culettin, fu costruito da Lorenzo Canepa, per grazia ricevuta.

Lorenzo fu uno dei sopravvissuti al terremoto di S.Francisco nel 1906.

A inizio novecento e nel secondo dopoguerra molte famiglie di Varazze e frazioni, emigrarono in America, in particolare, negli States e in Argentina, in cerca di lavoro.

Per le famiglie che lasciavano, affetti, il paese natio, le loro abitazioni e partivano, in cerca di lavoro e di una miglior prospettiva di vita, dall’Alpicella e dalle Faje, molto spesso la destinazione era la California.

Ringrazio Lorenzo Vallerga per il suo contributo storico.

Mio nonno era a San Francisco quando avvenne il terremoto.

Mi raccontò di Amadeo Giannini della banca della Bank of America che dopo il terremoto e l’incendio che distrusse la città piazzò sul molo un bancone fatto di tavole appoggiate a due barili e continuò a lavorare promettendo credito a tutti scritto su un cartello.

Da lì prese il via la ricostruzione di San Francisco e ad un modo completamente diverso di fare il banchiere.

Giannini cambiò il modo di fare banca.

A quel tempo le banche lavoravano solo con i ceti sociali più elevati (con chi aveva già molte panche), lui iniziò a prestare soldi ad artigiani – commercianti – piccoli imprenditori aprendo il mercato del credito anche alla classe media, fu il primo a finanziare la vendita a rate delle automobili.

Ringrazio Tina Grelli Ghigliazza per il suo contributo storico

https://www.ilfoglio.it/…/news/la-banca-del-dopo-312732

La mia ditta e stata fondata del 1869. John Fugazi lavorava per Giannini. Abbiamo perso il nostro edificio nel terremoto del 1906.

La prima Banca D’Italia e accanto a noi in San Francisco.

Le Pietre Triangolo del Monte Beigua

Bisogna percorrere i sentieri della nostra montagna, non per raggiungere la cima o una meta, ma per godere dello spettacolo della natura.

Essere curiosi e osservare le testimonianze della presenza umana sul Beigua, che sono molte .

E allora non possono sfuggirci quelle pietre, a forma triangolare.

Infisse nel terreno, con il vertice in alto.

Sono pietre di confine?

Chi le ha posizionate così?

E perche’?

A questo link, molto interessante, si possono trovare le possibili rispose agli interrogativi.

http://www.storia-dell-arte.com/

Tratto da Storia dell’Arte

Nelle culture preistoriche europee, nella cultura greca, come anche nelle culture del vicino e lontano Oriente, è costante la distinzione di significato del Triangolo.

Il Triangolo con la punta verso l’alto, rappresenta il Divino, il Fuoco e il Maschile.

Il Triangolo con la punta verso il basso, rappresenta l’Umano, l’Acqua e il Femminile.

Le prime utilizzazioni del Triangolo come Simbolo si rintracciano già nel Paleolitico.

Nei manufatti di quest’epoca e anche in quelli del Neolitico, esso si presenta in prevalenza con il vertice verso il basso.

E’ la rappresentazione simbolica della Vulva, da cui inoltre deriveranno i simboli della V, dello Chevron e della Clessidra.

Tale insieme di simboli è stato interpretato dagli studiosi come rappresentazione della Dea Donatrice di Vita e della sua funzione creatrice.

Il significato del Triangolo come Grembo rigeneratore della Grande Dea rappresenta il più antico utilizzo di un simbolo finora conosciuto, provenendo dal Paleolitico.

Esso è stato rinvenuto in grotte e sepolcri del Paleolitico e del Neolitico, in manufatti o inciso sulle pareti.

Tra i reperti più antichi vi sono dei Triangoli in selce con abbozzati i seni e la vulva, risalenti al Paleolitico Inferiore.

Dal Paleolitico Medio fino al Neolitico compreso, pietre triangolari vengono utilizzate come coperture nelle sepolture irlandesi, bretoni e della Dordogna.

Inoltre la pianta di alcuni tumuli neolitici, specialmente in Irlanda, presenta la forma triangolare.

3) Un’Antica Promessa

I Racconti di Paolo Baglietto “U Russu de Cantalù “

Con l’unità d’Italia fu instaurato l’obbligo scolastico fino alla terza elementare, se i genitori non mandavano i bambini a scuola andavano i carabinieri a casa per far rispettare la legge.

Ma poi si sa che questo non avvenne capillarmente e la popolazione meno abbiente restò ancora per molti anni priva di istruzione

A Cantalupo non c’era la scuola e i bambini dovevano andare a Varazze.

Il 23 febbraio del 1887 un forte terremoto fece molte vittime nell’entroterra della provincia d’Imperia

Ci fu anche un maremoto, la scossa tellurica procurò dei danni anche nella nostra città e fece crollare il campanile della chiesa di Cantalupo

Gli abitanti della frazione si prodigarono per riedificare il campanile e in contemporanea costruirono anche un edificio scolastico.

Il pianterreno fu adibito a magazzino della confraternita, al primo piano c’erano le aule della scuola elementare, fino alla terza. Per frequentare la quarta e la quinta si doveva andare nelle scuole delle Valli

Nel 1907 fu costruita la Società Operaia Cattolica quando fu riedificata nel 1955 anche a Cantalupo furono insediate tutte le classi della scuola elementare

Quando ancora non era costruita la chiesa dell’ Oratorio, i Salesiani dicevano messa all’Assunta.

Prima era celebrata quella della confraternita e poi la messa dei ragazzi.

L’edificio dell’ex scuole pubbliche di Varazze, divenne proprietà dei Salesiani

Da allora fu chiamato collegio Don Bosco.

Per eseguire dei lavori, su quello che è ancor oggi, uno degli edifici più imponenti di Varazze, furono messe in opere delle impalcature in legno.

Negli ambienti clericali si venne a conoscenza che la Massoneria stava organizzando una spedizione di protesta, per bruciare quella struttura in legno, che circondava il collegio

La chiesa mobilito’ i suoi fedeli

Durante la messa domenicale nella chiesa di S.Giovanni Battista a Cantalupo, l’officiante chiese se c’erano dei volontari per presidiare il Collegio e difendersi da eventuali sabotaggi

Finito il pranzo della domenica molti degli abitanti di Cantalupo accorsero nei pressi da Salita di Fratti nei pressi del collegio, dove un tempo c’erano grandi terrazzamenti coltivati

Quelli de Cantalù armè de sappe, piccusin, smare, furcò, se sun settè, tutti in se quelle rive.

In mezzo a loro anche il nonno di Paolo.

Sulla collina di Tasca, aspettarono l’arrivo degli anticlericali.

Questi giunsero alla stazione ferroviaria di Varazze, provenienti da Genova, con il treno delle 13

Arrivati dall’Assunta videro quella la gente, schierata a difesa del collegio.

Furono dissuasi dall’effettuare qualsiasi gesto, da quel folto gruppo di gente di Cantalupo, che aveva con sé ogni tipo di attrezzo contundente

Pur essendo in cospicuo numero decisero di ritornare sui propri passi

Ma quelli di Cantalupo rimasero al loro posto pensarono a quella rinuncia come a una finta ritirata

Verso le 18 arrivò il capostazione, avvisando tutta la gente che ancora era rimasta assiepata nelle fasce del passato pericolo e pertanto potevano ritornare a casa.

Il gruppo dei Massoni aveva preso il treno delle 17 verso Genova.

La domenica successiva il direttore del Collegio officiò la messa a S.Giovanni Battista, ringraziando pubblicamente la gente di Cantalupo

E fece la solenne promessa che “Finché ci sarà un sacerdote salesiano in questa città a Cantalupo sarà celebrata la messa”

Sono passati più di 100 anni da quel fatto.

Quella promessa fu mantenuta

L’ultimo sacerdote salesiano prima di andar via da Varazze nel 2014, ha officiato la messa nella chiesa di S.Giovanni Battista

Paolo Baglietto per l’occasione volle ricordare il debito di riconoscenza dei salesiani verso gli abitanti di Cantalupo.

Il sacerdote ringraziò i fedeli e fu accompagnato in stazione a prendere un treno che lo avrebbe portato in Toscana la sua nuova destinazione

Paolo ricorda di averlo visto un’ultima volta a una processione di S.Caterina quando si aggregò al gruppo di Cantalupo.

La Storia

Don Bosco nel 1871 in una delle sue visite a Varazze stipulo’ un contratto in cui il comune di Varazze proprietario dell’edificio scolastico, oggi l’ex Collegio, affidava ai Salesiani “….di somministrare nel palazzo delle scuole di Varazze, l’istruzione classica, ginnasiale tecnica e elementare ai giovanetti cittadini di Varazze o forestieri “ Con il contratto avente durata cinquennale si pattuivano anche compensi e premi da elargire ai Salesiani.

Don Bosco chiese e ottenne che a spese del comune fosse costruita una cappella nell’edificio scolastico.

Il contratto prevedeva che al Comune spettassero tutte le spese di riparazione e conservazione.

Nel 1894 il Comune di Varazze, cedette la proprietà dell’edificio scolastico ai Salesiani.

La struttura divenne il Collegio Salesiano Don Bosco.

L’operazione immobiliare non fu risparmiata dalle critiche specie quelle relative alla svendita di una proprietà pubblica, ma anche perché affidare l’istruzione scolastica al clero andava contro i principi dello stato laico.

Altre polemiche suscitò l’istituzione nel Collegio dell’istruzione ginnasiale e tecnica a pagamento con annesso convitto per studenti di altre città.

Una scuola privata clericale a pagamento

Nei primi anni del Novecento ci furono dei disordini e moti anticlericali in difesa dello stato laico, ma anche a seguito di alcuni scandali, in cui furono coinvolti dei religiosi.

A Sampierdarena una folla inferocita assali il convento dei padri salesiani, nell’intento di appiccarvi il fuoco e ci volle l’intervento dell’esercito per disperdere i rivoltosi.

Nel 1907 anche il Collegio Salesiano di Varazze fu coinvolto in una storia di abusi sessuali, lo scandalo Besson

foto b/n Archivio Fotografico Varagine

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Nello Bovani

Nello Bovani Savona 1913-1944

Oggi nel 1944 fu fucilato a Savona Nello Bovani insieme ad altri 12 antifascisti in una di quelle esecuzioni effettuate in Liguria che presero il nome di Pasqua di Sangue.

Nello Bovani era un buon lavoratore, ma insegnò ai suoi colleghi anche a essere leali e a conoscere i veri nemici della classe operaia

Per Luigi Isola fu un grande maestro.

Nello Bovani radunò intorno a sé un primo gruppo di antifascisti.

Oltre a lui e a Isola ne fecero parte anche Agostino Bernardis e Armando Cerruti.

Bernardis e Cerruti furono poi catturati dai fascisti, deportati nei campi di lavoro in Germania non più ritornati alle loro famiglie.

Nello Bovani e quel nucleo di antifascisti si radunavano nella Conceria Rocca.

lniziarono a far propaganda distribuendo manifestini per incoraggiare la renitenza di leva.

Scrivendo sui muri della nostra città frasi inneggianti alla fine della guerra e contro il fascismo

Le prime azioni di questo primo nucleo di Resistenza a Varazze fu contro i presidi fascisti per procurarsi armi e munizioni

Con l’armistizio e la costituzione della rsi e l’occupazione tedesca, Nello Bovani lascia il suo lavoro nell’Officina del Gas e insieme a Luigi Isola entrano in clandestinità.

Nello Bovani ricercato dai fascisti come cospiratore è costretto a lasciare la sua famiglia, per aggregarsi alle formazioni partigiane operanti nell’entroterra savonese.

A seguito di una delazione il 26 marzo del 1944 sulle alture di Savona è ferito in un conflitto a fuoco e catturato dai fascisti.

Il 4 aprile 1944 ci fu la strage di Valloria dove fu trucidato Nello Bovani insieme ad altri 12 antifascisti

La strage avvenne, per rappresaglia a seguito della morte di un soldato tedesco

Ucciso da un suo stesso commilitone a seguito di una discussione tra ubriachi

Per ordine del prefetto Mirabelli e del maresciallo delle SS Max Ablinger i prigionieri furono torturati fucilati e lasciati sul posto dell’esecuzione per tredici giorni.

Un monumento nei pressi dell’Ospedale ricorda quella strage.

PAOLO ANTONINI 1913 – LORENZO BALDO 1890-NELLO BOVANI 1913- GIUSEPPE CASALINI 1907 – MATTEO ANTONIO DESALVO 1916- FRANCESCO FALCO 1916 – MARIO GAGGERO 1914 – GALLI ANGELO 1920 -RAMBALDI GIUSEPPE 1905 – SALVO PIETRO 1923 – SANVENERO ARTURO 1891 – ALDO TAMBUSCIO 1914 – EDOARDO GATTI 1917

Alla Città di Savona venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare

Il 2 Giugno 1978 il discorso commemorativo venne tenuto da Pietro Ingrao allora Presidente della Camera dei Deputati.

Varazze gli ha dedicato l’ex Piazza Umberto I, già Ciassa du Ballun ora piazza Nello Bovani